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Chi era davvero Mary Bennet? Jane Austen non ne fece un’eroina: la riscrittura di The Other Bennet Sister

C’è qualcosa di irresistibile, per il nostro presente, nei personaggi dimenticati. Prendiamo una figura rimasta ai margini di un grande classico, le concediamo un trauma, una voce che nessuno aveva ascoltato, un percorso di emancipazione e possibilmente una storia d’amore capace di dimostrare che, in fondo, avevamo sempre sbagliato a giudicarla. È un meccanismo narrativo perfettamente legittimo. Ma nel caso di Mary Bennet, la sorella di mezzo di Orgoglio e pregiudizio, rischia di produrre un curioso equivoco: convincerci che sia stata Jane Austen a raccontarla come una giovane intellettuale incompresa, schiacciata dalla bellezza delle sorelle e ignorata da una famiglia incapace di riconoscerne il valore. Cosa per niente vera e che vale la pena ricordare, alla vigilia dell’arrivo italiano di The Other Bennet Sister – Orgoglio e riscatto, la serie tratta dal romanzo di Janice Hadlow che debutterà su Sky il 26 settembre 2026. La presentazione ufficiale parla apertamente di un percorso di «indipendenza», «accettazione di sé» e reinvenzione personale, destinato a portare Mary fuori dall’ombra delle sorelle e verso una grande storia d’amore. È una bella premessa per una serie televisiva. Semplicemente, questa Mary appartiene molto più alla sensibilità contemporanea che a Jane Austen. Mary Bennet nel romanzo: non la sorella geniale dimenticata, ma una caricatura Per capire chi fosse davvero Mary Bennet bisogna tornare al testo di Pride and Prejudice, pubblicato nel 1813, e soprattutto recuperare una cosa che gli adattamenti moderni tendono talvolta ad addolcire: Jane Austen poteva essere spietatamente divertente con i propri personaggi. Mary non viene costruita come una vittima segretamente brillante, ma come figura comica. Il suo problema non consiste semplicemente nell’essere meno bella di Jane ed Elizabeth o meno vivace di Lydia. Mary vuole disperatamente essere considerata intelligente, colta e profonda. Legge molto, studia, suona, riflette sulla natura umana. Ma Austen introduce una distanza ironica fondamentale tra l’immagine che Mary ha di se stessa e ciò che Mary effettivamente riesce a essere. Quando Mr Bennet la coinvolge in una conversazione, la definisce ironicamente una ragazza di «deep reflection», che legge grandi libri e ne ricava estratti. A quel punto Austen chiude la scena con una frase micidiale: “Mary wished to say something very sensible, but knew not how.” Mary vorrebbe dire qualcosa di molto intelligente, ma non sa cosa dire. In poche parole c’è praticamente tutto il personaggio. Mary desidera apparire intelligente più di quanto sappia pensare autonomamente. Ed è una distinzione enorme. Mary legge molto. Ma Jane Austen ci dice che non capisce molto   Qui nasce probabilmente uno degli equivoci più interessanti delle riletture moderne. Oggi siamo culturalmente predisposti a simpatizzare con la ragazza che legge mentre le altre pensano ai balli, agli ufficiali e ai matrimoni. Il codice narrativo contemporaneo ci ha abituati quasi automaticamente a interpretarla come la sorella intelligente: introversa, trascurata, forse goffa, certamente più profonda degli altri. Ma Austen non costruisce affatto questa equivalenza. Leggere non rende automaticamente Mary saggia. Anzi, la sua cultura è spesso presentata come libresca, derivativa, esibita. Mary raccoglie massime, formula sentenze, ripete concetti generali e sembra aspettare costantemente l’occasione di mostrare agli altri ciò che ha imparato. Quando parla dell’orgoglio, per esempio, pronuncia una piccola dissertazione distinguendo pride e vanity. Il punto comico non è necessariamente che ciò che dice sia falso. È che Mary parla come se stesse recitando una definizione appresa dai libri, mentre la conversazione intorno a lei procede con una spontaneità completamente diversa. Ed è questo il cuore della satira austeniana. Elizabeth è intelligente perché osserva. Mary vuole essere intelligente perché ha letto. Lizzy dialoga, provoca, sbaglia, interpreta, cambia opinione. Mary sentenzia. Quelle «osservazioni di morale trita» che dicono moltissimo C’è poi un passaggio ancora più esplicito, e particolarmente difficile da conciliare con l’idea di una Mary semplicemente sottovalutata. A un certo punto Austen racconta che Mary è, come al solito, immersa nello studio della musica e della natura umana. Sembrerebbe quasi una descrizione lusinghiera. Poi arriva la stoccata. Gli altri devono ascoltare i suoi estratti e le sue nuove osservazioni di “threadbare morality”: letteralmente una morale ormai logora, consumata dall’uso, fatta di considerazioni convenzionali e abusate. Non siamo davanti alla filosofa incompresa di Longbourn. Siamo davanti a una ragazza che si prende tremendamente sul serio mentre l’autrice invita il lettore a sorridere di lei. La distinzione è fondamentale perché Jane Austen non sta prendendo in giro Mary per il fatto che ami leggere. Sarebbe una lettura piuttosto assurda per un’autrice come Austen. Sta prendendo in giro la pedanteria, l’ostentazione della cultura, la convinzione che accumulare nozioni e massime equivalga automaticamente ad avere profondità di pensiero. Mary possiede conoscenze. Le manca quella capacità di comprenderle e applicarle al mondo reale che Austen attribuisce invece ai suoi personaggi più riusciti. Il problema è confondere la riscrittura con la Mary di Jane Austen Ed eccoci alla nuova serie. The Other Bennet Sister dichiara apertamente il proprio progetto narrativo: Mary diventa la sorella trascurata che desidera trovare il proprio posto nel mondo e che, lasciando la famiglia, intraprende un percorso verso l’indipendenza, l’accettazione di sé e l’amore. La produzione arriva a prometterle una «epic love story», mentre Sky presenta la sua vicenda come una storia di emancipazione e consapevolezza personale. Si tratta di una scelta perfettamente coerente con il funzionamento delle riscritture dei classici. Un personaggio secondario offre uno spazio narrativo enorme: pochi elementi definiti dal testo originale possono diventare il punto di partenza per costruire un passato, delle motivazioni, dei conflitti e un futuro. La distinzione fondamentale riguarda quindi la reinterpretazione contemporanea e il personaggio creato da Jane Austen. La nuova Mary riceve una profondità psicologica, un dolore, delle aspirazioni e un arco di trasformazione che Orgoglio e pregiudizio non le attribuisce. Nel romanzo del 1813 Austen la utilizza soprattutto in funzione satirica. La sua pedanteria, la sua scarsa capacità di comprendere le situazioni sociali, il desiderio di esibire la propria cultura e la distanza tra ciò che crede di sapere e ciò che effettivamente comprende costituiscono parte essenziale della caratterizzazione. The Other Bennet Sister parte da quel materiale e gli

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L’evoluzione del colore rosa tra neutralità e associazione di genere

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Libri di Oriana Turus Fai clic qui Il rosa è un genere molto apprezzato nel mondo letterario, ma porta dietro di sé un sacco di discriminazioni e giudizi. Ma anche il colore rosa non se la passa tanto meglio, anche se, devo ammettere, che nasconde una storia alquanto interessante. Ripercorriamola insieme. Un tempo, il rosa era semplicemente un “rosso sbiadito”, simbolo di forza e potere e dunque prerogativa maschile, veniva considerato troppo acceso e poco consono a una femmina, per la quale andavano meglio tonalità come il blu o l’azzurro (vedasi il velo della Vergine Maria). Diciamo che fino agli anni ’30-’40, il rosa non era associato ad alcun genere, in seguito grazie a processi chimici e alla nascita di tonalità diverse, si inizia ad accomunare il rosa alla pelle e alle nudità femminili, creando un differente punto di vista. Negli anni ’50 Marilyn Monroe, icona di stile, e la nascita della Barbie, consacrano il rosa come colore esclusivamente femminile. Negli anni ‘60 e ’70 però, il movimento femminista avvia la sua protesta contro la visione retrograda e stereotipata del rosa associato al genere, in particolar modo riguardante il ruolo della donna vista come passiva e priva di carattere e autonomia. Non è un caso che proprio negli anni ’70 in Francia nascano i Barbapapà, personaggi divenuti poi famosi per la loro capacità di trasformarsi in qualunque cosa, in cui il papà è rosa e la mamma nera. Ma è dagli anni ’80 che le cose cambiano e, grazie soprattutto a campagne di marketing mirate, avviene la definitiva suddivisione legata al genere. Quindi vestiti blu e azzurri per i maschi, rosa per le femmine. Macchinine e soldatini per i maschi, pentoline e ferri da stiro per le femmine. Cosa è cambiato oggi? Poco o nulla, in realtà. La tendenza è tuttora quella di associare il rosa al mondo femminile e il resto a quello maschile anche se si cerca di puntare nuovamente sulla neutralità, anche se spesso nei negozi si trovano ancora reparti divisi per genere.   In “Piccole donne” c’è già un accenno alla distinzione di genere quando Amy per distinguere il maschio dalla femmina, mette un fiocco azzurro a lui e uno rosa a lei, ma all’epoca era considerata una moda francese, un vezzo non espressamente un modo per definire uno o l’atra.   Scopri Land Magazine admin Settembre 8, 2026 The Crown: 5 motivi per riguardare la serie Netflix sulla famiglia reale britannica A quasi tre anni dalla conclusione, The Crown conserva una qualità piuttosto rara per una serie televisiva: la seconda visione può risultare persino più interessante della prima. 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L’incontro con Carlo

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui Diana conobbe Carlo all’età di sedici anni, durante una battuta di caccia. Lui aveva ventinove anni, e la sua famiglia pretendeva che lui si sposasse. La proposta di matrimonio Quando Carlo le fece la proposta di matrimonio, non le sembrava vero. Presa da mille emozioni, accettò di diventare sua moglie, ignara di quel che sarebbe accaduto di lì in poi. L’errore di Diana fu pensare che Carlo fosse realmente innamorato di lei. Lei stessa, negli anni successivi, parlerà piuttosto di una infatuazione di lui, un trasporto che nulla aveva a che vedere con l’amore. L’indifferenza di Carlo I giorni seguenti alla proposta di matrimonio si rivelarono un tormento per Diana. Si trovava in Australia per una vacanza di dieci giorni, ma si struggeva per l’indifferenza di Carlo. L’indifferenza di Carlo si unì ben presto all’insolenza della stampa. A Londra, Diana si trasferì a Buckingham Palace per studiare il protocollo reale, che stabiliva come dovesse parlare, salutare e comportarsi con la servitù. Sembrava tutto maledettamente così difficile. Camilla Camilla era un argomento di discussione frequente nella coppia. Spesso Diana origliava di nascosto le telefonate di suo marito e gli sentiva pronunciare frasi che le facevano intendere che Camilla fosse più di una semplice amica per lui. Ciò nonostante, non era in grado di reagire. Non solo telefonate dolci, ma anche doni. Uno fra questi: un braccialetto d’oro a catenella, sottile, con un disco di smalto blu su cui erano incise le loro lettere G e F intrecciate: Gladys e Fred, i loro soprannomi. Mancavano due settimane al matrimonio. Highgrove Highgrove rappresentava l’ennesima dimostrazione di quanto Carlo fosse preso da Camilla. L’uomo affermava infatti di voler restare nelle vicinanze del ducato, ma la verità era che desiderava stare vicino alla sua amante. Non si poteva più tornare indietro. Scopri di più: LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More società No, Elena nera non è un problema: quando a teatro gli uomini interpretavano le donne e nessuno gridava allo scandalo 01.08.26 firstletter BUON COMPLEANNO BEATRIX POTTER! 28.07.26 dark tourism Craco, il paese fantasma della Basilicata: storia, misteri e leggende del borgo abbandonato più inquietante d’Italia 27.07.26 storia Tra giungla e monsoni: viaggio nell’India coloniale che ha conquistato gli esploratori europei 27.07.26 Eventi Fabrizio Olivero vince il Festival Nazionale dello Scrittore 2026: a settembre in uscita con Land Editore Il caso del fante di picche 26.07.26 libri Un viaggio dentro ai trope di “OTTO VOLTE SÌ” 24.07.26 storia Tre castelli italiani avvolti dal mistero: tra storia documentata e leggende secolari 23.07.26 Eventi Annamaria Zizza presenta L’estate della dolciera: a dialogare con l’autrice sarà Ingrid Sciuto di Land Editore 22.07.26

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Sissi compie 70 anni: perché negli anni Cinquanta l’Europa aveva bisogno della sua giovane imperatrice

Nel 1956 arrivava nelle sale Sissi – La giovane imperatrice, secondo capitolo della trilogia diretta da Ernst Marischka e interpretata da Romy Schneider e Karlheinz Böhm. Nel 2026 il film compie settant’anni, e forse proprio questo anniversario offre l’occasione migliore per riguardarlo con occhi diversi. Perché dietro gli abiti di tulle, i valzer, le uniformi candide e le sale scintillanti della corte asburgica si nasconde qualcosa di molto più interessante di una fortunata storia d’amore in costume. Settant’anni dopo, le immagini di Romy Schneider continuano a circolare con sorprendente facilità sui social: Sissi entra in una sala da ballo, Francesco Giuseppe la osserva, intorno a loro sembra materializzarsi quell’Ottocento elegante e rassicurante che la trilogia ha impresso nell’immaginario collettivo. Per comprendere davvero il successo di quelle scene, tuttavia, bisogna ricordare chi le guardava nel 1956. La Seconda guerra mondiale era terminata soltanto undici anni prima. Per buona parte del pubblico europeo, la guerra apparteneva ancora alla biografia personale. Dietro la leggerezza di Sissi si trovava un continente che aveva conosciuto bombardamenti, occupazioni, persecuzioni, fame, sfollamenti, dittature e milioni di morti. Le città stavano cambiando rapidamente grazie alla ricostruzione e alla crescita economica, mentre il ricordo della catastrofe rimaneva vicinissimo. In quel momento storico, una giovanissima imperatrice capace di attraversare un salone illuminato da centinaia di candele rappresentava molto più di un personaggio cinematografico. Rappresentava un passato europeo nel quale rifugiarsi. I 70 anni di Sissi raccontano anche l’Europa che l’ha creata Il primo Sissi era uscito nel 1955 e aveva trasformato quasi immediatamente Romy Schneider in una star internazionale. Il successo spinse Marischka a proseguire la storia con Sissi – La giovane imperatrice nel 1956 e con Sissi – Destino di un’imperatrice nel 1957. La trilogia costruì una versione di Elisabetta d’Austria destinata a diventare, per moltissimi spettatori, più familiare della figura storica. Era giovane, spontanea, innamorata, insofferente alle regole e naturalmente elegante; proveniva dalla Baviera e si trovava improvvisamente immersa nel rigido universo della corte viennese. Intorno a lei ruotavano un Francesco Giuseppe romantico, un’arciduchessa Sofia severa, aristocratici impeccabili e un impero nel quale persino i conflitti politici sembravano poter essere risolti attraverso sensibilità, diplomazia e buoni sentimenti. A settant’anni di distanza questa rappresentazione può apparire ingenua. Nel contesto degli anni Cinquanta possedeva invece una precisa forza culturale. L’Europa aveva appena sperimentato cosa significasse vedere la politica trasformarsi in violenza di massa. Sissi riportava lo spettatore verso un’epoca precedente, accuratamente selezionata e addolcita, nella quale il potere assumeva forme comprensibili: un imperatore, una famiglia, una corte, una giovane donna che cercava di trovare il proprio posto. La complessità della Storia veniva ricondotta alla dimensione dei sentimenti. Nel 1956 la guerra era ancora vicinissima Oggi separiamo mentalmente il cinema degli anni Cinquanta dalla Seconda guerra mondiale come se appartenessero a epoche differenti. Per gli spettatori dell’epoca quella distanza era molto meno netta. Un uomo di quarant’anni che vedeva Sissi – La giovane imperatrice nel 1956 aveva attraversato la guerra da adulto. Una donna di trenta poteva ricordare perfettamente i bombardamenti della propria adolescenza. Persino molti degli spettatori più giovani avevano trascorso l’infanzia durante il conflitto. Undici anni sono pochissimi. L’Europa della metà degli anni Cinquanta stava entrando in una fase nuova, caratterizzata dalla crescita economica, dall’espansione dei consumi e da una crescente fiducia nel futuro. Questa modernizzazione conviveva però con esperienze recentissime che il cinema popolare non aveva necessariamente interesse a riportare continuamente sullo schermo. Il pubblico desiderava anche bellezza, colore e leggerezza. E Marischka gliene offriva in quantità quasi vertiginosa. Un impero senza macerie Guardare oggi una delle grandi scene di corte di Sissi permette di capire immediatamente la potenza di quell’immaginario. Gli enormi lampadari, le uniformi, i gioielli, le acconciature elaborate, gli abiti che occupano materialmente lo spazio dell’inquadratura costruiscono un mondo nel quale ogni elemento comunica ordine. È un dettaglio importante. La guerra aveva significato anche distruzione dello spazio quotidiano. Case bombardate, città mutilate, infrastrutture devastate e popolazioni costrette ad abbandonare i propri luoghi avevano caratterizzato l’esperienza di milioni di europei. Il mondo di Sissi proponeva l’immagine opposta. Palazzi perfettamente conservati, saloni sterminati, giardini curati, carrozze, boschi e montagne incontaminate restituivano allo spettatore un’Europa visivamente integra. La bellezza diventava parte integrante della narrazione e contribuiva a creare quella sensazione di sicurezza che ancora oggi percepiamo guardando i film. Il passato asburgico veniva trasformato in una sorta di Europa prima della catastrofe. Storicamente si trattava, naturalmente, di una costruzione molto selettiva. Perché proprio gli Asburgo? La scelta assume un significato ancora maggiore osservando ciò che stava accadendo in Austria. L’Impero austro-ungarico era scomparso nel 1918. Vent’anni dopo era arrivato l’Anschluss con la Germania nazista; poi la guerra, la sconfitta e l’occupazione alleata. Il 1955, anno dell’uscita del primo Sissi, fu anche quello del Trattato di Stato austriaco, con il quale l’Austria recuperò la piena sovranità. Il paese stava dunque attraversando una fase fondamentale nella ridefinizione della propria identità nazionale. Il passato imperiale offriva un repertorio straordinariamente efficace. Vienna poteva essere associata nuovamente agli Asburgo, alla musica, ai valzer, ai palazzi, alle carrozze e all’eleganza mitteleuropea. Erano simboli immediatamente riconoscibili fuori dai confini nazionali e appartenevano a un’epoca abbastanza lontana da consentire una narrazione nostalgica. Sissi diventava perfetta per questa operazione perché possedeva anche una qualità che Francesco Giuseppe, da solo, difficilmente avrebbe potuto offrire: era romantica. Una giovane donna bellissima e insofferente all’etichetta permetteva di raccontare la monarchia attraverso emozioni private, allontanandola dalla freddezza della storia politica. L’Impero di Sissi era molto più semplice di quello vero Naturalmente l’Austria-Ungheria raccontata dalla trilogia somiglia solo parzialmente all’impero storico. La monarchia asburgica dell’Ottocento era attraversata da tensioni nazionali, rivoluzioni, conflitti sociali, rivendicazioni autonomistiche e profondi problemi politici. Il rapporto tra Vienna e le diverse popolazioni dell’Impero fu infinitamente più complicato di quanto possa emergere dalle avventure cinematografiche della giovane Elisabetta. Marischka seleziona ciò che serve alla propria fiaba. La politica ungherese, per esempio, può essere raccontata attraverso il rapporto privilegiato di Elisabetta con l’Ungheria; le rigidità della monarchia vengono concentrate soprattutto nella figura dell’arciduchessa Sofia; le questioni dinastiche assumono

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La grande umiliazione: il secolo oscuro della Cina che Pechino non ha dimenticato

Per comprendere davvero la Cina contemporanea, la sua sensibilità nei confronti della sovranità nazionale e la diffidenza con cui una parte dell’opinione pubblica guarda ancora alle potenze occidentali e al Giappone, bisogna tornare a un periodo che nella memoria storica cinese occupa uno spazio enorme. È il cosiddetto «secolo dell’umiliazione», un arco temporale generalmente fatto iniziare con la Prima guerra dell’oppio, nel 1839, e concludere con la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. La definizione è potente e, come tutte le grandi formule storiche, semplifica una realtà molto più complessa. Eppure racconta qualcosa di essenziale: per circa un secolo la Cina, che per lunghissimo tempo aveva pensato sé stessa come uno dei grandi centri politici e culturali del mondo, dovette confrontarsi con sconfitte militari, imposizioni commerciali, perdita di territori, concessioni alle potenze straniere, invasioni e infine con la devastante guerra contro il Giappone. Fu uno shock politico, economico e soprattutto culturale. Le sue conseguenze arrivano fino al presente. Prima dell’umiliazione: un impero convinto della propria forza All’inizio dell’Ottocento la Cina era governata dalla dinastia Qing, fondata dai Manciù nel XVII secolo. L’impero controllava un territorio vastissimo e possedeva una popolazione enorme, una burocrazia sofisticata e una tradizione statale millenaria. Agli occhi della corte imperiale, gli europei erano interlocutori commerciali importanti, certamente, ma difficilmente potevano essere considerati il centro del mondo. Il problema era che gli equilibri internazionali stavano cambiando molto rapidamente. La Rivoluzione industriale aveva trasformato alcune potenze europee, e soprattutto la Gran Bretagna, fornendo loro capacità produttive, finanziarie, navali e militari che avrebbero alterato profondamente i rapporti di forza globali. Londra acquistava dalla Cina enormi quantità di tè, seta e porcellana; al contrario, molti prodotti britannici incontravano una domanda cinese decisamente inferiore. Il risultato era uno squilibrio commerciale che preoccupava gli inglesi. Una delle risposte fu l’oppio. Le guerre dell’oppio: quando il commercio arrivò accompagnato dai cannoni L’oppio prodotto soprattutto nell’India britannica venne introdotto in quantità crescenti nel mercato cinese, nonostante le restrizioni imposte dalle autorità Qing. La diffusione della sostanza provocò conseguenze sociali ed economiche molto serie e spinse il governo imperiale a intervenire. Nel 1839 il funzionario Lin Zexu, inviato a Canton per reprimere il traffico, confiscò e fece distruggere grandi quantità di oppio appartenenti ai commercianti stranieri. La crisi diplomatica degenerò nella Prima guerra dell’oppio, combattuta tra il 1839 e il 1842. La superiorità navale e tecnologica britannica si rivelò schiacciante. La guerra terminò con il Trattato di Nanchino del 1842, destinato a diventare il simbolo di quelli che in Cina sarebbero stati ricordati come i «trattati ineguali». La Cina dovette aprire diversi porti al commercio britannico, pagare un’importante indennità e cedere Hong Kong alla Gran Bretagna. Per la corte Qing fu una sconfitta durissima. Ancora più destabilizzante fu ciò che quella sconfitta dimostrava: l’impero non possedeva più la superiorità che aveva attribuito a sé stesso. La Seconda guerra dell’oppio, combattuta tra il 1856 e il 1860 contro Gran Bretagna e Francia, aggravò ulteriormente la situazione. Le potenze occidentali ottennero nuove concessioni commerciali e diplomatiche e, nell’ottobre 1860, le truppe anglo-francesi saccheggiarono e incendiarono l’Antico Palazzo d’Estate di Pechino. La distruzione dello Yuanmingyuan sarebbe rimasta una delle immagini più dolorose della memoria dell’Ottocento cinese. I «trattati ineguali» e una sovranità sempre più fragile Durante i decenni successivi, diverse potenze straniere ottennero privilegi sul territorio cinese. Porti aperti forzatamente al commercio, concessioni, diritti extraterritoriali e condizioni economiche favorevoli agli stranieri ridussero progressivamente la capacità della Cina di esercitare pienamente la propria sovranità. Le città portuali divennero il luogo in cui questa nuova realtà risultava maggiormente visibile. Shanghai ne rappresentò forse l’esempio più celebre. Alcune zone della città furono amministrate attraverso concessioni straniere e svilupparono ambienti urbani profondamente influenzati dalla presenza occidentale. Per molti cinesi, il problema non consisteva semplicemente nel vedere europei vivere e commerciare nel Paese: era l’esistenza di spazi nei quali lo Stato cinese disponeva di un’autorità limitata a rendere evidente la debolezza dell’impero. Nel frattempo la Cina era sconvolta anche da gigantesche crisi interne. La rivolta dei Taiping, esplosa nel 1850 e conclusa nel 1864, fu una delle guerre civili più sanguinose della storia. A essa si aggiunsero altre rivolte, difficoltà finanziarie, tensioni sociali e una crescente incapacità del governo Qing di controllare efficacemente un territorio immenso. Il «secolo dell’umiliazione», dunque, non fu semplicemente la storia di una Cina aggredita dall’esterno. Fu anche la storia di uno Stato attraversato da profonde debolezze interne mentre il sistema internazionale attorno a esso cambiava con una velocità impressionante. Poi arrivò il Giappone Se le sconfitte contro gli occidentali erano state traumatiche, quella contro il Giappone ebbe un significato particolare. Tra il 1894 e il 1895 Cina e Giappone combatterono la Prima guerra sino-giapponese, principalmente per il controllo e l’influenza sulla Corea. La Cina perse. Il Trattato di Shimonoseki costrinse i Qing a riconoscere l’indipendenza della Corea, rinunciare a importanti posizioni e cedere Taiwan al Giappone. La sconfitta mostrò con brutale chiarezza che il problema cinese non riguardava ormai soltanto la competizione con le potenze europee: persino un vicino asiatico che aveva modernizzato rapidamente il proprio Stato era riuscito a superare militarmente l’antico impero. La necessità di riformare la Cina diventava sempre più urgente. La rivolta dei Boxer e gli eserciti stranieri a Pechino Alla fine dell’Ottocento il risentimento verso l’ingerenza straniera e la presenza missionaria cristiana contribuì alla nascita del movimento conosciuto in Occidente come rivolta dei Boxer. Nel 1900 la crisi raggiunse Pechino. Un’alleanza internazionale composta da otto potenze — tra cui Giappone, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti e Italia — intervenne militarmente. Le truppe straniere entrarono nella capitale. L’immagine possedeva una forza simbolica enorme: soldati provenienti da potenze straniere occupavano il cuore politico dell’impero cinese. Il successivo Protocollo dei Boxer del 1901 impose alla Cina una pesantissima indennità e ulteriori condizioni. La dinastia Qing sopravvisse ancora per poco più di un decennio. Nel 1911 scoppiò la rivoluzione e nel 1912 l’ultimo imperatore, il bambino Pu Yi, abdicò. Dopo oltre duemila anni di storia imperiale, la Cina diventava formalmente una repubblica. Il

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