Nuove uscite

BULLISMO NELLA SCUOLA: L’IMPORTANZA DEI DOCENTI

Possiamo creare regole, prontuari, normative… ma se chi lavora nella scuola, a contatto con i ragazzi, non riconosce i comportamenti scorretti e non interviene, che si può fare? Il bullismo non è “una ragazzata”. È un comportamento ripetuto che umilia. In classe può cominciare con una battuta, un soprannome, un gruppo che esclude qualcuno in mensa. Poi può diventare spintoni, foto girate nelle chat, minacce. La vittima smette di parlare, i voti calano, le assenze aumentano. Il danno resta anche quando il campanello suona. C’è poco da fare: sono i docenti fanno la differenza. Sono gli adulti che vedono gli alunni ogni giorno che devono cogliere i segnali prima di tutti: lo studente che arriva sempre per ultimo, quello che non viene mai scelto nei gruppi, le risate che partono appena qualcuno apre bocca. Individuare è il primo passo. Significa non girare la testa quando una frase suona male, non liquidare tutto sufficienza. Cosa fare allora? Correggere. Correggere però non vuol dire solo punire. Vuol dire interrompere la dinamica. Il docente autorevole mette regole chiare e conseguenze coerenti, ma soprattutto insegna alternative: come si gestisce un conflitto, come si chiede scusa, come si difende un compagno senza diventare a propria volta aggressivi. Chi fa il bullo spesso cerca potere o approvazione. Se l’adulto risponde con coerenza, toglie pubblico al comportamento e restituisce responsabilità. È importante anche lavorare con l’intero gruppo classe: i veri alleati contro il bullismo sono gli spettatori silenziosi. Un insegnante che crea un clima in cui aiutare è normale sposta tutto il gruppo. Collaborare con famiglie, psicologo scolastico e dirigente completa la rete: nessuno ferma il bullismo da solo. I docenti non possono sostituirsi a genitori o tribunali, ma possono evitare che la scuola diventi un posto insicuro! Vedere subito, nominare il problema, intervenire con fermezza e educare alle relazioni … si può e si deve fare! Perché una classe che impara il rispetto è una classe dove si impara meglio tutto il resto! È proprio questo ciò che succede nella scuola de “La Banda +1”; grazie al prof. Salimberti, che interviene subito appena nota il disagio di Bianca, tutto finisce per il meglio.

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Off Campus e il ritorno dei Golden boy

C’è stato un momento, negli ultimi anni, in cui il romance mainstream ha iniziato a convincersi che per essere interessante dovesse necessariamente parlare di amori tossici, oscuri, distruttivi, persino estremi. I bad boy sono diventati uomini emotivamente indisponibili e da “salvare”, il desiderio si è trasformato in controllo, la tensione romantica in manipolazione. In mezzo a una valanga di dark romance, relazioni sbilanciate e protagonisti costruiti attorno al trauma e alla crudeltà, Off Campus arriva quasi come un’anomalia. E forse è proprio questo il motivo per cui funziona così bene. Garrett Graham non è un bad boy, è un golden boy da manuale. Ed era ora che una serie romance tornasse a parlare di ragazzi popolari non arroganti, distruttivi o emotivamente violenti. I protagonisti maschili sono capaci di essere gentili senza perdere fascino, vulnerabili senza perdere carisma, rispettosi senza diventare noiosi. Garrett è bello, sicuro di sé, capitano della squadra di hockey della Briar University, idolatrato dal campus intero. Ha anche lui un passato che in qualche modo lo opprime, ma mentre, in qualsiasi altra serie recente, sarebbe stato il classico ragazzo tossico da redimere, Off Campus sceglie una strada diversa, lo rende gentile, empatico, rispettoso e per questo adorabile. La serie di Prime Video compie qualcosa di rarissimo nel panorama young adult contemporaneo: prende tutti i cliché del romance universitario e li usa per costruire una storia sana, senza rinunciare alla tensione, al desiderio o all’ossessione romantica che il pubblico cerca. Perché la verità è che questa serie riesce in qualcosa che molte produzioni molto più ambiziose falliscono: ti fa stare bene, bene davvero. In un momento storico in cui gran parte della serialità young adult sembra convinta che maturità significhi oscurità permanente, Off Campus ricorda invece che anche la dolcezza può essere adulta, che anche la vulnerabilità può essere una forza, che innamorarsi può ancora essere raccontato come qualcosa di bello, desiderabile e perfino rassicurante. E forse è proprio questo il motivo per cui, a mio avviso, è la serie migliore vista quest’anno. La prima stagione Così come accade nei romanzi di Elle Kennedy, ogni stagione di Off Campus seguirà una coppia diversa, concentrandosi sulle vicende sentimentali di uno dei giocatori della squadra di hockey della Briar University. Un meccanismo molto simile a quello di Bridgerton: il mondo resta lo stesso, i personaggi continuano a intrecciarsi, ma il focus emotivo si sposta ogni volta su una nuova storia d’amore. Ed è proprio questa struttura corale a rendere l’universo di Off Campus così coinvolgente: lo spettatore non si affeziona soltanto a Hannah e Garrett, ma sente fin da subito che ogni membro del gruppo avrà qualcosa da raccontare. Questa prima stagione di Off Campus segue la storia tra Hannah Wells ed Garrett Graham. Lei è una studentessa di musica brillante, ironica, emotivamente più forte di quanto creda. Lui è la stella dell’hockey universitario con un futuro professionistico appeso ai voti disastrati. L’accordo iniziale è semplice: Hannah lo aiuta a studiare, Garrett finge di essere il suo ragazzo per attirare l’attenzione del musicista di cui lei è infatuata. Fake dating, proximity trope, college romance: la serie non nasconde mai i propri meccanismi narrativi, li abbraccia apertamente. E funziona esattamente per questo. Hannah e Garrett comunicano. Si ascoltano. Imparano a rispettarsi prima ancora di desiderarsi. E sembra assurdo doverlo sottolineare, ma oggi vedere una storia d’amore costruita sul consenso, sull’educazione emotiva e sulla vulnerabilità reciproca finisce quasi per sembrare rivoluzionaria. Soprattutto perché la serie non rinuncia mai all’intensità. Le scene romantiche funzionano, la tensione sessuale è costante. La chimica tra Ella Bright e Belmont Cameli è probabilmente una delle migliori viste quest’anno in una serie young adult. Non è una chimica costruita solo sulle scene hot – che ci sono e funzionano pure benissimo – ma sugli sguardi, sui tempi comici, sulla naturalezza con cui i personaggi si cercano anche nei momenti più semplici. Si percepisce immediatamente che i due attori credono davvero nella relazione che stanno interpretando. Ella Bright, soprattutto, sorprende enormemente. La sua Hannah evita ogni stereotipo dell’eroina romance contemporanea: non è la ragazza “diversa dalle altre”, non è goffa per contratto, non è definita esclusivamente dal trauma che porta dentro. È intelligente, sarcastica, ambiziosa e consapevole. Sa già chi vuole essere, anche se non sa ancora come esserlo. Garrett, invece, sotto l’immagine da atleta perfetto nasconde il peso di aspettative familiari soffocanti e una fragilità che la serie affronta con una delicatezza inaspettata. Perché Off Campus funziona davvero Sotto l’estetica da guilty pleasure perfetto, c’è una scrittura emotiva molto più solida di quanto sembri. Tratta temi profondi senza risultare pesante e riesce a essere leggera senza diventare superficiale. Un equilibrio che sulla carta era difficilissimo da raggiungere, ma che sullo schermo diventa quasi naturale. Il racconto poi funziona anche grazie alla costruzione del gruppo. Come ogni grande romance seriale, Off Campus capisce che il pubblico non si innamora solo della coppia principale, ma del mondo intero. La Briar University diventa rapidamente un comfort place: le camere del dormitorio, le partite di hockey, le feste universitarie, le amicizie cameratesche, le prese in giro tra compagni di squadra. C’è un calore collettivo che manca in tantissime produzioni young adult recenti, spesso troppo concentrate sul trauma individuale per lasciare spazio alla leggerezza della vita condivisa. Garrett, Logan, Dean, Tucker. Ragazzi popolari, belli, atletici, desiderati da tutti. Ma anche capaci di chiedere scusa, di prendersi cura delle persone che amano, di essere emotivamente presenti. Si prendono in giro continuamente, litigano, si provocano, competono sul ghiaccio e fuori, ma sotto quella dinamica da spogliatoio esiste un affetto profondissimo. La squadra non è solo il luogo dello sport, ma una vera famiglia emotiva. Ed è significativo che, anche quando entrano in gioco rivalità sentimentali o tensioni personali, il legame tra loro non venga mai davvero spezzato. Off Campus racconta ragazzi che si sostengono, che si leggono addosso le fragilità senza bisogno di verbalizzarle continuamente, che sanno esserci nel momento in cui serve davvero. Fare squadra, nella serie, non significa solo vincere una partita di

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“NON È UN PAESE PER SINGLE”, UNA ROM-COM CHE FUNZIONA

Con Non è un paese per single, Prime Video sembra finalmente aver trovato la formula giusta per adattare il romance italiano contemporaneo senza snaturarlo. Tratto dal bestseller di Felicia Kingsley, il film prende tutto ciò che il pubblico cerca in una commedia romantica (comfort movie, trope riconoscibili, tensione sentimentale, ironia leggera e ambientazioni da sogno) e lo rielabora con una consapevolezza rara nelle recenti trasposizioni italiane del genere. La differenza si nota subito. Negli ultimi anni diversi adattamenti italiani hanno cercato di inseguire il modello delle produzioni young adult internazionali, finendo però spesso intrappolati in una versione artificiale della realtà italiana: dialoghi costruiti, dinamiche poco credibili, personaggi che sembravano vivere in una copia sbiadita di serie americane. Film come Love Me Love Me, per esempio, pur partendo da un materiale potenzialmente forte, non sono riusciti davvero a trovare un’identità precisa. L’ambientazione italiana appariva quasi cosmetica, un involucro che non influenzava davvero la storia né i personaggi. Il risultato era un romance sospeso in una dimensione finta, incapace di risultare autenticamente internazionale ma neppure davvero italiano. Non è un paese per single, invece, compie l’operazione opposta: prende una struttura da rom-com classica e la radica completamente nel contesto italiano. E funziona proprio per questo. Belvedere in Chianti non è una cartolina generica piazzata sullo sfondo per esigenze estetiche, ma un microcosmo sociale che influenza ogni scelta dei personaggi. Essere single, in questo paese, non è solo uno status sentimentale: è quasi una colpa sociale, un’anomalia che tutti si sentono autorizzati a commentare. È una dinamica molto italiana, soprattutto provinciale, e il film la sfrutta con intelligenza sia sul piano comico sia su quello emotivo. Laura Chiossone dirige il film con misura, evitando sia l’estetizzazione eccessiva sia i manierismi da rom-com patinata. La regia accompagna la storia senza mai cercare di sovrastarla, mantenendo sempre il focus sui personaggi e sulle loro dinamiche emotive. È una scelta coerente con la natura stessa del progetto: una rom-com che punta sulla leggerezza, sul ritmo e sull’intimità più che sull’estetizzazione forzata o su virtuosismi visivi. Il cuore del film resta la storia tra Elisa e Michele, interpretati da Matilde Gioli e Cristiano Caccamo. Ed è qui che emerge probabilmente uno degli aspetti più sorprendenti della pellicola: il casting. In un panorama in cui molte produzioni streaming sembrano privilegiare la riconoscibilità social o la “faccia giusta” rispetto alla reale capacità interpretativa, qui si percepisce finalmente una scelta costruita attorno ai personaggi. Gioli riesce a dare a Elisa una vulnerabilità concreta, mai eccessivamente romanzata. È ironica, stanca, emotivamente chiusa, ma senza diventare la classica protagonista “goffa” da manuale. Caccamo, dal canto suo, evita il rischio del love interest stereotipato e porta in scena un Michele credibile, maturo, con una leggerezza naturale che rende la chimica tra i due molto più efficace di quanto accada spesso in prodotti simili.   Ed è proprio questa credibilità a fare la differenza. Il film non ha paura dei cliché, anzi li abbraccia apertamente: il ritorno del primo amore, la cittadina di provincia, la protagonista che ha smesso di credere nei sentimenti, le seconde possibilità. Invece di usarli come scorciatoie narrative, li tratta come elementi strutturali del genere romance. Non è un paese per single vuole essere una storia d’amore. E questa sincerità narrativa finisce per diventare uno dei suoi punti di forza maggiori. Non a caso, alla base della storia c’è anche un evidente omaggio a Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Come nel classico della Austen, anche qui il cuore della narrazione non è soltanto la storia sentimentale, ma il conflitto tra aspettative sociali, orgoglio personale e vulnerabilità emotiva. Il film rielabora questi elementi in chiave contemporanea e pop, senza mai perdere la leggerezza tipica della commedia romantica. Anche il ritmo contribuisce moltissimo alla riuscita del film. La sceneggiatura scorre con fluidità, senza tempi morti evidenti e senza quella sensazione da “episodi cuciti insieme” che spesso caratterizza le recenti produzioni italiane. Ogni scena ha una funzione precisa: sviluppare la relazione, approfondire il contesto o mantenere viva la leggerezza della narrazione. Il film dura il giusto, non si perde in sottotrame inutili e soprattutto comprende perfettamente cosa debba fare una rom-com: creare coinvolgimento emotivo senza appesantire lo spettatore. Dal punto di vista visivo, poi, il film è estremamente efficace. La fotografia sfrutta le campagne toscane nel modo più intuitivo possibile, mostrando allo spettatore vigneti dorati, strade assolate, casolari e capanni, tramonti delicati, piazze vive, ma senza scadere mai nella pubblicità turistica. La Toscana diventa uno spazio sospeso nel tempo, perfetto per una storia che parla di ritorni, nostalgia e sentimenti lasciati in sospeso. È un’estetica calda, luminosa, che accompagna il tono della pellicola senza sovrastarlo. L’unico vero elemento stonato è probabilmente la colonna sonora. Non tanto per la scelta dei brani in sé, quanto per il modo in cui vengono utilizzati. In più momenti la musica sembra entrare in scena con un’intensità emotiva diversa rispetto a quella delle immagini, creando un effetto straniante. Alcuni passaggi che dovrebbero risultare intimi o delicati finiscono quasi per perdere naturalezza perché accompagnati da canzoni troppo invasive o fuori tono. E in certi casi il mix audio diventa persino problematico: le musiche coprono le battute degli attori, spezzando il ritmo dei dialoghi invece di sostenerlo. Ma al netto di questa debolezza, Non è un paese per single resta uno dei migliori esempi recenti di trasposizione di un romance italiano. Non rincorre forzatamente il modello internazionale, non costruisce personaggi che parlano come utenti TikTok dentro scenari irreali. Semplicemente prende i meccanismi classici della commedia romantica e li applica a un immaginario italiano riconoscibile e credibile. Ed è forse proprio qui il motivo per cui il film funziona così bene: nella sua semplicità. In un panorama in cui molte produzioni sembrano ossessionate dall’idea di apparire “moderne” a tutti i costi, questa sembra aver capito che il pubblico romance non cerca necessariamente originalità assoluta. Cerca emozioni familiari raccontate bene. E il film, con tutti i suoi cliché, riesce esattamente in questo.  

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Segnalazione nuova uscita Giunti Editore

Libri di Elisabetta Venturi VAI AL LIBRO VAI AL LIBRO 5/5: Il giorno perfetto per l’uscita di FIVE In libreria il nuovo romanzo di Ilona Bannister, pubblicato da Giunti Editore. Un thriller psicologico che intreccia tensione, vulnerabilità e scelte impossibili. Cinque sconosciuti, cinque minuti, una sola certezza: all’arrivo del treno, uno di loro morirà. Se ami i romanzi che mettono alla prova le certezze e ti trascinano in un intreccio emotivo serrato, questo è il titolo giusto per te. Cinque storie nella storia, cinque spaccati di vita complessi a cui è impossibile restare indifferenti. Trama È mattina presto e sulla banchina di una stazione di periferia come tante altre, cinque persone aspettano il treno per Londra. Non si conoscono, eppure fra poco accadrà qualcosa che le legherà per sempre. Tra loro ci sono Emma, madre esausta alle prese con le bizze del figlio; Liam, uomo d’affari abituato a vincere; la signora Worth, anziana burbera e diffidente, e Sonny, giocatore d’azzardo che ha già perso troppo. Vite diversissime, traiettorie lontane, che si raccontano una dopo l’altra, rivelando quale concatenazione di eventi li abbia condotti proprio lì, in quel momento, su quel binario. Segreti, colpe, scelte sbagliate, piccoli e grandi tradimenti: ogni storia aggiunge un tassello, ogni minuto che passa stringe il cerchio. Perché mancano cinque minuti all’arrivo del treno. E uno di loro morirà. Ma questa è una verità che solo il lettore conosce. In un gioco spietato e quasi perverso, il narratore chiama in causa chi legge, lo costringe a entrare nelle vite dei protagonisti, a giudicarli, a chiedersi chi meriti davvero di essere salvato e chi no. Ma quando il treno finalmente arriva e il conto alla rovescia si azzera, le scelte fatte contano davvero? Un thriller dallo stile tagliente e caustico, un dramma teso e incalzante che intreccia le strade di cinque sconosciuti ed esplora temi come il destino, il sacrificio e il vero significato della vita.

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SEGNALAZIONE NUOVA USCITA GARZANTI ED.

Titolo : Camillo il piccolo topo di biblioteca ISBN 9788811017486 Autore Francesco Carofiglio Casa Editrice GARZANTI 160 pagine, Cartonato Prezzo 15,00€ In libreria dal 26 maggio 2026 Topo Camillo ha un bel da fare negli archivi bui e polverosi della biblioteca. Da generazioni la sua è una famiglia di topi protettori. E cosa proteggono? Ma cos’altro se non i libri dimenticati! Quei libri che i bambini amano tanto da averli rovinati per le troppe ore passate a sfogliare le loro pagine, ma che poi da adulti dimenticano in umide cantine. Ed è lì che Topo Camillo li va a salvare pronto per consegnarli a nuovi piccoli lettori. Cosa c’entra tutto questo con Nina? C’entra sì! Perché un libro dimenticato, una copia del Giardino segreto, è proprio nella cantina dei suoi nonni. Apparteneva a sua mamma che Nina da un po’ vede sempre triste. È Topo Camillo a dirle che quando si diventa grandi può succedere, a volte si perde la magia di cui erano capaci i libri dimenticati di far tornare il sorriso. E allora la missione di Nina e Topo Camillo è chiara. C’è un sorriso da far rinascere. Ma Nina non ha idea di tutto quello che sta per succedere. Ci vuole coraggio e soprattutto tanta immaginazione! Non vediamo l’ora di scoprire la storia di Camillo e Nina! E voi?

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