società

Il corpo che cambia e la DISMORFIA

Lo sappiamo: la pubertà trasforma rapidamente il corpo dei preadolescenti, generando spesso insicurezze e, nei casi più complessi, il rischio di una percezione distorta di sé o dismorfia. Spesso l’inizio di tutto è lo scatto di crescita, cioè l’aumento rapido e improvviso di statura e peso. I primi a crescere nella classe sono solitamente quelli che poi camminano curvi per mesi o anni, finché anche gli amici li raggiungono. L’aumento di peso poi può essere vissuto male da molti, ma l’arrotondamento delle forme è necessario è fondamentale. La comparsa dei caratteri sessuali secondari (crescita del seno, dei peli, muta della voce) è forse la parte più evidente del cambiamento e della crescita. Il menarca e lo spermarca ne sono poi la conseguenza, con l’avvenuta maturazione sessuale. La crescita però può portare a disarmonie temporanee. Le diverse parti del corpo crescono a ritmi differenti, causando goffaggine o un senso di estraneità verso la propria immagine. È in questo momento che nasce il rischio dismorfia. Il dismorfismo corporeo (o dismorfofobia) è l’ossessione per un difetto fisico minimo o inesistente agli occhi degli altri. Il confronto costante con i coetanei, i cambiamenti ormonali e l’influenza dei social media amplificano l’insoddisfazione corporea. Quali sono i segnali d’allarme?Controllo continuo allo specchio, la svalutazione estrema del proprio aspetto o l’isolamento sociale. È proprio ciò che succede a Chiara in “Il posto nel gruppo”. Quando nello spogliatoio della piscina una compagna fa una battuta senza malizia sul suo seno che sta crescendo, tutto cambia…

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F.O.M.O. e iperconnessione

Parliamo di questo problema, che affligge i giovanissimi ma non solo? La FOMO è la Fear Of Missing Out, letteralmente la paura di essere esclusi o di perdersi qualcosa. Iperconnessione significa essere sempre connessi, tramite notifiche, app, ecc . Le due sono legate da un circolo vizioso: l’essere sempre online alimenta l’ansia di perdere aggiornamenti, e questa stessa ansia spinge a rimanere iperconnessi. L’accesso continuo a internet e agli smartphone rende visibile in tempo reale la vita degli altri, attivando il timore costante che stia accadendo qualcosa di imperdibile altrove. Spoiler: non è così. Per placare questa insicurezza, la persona controlla lo schermo in modo ripetuto, trasformando l’uso della tecnologia in un comportamento di ossessione. Ma più tempo si passa sui social, più cresce il confronto sociale con le vite apparentemente perfette degli altri, il che accresce l’ansia e, di conseguenza, il bisogno di restare connessi. Insomma un circolo continuo e deleterio. Aumentano così ansia e stress. L’interruzione continua delle proprie attività e la necessità di risposte immediate riducono il benessere psicologico, diminuiscono le capacità di attenzione e concentrazione e quindi aumenta nelle persone la stanchezza mentale. Inoltre, dato che l’attenzione è rivolta al mondo virtuale anziché alla realtà vissuta in prima persona, in realtà si finisce davvero per perdersi qualcosa, anzi tutto: si smette di vivere davvero e si continua a guardare scorrere la vita DEGLI ALTRI. Allora meglio praticare la JOMO (Joy of Missing Out) e vivere davvero! La situazione di Tommaso in “Il posto nel gruppo” riflette perfettamente la F.O.M.O. Il ragazzino si accorge che gli amici hanno un gruppo whatsapp dove lui non è inserito. Inizia subito a pensare che lo abbiano escluso per qualche motivo, che così si stia perdendo chissà quali eventi e scambi di informazioni… Volete sapere che succede poi? Il libro è disponibile sia in formato cartaceo che ebook.

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Feed e social network: controllo dei bisogni?

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Libri di Oriana Turus Fai clic qui I FEED RISPECCHIANO SEMPRE I BISOGNI DEGLI UTENTI? Ormai sui social veniamo bombardati di continuo da pubblicità, a volte andiamo oltre, altre volte ci fermiamo a guardare, incuriositi da un prodotto, un’immagine, un video o altro. Ed è così che i nostri feed si animano di “siccome hai guardato quello, questo potrebbe piacerti”, messaggi che facciamo fatica a controllare tanto sono frequenti. Fosse finita qui, non ci sarebbero molti problemi, in fondo, questa campagna mediatica una volta la vedevamo solo in tv, mentre ora ci basta scorrere le dita su uno schermo, stessa modalità usata per attirare l’attenzione, diverso metodo per farlo. In pratica i feed funzionano attraverso degli algoritmi che scelgono e propongono contenuti in base agli interessi (veri o presunti) e alle interazioni degli utenti. Ma avete notato che, ultimamente, non è sempre così e che quello che viene propinato non c’entra con quello che ci interessa, ma è più legato all’età e al sesso di noi utenti? Ecco che dunque la bacheca social di una donna di quarantacinque anni (numero a caso…) si riempie di consigli su come affrontare le tempeste ormonali, su diete e attività fisica e, dulcis in fundo, su come riconquistare il proprio marito che, dopo esserci lasciare andare un po’ troppo, non fa che ribadire quanto le altre donne siano più in forma di te. Fateci caso: video di donne leggermente sovrappeso i cui uomini, cinquantenni super muscolosi e palestrati, criticano le rotondità e chiedono di rimettersi in forma in vista dell’estate o di un evento importante. E allora dai, facciamo sentire le donne una schifezza, tanto poi ci pensa il thai-chi coreano o chi per esso a fare i miracoli. Evviva! Così gli uomini possono finalmente “esibire” le proprie mogli in pubblico. Non pensate sia profondamente sbagliato il messaggio che viene lanciato? Non vi sembra un po’ retrogrado, maschilista e con pure un po’ di body-shaming?   Come se per gli uomini non valesse la stessa cosa. Perché non appaiono mai video di mariti che “sfigurano” accanto alle proprie mogli? Perché devono sempre essere le donne quelle “sbagliate”? Il discorso è parecchio complesso e un articolo non basterebbe a raccontare tutto ciò che ci sta dietro e il perché viviamo in una società come la nostra. Ma forse fa bene ragionare su quello che ci viene proposto quando apriamo i social e quanto questo impatti la nostra vita. Perché non tutti sono in grado di scrollare o di andare avanti. C’è chi si ferma e inizia a pensare di non valere nulla. E questo andrebbe fermato. Scopri Land Magazine Oriana Turus Settembre 22, 2026 Questione di lumache A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More admin Settembre 22, 2026 La famiglia Twinings: da Thomas a Elizabeth, la dinastia che trasformò il tè in un simbolo inglese La famiglia Twinings: da Thomas a Elizabeth, la dinastia che trasformò il tè in un simbolo ingleseOggi basta leggere la parola Twinings su una scatola di tè per evocare immediatamente Read More admin Settembre 22, 2026 3 delitti irrisolti di Torino: i cold case che ancora oggi non hanno un colpevole Torino conserva i propri misteri con una discrezione quasi perfetta. 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Dettagli Editore:Giunti Editore Collana:LE ZEBRE Copertina:Cartonato con sovraccoperta Pagine:96 Dimensioni:13.0 x 18.0 cm Data di pubblicazione:23 settembre 2026 ISBN:9791223275351 Fascia di età:Età: a partire dai 7 anni Carmen Pellegrino LA Read More admin Settembre 20, 2026 Il Kansas prima del Mago di Oz: perché uno Stato è diventato il simbolo dell’America di provincia Quando pensiamo al Kansas, probabilmente vediamo già una casa di legno in mezzo a una distesa piatta, il vento che attraversa l’erba, una strada che sembra proseguire all’infinito, un fienile, Read More admin Settembre 20, 2026 Amelia Butterworth su Reddit: abbiamo portato nel 2026 la prima detective seriale della letteratura. E hanno cominciato a riderle in faccia Amelia Butterworth su Reddit: abbiamo portato nel 2026 la prima detective seriale della letteratura. E hanno cominciato a riderle in facciaIeri, all’una di notte, reduce da un concerto metal e Read More admin Settembre 19, 2026 Una passeggiata per Torino con Teresina Tua: «Qui sono stata bambina, prima che il mondo mi chiamasse prodigio» Torino, seconda metà dell’Ottocento. Prima di Parigi, prima dei grandi teatri europei, prima degli incontri con alcuni dei protagonisti della musica del suo tempo, c’era una bambina torinese con un Read More admin Settembre 19, 2026 Age gap: alle origini del romance che ama la differenza d’età Oggi lo chiamiamo age gap romance e sappiamo perfettamente che cosa aspettarci quando questa definizione compare nella presentazione di un romanzo: due protagonisti separati da una differenza d’età significativa, spesso Read More admin Settembre 18, 2026 Chi era davvero Mary Bennet? Jane Austen non ne fece un’eroina: la riscrittura di The Other Bennet Sister C’è qualcosa di irresistibile, per il nostro presente, nei personaggi dimenticati. Prendiamo una figura rimasta ai margini di un grande classico, le concediamo un trauma, una voce che nessuno aveva Read More

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3 delitti irrisolti di Torino: i cold case che ancora oggi non hanno un colpevole

Torino conserva i propri misteri con una discrezione quasi perfetta. Dietro i portoni dei palazzi, lungo le strade della collina, negli appartamenti dei quartieri residenziali e persino nelle zone che oggi attraversiamo senza prestarvi attenzione si sono consumati delitti per i quali, a distanza di decenni, manca ancora una risposta definitiva. Sono i cold case di Torino, omicidi sui quali investigatori e magistrati hanno lavorato per anni, seguendo piste, interrogando conoscenti, arrestando sospettati e, in alcuni casi, tornando sui reperti molto tempo dopo grazie alle nuove tecniche scientifiche. Eppure qualcosa continua a mancare: un nome, una prova decisiva, il particolare capace di trasformare un sospetto in una verità giudiziaria. Abbiamo raccolto 3 casi particolarmente inquietanti; alcuni risalgono agli anni Cinquanta, altri sono molto più recenti, ma tutti condividono una domanda rimasta sospesa nel tempo: chi ha ucciso? 1. Mario Giliberti e Diabolich: l’assassino che annunciò il proprio delitto Torino, febbraio 1958. Mario Giliberti ha ventisette anni, arriva da Lucera, lavora alla Fiat e vive in una sistemazione piuttosto precaria ricavata nel retrobottega di un ex laboratorio da calzolaio, al numero 20 di via Fontanesi. Il 25 febbraio viene trovato morto. È stato colpito ripetutamente con un coltello; le ricostruzioni dell’epoca parlano di diciotto coltellate. Già questo basterebbe a trasformare la vicenda in uno dei grandi casi di cronaca nera della Torino del dopoguerra. Quello che accade intorno al cadavere, però, sembra uscito da un romanzo giallo. L’assassino vuole essere ascoltato. Qualcuno telefona alla redazione de La Stampa sostenendo di avere commesso un delitto; arrivano inoltre comunicazioni alla stampa e alla polizia nelle quali l’autore rivendica l’omicidio. Una delle lettere contiene addirittura un enigma: osservando la costruzione del testo è possibile ricavare l’indirizzo via Fontanesi 20. Sul luogo del delitto viene inoltre lasciato un biglietto con una provocazione rivolta agli investigatori: riusciranno a trovare l’assassino? L’uomo si firma con uno pseudonimo destinato a diventare leggendario: Diabolich. Gli investigatori concentrano i sospetti su Aldo Cugini, amico ed ex commilitone di Giliberti. Viene arrestato nel marzo 1958 e rimane in carcere per quasi cinque mesi, ma gli elementi raccolti non consentono di attribuirgli l’omicidio. Il caso rimane irrisolto. A rendere tutto ancora più curioso c’è una coincidenza entrata nella storia della cultura popolare italiana: pochi anni dopo, nel 1962, nascerà Diabolik, il criminale creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani; il precedente torinese di “Diabolich” viene indicato dalle ricostruzioni sul caso come una delle fonti legate alla scelta del nome. L’uomo che volle raccontare il proprio omicidio ai giornali, invece, non ha mai avuto un volto. 2. Giorgia Padoan: due tazzine di caffè e un assassino che lei probabilmente conosceva Il 9 febbraio 1988 Giorgia Padoan ha ventun anni, studia Lingue all’università e vive con la madre in via San Gottardo, a Torino. Quel giorno qualcuno entra nel suo appartamento. Non sembra esserci stata un’irruzione violenta: tutto porta a pensare che Giorgia abbia aperto volontariamente la porta al proprio visitatore. Nell’appartamento vengono infatti trovate due tazzine da caffè, lavate; secondo la ricostruzione investigativa, è molto probabile che la ragazza conoscesse la persona che aveva fatto entrare. Quando la madre torna dal lavoro poco prima delle quattordici trova Giorgia morta. La ragazza è stata strangolata con una catenella che non verrà mai recuperata. Le indagini si concentrano inevitabilmente sulle persone che frequentavano la giovane. Giorgia non sembrava avere nemici e proprio questa normalità rende il caso ancora più difficile: se aveva aperto la porta all’assassino e gli aveva persino preparato il caffè, chi poteva essere? Nel corso degli anni compare un elemento impressionante. Pochi giorni dopo l’omicidio, il padre di Giorgia riceve la telefonata di un giovane che chiede perdono e sostiene di essere responsabile della morte della ragazza. Il padre riesce a registrare parte della conversazione. Molti anni dopo, quando l’inchiesta viene riaperta, una perizia fonica individua una compatibilità tra quella voce e quella di un uomo che aveva frequentato lo stesso corso universitario di Giorgia. L’uomo viene indagato, ma gli elementi raccolti non risultano sufficienti per sostenere un’accusa. Ancora oggi non esiste una verità giudiziaria sull’identità dell’assassino. Rimangono quelle due tazzine. Una ragazza che evidentemente non si sentiva in pericolo. E qualcuno che, dopo avere bevuto un caffè con lei, è uscito dall’appartamento lasciandola senza vita. 3. Erio Codecà: chi voleva morto un dirigente della Fiat? https://www.landeditore.it/wp-content/uploads/2026/09/s.-Fabrizio-Oliviero-con-logo.mp4 La sera del 16 aprile 1952, Erio Codecà esce dalla propria abitazione di via Villa della Regina per portare a spasso il cane. Codecà ha cinquant’anni ed è un importante dirigente del mondo Fiat; ha lavorato anche all’estero e, al momento della morte, occupa un ruolo di primo piano nella struttura industriale torinese. Intorno alle nove di sera qualcuno lo aspetta. Viene ucciso nei pressi della propria abitazione con un colpo d’arma da fuoco. Nessun testimone riesce a fornire agli investigatori la risposta fondamentale: chi ha sparato? Comincia una delle indagini più controverse della Torino del dopoguerra. Perché uccidere Codecà? Nel corso degli anni vengono formulate numerose ipotesi e il contesto rende il caso particolarmente suggestivo: siamo nei primi anni della Guerra fredda e Codecà è un dirigente di una delle aziende industriali strategicamente più importanti d’Italia. Le indagini esplorano piste differenti, comprese quelle politiche e quelle collegate alle attività industriali. Un uomo viene anche portato a processo: Giuseppe Faletto, ex partigiano. Nel 1958 viene però assolto per insufficienza di prove. Dopo oltre settant’anni, non sappiamo ancora chi abbia premuto il grilletto e soprattutto non sappiamo con certezza perché Codecà dovesse morire. È questo secondo interrogativo a rendere il caso particolarmente affascinante: dietro quell’unico colpo potrebbe esserci una storia molto più grande della scena del crimine sulla quale venne trovato il corpo. Oppure potrebbe esserci una spiegazione completamente diversa. Nessuna delle piste percorse è riuscita a diventare una verità definitiva. Scopri Land Magazine admin Settembre 22, 2026 3 delitti irrisolti di Torino: i cold case che ancora oggi non hanno un colpevole Read More admin Settembre 21, 2026 ROMANCE BOOK PARTY APPRODA AL CAMPANIA LIBRI FESTIVAL 2026 ROMANCE BOOK PARTY APPRODA AL CAMPANIA LIBRI

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Il Kansas prima del Mago di Oz: perché uno Stato è diventato il simbolo dell’America di provincia

Quando pensiamo al Kansas, probabilmente vediamo già una casa di legno in mezzo a una distesa piatta, il vento che attraversa l’erba, una strada che sembra proseguire all’infinito, un fienile, qualche animale e, naturalmente, un cielo abbastanza grande da diventare parte integrante del paesaggio. Poi, da qualche parte all’orizzonte, arriva il tornado. È quasi impossibile, ormai, separare il Kansas dall’immagine che Il meraviglioso Mago di Oz ha consegnato alla cultura popolare; eppure L. Frank Baum pubblicò il suo romanzo soltanto nel 1900, quando lo Stato aveva già alle spalle decenni di migrazioni, conflitti, ferrovie, fattorie, siccità, fallimenti e comunità nate praticamente dal nulla. Dorothy, quindi, arrivò quando buona parte degli elementi destinati a costruire l’immaginario del Kansas esisteva già e aspettava soltanto che la letteratura li trasformasse in simboli. Prima di Dorothy c’era la prateria Prima di parlare di pionieri occorre chiarire un aspetto fondamentale, spesso cancellato dalle rappresentazioni più romantiche della frontiera americana: il Kansas non era una terra vuota in attesa dell’arrivo dei coloni europei. Prima dell’espansione euroamericana, il territorio era abitato da diversi popoli nativi; la Kansas Historical Society ricorda, tra gli altri, Kansa, Pawnee e Osage e sottolinea come, dopo il 1830, nell’area fossero stati trasferiti anche numerosi popoli provenienti da est del Mississippi nell’ambito delle politiche federali di rimozione. Con il Kansas-Nebraska Act del 1854, il territorio venne aperto alla colonizzazione euroamericana e la nuova espansione provocò ulteriori spostamenti delle popolazioni native. Da questo processo storico comincia a formarsi uno degli elementi fondamentali del mito successivo: la terra, intesa contemporaneamente come spazio da occupare, coltivare e attraversare e come luogo sul quale costruire qualcosa destinato, almeno nelle intenzioni, ad appartenere a una famiglia per generazioni. Nel 1862 Abraham Lincoln firmò l’Homestead Act, che consentiva a chi possedeva determinati requisiti di rivendicare 160 acri di terreno pubblico e, rispettando condizioni come la residenza e la coltivazione, arrivare a ottenerne la proprietà. Molti terreni vennero acquistati attraverso altri sistemi e le compagnie ferroviarie ebbero un ruolo enorme nella distribuzione e nella promozione delle terre; l’Homestead Act contribuì comunque in maniera decisiva alla colonizzazione dell’Ovest e alla costruzione culturale dell’idea secondo cui una famiglia potesse ricominciare attraverso il possesso e il lavoro della terra. Dopo la Guerra civile il fenomeno accelerò enormemente e, tra la fine del conflitto e il 1890, più di un milione di persone arrivò in Kansas cercando una nuova vita; oltre il settanta per cento degli immigrati giunti nei primi due decenni di questa grande fase migratoria lavorava nell’agricoltura, che sarebbe rimasta l’occupazione principale dello Stato fino agli anni Venti del Novecento. Il paesaggio che ancora oggi associamo al Kansas cominciò così a prendere forma attraverso case isolate, campi sterminati, raccolti dai quali dipendeva la sopravvivenza economica di intere famiglie e comunità nelle quali la collaborazione poteva diventare una necessità concreta. La distanza tra una proprietà e l’altra, le difficoltà negli spostamenti e la dipendenza dalla terra contribuirono inoltre a creare quel particolare intreccio fra autonomia individuale e bisogno della comunità che sarebbe diventato uno dei temi ricorrenti della rappresentazione letteraria dell’America rurale. Il Kansas e la fragilità della vita agricola La fattoria significava indipendenza e possibilità di costruire qualcosa di proprio, accompagnate però da una vulnerabilità economica enorme, perché il destino di una famiglia poteva dipendere dalla pioggia, dalle temperature, dal raccolto, dal prezzo del grano, dai debiti, dalle banche e dalla possibilità di trasportare ciò che si produceva fino ai mercati. Negli ultimi anni Ottanta e nei primi Novanta dell’Ottocento, siccità e cattivi raccolti misero in seria difficoltà molti agricoltori del Kansas; aumentarono debiti e pignoramenti e numerose famiglie abbandonarono lo Stato. Questa crisi contribuì alla crescita del movimento populista, particolarmente forte in Kansas, dove molti agricoltori accusavano banche, ferrovie e grandi interessi economici di essere favoriti rispetto a chi lavorava la terra. L’immagine romantica della fattoria immersa nella prateria assume quindi un significato molto diverso quando viene osservata attraverso la realtà economica dell’epoca: dietro quella casa circondata da ettari di terra poteva esserci un’impresa familiare estremamente fragile, mentre il grande spazio aperto che oggi troviamo magnifico nelle fotografie poteva significare distanza, difficoltà negli spostamenti e dipendenza da collegamenti che non erano affatto scontati. Per questa ragione le ferrovie furono decisive. Dopo la Guerra civile la loro espansione accelerò enormemente, collegando le pianure con i mercati orientali e occidentali e contribuendo a determinare dove sarebbero nate e cresciute molte comunità; il governo sostenne lo sviluppo ferroviario attraverso concessioni di terre e altri strumenti, mentre le compagnie promossero attivamente l’insediamento lungo le proprie linee. La cittadina di provincia americana che oggi immaginiamo attraverso cinema e letteratura nacque spesso proprio dall’incontro fra terra, agricoltura e collegamenti, ai quali si aggiunsero progressivamente la scuola, la chiesa, il negozio, il giornale locale, la stazione e una rete di famiglie costrette dalla geografia e dalle circostanze a conoscersi, aiutarsi, osservare le rispettive vite e, naturalmente, litigare. Senza saperlo, abbiamo appena costruito l’ambientazione perfetta di una quantità considerevole di romance small town pubblicati centocinquant’anni dopo. Quando la fattoria diventa identità Il legame del Kansas con l’agricoltura continua a essere visibile ancora oggi: nel censimento agricolo del 2022, l’USDA contava 55.734 aziende agricole nello Stato, distribuite su circa 44,8 milioni di acri, con terreni agricoli che rappresentavano l’85,6% della superficie complessiva del Kansas. Non sorprende quindi che lo Stato sia diventato noto come Wheat State e Breadbasket of the World e che l’agricoltura abbia influenzato per generazioni economia, politica, abitudini sociali e cultura locale. Dal punto di vista letterario, però, il passaggio più interessante avviene quando un’attività economica diventa identità narrativa e la fattoria smette di essere percepita soltanto come il luogo nel quale si coltiva il grano, trasformandosi nella rappresentazione concreta della casa, della famiglia, dell’appartenenza, dell’eredità e della memoria. Quella terra apparteneva al padre che l’aveva lavorata per quarant’anni e al figlio che magari desiderava andarsene; apparteneva alla ragazza che avrebbe lasciato il paese cercando qualcosa di più grande e che, anni dopo, sarebbe potuta tornare trovando ancora la vecchia casa, i vicini e una comunità

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