Cinema

The Crown: 5 motivi per riguardare la serie Netflix sulla famiglia reale britannica

A quasi tre anni dalla conclusione, The Crown conserva una qualità piuttosto rara per una serie televisiva: la seconda visione può risultare persino più interessante della prima. Quando conosciamo già matrimoni, divorzi, crisi politiche e lutti che attendono i protagonisti, smettiamo di inseguire gli eventi e cominciamo a osservare ciò che la serie ha disseminato lungo sei stagioni: gesti, silenzi, rinunce e piccoli segnali di fratture future. Creata da Peter Morgan e distribuita da Netflix, The Crown ha raccontato il regno di Elisabetta II attraverso tre generazioni di interpreti, partendo dal matrimonio con Filippo e arrivando ai primi anni Duemila. E proprio la sua struttura, costruita sul trascorrere del tempo, la rende particolarmente adatta a essere riscoperta. 1. Perché conoscendo già la storia, si vedono molti più dettagli Alla prima visione siamo inevitabilmente concentrati sugli avvenimenti: l’incoronazione, la crisi di Suez, Margaret e Peter Townsend, Carlo e Diana, Margaret Thatcher, la morte di Diana, l’incendio di Windsor. Sono episodi abbastanza potenti da occupare quasi interamente la nostra attenzione. Alla seconda visione, invece, The Crown cambia. Sapendo dove porteranno determinate relazioni, acquistano importanza scene apparentemente secondarie. Il rapporto tra il giovane Carlo e i genitori, per esempio, assume un peso differente quando conosciamo l’uomo adulto che incontreremo nelle stagioni successive. Lo stesso accade osservando Elisabetta e Margaret ancora giovani: dietro alcuni loro scontri si intravede già una delle questioni fondamentali della serie, quella relativa alla libertà individuale concessa — o negata — a chi nasce troppo vicino alla Corona. La serie lavora moltissimo sulla continuità emotiva e spesso ciò che accade molti episodi dopo sembra avere una piccola radice piantata parecchio tempo prima.   2. Perché Claire Foy merita assolutamente una seconda visione Claire Foy aveva un compito difficilissimo: interpretare una Elisabetta II giovanissima senza trasformarla nella semplice imitazione della sovrana che tutti conoscevamo. Il risultato rimane uno dei punti più alti dell’intera serie. La sua Elisabetta deve imparare molto presto che la Corona pretende una particolare forma di sottrazione personale. Essere regina significa controllare il volto, misurare le parole, accettare che persino le relazioni familiari possano diventare questioni costituzionali. Foy riesce a raccontare questo processo attraverso cambiamenti minuscoli, facendo progressivamente scomparire la ragazza dietro la sovrana. Rivedendo le prime due stagioni conoscendo già la Elisabetta interpretata successivamente da Olivia Colman e Imelda Staunton, questa trasformazione diventa ancora più evidente. 3. Perché Carlo e Diana sono molto più interessanti quando sappiamo come andrà a finire Probabilmente nessuna parte di The Crown ha provocato tante discussioni quanto la rappresentazione del matrimonio tra Carlo e Diana. La tentazione di guardare quegli episodi come una semplice ricostruzione del grande dramma sentimentale della monarchia britannica contemporanea è forte. Rivedendoli, però, emerge qualcosa di più interessante: la storia di due persone profondamente incompatibili inserite dentro un sistema che aveva bisogno che fossero compatibili.   Scopri Land Magazine admin Settembre 8, 2026 The Crown: 5 motivi per riguardare la serie Netflix sulla famiglia reale britannica Read More admin Settembre 8, 2026 Sissi compie 70 anni: perché negli anni Cinquanta l’Europa aveva bisogno della sua giovane imperatrice Nel 1956 arrivava nelle sale Sissi – La giovane imperatrice, secondo capitolo della trilogia diretta da Ernst Marischka e interpretata da Romy Schneider e Karlheinz Böhm. Nel 2026 il film Read More admin Settembre 8, 2026 La grande umiliazione: il secolo oscuro della Cina che Pechino non ha dimenticato Per comprendere davvero la Cina contemporanea, la sua sensibilità nei confronti della sovranità nazionale e la diffidenza con cui una parte dell’opinione pubblica guarda ancora alle potenze occidentali e al Read More Silvia Dal Cin Settembre 8, 2026 FIGLI DI DUE PAESI Mi sono chiesta cosa si provi a sapere di essere adottati. Non solo per quanto riguarda il fatto di essere biologicamente figli di una coppia e essere “di cuore” figli Read More Silvia Dal Cin Settembre 6, 2026 Cambiamo la carta geografica (finalmente) Le Nazioni Unite hanno approvato una storica risoluzione che segna la nascita di una nuova cartografia del mondo. L’Assemblea Generale dell’ONU ha infatti votato a larga maggioranza (164 voti favorevoli Read More admin Settembre 5, 2026 Quando la fedina penale te la bruciavano sulla pelle: la terribile storia dei criminali marchiati a fuoco Oggi una condanna penale lascia dietro di sé fascicoli, registri, sentenze e dati conservati negli archivi dello Stato. Per secoli, invece, la giustizia europea conobbe un sistema molto più immediato Read More admin Settembre 4, 2026 Il fantasy per ragazzi: cinque modi in cui può salvarci Draghi, regni perduti, scuole di magia, creature impossibili, profezie, portali che conducono altrove. Per molto tempo una parte della critica ha guardato al fantasy per ragazzi con una certa condiscendenza, Read More admin Settembre 4, 2026 Si può avere più di una casa? L’identità dei bambini adottati tra origini e appartenenza Quando si parla di adozione e identità, c’è una domanda che ritorna spesso, anche quando nessuno ha il coraggio di formularla apertamente: un bambino che desidera conoscere le proprie origini Read More admin Settembre 4, 2026 Le radici del tè: come una pianta sconosciuta rivoluzionò l’economia mondiale Oggi è difficile guardare una tazza di tè e immaginare qualcosa di minaccioso. Il tè appartiene al repertorio delle cose tranquille: una teiera sul tavolo, qualche biscotto, il vapore che Read More admin Settembre 4, 2026 Teresina Tua, la violinista prodigio che conquistò l’Europa: storia della “fata del violino” Nella seconda metà dell’Ottocento, quando una ragazza che desiderava dedicare la propria vita alla musica doveva ancora fare i conti con un mondo costruito quasi interamente intorno alle carriere maschili, Read More

The Crown: 5 motivi per riguardare la serie Netflix sulla famiglia reale britannica Leggi tutto »

CHE FIGO THE ROCK CON I CAPELLI

Siamo andati al cinema a vedere il live action di Oceania. Piccola premessa: amiamo quel cartone animato e ne conosciamo tutte le canzoni. Le aspettative erano alte. Che ne pensiamo? NON CI HA DELUSO! La versione live action è piuttosto fedele all’originale e ha mantenuto quello spirito avventuroso ma giocoso, quindi rimane molto godibile anche per i bambini più piccoli. Catherina Laga’aia ci ha convinti, è una perfetta Vaiana: giovane, forte, sorriso furbo, occhi vivaci, rispecchia alla perfezione la protagonista del cartone animato. Innegabile la sua chimica con Dwayne “The Rock” Johnson, che l’ha affiancata interpretato Maui, al quale aveva già dato la voce nella versione cartoon. Ecco, vogliamo parlare di The Rock? Parliamone! Si è messo in gioco, chiaramente molto affezionato alla storia originale, recitando, cantando, ballando e sì, talvolta rendendosi ridicolo come il personaggio originale di Maui. Ma, soprattutto, ha indossato una parrucca di splendidi capelli lunghi e boccolosi! Il tutto risultando sempre figo. Com’è possibile? Ah, piccola informazione di servizio: Dwayne ha 54 anni… e anche se è noto che abbia indossato una tuta muscolare protesica (per facilitare applicazione e mobilità dei tatuaggi), ha comunque una forma fisica invidiabile. Approposito di fisico, abbiamo apprezzato moltissimo che nel film ci sia una rappresentazione di tipologie diverse di corpi e età. Grande spazio è stato dato alla cultura polinesiana, aumentando scene di gruppo, balli e canti. Straordinaria la resa visiva dell’oceano, di Tefiti e TeKa. Da brividi la scena di Vaiana con lo spirito della nonna, di impatto sia visivamente che vocalmente. Il nostro preferito rimane comunque HeiHei, il galletto che riesce sempre a rubare la scena!

CHE FIGO THE ROCK CON I CAPELLI Leggi tutto »

Off Campus e il ritorno dei Golden boy

C’è stato un momento, negli ultimi anni, in cui il romance mainstream ha iniziato a convincersi che per essere interessante dovesse necessariamente parlare di amori tossici, oscuri, distruttivi, persino estremi. I bad boy sono diventati uomini emotivamente indisponibili e da “salvare”, il desiderio si è trasformato in controllo, la tensione romantica in manipolazione. In mezzo a una valanga di dark romance, relazioni sbilanciate e protagonisti costruiti attorno al trauma e alla crudeltà, Off Campus arriva quasi come un’anomalia. E forse è proprio questo il motivo per cui funziona così bene. Garrett Graham non è un bad boy, è un golden boy da manuale. Ed era ora che una serie romance tornasse a parlare di ragazzi popolari non arroganti, distruttivi o emotivamente violenti. I protagonisti maschili sono capaci di essere gentili senza perdere fascino, vulnerabili senza perdere carisma, rispettosi senza diventare noiosi. Garrett è bello, sicuro di sé, capitano della squadra di hockey della Briar University, idolatrato dal campus intero. Ha anche lui un passato che in qualche modo lo opprime, ma mentre, in qualsiasi altra serie recente, sarebbe stato il classico ragazzo tossico da redimere, Off Campus sceglie una strada diversa, lo rende gentile, empatico, rispettoso e per questo adorabile. La serie di Prime Video compie qualcosa di rarissimo nel panorama young adult contemporaneo: prende tutti i cliché del romance universitario e li usa per costruire una storia sana, senza rinunciare alla tensione, al desiderio o all’ossessione romantica che il pubblico cerca. Perché la verità è che questa serie riesce in qualcosa che molte produzioni molto più ambiziose falliscono: ti fa stare bene, bene davvero. In un momento storico in cui gran parte della serialità young adult sembra convinta che maturità significhi oscurità permanente, Off Campus ricorda invece che anche la dolcezza può essere adulta, che anche la vulnerabilità può essere una forza, che innamorarsi può ancora essere raccontato come qualcosa di bello, desiderabile e perfino rassicurante. E forse è proprio questo il motivo per cui, a mio avviso, è la serie migliore vista quest’anno. La prima stagione Così come accade nei romanzi di Elle Kennedy, ogni stagione di Off Campus seguirà una coppia diversa, concentrandosi sulle vicende sentimentali di uno dei giocatori della squadra di hockey della Briar University. Un meccanismo molto simile a quello di Bridgerton: il mondo resta lo stesso, i personaggi continuano a intrecciarsi, ma il focus emotivo si sposta ogni volta su una nuova storia d’amore. Ed è proprio questa struttura corale a rendere l’universo di Off Campus così coinvolgente: lo spettatore non si affeziona soltanto a Hannah e Garrett, ma sente fin da subito che ogni membro del gruppo avrà qualcosa da raccontare. Questa prima stagione di Off Campus segue la storia tra Hannah Wells ed Garrett Graham. Lei è una studentessa di musica brillante, ironica, emotivamente più forte di quanto creda. Lui è la stella dell’hockey universitario con un futuro professionistico appeso ai voti disastrati. L’accordo iniziale è semplice: Hannah lo aiuta a studiare, Garrett finge di essere il suo ragazzo per attirare l’attenzione del musicista di cui lei è infatuata. Fake dating, proximity trope, college romance: la serie non nasconde mai i propri meccanismi narrativi, li abbraccia apertamente. E funziona esattamente per questo. Hannah e Garrett comunicano. Si ascoltano. Imparano a rispettarsi prima ancora di desiderarsi. E sembra assurdo doverlo sottolineare, ma oggi vedere una storia d’amore costruita sul consenso, sull’educazione emotiva e sulla vulnerabilità reciproca finisce quasi per sembrare rivoluzionaria. Soprattutto perché la serie non rinuncia mai all’intensità. Le scene romantiche funzionano, la tensione sessuale è costante. La chimica tra Ella Bright e Belmont Cameli è probabilmente una delle migliori viste quest’anno in una serie young adult. Non è una chimica costruita solo sulle scene hot – che ci sono e funzionano pure benissimo – ma sugli sguardi, sui tempi comici, sulla naturalezza con cui i personaggi si cercano anche nei momenti più semplici. Si percepisce immediatamente che i due attori credono davvero nella relazione che stanno interpretando. Ella Bright, soprattutto, sorprende enormemente. La sua Hannah evita ogni stereotipo dell’eroina romance contemporanea: non è la ragazza “diversa dalle altre”, non è goffa per contratto, non è definita esclusivamente dal trauma che porta dentro. È intelligente, sarcastica, ambiziosa e consapevole. Sa già chi vuole essere, anche se non sa ancora come esserlo. Garrett, invece, sotto l’immagine da atleta perfetto nasconde il peso di aspettative familiari soffocanti e una fragilità che la serie affronta con una delicatezza inaspettata. Perché Off Campus funziona davvero Sotto l’estetica da guilty pleasure perfetto, c’è una scrittura emotiva molto più solida di quanto sembri. Tratta temi profondi senza risultare pesante e riesce a essere leggera senza diventare superficiale. Un equilibrio che sulla carta era difficilissimo da raggiungere, ma che sullo schermo diventa quasi naturale. Il racconto poi funziona anche grazie alla costruzione del gruppo. Come ogni grande romance seriale, Off Campus capisce che il pubblico non si innamora solo della coppia principale, ma del mondo intero. La Briar University diventa rapidamente un comfort place: le camere del dormitorio, le partite di hockey, le feste universitarie, le amicizie cameratesche, le prese in giro tra compagni di squadra. C’è un calore collettivo che manca in tantissime produzioni young adult recenti, spesso troppo concentrate sul trauma individuale per lasciare spazio alla leggerezza della vita condivisa. Garrett, Logan, Dean, Tucker. Ragazzi popolari, belli, atletici, desiderati da tutti. Ma anche capaci di chiedere scusa, di prendersi cura delle persone che amano, di essere emotivamente presenti. Si prendono in giro continuamente, litigano, si provocano, competono sul ghiaccio e fuori, ma sotto quella dinamica da spogliatoio esiste un affetto profondissimo. La squadra non è solo il luogo dello sport, ma una vera famiglia emotiva. Ed è significativo che, anche quando entrano in gioco rivalità sentimentali o tensioni personali, il legame tra loro non venga mai davvero spezzato. Off Campus racconta ragazzi che si sostengono, che si leggono addosso le fragilità senza bisogno di verbalizzarle continuamente, che sanno esserci nel momento in cui serve davvero. Fare squadra, nella serie, non significa solo vincere una partita di

Off Campus e il ritorno dei Golden boy Leggi tutto »

“NON È UN PAESE PER SINGLE”, UNA ROM-COM CHE FUNZIONA

Con Non è un paese per single, Prime Video sembra finalmente aver trovato la formula giusta per adattare il romance italiano contemporaneo senza snaturarlo. Tratto dal bestseller di Felicia Kingsley, il film prende tutto ciò che il pubblico cerca in una commedia romantica (comfort movie, trope riconoscibili, tensione sentimentale, ironia leggera e ambientazioni da sogno) e lo rielabora con una consapevolezza rara nelle recenti trasposizioni italiane del genere. La differenza si nota subito. Negli ultimi anni diversi adattamenti italiani hanno cercato di inseguire il modello delle produzioni young adult internazionali, finendo però spesso intrappolati in una versione artificiale della realtà italiana: dialoghi costruiti, dinamiche poco credibili, personaggi che sembravano vivere in una copia sbiadita di serie americane. Film come Love Me Love Me, per esempio, pur partendo da un materiale potenzialmente forte, non sono riusciti davvero a trovare un’identità precisa. L’ambientazione italiana appariva quasi cosmetica, un involucro che non influenzava davvero la storia né i personaggi. Il risultato era un romance sospeso in una dimensione finta, incapace di risultare autenticamente internazionale ma neppure davvero italiano. Non è un paese per single, invece, compie l’operazione opposta: prende una struttura da rom-com classica e la radica completamente nel contesto italiano. E funziona proprio per questo. Belvedere in Chianti non è una cartolina generica piazzata sullo sfondo per esigenze estetiche, ma un microcosmo sociale che influenza ogni scelta dei personaggi. Essere single, in questo paese, non è solo uno status sentimentale: è quasi una colpa sociale, un’anomalia che tutti si sentono autorizzati a commentare. È una dinamica molto italiana, soprattutto provinciale, e il film la sfrutta con intelligenza sia sul piano comico sia su quello emotivo. Laura Chiossone dirige il film con misura, evitando sia l’estetizzazione eccessiva sia i manierismi da rom-com patinata. La regia accompagna la storia senza mai cercare di sovrastarla, mantenendo sempre il focus sui personaggi e sulle loro dinamiche emotive. È una scelta coerente con la natura stessa del progetto: una rom-com che punta sulla leggerezza, sul ritmo e sull’intimità più che sull’estetizzazione forzata o su virtuosismi visivi. Il cuore del film resta la storia tra Elisa e Michele, interpretati da Matilde Gioli e Cristiano Caccamo. Ed è qui che emerge probabilmente uno degli aspetti più sorprendenti della pellicola: il casting. In un panorama in cui molte produzioni streaming sembrano privilegiare la riconoscibilità social o la “faccia giusta” rispetto alla reale capacità interpretativa, qui si percepisce finalmente una scelta costruita attorno ai personaggi. Gioli riesce a dare a Elisa una vulnerabilità concreta, mai eccessivamente romanzata. È ironica, stanca, emotivamente chiusa, ma senza diventare la classica protagonista “goffa” da manuale. Caccamo, dal canto suo, evita il rischio del love interest stereotipato e porta in scena un Michele credibile, maturo, con una leggerezza naturale che rende la chimica tra i due molto più efficace di quanto accada spesso in prodotti simili.   Ed è proprio questa credibilità a fare la differenza. Il film non ha paura dei cliché, anzi li abbraccia apertamente: il ritorno del primo amore, la cittadina di provincia, la protagonista che ha smesso di credere nei sentimenti, le seconde possibilità. Invece di usarli come scorciatoie narrative, li tratta come elementi strutturali del genere romance. Non è un paese per single vuole essere una storia d’amore. E questa sincerità narrativa finisce per diventare uno dei suoi punti di forza maggiori. Non a caso, alla base della storia c’è anche un evidente omaggio a Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Come nel classico della Austen, anche qui il cuore della narrazione non è soltanto la storia sentimentale, ma il conflitto tra aspettative sociali, orgoglio personale e vulnerabilità emotiva. Il film rielabora questi elementi in chiave contemporanea e pop, senza mai perdere la leggerezza tipica della commedia romantica. Anche il ritmo contribuisce moltissimo alla riuscita del film. La sceneggiatura scorre con fluidità, senza tempi morti evidenti e senza quella sensazione da “episodi cuciti insieme” che spesso caratterizza le recenti produzioni italiane. Ogni scena ha una funzione precisa: sviluppare la relazione, approfondire il contesto o mantenere viva la leggerezza della narrazione. Il film dura il giusto, non si perde in sottotrame inutili e soprattutto comprende perfettamente cosa debba fare una rom-com: creare coinvolgimento emotivo senza appesantire lo spettatore. Dal punto di vista visivo, poi, il film è estremamente efficace. La fotografia sfrutta le campagne toscane nel modo più intuitivo possibile, mostrando allo spettatore vigneti dorati, strade assolate, casolari e capanni, tramonti delicati, piazze vive, ma senza scadere mai nella pubblicità turistica. La Toscana diventa uno spazio sospeso nel tempo, perfetto per una storia che parla di ritorni, nostalgia e sentimenti lasciati in sospeso. È un’estetica calda, luminosa, che accompagna il tono della pellicola senza sovrastarlo. L’unico vero elemento stonato è probabilmente la colonna sonora. Non tanto per la scelta dei brani in sé, quanto per il modo in cui vengono utilizzati. In più momenti la musica sembra entrare in scena con un’intensità emotiva diversa rispetto a quella delle immagini, creando un effetto straniante. Alcuni passaggi che dovrebbero risultare intimi o delicati finiscono quasi per perdere naturalezza perché accompagnati da canzoni troppo invasive o fuori tono. E in certi casi il mix audio diventa persino problematico: le musiche coprono le battute degli attori, spezzando il ritmo dei dialoghi invece di sostenerlo. Ma al netto di questa debolezza, Non è un paese per single resta uno dei migliori esempi recenti di trasposizione di un romance italiano. Non rincorre forzatamente il modello internazionale, non costruisce personaggi che parlano come utenti TikTok dentro scenari irreali. Semplicemente prende i meccanismi classici della commedia romantica e li applica a un immaginario italiano riconoscibile e credibile. Ed è forse proprio qui il motivo per cui il film funziona così bene: nella sua semplicità. In un panorama in cui molte produzioni sembrano ossessionate dall’idea di apparire “moderne” a tutti i costi, questa sembra aver capito che il pubblico romance non cerca necessariamente originalità assoluta. Cerca emozioni familiari raccontate bene. E il film, con tutti i suoi cliché, riesce esattamente in questo.  

“NON È UN PAESE PER SINGLE”, UNA ROM-COM CHE FUNZIONA Leggi tutto »

Rosso e rosa insieme? Altro che errore di stile: è la combo più chic del red carpet

Quando qualcuno dice la frase: “rosso e rosa non stanno bene insieme”, probabilmente è rimasto bloccato negli anni ’90 insieme ai pantaloni a zampa e ai telefoni con l’antenna. La moda, per fortuna, è andata avanti. E lo dimostra anche il red carpet degli Academy Awards, dove questa combinazione cromatica ha fatto decisamente girare la testa. Nella foto vediamo un abito che sfida apertamente uno dei più grandi “miti di moda” tramandati dalle nonne: il rosso acceso abbinato al rosa cipria. Risultato? Eleganza moderna con un pizzico di audacia. Rosso + rosa: perché funziona davvero Contrariamente a quello che molti pensano, rosso e rosa non litigano affatto. Anzi, si completano. Il rosso porta energia, carattere e presenza scenica. Il rosa addolcisce, illumina e aggiunge femminilità. Quando i due colori si incontrano, il risultato è un equilibrio tra forza e delicatezza. È un po’ come mettere insieme peperoncino e miele: sembra strano… ma funziona incredibilmente bene.   Scopri Land Magazine admin Marzo 16, 2026 Rosso e rosa insieme? Altro che errore di stile: è la combo più chic del red carpet Read More admin Marzo 16, 2026 Hamnet – Jessie Buckley vince l’Oscar: il film tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell conquista Hollywood Il cinema incontra la grande letteratura e nasce uno dei film più intensi degli ultimi anni. Hamnet – Nel nome del figlio, diretto dalla regista premio Oscar Chloé Zhao, ha Read More admin Marzo 16, 2026 Buffy – L’Ammazzavampiri: perché il reboot è stato cancellato da Hulu e cosa significa per i fan Negli ultimi anni Hollywood ha puntato molto sui reboot delle serie cult degli anni ’90 e 2000. Tra i progetti più attesi c’era senza dubbio il ritorno di Buffy l’ammazzavampiri, Read More admin Marzo 16, 2026 Invenzione dello Smocking: storia, origini ed evoluzione dell’abito elegante maschile Quando si parla di eleganza maschile senza tempo, lo smocking occupa un posto d’onore. Raffinato, essenziale, simbolo di serate di gala e occasioni formali, questo abito ha una storia affascinante Read More Oriana Turus Marzo 15, 2026 HAPPY MOTHER’S DAY – IN UK – A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More Silvia Dal Cin Marzo 14, 2026 14 marzo, PiGreco Day. Matematica e… romance? Oggi, 14 marzo, 14/03. Oppure, nel formato americano 3/14. Come le prime cifre del PiGreco: 3,14. Si celebra oggi l’amore per la matematica, con giochi a tema, torre a forma Read More admin Marzo 11, 2026 “Pio Piumotti vuole andare in vacanza”: presentazione dell’albo illustrato alla scuola dell’infanzia di Codognè Un appuntamento speciale dedicato ai più piccoli, alla fantasia e alla scoperta del mondo attraverso le storie. Il 23 marzo, a partire dalle ore 10, presso la Scuola dell’infanzia di Read More admin Marzo 11, 2026 Ingrid Sciuto presenta L’Ombra di Lucia Joyce a Trecastagni: appuntamento il 21 marzo alla Biblioteca “Abate Ferrara” Trecastagni (Catania) – Un incontro tra letteratura, arte e performance per celebrare un romanzo intenso e affascinante. Venerdì 21 marzo alle ore 18:00, presso la Biblioteca comunale “Abate Ferrara di Read More Silvia Dal Cin Marzo 9, 2026 AUGURI BARBIE! Barbie esordì nei negozi il 9 marzo 1959: da simbolo di stile a messaggio di parità e/o di inclusione Barbie non è per forza sinonimo di bambola o di bellezza, Read More admin Marzo 9, 2026 Macy’s: Storia, Evoluzione e Curiosità del Grande Magazzino Iconico Americano Quando si parla di grandi magazzini storici negli Stati Uniti, Macy’s è molto più di un semplice negozio: è un simbolo della cultura americana. Fondato nel 1858 a New York, Read More

Rosso e rosa insieme? Altro che errore di stile: è la combo più chic del red carpet Leggi tutto »

Consenso ai cookie con Real Cookie Banner