Giappone 360: la lingua giapponese

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I LIBRI DI LORENZO FOSCHI

Giappone360: La lingua giapponese

C’è un momento, dopo un viaggio in Giappone, in cui smetti di dire “prima o poi imparerò la lingua” e inizi davvero. È una di quelle decisioni che nascono quasi senza pensarci, ma che poi ti trascinano dentro un mondo completamente diverso da qualsiasi lingua europea. Anch’io ho iniziato da poco, e la prima sensazione è stata duplice: da un lato entusiasmo puro, dall’altro la consapevolezza che qui non si tratta semplicemente di memorizzare vocaboli, ma di cambiare completamente modo di pensare.

La prima tappa sono stati gli hiragana, e devo dire che sono stati sorprendentemente accessibili. In pochi giorni si riescono a riconoscere e leggere, e danno subito quella soddisfazione iniziale che ti fa credere che forse, in fondo, non sia così impossibile. Poi però arrivano i katakana, e lì qualcosa cambia. Non sono più difficili in senso assoluto, ma risultano più noiosi e, soprattutto, più confusionari. Molti simboli si assomigliano tra loro, alcuni differiscono per dettagli minimi, e la lettura richiede uno sforzo maggiore. È come se fossero la versione meno intuitiva e più “tecnica” degli hiragana, e infatti vengono usati soprattutto per parole straniere.

E poi, inevitabilmente, si arriva ai kanji. Ed è lì che il giapponese smette di essere una lingua e diventa quasi una disciplina. Migliaia di caratteri, ognuno con più letture possibili, significati che cambiano a seconda del contesto, e una memorizzazione che richiede tempo, costanza e una certa dose di umiltà. Non è solo una questione di studio, ma di abitudine mentale: iniziare a riconoscere i kanji è come imparare a leggere da capo, ma in un sistema completamente diverso.

Paradossalmente, però, la difficoltà maggiore non sta nemmeno nella scrittura, ma nello speaking. Costruire frasi in giapponese significa abbandonare completamente la struttura a cui siamo abituati in italiano e in inglese. Il verbo alla fine, le particelle che definiscono il ruolo delle parole, le sfumature di formalità, i sottintesi continui. Non basta tradurre mentalmente: bisogna proprio riorganizzare il pensiero. Ed è qui che si capisce perché, al contrario, per i giapponesi imparare l’inglese sia così difficile. Non è solo una questione di vocaboli, ma di struttura mentale completamente diversa.

E poi c’è un aspetto che all’inizio fa sorridere: una quantità sorprendente di parole giapponesi deriva direttamente dall’inglese, adattato però alla fonetica locale. Si stima che una buona fetta del vocabolario moderno, anche oltre il 10-15% in alcuni contesti, sia composta da prestiti linguistici. Così “computer” diventa “konpyuutaa”, “coffee” diventa “koohii”, e improvvisamente ti accorgi che stai capendo più di quanto pensassi… almeno finché non ti rendi conto che la pronuncia può cambiare abbastanza da confondere comunque.

Nel mio percorso ho capito abbastanza in fretta che non tutti i metodi sono uguali. App come Duolingo possono essere utili per iniziare, ma restano superficiali e poco strutturate. Molto più efficace è usare strumenti come Anki, con il suo sistema di ripetizione dilazionata che ti obbliga a memorizzare davvero nel lungo periodo, e libri come Genki, che costruiscono le basi in modo progressivo e ragionato. È un approccio meno “giocoso”, ma decisamente più solido.

Alla fine, imparare il giapponese è un’esperienza che va oltre la lingua. È un esercizio di pazienza, di adattamento e, in un certo senso, di umiltà. Ti costringe a rallentare, a sbagliare spesso, a ripartire da zero. Ma è anche uno dei modi più profondi per entrare davvero in contatto con il Giappone, andando oltre la superficie fatta di viaggi e impressioni. E forse è proprio questo il punto: non imparare una lingua per usarla, ma usarla per capire un mondo diverso dal proprio.

 

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