società

FIGLI DI DUE PAESI

Mi sono chiesta cosa si provi a sapere di essere adottati. Non solo per quanto riguarda il fatto di essere biologicamente figli di una coppia e essere “di cuore” figli di un’altra. Ma anche, per le adozioni internazionali, cosa significhi essere figli di due paesi, quello in cui sei nata e quello in cui cresci. Quanto rimane in un bambino della sua cultura di nascita? E quanto invece diventa importante o predominante la cultura di adozione? Funziona allo stesso modo per i bambini figli di genitori provenienti da due paesi diversi o no? Ho provato a cercare una risposta generale, tenendo ben presente che ogni esperienza personale è diversa. La doppia appartenenza culturale, l’essere “figli di due paesi”, è una sfida complessa. Conservare la memoria del paese di origine può essere una scelta o una necessità, anche in base all’età del minore quando viene adottato. Inserirsi nella cultura adottante è però necessario per l’integrazione sociale, per sviluppare un nuovo senso di appartenenza. Ma si sviluppano traumi? Forse. Conoscere entrambe le culture è necessario? Di nuovo, forse. Tutti i minori adottati sviluppano poi, anche solo una volta divenuti adulti, la volontà o la necessità di riavvicinarsi alla cultura di origine? No, non sempre. Ho chiesto il parere di Rupa Muolo, la donna che ha ispirato il libro per ragazzi “Pragasi”, di Felice Muolo. «Tu sei italiana. Ma ti senti ANCHE italiana? O ti senti ANCHE indiana? Perché? E crescendo come è stato il rapporto con il tuo paese di origine?» «Mi considero più figlia del mondo, come mi hanno sempre insegnato i miei genitori, figlia amata, dalle radici italiane, anzi pugliesi, ma anche l’indiana con il puntino, puntino inteso per il bindi, decorazione tipicamente asiatica.Sono un mix delle due identità, certamente la parte italiana è quella che mi ha resa figlia delle possibilità, quella indiana è scolpita sulla pelle, nel nome, il cui significato è il motore del mio vivere».

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Cambiamo la carta geografica (finalmente)

Le Nazioni Unite hanno approvato una storica risoluzione che segna la nascita di una nuova cartografia del mondo. L’Assemblea Generale dell’ONU ha infatti votato a larga maggioranza (164 voti favorevoli – 6 astenuti – 1 contrario) la risoluzione internazionale “Correct the Map”, promossa dal Togo e dagli Stati africani, che prevede il progressivo abbandono della tradizionale proiezione di Mercatore a favore della proiezione Equal Earth. Questa decisione storica ha l’obiettivo di adottare una rappresentazione geografica molto più fedele alle reali dimensioni dei continenti, ponendo fine a distorsioni visive vecchie di quasi 500 anni. La Proiezione di Mercatore risale al 1569, la Proiezione Equal Earth è stata sviluppata nel 2018 da Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. Nella prima la rappresentazione dell’Africa la vede fortemente rimpicciolita e la Groenlandia appare grande quasi quanto l’intero continente africano (che nella realtà è 14 volte maggiore). La nuova proiezione è più fedele alla realtà, con l’Africa recupera le sue reali e imponenti dimensioni proporzionali. Nella precedente versione il Nord del Mondo (Europa/USA/Russia) era sproporzionatamente grande e visivamente dominante rispetto al resto del globo. Nella nuova mappa è ridimensionato, riflettendo le reali proporzioni di superficie terrestre. La proiezione di Mercatore rimane ideale per la navigazione marina e aerea perché conserva intatti gli angoli e le rotte. La nuova proiezione è invece corretta per la didattica, la geopolitica e il pubblico, garantendo equità visiva tra i continenti. Perché questo cambiamento è sia politico che culturale?La proiezione di Mercatore non viene cancellata del tutto, poiché rimane uno strumento tecnico fondamentale per i navigatori. Tuttavia, l’uso diffuso nelle scuole e nei media ha per secoli “modellato l’immaginazione e influenzato la percezione collettiva” a favore del Nord del mondo. Paesi come la Francia hanno già annunciato di voler introdurre la mappa Equal Earth nei libri scolastici, mentre gli Stati Uniti hanno espresso un voto contrario, definendo la discussione un dispendio di tempo su progetti cartografici del XVI secolo rispetto ad altre urgenze globali.

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Il fantasy per ragazzi: cinque modi in cui può salvarci

Draghi, regni perduti, scuole di magia, creature impossibili, profezie, portali che conducono altrove. Per molto tempo una parte della critica ha guardato al fantasy per ragazzi con una certa condiscendenza, come se fosse una letteratura destinata soprattutto a chi desidera fuggire dalla realtà: piacevole, certamente; avventurosa, magari persino educativa; ma comunque meno necessaria di quella narrativa che sceglie di confrontarsi direttamente con il mondo così com’è. Il problema di questa interpretazione è che parte da un equivoco. Il fantasy non nasce necessariamente per portarci lontano dalla realtà. Molto spesso costruisce un mondo impossibile proprio per permetterci di osservare meglio quello possibile. È una funzione antichissima della narrazione. Prima ancora che esistesse la categoria editoriale che oggi chiamiamo fantasy, gli esseri umani raccontavano storie di mostri, metamorfosi, divinità, foreste incantate, morti che ritornano e imprese impossibili. Il soprannaturale consentiva di dare una forma narrativa alle paure, ai desideri e ai conflitti che altrimenti sarebbero rimasti difficili da nominare. La letteratura fantastica contemporanea ha ereditato anche questa capacità e, quando si rivolge ai più giovani, può diventare uno spazio straordinariamente potente nel quale sperimentare il mondo senza esserne ancora travolti. Per questo il fantasy per ragazzi può, in un certo senso, salvarci. Non perché un romanzo possa risolvere magicamente i problemi di chi lo legge, naturalmente, ma perché esistono momenti della crescita nei quali trovare le parole per comprendere ciò che stiamo vivendo è già una forma di salvezza. 1. Ci insegna ad avere paura senza esserne sopraffatti C’è una ragione se le storie destinate ai bambini sono sempre state molto più spaventose di quanto gli adulti contemporanei tendano a ricordare. Le fiabe tradizionali sono piene di boschi nei quali ci si perde, genitori che scompaiono, streghe, lupi, orchi, abbandoni, fame e morte. Nel fantasy moderno il repertorio cambia, ma la funzione può essere sorprendentemente simile: il mostro permette alla paura di acquisire un corpo. Ed è molto più semplice combattere qualcosa che possiede un nome. Un bambino o un adolescente può provare angoscia, solitudine, gelosia, rabbia, paura dell’abbandono o del fallimento senza essere ancora capace di riconoscere esattamente quello che gli sta accadendo. La letteratura fantastica compie allora un’operazione narrativa preziosa: trasforma qualcosa di astratto in qualcosa che può essere affrontato. La paura diventa un drago. Il dolore diventa una maledizione. L’isolamento diventa una torre. La perdita diventa un regno nel quale qualcuno è scomparso. Naturalmente il drago rimane immaginario, mentre ciò che rappresenta può essere tremendamente reale. Proprio questa distanza permette però al giovane lettore di avvicinarsi a emozioni difficili senza essere costretto ad affrontarle frontalmente. Può osservare un personaggio che trema davanti al mostro e continuare a leggere. Può scoprire che avere paura non significa necessariamente essere codardi e, soprattutto, che il coraggio non coincide con l’assenza della paura. È forse una delle lezioni più importanti che il fantasy possa offrire: gli eroi hanno paura quasi sempre. La differenza è ciò che decidono di fare mentre hanno paura. 2. Ci ricorda che essere diversi può diventare una forza Gran parte della letteratura fantastica comincia con qualcuno che non appartiene completamente al luogo nel quale vive. Il protagonista è troppo strano, troppo debole, troppo impacciato, troppo curioso. Possiede qualcosa che gli altri non comprendono oppure gli manca qualcosa che tutti sembrano avere. Talvolta è letteralmente appartenente a un altro popolo, un’altra specie, un altro mondo. In altri casi la diversità rimane più sottile, ma il meccanismo narrativo è lo stesso: il viaggio comincia da una frattura tra il protagonista e ciò che viene considerato normale. Per un lettore giovane questa dinamica possiede una forza particolare perché crescere significa anche attraversare continuamente il problema dell’appartenenza. Durante l’infanzia e soprattutto l’adolescenza, essere accettati dal gruppo può sembrare una questione gigantesca. Il corpo cambia, cambiano gli interessi, emergono desideri e caratteristiche personali che possono allontanare dalle aspettative della famiglia, della scuola o dei coetanei. In questa fase il fantasy offre qualcosa che la narrativa strettamente realistica non sempre riesce a concedere con la stessa immediatezza: un universo nel quale l’anomalia può smettere di essere semplicemente un difetto. Il ragazzo che non riesce a integrarsi potrebbe essere l’unico capace di parlare con i draghi. La bambina considerata strana potrebbe comprendere una lingua dimenticata. Il personaggio escluso dal villaggio potrebbe essere proprio colui che riuscirà a salvarlo. Bisogna stare attenti, naturalmente, a non trasformare questo schema in un’altra forma di retorica. Nella vita reale non abbiamo bisogno di scoprire di possedere poteri magici per meritare rispetto. Il valore più profondo di queste storie sta proprio un passo prima: insegnano che la normalità non è l’unico parametro attraverso il quale misurare una persona. E qualche volta, a dodici o tredici anni, leggere una storia nella quale lo strano non deve necessariamente smettere di essere strano per trovare il proprio posto nel mondo può essere enormemente importante. 3. Ci permette di parlare delle cose difficili senza trasformarle in una lezione Guerra, discriminazione, razzismo, potere, colonialismo, violenza, lutto, identità, disabilità, disuguaglianza sociale, amore, sessualità, famiglia: non esiste praticamente argomento che il fantasy non possa affrontare. La differenza è che può farlo attraverso una distanza simbolica. Un regime autoritario può diventare un impero governato da un sovrano immortale. Il razzismo può essere raccontato attraverso il conflitto fra popoli immaginari. La discriminazione può emergere attraverso una società nella quale alcune forme di magia sono proibite. Il privilegio può assumere la forma di un potere ereditario riservato a poche famiglie. Questo non significa che il fantasy debba sostituire le storie realistiche né, tantomeno, che ogni discriminazione reale possa essere perfettamente sovrapposta a un conflitto inventato. Le metafore hanno dei limiti e vanno maneggiate con intelligenza. Ma proprio perché non riproduce necessariamente la realtà in maniera letterale, il fantastico può creare uno spazio nel quale il lettore è costretto a interrogarsi sui meccanismi del potere prima ancora di riconoscere le etichette con cui è abituato a identificarli. Un ragazzo può indignarsi perché in un regno immaginario una categoria di persone non può frequentare una scuola. Può trovare assurdo che qualcuno venga

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Si può avere più di una casa? L’identità dei bambini adottati tra origini e appartenenza

Quando si parla di adozione e identità, c’è una domanda che ritorna spesso, anche quando nessuno ha il coraggio di formularla apertamente: un bambino che desidera conoscere le proprie origini sta forse mettendo in discussione la famiglia nella quale è cresciuto? La risposta più semplice è anche quella che, culturalmente, sembriamo fare più fatica ad accettare: no. Voler sapere da dove si viene non significa necessariamente voler andare via da dove si è. Cercare informazioni sulla propria famiglia biologica, sul Paese di nascita, sulla lingua che si sarebbe potuta parlare, sui lineamenti ereditati o sulle circostanze che hanno preceduto l’adozione non cancella gli anni trascorsi con i genitori adottivi, gli abbracci ricevuti, le litigate, le vacanze, le fotografie sul frigorifero, i compleanni festeggiati insieme e quella quantità apparentemente insignificante di gesti quotidiani attraverso cui una famiglia diventa, semplicemente, una famiglia. Eppure il racconto dell’adozione continua spesso a essere costruito intorno a una falsa alternativa: o le origini o l’appartenenza. Come se nel cuore e nell’identità di una persona ci fosse posto per una sola storia. L’identità di un bambino adottato non comincia il giorno dell’adozione Uno degli errori più comuni nel modo in cui raccontiamo l’adozione consiste nel considerarla una sorta di nuovo inizio assoluto. C’è un “prima”, spesso nebuloso e doloroso, e poi arriva un “dopo” che dovrebbe in qualche modo sostituirlo. La nuova famiglia diventa la storia principale, mentre ciò che è avvenuto precedentemente rischia di essere relegato a una specie di prologo del quale sarebbe preferibile parlare il meno possibile. Ma nessuna persona comincia a esistere nel momento in cui entra nella propria famiglia adottiva. Prima di quel momento esiste già una storia. A volte è lunga, altre volte brevissima; può essere conosciuta nei dettagli oppure essere composta quasi esclusivamente da domande. Esistono comunque un luogo di nascita, un corpo, una genealogia biologica e una serie di circostanze che hanno condotto all’adozione. Nell’adozione internazionale si aggiungono inoltre un Paese, una cultura e talvolta una lingua diversa da quella che diventerà la lingua quotidiana del bambino. Riconoscere l’esistenza di questa storia non diminuisce l’importanza della famiglia adottiva. Significa, piuttosto, riconoscere al bambino il diritto di percepire la propria vita come una vicenda intera, senza essere costretto a cancellarne una parte per legittimarne un’altra. È proprio qui che la parola appartenenza diventa interessante. Perché siamo abituati a immaginarla come qualcosa di esclusivo: appartengo qui, dunque non posso appartenere anche altrove. Ma l’identità umana funziona raramente in maniera così ordinata. Possiamo sentirci profondamente legati alla città nella quale siamo cresciuti e continuare a considerare importante quella nella quale siamo nati; possiamo amare la lingua che parliamo ogni giorno e provare curiosità per quella dei nostri antenati; possiamo riconoscere pienamente qualcuno come nostro padre o nostra madre senza smettere di domandarci da chi abbiamo ereditato il colore degli occhi. Le appartenenze possono sommarsi. Conoscere le proprie origini non significa amare meno la famiglia adottiva È forse questo uno degli equivoci più dolorosi che possono accompagnare il tema della ricerca delle origini. La curiosità del figlio adottivo rischia di essere interpretata dagli adulti come una valutazione implicita della famiglia presente: se vuole sapere chi erano i suoi genitori biologici, forse noi non siamo stati abbastanza. Se desidera visitare il Paese in cui è nato, forse non sente davvero questo come casa sua. Se fantastica sulla propria famiglia d’origine, forse vorrebbe una vita diversa. Ma sono conclusioni che nascono soprattutto dalla paura degli adulti. Una persona può essere felice della propria famiglia e avere comunque delle domande. Anzi, proprio la sicurezza affettiva può offrire lo spazio necessario per formularle senza sentirsi minacciata dalla possibilità delle risposte. C’è poi una differenza fondamentale tra cercare qualcuno e cercare se stessi. Quando una persona adottata vuole conoscere le proprie origini, le due dimensioni possono naturalmente intrecciarsi, ma la ricerca non riguarda necessariamente il desiderio di ricostruire un rapporto con la famiglia biologica. Può riguardare qualcosa di molto più elementare: comprendere la propria storia. Da chi viene il mio naso? C’erano persone alte nella mia famiglia? Perché sono stato dato in adozione? Qual era il mio primo nome? Qualcuno mi ha tenuto in braccio appena nato? Ho fratelli? Perché sono nato proprio lì? Quali circostanze hanno portato gli adulti a prendere determinate decisioni? Sono domande che toccano il nucleo stesso della costruzione dell’identità. E non tutte avranno necessariamente una risposta. Il diritto alle domande, anche quando le risposte non esistono Questo è probabilmente uno degli aspetti più delicati dell’adozione: non tutte le storie possono essere ricostruite completamente. Documenti mancanti, informazioni incomplete, persone irreperibili, versioni contraddittorie degli eventi possono lasciare zone d’ombra che nessuna ricerca riuscirà a illuminare del tutto. Nell’adozione internazionale, inoltre, distanza geografica, differenze linguistiche e sistemi amministrativi differenti possono rendere la ricostruzione ancora più complessa. Ma il fatto che una domanda possa restare senza risposta non rende quella domanda illegittima. Un bambino dovrebbe poter chiedere senza avere la sensazione di ferire qualcuno. Dovrebbe poter dire «vorrei sapere» senza essere costretto immediatamente a rassicurare gli adulti che ama. Dovrebbe poter essere curioso, arrabbiato, indifferente, entusiasta, confuso o perfino contraddittorio rispetto alla propria storia. E soprattutto dovrebbe poter cambiare idea. Non tutti i bambini adottati manifestano lo stesso interesse verso le proprie origini e non esiste un modo corretto di vivere questa parte della propria identità. Alcuni desiderano sapere molto fin da piccoli, altri cominciano a interrogarsi durante l’adolescenza o l’età adulta; qualcuno intraprende una ricerca concreta, qualcun altro preferisce non farlo. C’è chi sente un forte legame con il Paese di nascita e chi non lo percepisce affatto. Trasformare la ricerca delle origini in un obbligo sarebbe speculare all’errore opposto, quello di considerarla un tradimento. La questione fondamentale è lasciare alla persona adottata lo spazio per decidere quanto quella parte della propria storia debba essere presente nella sua vita. Adozione internazionale: quando anche il corpo racconta una storia Nell’adozione internazionale esiste inoltre una dimensione che rende il rapporto con le origini particolarmente visibile. Un bambino può crescere completamente immerso nella cultura della propria famiglia adottiva

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ADOTTARE, COME SI FA?

Se si sceglie di adottare, a cosa si va incontro? In Italia, ad anni di burocrazia, accompagnamento e attesa! Facciamo una rapida ma non esaustiva panoramica. In Italia l’adozione è prima di tutto un percorso giuridico e sociale, intrapreso da una coppia etero sposata da almeno 3 anni o che abbia convissuto almeno 3 anni prima del matrimonio. Viene gestito dal Tribunale per i Minorenni e può essere nazionale (per minori dichiarati adottabili in Italia) o internazionale (per minori stranieri e residenti all’estero). I coniugi devono avere almeno 18 anni e non avere più di 45 anni di differenza con il minore adottando (la differenza viene calcolata dall’età del coniuge più giovane). Tutto inizia quando la coppia presenta la Dichiarazione di Disponibilità presso il Tribunale per i Minorenni. Il giudice incarica poi i Servizi Sociali per tutte le verifiche del caso (capacità genitoriali, stabilità affettiva e economica, motivazioni, ecc). Se la coppia viene considerata idonea, sulla base della relazione dei Servizi Sociali, il Tribunale emette una Dichiarazione di Idoneità. E qui inizia l’attesa, perché non funziona come nei film vintage, in cui la coppia si reca nell’Orfanotrofio e “sceglie” un bambino. Eh no(per fortuna, non siamo mica al supermercato!). Se idonea, la coppia viene chiamata in caso di abbinamento con un minore. Inizia poi io periodo di affidamento preadottivo (almeno un anno) prima che l’adozione diventi effettiva. Sul sito del Ministero della Giustizia (e spesso anche nei siti dei vari Tribunali) ci sono maggiori informazioni: https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/come_fare_per_diritti_relativi_a_cittadini_e_famiglia Abbiamo chiesto a Rupa Muolo, la trentaseienne la cui storia ha ispirato il libro per ragazzi “Pragasi”, di Felice Muolo (edito da First Letter editrice) di raccontarci cosa ricorda di quel primo periodo dell’adozione. «Quando sei stata adottata quanti anni avevi? Cosa ti avevano spiegato del processo di adozione? Quando hai saputo che saresti stata adottata e da chi?» «Adottata all’età di 6 anni e mezzo. Da prassi, l’Ente autorizzato, che accompagna e prepara le coppie che iniziano l’iter di Adozione Internazionale, preparano sia la coppia che il minore selezionato e abbinato alla famiglia dopo un percorso lungo, fatto di colloqui, burocrazia e tempi morti di attesa. Sia le famiglie che il minore vengono seguiti, informati passo passo del cammino del percorso adottivo. Al momento dell’abbinamento, sia la coppia che il minore prendono visione di foto l’uno dell’altra. Nel mio caso, io ero stata accompagnata da un nonno all’età di 4 anni presso un istituto, con la promessa di essere data in adozione. L’istituto era coordinato e gestito da Suore. Quindi tutte le informazioni preliminari mi sono state date dalla Suora Madre. Successivamente seguita dai referenti in loco dell’Ente in continua collabo Rupa ci ha inviato anche un suo pensiero, che vogliamo condividere con tutti voi: Tu sei adozione. Troppo banale amico. Io sono adozione e tormento. Perdono e rabbia. Nascita e rinascita. Libertà e appartenenza. Radici e rotte da inseguire. Sono amore e odio. Sono ragù e tandoori. Sono foglia secca e germoglio. Sono erbivora e mediterranea. Sono soldo di cacio e dahl indiano. Sono figlia di e dall’identità della fenice, nata per nascere, morire e risorgere. Sono chi non so di essere. Sono chi non avrei immaginato di essere. Sono chi ha scelto di essere questo niente che sono.

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