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Lady Oscar doveva essere una comparsa: come Oscar François de Jarjayes rubò la scena a Maria Antonietta

Quando si pensa a Lady Oscar, l’immagine che affiora immediatamente nella mente è quella di Oscar François de Jarjayes: l’ufficiale della Guardia Reale dai capelli biondi, lo sguardo fiero e il cuore diviso tra dovere e libertà. Eppure pochi sanno che, nelle intenzioni originali della mangaka giapponese Riyoko Ikeda, la vera protagonista della storia avrebbe dovuto essere Maria Antonietta. Il celebre manga Le Rose di Versailles (The Rose of Versailles), pubblicato a partire dal 1972, nacque infatti come un racconto storico incentrato sulla vita della regina di Francia e sugli eventi che portarono alla Rivoluzione francese. Oscar era stata concepita come un personaggio di supporto, una figura funzionale alla narrazione della corte di Versailles. Nessuno, nemmeno la sua creatrice, immaginava che sarebbe diventata il simbolo stesso dell’opera. La nascita di un personaggio destinato a cambiare tutto   Riyoko Ikeda stava realizzando una storia ambientata nella Francia del XVIII secolo, dominata dalle figure storiche realmente esistite. Tuttavia sentiva la necessità di introdurre un personaggio capace di osservare gli eventi da una prospettiva diversa rispetto a quella della monarchia. Nacque così Oscar François de Jarjayes, una donna allevata come un uomo dal padre, generale dell’esercito francese, affinché potesse diventare il suo erede. Una scelta narrativa che all’epoca appariva innovativa e persino rivoluzionaria. Oscar permetteva all’autrice di raccontare la vita di corte senza essere vincolata dai limiti imposti dalla realtà storica. Attraverso i suoi occhi era possibile esplorare i conflitti sociali, le contraddizioni dell’aristocrazia e il crescente malcontento del popolo francese. Le lettrici si innamorarono di Oscar Il successo del personaggio fu immediato. Fin dalle prime pubblicazioni sulla rivista giapponese Margaret, le lettrici iniziarono a inviare lettere entusiaste dedicate quasi esclusivamente a Oscar. Mentre Maria Antonietta rappresentava una figura storica affascinante ma distante, Oscar incarnava qualcosa di nuovo. Era forte ma vulnerabile, coraggiosa ma tormentata. Sfuggiva alle categorie tradizionali e metteva in discussione i ruoli di genere in un periodo storico in cui questi temi erano raramente affrontati nei manga destinati a un pubblico femminile. Le giovani lettrici degli anni Settanta videro in lei un modello di emancipazione. Non era una principessa da salvare né una semplice figura romantica. Era una donna che combatteva, comandava soldati e prendeva decisioni autonome. Un personaggio più libero della regina Con il procedere della storia, Ikeda si rese conto che Oscar offriva possibilità narrative molto più ampie rispetto a Maria Antonietta. La regina era inevitabilmente legata al proprio destino storico. I grandi eventi della sua vita erano già scritti nelle pagine della storia. Oscar, invece, poteva evolversi liberamente. Attraverso il suo percorso personale, l’autrice riuscì ad affrontare temi universali come la ricerca della propria identità, il conflitto tra privilegi e giustizia sociale, il significato dell’amore e il prezzo della libertà. Oscar divenne il collegamento tra due mondi opposti: quello dorato dell’aristocrazia e quello sofferente del popolo. Fu proprio questa posizione intermedia a renderla il personaggio ideale per raccontare la Francia alla vigilia della Rivoluzione. Da personaggio secondario a icona immortale Con il passare dei capitoli, il baricentro della narrazione si spostò sempre più verso Oscar. La sua amicizia con André, il suo rapporto con Maria Antonietta e la sua progressiva presa di coscienza politica conquistarono il pubblico. Quando arrivò il momento della sua tragica conclusione, migliaia di lettori rimasero sconvolti. Ancora oggi quella sequenza è considerata una delle più emozionanti della storia del fumetto giapponese. Paradossalmente, la protagonista che doveva essere Maria Antonietta finì per condividere il palcoscenico con un personaggio inventato che riuscì a superarla in popolarità. Perché Oscar continua a essere amata ancora oggi A oltre cinquant’anni dalla sua creazione, Oscar François de Jarjayes continua a rappresentare un personaggio straordinariamente moderno. La sua forza non risiede soltanto nel coraggio o nell’abilità militare, ma nella sua capacità di mettere continuamente in discussione se stessa e il mondo che la circonda. È una figura che parla di libertà, autodeterminazione e giustizia sociale, temi che continuano a essere attuali. Forse è proprio questo il motivo per cui Oscar non si limitò a rubare la scena a Maria Antonietta. Finì per diventare qualcosa di molto più grande: il cuore stesso di Lady Oscar e una delle eroine più amate della cultura pop mondiale. 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Le Read More admin Maggio 31, 2026 Gli animali durante la caccia alle streghe: le vittime silenziose di una persecuzione dimenticata Quando si parla di caccia alle streghe, il pensiero corre immediatamente alle migliaia di donne accusate di stregoneria, processate, torturate e spesso condannate a morte tra il XV e il Read More admin Maggio 31, 2026 Salone

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W LA SORELLANZA (MA POVERE SORELLE MAGGIORI)

Ho letto con piacere “La casa di Pine Island” di Polluce Horvath, edizione italiana Camelozampa 2022. Si tratta di un libro per ragazzi, ma piacevolissimo anche per gli adulti. Le quattro sorelle McCready hanno 14,12,10 e 8 anni e sono rimaste orfane. Dopo un anno in attesa di qualche parente che potesse occuparsene, finalmente arriva la risposta positiva dalla prozia Martha. Il trasferimento dal Borneo a Pine Island, in Canada, non è facile! Tutto cambia, soprattutto perché quando arrivano la prozia è… morta. Le sorelle però non vogliono essere separate e quindi trovano un modo per fingere che ci sia un adulto a badare a loro. Una storia che parla di crescita, di sacrifici, ma anche di sorellanza. Tra momenti più tesi e momenti di risate, Polly Horvath ci porta in una avventura alla Piccole Donne, in un ambiente sano e incontaminato. Ho sentito un particolare feeling con Fiona (la “maledizione” delle sorelle maggiori) ma ho amato anche il personaggio di Al e la sua trasformazione. Perfetto anche dai 10 anni in su!

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Off Campus e il ritorno dei Golden boy

C’è stato un momento, negli ultimi anni, in cui il romance mainstream ha iniziato a convincersi che per essere interessante dovesse necessariamente parlare di amori tossici, oscuri, distruttivi, persino estremi. I bad boy sono diventati uomini emotivamente indisponibili e da “salvare”, il desiderio si è trasformato in controllo, la tensione romantica in manipolazione. In mezzo a una valanga di dark romance, relazioni sbilanciate e protagonisti costruiti attorno al trauma e alla crudeltà, Off Campus arriva quasi come un’anomalia. E forse è proprio questo il motivo per cui funziona così bene. Garrett Graham non è un bad boy, è un golden boy da manuale. Ed era ora che una serie romance tornasse a parlare di ragazzi popolari non arroganti, distruttivi o emotivamente violenti. I protagonisti maschili sono capaci di essere gentili senza perdere fascino, vulnerabili senza perdere carisma, rispettosi senza diventare noiosi. Garrett è bello, sicuro di sé, capitano della squadra di hockey della Briar University, idolatrato dal campus intero. Ha anche lui un passato che in qualche modo lo opprime, ma mentre, in qualsiasi altra serie recente, sarebbe stato il classico ragazzo tossico da redimere, Off Campus sceglie una strada diversa, lo rende gentile, empatico, rispettoso e per questo adorabile. La serie di Prime Video compie qualcosa di rarissimo nel panorama young adult contemporaneo: prende tutti i cliché del romance universitario e li usa per costruire una storia sana, senza rinunciare alla tensione, al desiderio o all’ossessione romantica che il pubblico cerca. Perché la verità è che questa serie riesce in qualcosa che molte produzioni molto più ambiziose falliscono: ti fa stare bene, bene davvero. In un momento storico in cui gran parte della serialità young adult sembra convinta che maturità significhi oscurità permanente, Off Campus ricorda invece che anche la dolcezza può essere adulta, che anche la vulnerabilità può essere una forza, che innamorarsi può ancora essere raccontato come qualcosa di bello, desiderabile e perfino rassicurante. E forse è proprio questo il motivo per cui, a mio avviso, è la serie migliore vista quest’anno. La prima stagione Così come accade nei romanzi di Elle Kennedy, ogni stagione di Off Campus seguirà una coppia diversa, concentrandosi sulle vicende sentimentali di uno dei giocatori della squadra di hockey della Briar University. Un meccanismo molto simile a quello di Bridgerton: il mondo resta lo stesso, i personaggi continuano a intrecciarsi, ma il focus emotivo si sposta ogni volta su una nuova storia d’amore. Ed è proprio questa struttura corale a rendere l’universo di Off Campus così coinvolgente: lo spettatore non si affeziona soltanto a Hannah e Garrett, ma sente fin da subito che ogni membro del gruppo avrà qualcosa da raccontare. Questa prima stagione di Off Campus segue la storia tra Hannah Wells ed Garrett Graham. Lei è una studentessa di musica brillante, ironica, emotivamente più forte di quanto creda. Lui è la stella dell’hockey universitario con un futuro professionistico appeso ai voti disastrati. L’accordo iniziale è semplice: Hannah lo aiuta a studiare, Garrett finge di essere il suo ragazzo per attirare l’attenzione del musicista di cui lei è infatuata. Fake dating, proximity trope, college romance: la serie non nasconde mai i propri meccanismi narrativi, li abbraccia apertamente. E funziona esattamente per questo. Hannah e Garrett comunicano. Si ascoltano. Imparano a rispettarsi prima ancora di desiderarsi. E sembra assurdo doverlo sottolineare, ma oggi vedere una storia d’amore costruita sul consenso, sull’educazione emotiva e sulla vulnerabilità reciproca finisce quasi per sembrare rivoluzionaria. Soprattutto perché la serie non rinuncia mai all’intensità. Le scene romantiche funzionano, la tensione sessuale è costante. La chimica tra Ella Bright e Belmont Cameli è probabilmente una delle migliori viste quest’anno in una serie young adult. Non è una chimica costruita solo sulle scene hot – che ci sono e funzionano pure benissimo – ma sugli sguardi, sui tempi comici, sulla naturalezza con cui i personaggi si cercano anche nei momenti più semplici. Si percepisce immediatamente che i due attori credono davvero nella relazione che stanno interpretando. Ella Bright, soprattutto, sorprende enormemente. La sua Hannah evita ogni stereotipo dell’eroina romance contemporanea: non è la ragazza “diversa dalle altre”, non è goffa per contratto, non è definita esclusivamente dal trauma che porta dentro. È intelligente, sarcastica, ambiziosa e consapevole. Sa già chi vuole essere, anche se non sa ancora come esserlo. Garrett, invece, sotto l’immagine da atleta perfetto nasconde il peso di aspettative familiari soffocanti e una fragilità che la serie affronta con una delicatezza inaspettata. Perché Off Campus funziona davvero Sotto l’estetica da guilty pleasure perfetto, c’è una scrittura emotiva molto più solida di quanto sembri. Tratta temi profondi senza risultare pesante e riesce a essere leggera senza diventare superficiale. Un equilibrio che sulla carta era difficilissimo da raggiungere, ma che sullo schermo diventa quasi naturale. Il racconto poi funziona anche grazie alla costruzione del gruppo. Come ogni grande romance seriale, Off Campus capisce che il pubblico non si innamora solo della coppia principale, ma del mondo intero. La Briar University diventa rapidamente un comfort place: le camere del dormitorio, le partite di hockey, le feste universitarie, le amicizie cameratesche, le prese in giro tra compagni di squadra. C’è un calore collettivo che manca in tantissime produzioni young adult recenti, spesso troppo concentrate sul trauma individuale per lasciare spazio alla leggerezza della vita condivisa. Garrett, Logan, Dean, Tucker. Ragazzi popolari, belli, atletici, desiderati da tutti. Ma anche capaci di chiedere scusa, di prendersi cura delle persone che amano, di essere emotivamente presenti. Si prendono in giro continuamente, litigano, si provocano, competono sul ghiaccio e fuori, ma sotto quella dinamica da spogliatoio esiste un affetto profondissimo. La squadra non è solo il luogo dello sport, ma una vera famiglia emotiva. Ed è significativo che, anche quando entrano in gioco rivalità sentimentali o tensioni personali, il legame tra loro non venga mai davvero spezzato. Off Campus racconta ragazzi che si sostengono, che si leggono addosso le fragilità senza bisogno di verbalizzarle continuamente, che sanno esserci nel momento in cui serve davvero. Fare squadra, nella serie, non significa solo vincere una partita di

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RED FLAGS E LIBRI PER RAGAZZI

Le red flag sono segnali d’allarme: comportamenti, atteggiamenti o dinamiche che indicano che una relazione, anche all’inizio, potrebbe diventare tossica, dannosa o sbilanciata. Non sono prove di reato, ma sono come le spie gialle della macchina: ignorarle non significa che esploderà subito, ma aumenta il rischio. Le red flag più comuni? 1. Controllo e gelosia eccessivaTi chiede di giustificare ogni uscita, controlla il telefono, ti dice con chi puoi o non puoi parlare. All’inizio può sembrare “ci tiene”, ma è possessività mascherata da amore. 2. Mancanza di rispetto per i tuoi limitiDici “no” e insistono, ti fanno sentire in colpa, minimizzano quello che provi con frasi tipo “esageri” o “non capisci uno scherzo”. Il rispetto del “no” è la base. 3. Svalutazione e gaslightingTi fanno dubitare di te stesso: “Sei troppo sensibile”, “Non è mai successo”, “Ti inventi le cose”. A lungo andare ti fa perdere fiducia nel tuo giudizio. 4. Sbalzi d’umore e scarico della responsabilitàUn giorno sono affettuosi, il giorno dopo freddi o aggressivi. Quando qualcosa va storto, la colpa è sempre tua, mai loro. 5. IsolamentoTi spingono a vedere meno amici e famiglia, “perché stiamo bene solo noi due”. L’isolamento è una delle prime mosse nelle relazioni abusive. 6. Pressione sui tempi e sull’intimitàTi spingono a dire “ti amo” subito, a fare passi fisici o emotivi per cui non ti senti pronto. L’urgenza artificiale serve a saltare la fase in cui li conosci davvero. Perché è importante riconoscerle fin da giovanissimi? 1. Il cervello e l’identità sono ancora in costruzioneDa adolescenti e nei primi anni da adulti si è più malleabili. Una relazione tossica in quella fase può farti interiorizzare idee sbagliate su cosa sia “normale” in amore. Rischi di portare quel modello avanti per anni. 2. Non hai ancora riferimenti solidiA 16-22 anni spesso è la prima o seconda relazione seria. Se non sai come funziona una relazione sana, accetti comportamenti tossici perché non hai un termine di paragone. Riconoscere le red flag ti dà un metro. 3. È più facile uscire prestoPiù vai avanti, più ti legano emozioni, tempo, social, a volte soldi o convivenza. Una red flag ignorata a 17 anni diventa molto più difficile da affrontare a 25, quando la situazione è più “complicata”. 4. Ti alleni al rispetto di te stessoSaper dire “questo non mi va bene” e andartene è un muscolo. Se lo alleni presto, diventa naturale mettere limiti anche al lavoro, alle amicizie, alla famiglia. Se non lo fai, impari a sopportare. 5. Previeni danni emotivi realiAnsia, calo dell’autostima, depressione spesso nascono da mesi/anni in relazioni dove le red flag sono state normalizzate. Intercettarle prima riduce il rischio. Riconoscere una red flag non significa fuggire al primo difetto. Tutti abbiamo lati complicati. La differenza è tra “ha un difetto e ci lavora” e “ha un comportamento che ti toglie valore, sicurezza, libertà e non cambia”. E perché dovrei leggere “Sembrava un cuore di cristallo”? Sebbene il tema delle red flag non sia centrale nella storia, le vicende della principessa, soprattutto nel suo primo incontro con l’amore, sono proprio esempi perfetti di segnali dall’allarme. L’amore per questo principe misterioso e poco limpido convincerà la principessa a fare una scelta poco “sana”… ma fortunatamente ci sarà chi le farà notare l’errore prima che sia troppo tardi!

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ESSERE NERD È MERAVIGLIOSO (e non è vero che non si trova un fidanzato)

Ho letto con curiosità DATING AND DRAGONS, di Kristy Boyce, edito nella versione italiana da Giunti, traduzione di Mathilde Bonetti. Si tratta di una storia 14+, catalogata Teen, ma ammetto che l’ho adorata, pur avendo un’età, ehm, decisamente superiore! Quinn e Logan sono due adolescenti decisamente nerd, che si conoscono quando lei cambia città e scuola. Grazie alla stessa passione per D&D, allo zampino di una nonna irresistibilmente impicciona e alle partite in diretta social… scopriranno che certe regole sono fatte per essere infrante. Questa storia per ragazzi non è solo romance, ma è una dichiarazione d’amore a D&D e ai Giochi di ruolo. In più, dimostra in modo semplice e avvincente come possano esistere amicizie e amori sani e altri decisamente tossici. Si parla sì di amore, ma si parla moltissimo anche di amicizia e di famiglia. Questa è sicuramente una storia in cui i teenager potranno riconoscersi e dalla quale potranno prendere spunto per divertimenti sani, intelligenti e “sfidanti”. Super consigliato! Potete recuperare anche l’altro volume già pubblicato, “Dungeons and drama”! Io lo farò di certo!

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