Depressione: perché il dolore non può essere considerato un’unità di misura

Breve premessa dell’editore: come Marta Pesci potrà confermare, questi contenuti sono stati progettati in concerto con la stessa più di un mese fa, quindi ben prima che scoppiasse un caso televisivo – che non desideriamo nominare, ma che ben tutti potete intuire – di rilevanza nazionale, incentrato proprio sul tema della salute mentale. Il fatto che negli ultimi giorni le persone stiano dimostrando una spiccata sensibilità nei confronti del tema della depressione non può che spingerci ancora di più a pubblicare contenuti che facciano sentire meno solo chiunque abbia bisogno di aiuto. 

Quel poco che basta per morire

Di Marta Pesci, scrittrice e tecnica della riabilitazione psichiatrica

Anna Brevi, 26 anni. Trasferitasi a Milano per lavorare come insegnante. Si è laureata in Lettere moderne. Viene descritta da chi la conosce come una ragazza solare e allegra. Ha alle spalle una famiglia che la sostiene. La sera del 17 novembre sparisce dal proprio appartamento che condivide con due coinquiline. Il suo corpo viene ritrovato in seguito ad una segnalazione di tre ragazzi che passeggiavano sulla riva del Naviglio. Sono i testimoni di quello che è accaduto: Anna si è buttata. Ne danno il triste annuncio i genitori e il suo fidanzato.

Una delle domande che mi sento spesso rivolgere, in quanto professionista della salute mentale, è: perché l’ha fatto? Perché una persona con una vita normale e piena dovrebbe suicidarsi?

La prima reazione delle persone è la negazione. Soprattutto nelle mie zone di campagna, dove tutti conoscono tutti, è difficile per la comunità accettare che qualcuno di vicino possa essersi suicidato. Si cominciano ad inventare versioni della faccenda sempre più tirate: la persona è scivolata, i testimoni hanno frainteso oppure si pensa ad un omicidio.

In questo breve articolo, dove analizzerò la storia di Anna Brevi – la protagonista di Cinque volte azzurro – cercherò di darvi uno spunto di riflessione e di trattare di un argomento che risulta ai più abbastanza ostico: la soggettività della sofferenza. 

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Oggettivamente – che parola strana per analizzare un essere umano – potrete rendervi conto come nella vita di Anna non ci siano dei problemi “gravi”. Anna ha una famiglia presente, un lavoro guadagnatosi con una laurea, delle relazioni sociali e un fidanzato. Non stiamo parlando di una ragazza dei quartieri malfamati di Milano, di una persona con abusi alle spalle e una situazione familiare complicata. Stiamo parlando di una persona con un futuro che ha tutte le probabilità di essere radioso.

Quello che non sappiamo – ma che se ho fatto un buon lavoro nei primi capitoli del romanzo potrebbe diventarvi chiaro nella loro lettura – è come si sentiva Anna. Quello che scopriremmo stando nella testa di questa giovane ragazza è che crede di non valere niente, di non essere all’altezza del suo ruolo come insegnante, che non si sente amata dal suo ragazzo, che ha paura di essere una delusione per i suoi genitori… sono mesi che Anna non si sente bene, la pressione su di lei aumenta, è costantemente stanca e i pensieri e le paure non la lasciano in pace. E nella sera del suo compleanno, lasciata sola dagli amici, dopo aver perso il suo lavoro precario e non essere riuscita a piazzarsi come voleva in un concorso per diventare insegnante di ruolo, Anna prende la porta di casa e sparisce.

Saputo questo potrebbe esservi più chiaro l’impulso che ha raggiunto Anna quella sera, ma per alcuni potrebbe non essere ancora sufficiente. La situazione della ragazza non è disperata, si è trattato di un compleanno e un concorso andati in maniera sfortunata e di un lavoro che si può sempre cambiare, dopotutto Anna non è lasciata a se stessa, i suoi genitori le potrebbero dare una mano. Ma allora, perché?

Perché per Anna il dolore provato in quel momento si è rivelato insopportabile e ha perso la speranza. Il dolore non ha un’unità di misura, non esiste nessuno che decide cosa sia lecito o no provare in una situazione. Non esiste un “giusto e uno sbagliato” nelle emozioni. La sensibilità è propria di ognuno e sfortunatamente a volte può essere amplificata da una malattia, come ad esempio in una depressione non curata. 

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Un’altra persona nella stessa situazione di Anna non si sarebbe sentita disperata? Forse, ma questo non rende meno legittimo quello che lei ha provato. Non si possono controllare le proprie emozioni, quello che si può controllare è il comportamento che ne deriva. 

Il 10 ottobre sarà la giornata mondiale della Salute mondiale, ed è fondamentale per me lasciare questo messaggio: quando si sente sopraffatti – perché Anna potrebbe essere un personaggio di fantasia, ma di persone come Anna ne esistono tante – è importante sapere di poter chiedere aiuto. E i servizi di salute mentale hanno sempre le porte aperte per chi chiede.

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