storia

La principessa del popolo

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui La principessa del popolo A partire dalla metà degli anni Ottanta, Diana divenne madrina di un alto numero di enti di beneficenza. Si occupava di bambini, anziani, tossicodipendenti e malati di AIDS. Il primo ministro Blair, alla sua morte, le attribuì infatti l’appellativo di “principessa del popolo.” In quanto principessa di Galles, Diana doveva fare regolari apparizioni pubbliche, partecipare a eventi e raccogliere fondi, ma non sentiva affatto il peso di tale obbligo. Sviluppò anzi un grande interesse per alcune cause, che venivano totalmente ignorate dalla famiglia reale, come i malati di AIDS e la lebbra. Dal 1991 al 1996 fu rappresentante di un’associazione per il supporto alle vittime di danni cerebrali. Dal 1984 al 1996 appoggiò l’associazione di carità Barnardo’s, ente che garantiva aiuto a giovani e minori. Nel 1988 divenne madrina della sezione giovani della Croce Rossa britannica. La principessa era inoltre sostenitrice di un ente volto a sostenere i servizi di maternità negli ospedali del servizio sanitario nazionale. Nel febbraio 1992 visitò l’ospizio per i malati e i morenti di Madre Teresa a Calcutta, in India. Nel 1995 fece una breve visita a Mosca, dove visitò un ospedale per bambini che aveva in precedenza sostenuto e al quale fornì nuove attrezzature mediche. Tra i suoi riconoscimenti ricordiamo nel 1996 il premio umanitario per il suo impegno con gli anziani dal Centro Pio Manzù. Nel maggio del 1997 Diana inaugurò il Richard Attenborough Centre for Disability and the Arts a Leicester. Tra le numerose battaglie di Lady Diana, non possiamo non menzionare le mine antiuomo. Nel gennaio 1997, sfruttando la sua popolarità, la principessa mise a rischio la sua vita percorrendo, insieme all’organizzazione Halo Trust, un campo minato dell’Angola con indosso un casco e un giubbotto antiproiettile, con l’unico obiettivo di spingere lo stato a vietarle. In Angola erano infatti moltissimi i civili, inclusi i bambini, ad aver perso un arto a causa di queste mine. In seguito, nel dicembre del 1997, grazie anche all’intervento di Diana, il Trattato internazionale di Ottawa vietò l’uso e la produzione delle mine antiuomo. Scopri di più: LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More società No, Elena nera non è un problema: quando a teatro gli uomini interpretavano le donne e nessuno gridava allo scandalo 01.08.26 firstletter BUON COMPLEANNO BEATRIX POTTER! 28.07.26 dark tourism Craco, il paese fantasma della Basilicata: storia, misteri e leggende del borgo abbandonato più inquietante d’Italia 27.07.26 storia Tra giungla e monsoni: viaggio nell’India coloniale che ha conquistato gli esploratori europei 27.07.26 Eventi Fabrizio Olivero vince il Festival Nazionale dello Scrittore 2026: a settembre in uscita con Land Editore Il caso del fante di picche 26.07.26 libri Un viaggio dentro ai trope di “OTTO VOLTE SÌ” 24.07.26 storia Tre castelli italiani avvolti dal mistero: tra storia documentata e leggende secolari 23.07.26 Eventi Annamaria Zizza presenta L’estate della dolciera: a dialogare con l’autrice sarà Ingrid Sciuto di Land Editore 22.07.26

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Il matrimonio e la nascita dei figli

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui LEGGI ANCHE Il matrimonio Il matrimonio reale si svolse il 29 luglio 1981 nella cattedrale di San Paolo a Londra. Alla cerimonia parteciparono oltre duemila invitati, e le nozze furono trasmesse in mondovisione. La luna di miele La luna di miele fu un incubo per Diana. Era ossessionata da Camilla, credeva che lui la chiamasse di continuo. Non si fidava di lui; qualcosa dentro di sé le diceva che lei sarebbe sempre stata l’altra, e forse era realmente così. Diana tentò di tutto per far funzionare le cose, credeva che la sua sola figura perfetta sarebbe stata sufficiente per tenere suo marito ancorato a sé. Non bastava. Non sarebbe mai bastato. Le prime apparizioni ufficiali Diana cercava di adeguarsi agli impegni del marito come meglio poteva; come primo viaggio da reale ci furono Australia e Nuova Zelanda. Diana aveva al seguito migliaia di giornalisti. Una visibilità che la stupiva e faceva infuriare Carlo, abituato a concentrare l’attenzione su di sé. La bulimia Diana riferì di aver avuto un tremendo attacco di bulimia la sera prima del suo matrimonio. I medici tentavano invano di curarla col Valium, ma lei voleva guarire senza l’aiuto dei farmaci. Si sentiva sbagliata, sotto pressione, credeva di non essere all’altezza per Carlo. La regina madre Elisabetta considerava la bulimia di Diana quale motivo principale dei suoi problemi coniugali, e si ostinava a non vedere quanto la nuora soffrisse per la distanza di Carlo. Va detto che la bulimia di Diana non era il problema, ma la conseguenza a un malessere più grande, legato all’estraneità e alla freddezza della vita di corte, il cerimoniale, le regole rigide, e poi il suo stesso marito, l’uomo con il quale aveva dato alla luce due figli, che pareva essere lontano anni luce da lei. E ancora, l’ossessione per Camilla e il continuo assedio della stampa. La bulimia era dunque solo la conseguenza a tutto questo. Una magrezza che era, a tutti gli effetti, un sordo grido d’aiuto. I tentativi di suicidio Gli attacchi di bulimia il giorno prima delle nozze erano solo l’inizio di qualcosa che l’avrebbe risucchiata. Nessuno sembrava accorgersi del suo reale malessere psichico; nessuno tranne sua sorella Jane. Gli stessi amici di Carlo tentavano da dissuaderla. Carlo e Camilla erano solo amici, e lei doveva smetterla con questi pensieri; questo continuavano a ripeterle. “Fantasie”, affermava la regina. Addirittura, altri membri della famiglia la definirono pazza. Diana sapeva perfettamente di non essere malata, né paranoica, solo che non veniva creduta da nessuno. Non aveva appoggio da suo marito, né dalla regina madre, si sentiva sopraffatta dall’assedio della stampa e dalla sua condizione. L’unica gioia di quel periodo era legata alla nascita dei suoi figli. William e Harry Il 5 novembre 1981, appena dopo tre mesi dal matrimonio, venne annunciata la gravidanza. Ciò nonostante, Diana sentiva di non avere nessun sostegno da parte di suo marito. Dopo il parto, Diana non faceva che piangere. Si sentiva sola e incompresa in un rapporto che la faceva sentire costantemente inadeguata. La nascita di Harry il 15 settembre 1984, segnò la fine definitiva del loro matrimonio. Diana mamma I critici parlano di Diana come una madre esemplare e affettuosa; raramente era solita prendere decisioni riguardanti i suoi figli interpellando il marito o la famiglia reale. Accompagnava i bambini a scuola e organizzava i suoi impegni sulla base dei bambini; insomma, faceva di tutto per essere un punto fermo per loro. Nonostante i rapporti incrinati con suo marito, Diana non cessò di essere una madre presente e devota. Scelse personalmente i nomi dei suoi figli, William e Harry, rifiutando categoricamente quelli di Arthur e Albert. Scopri di più: LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More società No, Elena nera non è un problema: quando a teatro gli uomini interpretavano le donne e nessuno gridava allo scandalo 01.08.26 firstletter BUON COMPLEANNO BEATRIX POTTER! 28.07.26 dark tourism Craco, il paese fantasma della Basilicata: storia, misteri e leggende del borgo abbandonato più inquietante d’Italia 27.07.26 storia Tra giungla e monsoni: viaggio nell’India coloniale che ha conquistato gli esploratori europei 27.07.26 Eventi Fabrizio Olivero vince il Festival Nazionale dello Scrittore 2026: a settembre in uscita con Land Editore Il caso del fante di picche 26.07.26 libri Un viaggio dentro ai trope di “OTTO VOLTE SÌ” 24.07.26 storia Tre castelli italiani avvolti dal mistero: tra storia documentata e leggende secolari 23.07.26 Eventi Annamaria Zizza presenta L’estate della dolciera: a dialogare con l’autrice sarà Ingrid Sciuto di Land Editore 22.07.26

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3 delitti irrisolti di Torino: i cold case che ancora oggi non hanno un colpevole

Torino conserva i propri misteri con una discrezione quasi perfetta. Dietro i portoni dei palazzi, lungo le strade della collina, negli appartamenti dei quartieri residenziali e persino nelle zone che oggi attraversiamo senza prestarvi attenzione si sono consumati delitti per i quali, a distanza di decenni, manca ancora una risposta definitiva. Sono i cold case di Torino, omicidi sui quali investigatori e magistrati hanno lavorato per anni, seguendo piste, interrogando conoscenti, arrestando sospettati e, in alcuni casi, tornando sui reperti molto tempo dopo grazie alle nuove tecniche scientifiche. Eppure qualcosa continua a mancare: un nome, una prova decisiva, il particolare capace di trasformare un sospetto in una verità giudiziaria. Abbiamo raccolto 3 casi particolarmente inquietanti; alcuni risalgono agli anni Cinquanta, altri sono molto più recenti, ma tutti condividono una domanda rimasta sospesa nel tempo: chi ha ucciso? 1. Mario Giliberti e Diabolich: l’assassino che annunciò il proprio delitto Torino, febbraio 1958. Mario Giliberti ha ventisette anni, arriva da Lucera, lavora alla Fiat e vive in una sistemazione piuttosto precaria ricavata nel retrobottega di un ex laboratorio da calzolaio, al numero 20 di via Fontanesi. Il 25 febbraio viene trovato morto. È stato colpito ripetutamente con un coltello; le ricostruzioni dell’epoca parlano di diciotto coltellate. Già questo basterebbe a trasformare la vicenda in uno dei grandi casi di cronaca nera della Torino del dopoguerra. Quello che accade intorno al cadavere, però, sembra uscito da un romanzo giallo. L’assassino vuole essere ascoltato. Qualcuno telefona alla redazione de La Stampa sostenendo di avere commesso un delitto; arrivano inoltre comunicazioni alla stampa e alla polizia nelle quali l’autore rivendica l’omicidio. Una delle lettere contiene addirittura un enigma: osservando la costruzione del testo è possibile ricavare l’indirizzo via Fontanesi 20. Sul luogo del delitto viene inoltre lasciato un biglietto con una provocazione rivolta agli investigatori: riusciranno a trovare l’assassino? L’uomo si firma con uno pseudonimo destinato a diventare leggendario: Diabolich. Gli investigatori concentrano i sospetti su Aldo Cugini, amico ed ex commilitone di Giliberti. Viene arrestato nel marzo 1958 e rimane in carcere per quasi cinque mesi, ma gli elementi raccolti non consentono di attribuirgli l’omicidio. Il caso rimane irrisolto. A rendere tutto ancora più curioso c’è una coincidenza entrata nella storia della cultura popolare italiana: pochi anni dopo, nel 1962, nascerà Diabolik, il criminale creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani; il precedente torinese di “Diabolich” viene indicato dalle ricostruzioni sul caso come una delle fonti legate alla scelta del nome. L’uomo che volle raccontare il proprio omicidio ai giornali, invece, non ha mai avuto un volto. 2. Giorgia Padoan: due tazzine di caffè e un assassino che lei probabilmente conosceva Il 9 febbraio 1988 Giorgia Padoan ha ventun anni, studia Lingue all’università e vive con la madre in via San Gottardo, a Torino. Quel giorno qualcuno entra nel suo appartamento. Non sembra esserci stata un’irruzione violenta: tutto porta a pensare che Giorgia abbia aperto volontariamente la porta al proprio visitatore. Nell’appartamento vengono infatti trovate due tazzine da caffè, lavate; secondo la ricostruzione investigativa, è molto probabile che la ragazza conoscesse la persona che aveva fatto entrare. Quando la madre torna dal lavoro poco prima delle quattordici trova Giorgia morta. La ragazza è stata strangolata con una catenella che non verrà mai recuperata. Le indagini si concentrano inevitabilmente sulle persone che frequentavano la giovane. Giorgia non sembrava avere nemici e proprio questa normalità rende il caso ancora più difficile: se aveva aperto la porta all’assassino e gli aveva persino preparato il caffè, chi poteva essere? Nel corso degli anni compare un elemento impressionante. Pochi giorni dopo l’omicidio, il padre di Giorgia riceve la telefonata di un giovane che chiede perdono e sostiene di essere responsabile della morte della ragazza. Il padre riesce a registrare parte della conversazione. Molti anni dopo, quando l’inchiesta viene riaperta, una perizia fonica individua una compatibilità tra quella voce e quella di un uomo che aveva frequentato lo stesso corso universitario di Giorgia. L’uomo viene indagato, ma gli elementi raccolti non risultano sufficienti per sostenere un’accusa. Ancora oggi non esiste una verità giudiziaria sull’identità dell’assassino. Rimangono quelle due tazzine. Una ragazza che evidentemente non si sentiva in pericolo. E qualcuno che, dopo avere bevuto un caffè con lei, è uscito dall’appartamento lasciandola senza vita. 3. Erio Codecà: chi voleva morto un dirigente della Fiat? https://www.landeditore.it/wp-content/uploads/2026/09/s.-Fabrizio-Oliviero-con-logo.mp4 La sera del 16 aprile 1952, Erio Codecà esce dalla propria abitazione di via Villa della Regina per portare a spasso il cane. Codecà ha cinquant’anni ed è un importante dirigente del mondo Fiat; ha lavorato anche all’estero e, al momento della morte, occupa un ruolo di primo piano nella struttura industriale torinese. Intorno alle nove di sera qualcuno lo aspetta. Viene ucciso nei pressi della propria abitazione con un colpo d’arma da fuoco. Nessun testimone riesce a fornire agli investigatori la risposta fondamentale: chi ha sparato? Comincia una delle indagini più controverse della Torino del dopoguerra. Perché uccidere Codecà? Nel corso degli anni vengono formulate numerose ipotesi e il contesto rende il caso particolarmente suggestivo: siamo nei primi anni della Guerra fredda e Codecà è un dirigente di una delle aziende industriali strategicamente più importanti d’Italia. Le indagini esplorano piste differenti, comprese quelle politiche e quelle collegate alle attività industriali. Un uomo viene anche portato a processo: Giuseppe Faletto, ex partigiano. Nel 1958 viene però assolto per insufficienza di prove. Dopo oltre settant’anni, non sappiamo ancora chi abbia premuto il grilletto e soprattutto non sappiamo con certezza perché Codecà dovesse morire. È questo secondo interrogativo a rendere il caso particolarmente affascinante: dietro quell’unico colpo potrebbe esserci una storia molto più grande della scena del crimine sulla quale venne trovato il corpo. Oppure potrebbe esserci una spiegazione completamente diversa. Nessuna delle piste percorse è riuscita a diventare una verità definitiva. Scopri Land Magazine admin Settembre 22, 2026 3 delitti irrisolti di Torino: i cold case che ancora oggi non hanno un colpevole Read More admin Settembre 21, 2026 ROMANCE BOOK PARTY APPRODA AL CAMPANIA LIBRI FESTIVAL 2026 ROMANCE BOOK PARTY APPRODA AL CAMPANIA LIBRI

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Una passeggiata per Torino con Teresina Tua: «Qui sono stata bambina, prima che il mondo mi chiamasse prodigio»

Torino, seconda metà dell’Ottocento. Prima di Parigi, prima dei grandi teatri europei, prima degli incontri con alcuni dei protagonisti della musica del suo tempo, c’era una bambina torinese con un violino tra le mani. Si chiamava Teresina Tua; oggi proviamo a restituirle la voce e a percorrere Torino attraverso i suoi occhi, seguendo le tracce di una vita straordinaria che cominciò proprio fra queste strade. «Cominciamo da via San Massimo; perché prima di diventare Teresina Tua sono stata una bambina di Torino» Se volete passeggiare con me, non portatemi subito davanti a un teatro; non cercatemi sotto le luci di un palcoscenico e non immaginate già l’archetto sollevato mentre una platea elegante aspetta la prima nota. Portatemi invece in via San Massimo 11, perché è qui che sono nata il 24 aprile 1866; in una Torino che aveva appena perduto il ruolo di capitale del Regno d’Italia e che, mentre io imparavo a conoscere il mondo, stava cercando di immaginare un futuro diverso. Torino allora era una città attraversata da una trasformazione profonda; Firenze era diventata capitale appena l’anno precedente alla mia nascita e quella città piemontese che per pochi anni aveva occupato il centro politico del nuovo Stato italiano doveva trovare un’altra identità, mentre nelle sue strade continuavano a incontrarsi aristocratici e commercianti, militari e artigiani, professionisti, musicisti e quella moltitudine di persone comuni che raramente riesce a entrare nei libri di storia. Io, naturalmente, non sapevo nulla di tutto questo. Ero una bambina; e i bambini hanno il privilegio di abitare la Storia senza sapere che un giorno qualcuno la racconterà. Mio padre, Antonio Tua, e mia madre, Marianna Rabino, erano musicisti dilettanti; furono loro a introdurmi alla musica e il violino entrò molto presto nella mia vita, diventando qualcosa di più di uno strumento. Avevo una predisposizione evidente e, quando ero ancora piccolissima, cominciai già a esibirmi nella mia città. Quando oggi percorrete via San Massimo provate allora a fare un piccolo esercizio; togliete le automobili, cancellate le insegne contemporanee, dimenticate per qualche minuto la Torino del XXI secolo e lasciate riemergere quella ottocentesca – le carrozze, le botteghe, i passi, le voci, gli abiti delle signore, gli uomini con il cappello, il rumore degli zoccoli sulla strada. Poi immaginate una bambina con un violino fra le mani. Quella bambina sono io. O almeno sono stata io, prima che gli altri cominciassero a chiamarmi bambina prodigio. «I miei primi palcoscenici non erano quelli che immaginate» A sei anni suonavo già; e prima delle grandi sale da concerto arrivarono esibizioni molto più modeste, quei concerti torinesi che le ricostruzioni biografiche definiscono tenuti in contesti di poco conto e che oggi, proprio per questo, sono difficili da ricostruire uno per uno. Non immaginate immediatamente velluti rossi, lampadari scintillanti e signore ingioiellate; la carriera di una musicista dell’Ottocento poteva cominciare molto più lontano dai grandi teatri, dentro una rete di piccole esibizioni attraverso le quali un talento poteva essere notato, ascoltato e infine portato altrove. Dopo Torino arrivarono infatti altri concerti in Piemonte, poi in Liguria e nella Francia meridionale; il mondo cominciava ad allargarsi e io, mentre crescevo, imparavo che il mio violino avrebbe potuto condurmi molto più lontano delle strade che conoscevo. Eppure, se provo a ricostruire quella Torino attraverso l’immaginazione, continuo a sentirla soprattutto attraverso i suoni. Il rumore delle carrozze; le conversazioni che si sovrappongono; una porta che si apre; i passi sotto i portici; qualcuno che chiama da lontano; le voci della strada e poi, improvvisamente, un violino. Il mio. Raccontata oggi, la storia di una bambina prodigio possiede inevitabilmente qualcosa di romantico; ma il talento precoce non era soltanto una benedizione, perché significava anche studio, disciplina, viaggi e aspettative in un’età nella quale altri bambini potevano ancora permettersi di non sapere che cosa sarebbero diventati. Io ero ancora piccola; intorno a me, però, cominciava già a formarsi quella parola enorme – futuro – che gli adulti sembrano pronunciare con particolare entusiasmo quando riguarda un bambino e non loro stessi. «Per diventare una musicista dovetti lasciare Torino» Arriva sempre un momento, nelle passeggiate, in cui bisogna scegliere se tornare indietro oppure continuare; nella mia vita quel momento arrivò prestissimo. Nel 1876 fui ammessa al Conservatorio di Parigi, dove studiai violino nella classe di Lambert Massart; avevo dieci anni e alle spalle una famiglia che aveva riconosciuto nel mio talento qualcosa che meritava di essere coltivato, mentre davanti a me si apriva uno degli ambienti musicali più prestigiosi d’Europa. Pensateci. Dieci anni. Oggi quell’età appartiene completamente all’infanzia; per me significò invece entrare in un sistema di formazione severissimo e trasformare progressivamente qualcosa che fino a quel momento era stato soprattutto talento precoce in una preparazione professionale. Mi diplomai nel 1879 e l’anno successivo conquistai il Grand Prix bandito dal Conservatorio; ciò che era cominciato nelle stanze di casa e nelle prime esibizioni torinesi aveva ormai assunto una dimensione completamente diversa. Per diventare ciò che potevo essere, insomma, avevo dovuto lasciare la città nella quale ero nata. Succede spesso a chi parte molto giovane; crediamo di abbandonare una città e, quando finalmente torniamo, scopriamo che non è stata soltanto lei a cambiare. Siamo cambiati noi. «Adesso portatemi in Piazza Castello; voglio rivedere il mio Teatro Regio» Ora possiamo raggiungere Piazza Castello. Fermiamoci qui; ma dovete prestarmi ancora una volta la vostra immaginazione, perché il Teatro Regio che conoscete oggi non è quello nel quale suonai io. Il grande teatro settecentesco sarebbe stato devastato dall’incendio del 1936; la struttura contemporanea appartiene dunque a un’altra epoca, mentre il Regio che conobbi faceva ancora parte della Torino nella quale ero cresciuta. Il 9 maggio 1884 tornai a esibirmi proprio al Teatro Regio; nel frattempo quella bambina partita per Parigi aveva cominciato a conquistare i pubblici italiani ed europei e aveva incontrato personalità destinate a entrare nella storia della musica. Nel marzo del 1882, a Genova, avevo conosciuto Giuseppe Verdi, che espresse parole di grande apprezzamento nei miei confronti; avevo suonato in numerose città, ero arrivata a Berlino, avevo incontrato

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Age gap: alle origini del romance che ama la differenza d’età

Oggi lo chiamiamo age gap romance e sappiamo perfettamente che cosa aspettarci quando questa definizione compare nella presentazione di un romanzo: due protagonisti separati da una differenza d’età significativa, spesso appartenenti a momenti molto diversi della propria vita, la cui relazione sentimentale deve confrontarsi non soltanto con l’attrazione reciproca, ma anche con tutto ciò che quella distanza anagrafica comporta in termini di esperienza, aspettative, posizione sociale e giudizio esterno. È diventato uno dei trope più riconoscibili del romance contemporaneo (e uno dei più discussi); eppure, per rintracciarne le origini, bisogna tornare molto più indietro rispetto a BookTok, alla narrativa rosa del Novecento e persino alla nascita del romance così come oggi lo intendiamo. La letteratura, infatti, raccontava relazioni caratterizzate da importanti differenze d’età molto prima che qualcuno pensasse di attribuire loro un’etichetta specifica; la vera differenza rispetto al presente consiste nel fatto che, per secoli, quella distanza non rappresentava necessariamente l’elemento eccezionale della relazione. Poteva essere significativa, poteva suscitare commenti e perplessità negli altri personaggi, poteva contribuire a determinare gli equilibri della coppia; molto più raramente, però, costituiva da sola il centro del conflitto romantico. Per comprendere come siamo arrivati all’age gap romance contemporaneo bisogna quindi partire da una considerazione apparentemente semplice: prima che esistesse il trope, esistevano già le condizioni sociali che avrebbero permesso alla letteratura di raccontarlo. Prima dell’age gap romance c’era il matrimonio Scopri Guardare alle relazioni sentimentali del Settecento e dell’Ottocento utilizzando esclusivamente categorie contemporanee rischia di produrre una rappresentazione piuttosto distorta del passato. Il matrimonio, soprattutto nelle classi medie e alte, non era soltanto il coronamento di una relazione amorosa; costituiva anche un accordo economico, familiare e sociale, attraverso il quale si amministravano patrimoni, proprietà, eredità, alleanze e possibilità di avanzamento. Questo non significa, come una certa rappresentazione popolare dell’Ottocento potrebbe far pensare, che fosse normale vedere continuamente uomini anziani sposare adolescenti; le pratiche matrimoniali europee erano molto più complesse e variavano enormemente in base al periodo, alla classe sociale e al luogo. Significa piuttosto che uomini e donne non arrivavano necessariamente al matrimonio nelle stesse condizioni economiche e sociali: un uomo appartenente a determinate classi poteva essere incoraggiato ad aspettare di avere una professione, una rendita o una posizione sufficientemente stabile prima di formare una famiglia; una giovane donna poteva invece entrare nel mercato matrimoniale molto prima. La differenza d’età diventava così una delle numerose possibili asimmetrie presenti all’interno di una coppia; accanto agli anni potevano esserci differenze di patrimonio, istruzione, esperienza, libertà personale e capacità di movimento all’interno della società. Ed è proprio questo intreccio a essere fondamentale per comprendere perché l’age gap abbia avuto una fortuna narrativa tanto duratura: l’età, da sola, racconta relativamente poco; ciò che interessa alla letteratura è tutto quello che può rappresentare. L’uomo più adulto può avere già una posizione sociale consolidata, una casa, un patrimonio, una reputazione e un passato sentimentale; la giovane protagonista, al contrario, può trovarsi ancora nel momento in cui deve conquistare la propria autonomia e decidere quale posto occupare nel mondo. La distanza anagrafica diventa quindi anche distanza di esperienza; ed è esattamente in questo spazio che il romanzo trova il conflitto. Quando l’age gap esisteva già, ma nessuno lo chiamava così Uno dei testi ai quali bisogna inevitabilmente guardare quando si ricostruisce la genealogia della narrativa sentimentale moderna è Pamela, or Virtue Rewarded di Samuel Richardson, pubblicato nel 1740; la storia della giovane Pamela Andrews e del suo padrone, Mr B., contiene infatti molti degli elementi che torneranno, profondamente trasformati, nella narrativa romantica dei secoli successivi. In questo caso, tuttavia, ciò che separa i due personaggi è molto più significativo della semplice età; tra Pamela e Mr B. esiste soprattutto una distanza sociale ed economica enorme, perché lui appartiene alla classe dei proprietari mentre lei è una domestica alle sue dipendenze. La relazione mette quindi immediatamente in gioco un elemento destinato a diventare centrale anche nel moderno dibattito sull’age gap: la distribuzione del potere all’interno della coppia. È un passaggio importante perché permette di evitare una lettura troppo semplice del trope. La differenza di dieci, quindici o vent’anni non crea automaticamente una storia; diventa narrativamente interessante quando modifica il rapporto tra i personaggi, quando significa che uno dei due conosce un mondo nel quale l’altro sta appena entrando oppure quando si accompagna a una diversa posizione economica, professionale o familiare. Quella struttura esisteva già nel romanzo settecentesco; mancava semplicemente il nostro vocabolario per descriverla. Jane Austen aveva già scritto un age gap romance? Se prendessimo alcuni romanzi di Jane Austen e li pubblicassimo oggi, accompagnandoli con quelle liste di trope che ormai fanno parte della comunicazione editoriale del romance, almeno uno potrebbe ricevere senza troppe difficoltà l’etichetta age gap: Emma. Emma Woodhouse ha quasi ventun anni; George Knightley ha sedici anni più di lei, un dato che Austen rende perfettamente esplicito all’interno del romanzo. Il particolare diventa ancora più interessante considerando la natura della loro relazione: Knightley conosce Emma da quando era bambina, possiede un’esperienza del mondo molto maggiore della sua e, per buona parte della storia, occupa nei suoi confronti una posizione quasi pedagogica; la contraddice, la rimprovera, individua con lucidità alcuni dei suoi difetti e rappresenta una delle pochissime persone dalle quali Emma accetta davvero di essere messa in discussione. Letto attraverso una sensibilità contemporanea, questo rapporto può risultare molto più complesso di quanto appaia a una lettura puramente romantica; letto nel contesto austeniano, però, mostra soprattutto quanto la differenza d’età potesse essere utilizzata per costruire due personaggi che si trovano in momenti differenti della propria maturazione personale. Austen torna su un meccanismo simile anche in Ragione e sentimento, dove il colonnello Brandon ha circa trentacinque anni mentre Marianne Dashwood è ancora molto giovane. In questo caso l’età non è affatto invisibile; al contrario, contribuisce inizialmente al disinteresse di Marianne, che guarda Brandon attraverso la lente esasperata della propria giovinezza e considera i suoi trentacinque anni quasi una dichiarazione di definitiva appartenenza alla vecchiaia. Il passaggio è ironico (come spesso accade in Austen), ma è anche rivelatore: la differenza

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