Cinema

Off Campus e il ritorno dei Golden boy

C’è stato un momento, negli ultimi anni, in cui il romance mainstream ha iniziato a convincersi che per essere interessante dovesse necessariamente parlare di amori tossici, oscuri, distruttivi, persino estremi. I bad boy sono diventati uomini emotivamente indisponibili e da “salvare”, il desiderio si è trasformato in controllo, la tensione romantica in manipolazione. In mezzo a una valanga di dark romance, relazioni sbilanciate e protagonisti costruiti attorno al trauma e alla crudeltà, Off Campus arriva quasi come un’anomalia. E forse è proprio questo il motivo per cui funziona così bene. Garrett Graham non è un bad boy, è un golden boy da manuale. Ed era ora che una serie romance tornasse a parlare di ragazzi popolari non arroganti, distruttivi o emotivamente violenti. I protagonisti maschili sono capaci di essere gentili senza perdere fascino, vulnerabili senza perdere carisma, rispettosi senza diventare noiosi. Garrett è bello, sicuro di sé, capitano della squadra di hockey della Briar University, idolatrato dal campus intero. Ha anche lui un passato che in qualche modo lo opprime, ma mentre, in qualsiasi altra serie recente, sarebbe stato il classico ragazzo tossico da redimere, Off Campus sceglie una strada diversa, lo rende gentile, empatico, rispettoso e per questo adorabile. La serie di Prime Video compie qualcosa di rarissimo nel panorama young adult contemporaneo: prende tutti i cliché del romance universitario e li usa per costruire una storia sana, senza rinunciare alla tensione, al desiderio o all’ossessione romantica che il pubblico cerca. Perché la verità è che questa serie riesce in qualcosa che molte produzioni molto più ambiziose falliscono: ti fa stare bene, bene davvero. In un momento storico in cui gran parte della serialità young adult sembra convinta che maturità significhi oscurità permanente, Off Campus ricorda invece che anche la dolcezza può essere adulta, che anche la vulnerabilità può essere una forza, che innamorarsi può ancora essere raccontato come qualcosa di bello, desiderabile e perfino rassicurante. E forse è proprio questo il motivo per cui, a mio avviso, è la serie migliore vista quest’anno. La prima stagione Così come accade nei romanzi di Elle Kennedy, ogni stagione di Off Campus seguirà una coppia diversa, concentrandosi sulle vicende sentimentali di uno dei giocatori della squadra di hockey della Briar University. Un meccanismo molto simile a quello di Bridgerton: il mondo resta lo stesso, i personaggi continuano a intrecciarsi, ma il focus emotivo si sposta ogni volta su una nuova storia d’amore. Ed è proprio questa struttura corale a rendere l’universo di Off Campus così coinvolgente: lo spettatore non si affeziona soltanto a Hannah e Garrett, ma sente fin da subito che ogni membro del gruppo avrà qualcosa da raccontare. Questa prima stagione di Off Campus segue la storia tra Hannah Wells ed Garrett Graham. Lei è una studentessa di musica brillante, ironica, emotivamente più forte di quanto creda. Lui è la stella dell’hockey universitario con un futuro professionistico appeso ai voti disastrati. L’accordo iniziale è semplice: Hannah lo aiuta a studiare, Garrett finge di essere il suo ragazzo per attirare l’attenzione del musicista di cui lei è infatuata. Fake dating, proximity trope, college romance: la serie non nasconde mai i propri meccanismi narrativi, li abbraccia apertamente. E funziona esattamente per questo. Hannah e Garrett comunicano. Si ascoltano. Imparano a rispettarsi prima ancora di desiderarsi. E sembra assurdo doverlo sottolineare, ma oggi vedere una storia d’amore costruita sul consenso, sull’educazione emotiva e sulla vulnerabilità reciproca finisce quasi per sembrare rivoluzionaria. Soprattutto perché la serie non rinuncia mai all’intensità. Le scene romantiche funzionano, la tensione sessuale è costante. La chimica tra Ella Bright e Belmont Cameli è probabilmente una delle migliori viste quest’anno in una serie young adult. Non è una chimica costruita solo sulle scene hot – che ci sono e funzionano pure benissimo – ma sugli sguardi, sui tempi comici, sulla naturalezza con cui i personaggi si cercano anche nei momenti più semplici. Si percepisce immediatamente che i due attori credono davvero nella relazione che stanno interpretando. Ella Bright, soprattutto, sorprende enormemente. La sua Hannah evita ogni stereotipo dell’eroina romance contemporanea: non è la ragazza “diversa dalle altre”, non è goffa per contratto, non è definita esclusivamente dal trauma che porta dentro. È intelligente, sarcastica, ambiziosa e consapevole. Sa già chi vuole essere, anche se non sa ancora come esserlo. Garrett, invece, sotto l’immagine da atleta perfetto nasconde il peso di aspettative familiari soffocanti e una fragilità che la serie affronta con una delicatezza inaspettata. Perché Off Campus funziona davvero Sotto l’estetica da guilty pleasure perfetto, c’è una scrittura emotiva molto più solida di quanto sembri. Tratta temi profondi senza risultare pesante e riesce a essere leggera senza diventare superficiale. Un equilibrio che sulla carta era difficilissimo da raggiungere, ma che sullo schermo diventa quasi naturale. Il racconto poi funziona anche grazie alla costruzione del gruppo. Come ogni grande romance seriale, Off Campus capisce che il pubblico non si innamora solo della coppia principale, ma del mondo intero. La Briar University diventa rapidamente un comfort place: le camere del dormitorio, le partite di hockey, le feste universitarie, le amicizie cameratesche, le prese in giro tra compagni di squadra. C’è un calore collettivo che manca in tantissime produzioni young adult recenti, spesso troppo concentrate sul trauma individuale per lasciare spazio alla leggerezza della vita condivisa. Garrett, Logan, Dean, Tucker. Ragazzi popolari, belli, atletici, desiderati da tutti. Ma anche capaci di chiedere scusa, di prendersi cura delle persone che amano, di essere emotivamente presenti. Si prendono in giro continuamente, litigano, si provocano, competono sul ghiaccio e fuori, ma sotto quella dinamica da spogliatoio esiste un affetto profondissimo. La squadra non è solo il luogo dello sport, ma una vera famiglia emotiva. Ed è significativo che, anche quando entrano in gioco rivalità sentimentali o tensioni personali, il legame tra loro non venga mai davvero spezzato. Off Campus racconta ragazzi che si sostengono, che si leggono addosso le fragilità senza bisogno di verbalizzarle continuamente, che sanno esserci nel momento in cui serve davvero. Fare squadra, nella serie, non significa solo vincere una partita di

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“NON È UN PAESE PER SINGLE”, UNA ROM-COM CHE FUNZIONA

Con Non è un paese per single, Prime Video sembra finalmente aver trovato la formula giusta per adattare il romance italiano contemporaneo senza snaturarlo. Tratto dal bestseller di Felicia Kingsley, il film prende tutto ciò che il pubblico cerca in una commedia romantica (comfort movie, trope riconoscibili, tensione sentimentale, ironia leggera e ambientazioni da sogno) e lo rielabora con una consapevolezza rara nelle recenti trasposizioni italiane del genere. La differenza si nota subito. Negli ultimi anni diversi adattamenti italiani hanno cercato di inseguire il modello delle produzioni young adult internazionali, finendo però spesso intrappolati in una versione artificiale della realtà italiana: dialoghi costruiti, dinamiche poco credibili, personaggi che sembravano vivere in una copia sbiadita di serie americane. Film come Love Me Love Me, per esempio, pur partendo da un materiale potenzialmente forte, non sono riusciti davvero a trovare un’identità precisa. L’ambientazione italiana appariva quasi cosmetica, un involucro che non influenzava davvero la storia né i personaggi. Il risultato era un romance sospeso in una dimensione finta, incapace di risultare autenticamente internazionale ma neppure davvero italiano. Non è un paese per single, invece, compie l’operazione opposta: prende una struttura da rom-com classica e la radica completamente nel contesto italiano. E funziona proprio per questo. Belvedere in Chianti non è una cartolina generica piazzata sullo sfondo per esigenze estetiche, ma un microcosmo sociale che influenza ogni scelta dei personaggi. Essere single, in questo paese, non è solo uno status sentimentale: è quasi una colpa sociale, un’anomalia che tutti si sentono autorizzati a commentare. È una dinamica molto italiana, soprattutto provinciale, e il film la sfrutta con intelligenza sia sul piano comico sia su quello emotivo. Laura Chiossone dirige il film con misura, evitando sia l’estetizzazione eccessiva sia i manierismi da rom-com patinata. La regia accompagna la storia senza mai cercare di sovrastarla, mantenendo sempre il focus sui personaggi e sulle loro dinamiche emotive. È una scelta coerente con la natura stessa del progetto: una rom-com che punta sulla leggerezza, sul ritmo e sull’intimità più che sull’estetizzazione forzata o su virtuosismi visivi. Il cuore del film resta la storia tra Elisa e Michele, interpretati da Matilde Gioli e Cristiano Caccamo. Ed è qui che emerge probabilmente uno degli aspetti più sorprendenti della pellicola: il casting. In un panorama in cui molte produzioni streaming sembrano privilegiare la riconoscibilità social o la “faccia giusta” rispetto alla reale capacità interpretativa, qui si percepisce finalmente una scelta costruita attorno ai personaggi. Gioli riesce a dare a Elisa una vulnerabilità concreta, mai eccessivamente romanzata. È ironica, stanca, emotivamente chiusa, ma senza diventare la classica protagonista “goffa” da manuale. Caccamo, dal canto suo, evita il rischio del love interest stereotipato e porta in scena un Michele credibile, maturo, con una leggerezza naturale che rende la chimica tra i due molto più efficace di quanto accada spesso in prodotti simili.   Ed è proprio questa credibilità a fare la differenza. Il film non ha paura dei cliché, anzi li abbraccia apertamente: il ritorno del primo amore, la cittadina di provincia, la protagonista che ha smesso di credere nei sentimenti, le seconde possibilità. Invece di usarli come scorciatoie narrative, li tratta come elementi strutturali del genere romance. Non è un paese per single vuole essere una storia d’amore. E questa sincerità narrativa finisce per diventare uno dei suoi punti di forza maggiori. Non a caso, alla base della storia c’è anche un evidente omaggio a Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Come nel classico della Austen, anche qui il cuore della narrazione non è soltanto la storia sentimentale, ma il conflitto tra aspettative sociali, orgoglio personale e vulnerabilità emotiva. Il film rielabora questi elementi in chiave contemporanea e pop, senza mai perdere la leggerezza tipica della commedia romantica. Anche il ritmo contribuisce moltissimo alla riuscita del film. La sceneggiatura scorre con fluidità, senza tempi morti evidenti e senza quella sensazione da “episodi cuciti insieme” che spesso caratterizza le recenti produzioni italiane. Ogni scena ha una funzione precisa: sviluppare la relazione, approfondire il contesto o mantenere viva la leggerezza della narrazione. Il film dura il giusto, non si perde in sottotrame inutili e soprattutto comprende perfettamente cosa debba fare una rom-com: creare coinvolgimento emotivo senza appesantire lo spettatore. Dal punto di vista visivo, poi, il film è estremamente efficace. La fotografia sfrutta le campagne toscane nel modo più intuitivo possibile, mostrando allo spettatore vigneti dorati, strade assolate, casolari e capanni, tramonti delicati, piazze vive, ma senza scadere mai nella pubblicità turistica. La Toscana diventa uno spazio sospeso nel tempo, perfetto per una storia che parla di ritorni, nostalgia e sentimenti lasciati in sospeso. È un’estetica calda, luminosa, che accompagna il tono della pellicola senza sovrastarlo. L’unico vero elemento stonato è probabilmente la colonna sonora. Non tanto per la scelta dei brani in sé, quanto per il modo in cui vengono utilizzati. In più momenti la musica sembra entrare in scena con un’intensità emotiva diversa rispetto a quella delle immagini, creando un effetto straniante. Alcuni passaggi che dovrebbero risultare intimi o delicati finiscono quasi per perdere naturalezza perché accompagnati da canzoni troppo invasive o fuori tono. E in certi casi il mix audio diventa persino problematico: le musiche coprono le battute degli attori, spezzando il ritmo dei dialoghi invece di sostenerlo. Ma al netto di questa debolezza, Non è un paese per single resta uno dei migliori esempi recenti di trasposizione di un romance italiano. Non rincorre forzatamente il modello internazionale, non costruisce personaggi che parlano come utenti TikTok dentro scenari irreali. Semplicemente prende i meccanismi classici della commedia romantica e li applica a un immaginario italiano riconoscibile e credibile. Ed è forse proprio qui il motivo per cui il film funziona così bene: nella sua semplicità. In un panorama in cui molte produzioni sembrano ossessionate dall’idea di apparire “moderne” a tutti i costi, questa sembra aver capito che il pubblico romance non cerca necessariamente originalità assoluta. Cerca emozioni familiari raccontate bene. E il film, con tutti i suoi cliché, riesce esattamente in questo.  

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Rosso e rosa insieme? Altro che errore di stile: è la combo più chic del red carpet

Quando qualcuno dice la frase: “rosso e rosa non stanno bene insieme”, probabilmente è rimasto bloccato negli anni ’90 insieme ai pantaloni a zampa e ai telefoni con l’antenna. La moda, per fortuna, è andata avanti. E lo dimostra anche il red carpet degli Academy Awards, dove questa combinazione cromatica ha fatto decisamente girare la testa. Nella foto vediamo un abito che sfida apertamente uno dei più grandi “miti di moda” tramandati dalle nonne: il rosso acceso abbinato al rosa cipria. Risultato? Eleganza moderna con un pizzico di audacia. Rosso + rosa: perché funziona davvero Contrariamente a quello che molti pensano, rosso e rosa non litigano affatto. Anzi, si completano. Il rosso porta energia, carattere e presenza scenica. Il rosa addolcisce, illumina e aggiunge femminilità. Quando i due colori si incontrano, il risultato è un equilibrio tra forza e delicatezza. È un po’ come mettere insieme peperoncino e miele: sembra strano… ma funziona incredibilmente bene.   Scopri Land Magazine admin Marzo 16, 2026 Rosso e rosa insieme? Altro che errore di stile: è la combo più chic del red carpet Read More admin Marzo 16, 2026 Hamnet – Jessie Buckley vince l’Oscar: il film tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell conquista Hollywood Il cinema incontra la grande letteratura e nasce uno dei film più intensi degli ultimi anni. Hamnet – Nel nome del figlio, diretto dalla regista premio Oscar Chloé Zhao, ha Read More admin Marzo 16, 2026 Buffy – L’Ammazzavampiri: perché il reboot è stato cancellato da Hulu e cosa significa per i fan Negli ultimi anni Hollywood ha puntato molto sui reboot delle serie cult degli anni ’90 e 2000. Tra i progetti più attesi c’era senza dubbio il ritorno di Buffy l’ammazzavampiri, Read More admin Marzo 16, 2026 Invenzione dello Smocking: storia, origini ed evoluzione dell’abito elegante maschile Quando si parla di eleganza maschile senza tempo, lo smocking occupa un posto d’onore. Raffinato, essenziale, simbolo di serate di gala e occasioni formali, questo abito ha una storia affascinante Read More Oriana Turus Marzo 15, 2026 HAPPY MOTHER’S DAY – IN UK – A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More Silvia Dal Cin Marzo 14, 2026 14 marzo, PiGreco Day. Matematica e… romance? Oggi, 14 marzo, 14/03. Oppure, nel formato americano 3/14. Come le prime cifre del PiGreco: 3,14. Si celebra oggi l’amore per la matematica, con giochi a tema, torre a forma Read More admin Marzo 11, 2026 “Pio Piumotti vuole andare in vacanza”: presentazione dell’albo illustrato alla scuola dell’infanzia di Codognè Un appuntamento speciale dedicato ai più piccoli, alla fantasia e alla scoperta del mondo attraverso le storie. Il 23 marzo, a partire dalle ore 10, presso la Scuola dell’infanzia di Read More admin Marzo 11, 2026 Ingrid Sciuto presenta L’Ombra di Lucia Joyce a Trecastagni: appuntamento il 21 marzo alla Biblioteca “Abate Ferrara” Trecastagni (Catania) – Un incontro tra letteratura, arte e performance per celebrare un romanzo intenso e affascinante. Venerdì 21 marzo alle ore 18:00, presso la Biblioteca comunale “Abate Ferrara di Read More Silvia Dal Cin Marzo 9, 2026 AUGURI BARBIE! Barbie esordì nei negozi il 9 marzo 1959: da simbolo di stile a messaggio di parità e/o di inclusione Barbie non è per forza sinonimo di bambola o di bellezza, Read More admin Marzo 9, 2026 Macy’s: Storia, Evoluzione e Curiosità del Grande Magazzino Iconico Americano Quando si parla di grandi magazzini storici negli Stati Uniti, Macy’s è molto più di un semplice negozio: è un simbolo della cultura americana. Fondato nel 1858 a New York, Read More

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Buffy – L’Ammazzavampiri: perché il reboot è stato cancellato da Hulu e cosa significa per i fan

Negli ultimi anni Hollywood ha puntato molto sui reboot delle serie cult degli anni ’90 e 2000. Tra i progetti più attesi c’era senza dubbio il ritorno di Buffy l’ammazzavampiri, una delle serie fantasy più iconiche della televisione. Tuttavia, il progetto di rilancio sviluppato da Hulu è stato ufficialmente cancellato, lasciando i fan sorpresi e pieni di domande. A commentare la notizia è stata anche la protagonista storica della serie, Sarah Michelle Gellar, che ha condiviso un messaggio video spiegando la situazione e ringraziando il pubblico per l’affetto dimostrato nel corso degli anni. Il reboot di Buffy: un progetto atteso ma mai realizzato   Il reboot di Buffy – L’Ammazzavampiri era stato annunciato con grande entusiasmo. L’idea era quella di riportare sullo schermo l’universo della Cacciatrice con una nuova protagonista, mantenendo però lo spirito della serie originale. La serie cult, andata in onda dal 1997 al 2003, ha segnato un’epoca nella televisione grazie alla sua combinazione di: horror e fantasy ironia e teen drama tematiche sociali e crescita personale Proprio per questo motivo, ogni tentativo di rilancio ha sempre generato enorme attenzione tra i fan. Perché Hulu ha cancellato il reboot Secondo le informazioni circolate nelle ultime settimane, il progetto non è mai entrato realmente in produzione avanzata. Le principali ragioni della cancellazione sembrano essere: 1. Cambiamenti strategici nello streamingLe piattaforme stanno riducendo gli investimenti su progetti rischiosi o molto costosi. 2. Difficoltà creativeTrovare un equilibrio tra rispetto della serie originale e innovazione si è rivelato più complicato del previsto. 3. Reazioni contrastanti dei fanParte del pubblico storico non era convinta dell’idea di un reboot senza la stessa struttura narrativa della serie originale. Il messaggio di Sarah Michelle Gellar ai fan Dopo la diffusione della notizia, Sarah Michelle Gellar ha pubblicato un video in cui ha commentato con sincerità la cancellazione del progetto. L’attrice ha spiegato che il reboot era ancora nelle fasi iniziali e che, nonostante l’interesse, non si è mai arrivati a un vero sviluppo della serie. Nel suo messaggio ha voluto sottolineare soprattutto un punto: l’eredità di Buffy rimane intatta. Il personaggio della Cacciatrice continua infatti a essere uno dei simboli della televisione degli anni ’90 e una figura fondamentale per la rappresentazione delle eroine femminili nella cultura pop. Il futuro dell’universo di Buffy La cancellazione del reboot non significa necessariamente la fine definitiva dell’universo narrativo di Buffy. Hollywood ha dimostrato più volte che i franchise cult possono tornare anche dopo molti anni. Possibili sviluppi futuri potrebbero includere: una nuova serie ambientata nello stesso universo uno spin-off con personaggi diversi un revival con il cast originale un progetto animato Per ora, però, il ritorno della Cacciatrice resta solo una possibilità. Perché Buffy resta una serie immortale Nonostante il reboot cancellato, Buffy l’ammazzavampiri continua a essere una delle serie più influenti della storia della TV. Il suo successo deriva da diversi elementi: personaggi complessi e memorabili dialoghi intelligenti e ironici metafore sulla crescita adolescenziale un mix unico di horror, azione e commedia Ancora oggi la serie viene riscoperta da nuove generazioni di spettatori grazie alle piattaforme streaming. Scopri Land Magazine admin Marzo 16, 2026 Buffy – L’Ammazzavampiri: perché il reboot è stato cancellato da Hulu e cosa significa per i fan Read More admin Marzo 16, 2026 Invenzione dello Smocking: storia, origini ed evoluzione dell’abito elegante maschile Quando si parla di eleganza maschile senza tempo, lo smocking occupa un posto d’onore. Raffinato, essenziale, simbolo di serate di gala e occasioni formali, questo abito ha una storia affascinante Read More Oriana Turus Marzo 15, 2026 HAPPY MOTHER’S DAY – IN UK – A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More Silvia Dal Cin Marzo 14, 2026 14 marzo, PiGreco Day. Matematica e… romance? Oggi, 14 marzo, 14/03. Oppure, nel formato americano 3/14. Come le prime cifre del PiGreco: 3,14. 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Non preparano colazioni, non accompagnano bambini a scuola, non rispondono a email di lavoro, non Read More

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LOVE ME LOVE ME

Love Me Love Me è il film che non volevamo (ma che abbiamo visto lo stesso). Il problema è che non è brutto ma divertente o brutto ma con un significato profondo. No, è brutto e basta.Facciamo un passo indietro: Stefania S., identità nascosta e aura misteriosa, un po’ come Erin Doom (e non la sto citando a caso, sia chiaro) pubblica su Wattpad la sua tetralogia. Quindi ci dobbiamo aspettare quattro film come questo. Preparatevi! Milioni di ragazzine leggono, commentano, si appassionano. Poi diventa fenomeno editoriale e da quello all’adattamento a film il passo è breve (come per il Fabbricante di lacrime, ma più in grande). La produzione è affidata a Lotus Production e Amazon MGM Studios, con il supporto di WEBTOON Productions. Regia di Roger Kumble, specialista di amori tossici e giovani tormentati. Quindi non un film italiano qualsiasi, bensì il primo Original italiano girato interamente in inglese, con tanto di doppiaggio, per conquistare il mondo.Andiamo alla trama. La vicenda si svolge in una scuola internazionale d’élite a Milano dove (forse per scelta narrativa puramente esterofila) è vietato parlare italiano. Idea intrigante, peccato che nel doppiaggio questa regola venga aggirata creando un piccolo corto circuito logico. Ma il dettaglio linguistico è nulla paragonato al resto. La storia è la fiera dei cliché. Pensate a un cliché romance… e c’è. Triangolo amoroso? C’è. Protagonista bella e dolce ma “diversa dalle altre”? c’è. Ragazzo tormentato dal passato oscuro e con tanto di trauma irrisolto? C’è. Combattimenti clandestini? Ci sono anche quelli. La sensazione è quella di aver già visto tutto questo mille volte, e per giunta fatto decisamente meglio. In pratica è un retelling del Fabbricante di lacrime, di Uno splendido disastro, After, È colpa tua, Dalla tua finestra e compagnia bella.Tornando a noi, June si trasferisce a Milano dopo un lutto devastante (la morte del fratello) con la madre. Nuova scuola, nuova vita e, perché no? Anche due ragazzi. Will, insulso e apparentemente bravo ragazzo, e James, l’amico tormentato che combatte in incontri clandestini di MMA perché il dolore va sempre esplicato con quattro pugni ben assestati. Poi ci sono l’amica snobbetta e il migliore amico gay che non possono mancare neanche qua (come ne Il mio anno a Oxford e un’altra decina di testi e relative pellicole).Il nodo più problematico resta la dinamica romantica. June assume il ruolo di salvatrice (ma chi glielo ha chiesto?). James è aggressivo, possessivo, imprevedibile? Ma ha sofferto! Ha un trauma! È cresciuto male, poverino… e quindi merita redenzione attraverso l’amore di lei. È il mito eterno della crocerossina: la sofferenza maschile come irresistibile magnete erotico. Il messaggio, travestito da romanticismo, è che l’amore giustifica tutto e guarisce tutto. Anche comportamenti che nella vita reale sarebbero enormi red flag e sirene d’allarme perennemente accese.Sarebbe rivoluzionario, e forse più interessante, vedere una protagonista che dice “no, grazie passo” e sceglie sé stessa. Ma l’autonomia femminile, evidentemente, non genera abbastanza cliffhanger.Andiamo avanti. Vogliamo parlare della scena di lui che la porta nello spogliatoio maschile e si denuda per farle vedere quanto è prestante? No, non vogliamo parlarne, non ce n’è bisogno. La scena si commenta da sé.Poi è tutto spiegato, tutto raccontato. Dov’è finito lo show don’t tell? Dove? I personaggi non vivono conflitti, li enunciano. Non mostrano emozioni, le dicono apertamente. È tutto esplicito, didascalico, come se lo spettatore non fosse in grado di intuire nulla (magari il pubblico a cui si rivolge effettivamente non lo è, che ne sappiamo noi?)Visivamente il film è bello, luminoso, instagrammabile. Fotografia pop-fluorescente, colori saturi, inquadrature eleganti, un po’ come in Maxton Hall (ma qua il paragone è fuorviante) Tutto perfetto per clip da TikTok e basta.Ma allora perché è un fenomeno? Perché ha una fanbase solida e consolidata di ragazzine innamorate del solito dramma YA con tanto di badboy (o malessere… che poi pensate sia cringe). In altre parole, è un fenomeno che nasce dal basso e si porta dietro un esercito già pronto a combattere (sono sicura diranno si tratti di un capolavoro).Love Me Love Me non è un buon film. È la dimostrazione che nell’era dello streaming la qualità è opzionale. Il film è solo l’ennesima comfort zone: non sorprende, non osa, non rischia. E oggi, forse, è questo che vende davvero.Rassegniamoci.

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