Il sospetto non basta: il caso Jerry Falade e il rischio di trasformare l’intelligenza artificiale in una nuova caccia alle streghe
Per decenni il mondo dell’editoria ha discusso di plagio, di ispirazione, di ghostwriter e di originalità, interrogandosi continuamente su dove terminasse l’influenza e dove iniziasse la copia. Oggi, però, il dibattito sembra essersi spostato su un terreno completamente diverso, quello dell’intelligenza artificiale, e il rischio è che la legittima preoccupazione nei confronti di uno strumento tecnologico finisca per trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso: una cultura del sospetto nella quale l’accusa precede la prova e il dubbio diventa sufficiente per compromettere la carriera di uno scrittore. È difficile non leggere in questa chiave il caso di Jerry Falade, autore del thriller Call Me, I’ll Hide the Body, un romanzo che aveva suscitato un entusiasmo straordinario nel mercato editoriale internazionale. Attorno al libro si era sviluppata un’asta tra numerose case editrici, culminata con un’offerta milionaria della statunitense Minotaur. Sembrava la classica storia dell’esordiente destinato a diventare una delle grandi rivelazioni dell’anno. Poi, improvvisamente, tutto si è fermato. L’accordo è stato ritirato, la pubblicazione sospesa e il romanzo è sparito dal mercato. Il motivo non è stato un plagio accertato né la scoperta di un comportamento fraudolento dell’autore. A determinare questa decisione è stato il semplice sospetto che durante la realizzazione del manoscritto potessero essere stati utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. La vicenda merita una riflessione che va ben oltre il singolo autore, perché introduce un precedente destinato a influenzare il rapporto tra scrittori, editori e lettori negli anni a venire. Il punto centrale, infatti, non è stabilire se l’intelligenza artificiale debba o meno avere un ruolo nella scrittura creativa. Su questo si può discutere e ciascun editore è libero di adottare una propria linea editoriale, imponendo limiti o richiedendo dichiarazioni agli autori. Il vero problema nasce nel momento in cui una persona viene di fatto considerata colpevole senza che esista una prova concreta della violazione contestata. Quello della presunzione di innocenza non è un principio che appartiene esclusivamente al diritto penale; rappresenta, più in generale, uno dei cardini di ogni società che voglia definirsi razionale. In qualunque ambito civile l’onere della prova ricade su chi formula un’accusa. Non è l’accusato che deve dimostrare di essere innocente, ma chi accusa che deve dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni. È un principio tanto semplice quanto essenziale, perché evita che il sospetto si trasformi automaticamente in condanna. Eppure, nel dibattito sull’intelligenza artificiale sembra che questa logica stia lentamente ribaltandosi. Sempre più spesso si sente dire che uno scrittore dovrebbe essere in grado di dimostrare di aver scritto personalmente il proprio romanzo, quasi fosse chiamato a ricostruire ogni passaggio della propria attività creativa. Ma chiunque abbia scritto un libro, anche soltanto una volta nella vita, sa bene quanto questa richiesta sia irrealistica. Un romanzo nasce da mesi, se non da anni, di appunti sparsi, idee annotate sul telefono, pagine cancellate, capitoli completamente riscritti, intuizioni che arrivano durante una passeggiata o nel cuore della notte. Esiste davvero un modo per certificare tutto questo? E soprattutto, è ragionevole pretendere una documentazione completa di un processo creativo che, per sua natura, è sempre stato caotico, frammentario e profondamente personale? La questione diventa ancora più delicata se si considera un altro aspetto fondamentale: oggi non esiste alcuno strumento capace di stabilire con assoluta certezza se un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. I software che promettono di riconoscere la scrittura automatica sono notoriamente soggetti a errori e producono con una certa frequenza sia falsi positivi sia falsi negativi. Lo hanno ammesso gli stessi sviluppatori di molti di questi sistemi, che invitano a non considerarli strumenti probatori. Nonostante ciò, basta che uno stile appaia particolarmente lineare o che una struttura narrativa sia giudicata “troppo perfetta” perché inizi a diffondersi il sospetto. È proprio questo il rischio più grande. Se l’eccellenza stilistica, la rapidità di scrittura o persino il successo commerciale iniziano a essere interpretati come possibili indizi dell’utilizzo dell’IA, allora qualunque autore potrà trovarsi nella condizione di dover difendere la propria reputazione da accuse impossibili da confutare in maniera definitiva. Come si dimostra di non aver utilizzato uno strumento? È una domanda che appartiene alla filosofia prima ancora che al diritto. Dimostrare un fatto positivo è spesso possibile; dimostrare l’assenza assoluta di un comportamento, invece, è quasi sempre impossibile. Per questo motivo, nelle società democratiche, non si chiede mai a qualcuno di provare la propria innocenza. Il caso Falade assume inoltre un significato ulteriore alla luce delle dichiarazioni dell’autore, che ha collegato l’intera vicenda anche ai pregiudizi presenti nel mondo editoriale nei confronti degli scrittori di colore. È un’affermazione che richiede prudenza e che, in assenza di elementi oggettivi, non può essere né confermata né smentita. Tuttavia, proprio perché non disponiamo di prove in una direzione o nell’altra, sarebbe opportuno evitare conclusioni affrettate. Lo stesso principio che impone di non accusare uno scrittore senza evidenze dovrebbe impedirci anche di liquidare con superficialità le sue preoccupazioni. Ancora una volta, la soluzione non può essere il sospetto reciproco, ma l’analisi dei fatti. Naturalmente tutto questo non significa negare l’esistenza del problema. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per produrre libri in modo massiccio e rappresenta una sfida reale per il settore editoriale. Sarebbe ingenuo fingere che non esista. Ma proprio perché la questione è seria, richiede strumenti seri. Se un editore decide di vietarne l’utilizzo, è legittimo che introduca clausole contrattuali, richieda trasparenza e preveda verifiche compatibili con le conoscenze tecniche disponibili. Ciò che appare molto più discutibile è che un progetto editoriale possa essere cancellato esclusivamente sulla base di dubbi che nessuno è in grado di trasformare in prove. La storia della cultura è ricca di periodi nei quali la paura ha prevalso sulla razionalità. Ogni nuova tecnologia ha generato timori, resistenze e spesso anche vere e proprie campagne moralizzatrici. Non sempre queste preoccupazioni erano infondate, ma ogni volta che il sospetto ha preso il posto della dimostrazione si sono prodotti errori difficili da riparare. L’editoria dovrebbe evitare di ripetere lo stesso schema, soprattutto perché la sua funzione non è soltanto pubblicare libri, ma difendere un metodo fondato





