LOVE ME LOVE ME
Love Me Love Me è il film che non volevamo (ma che abbiamo visto lo stesso). Il problema è che non è brutto ma divertente o brutto ma con un significato profondo. No, è brutto e basta.Facciamo un passo indietro: Stefania S., identità nascosta e aura misteriosa, un po’ come Erin Doom (e non la sto citando a caso, sia chiaro) pubblica su Wattpad la sua tetralogia. Quindi ci dobbiamo aspettare quattro film come questo. Preparatevi! Milioni di ragazzine leggono, commentano, si appassionano. Poi diventa fenomeno editoriale e da quello all’adattamento a film il passo è breve (come per il Fabbricante di lacrime, ma più in grande). La produzione è affidata a Lotus Production e Amazon MGM Studios, con il supporto di WEBTOON Productions. Regia di Roger Kumble, specialista di amori tossici e giovani tormentati. Quindi non un film italiano qualsiasi, bensì il primo Original italiano girato interamente in inglese, con tanto di doppiaggio, per conquistare il mondo.Andiamo alla trama. La vicenda si svolge in una scuola internazionale d’élite a Milano dove (forse per scelta narrativa puramente esterofila) è vietato parlare italiano. Idea intrigante, peccato che nel doppiaggio questa regola venga aggirata creando un piccolo corto circuito logico. Ma il dettaglio linguistico è nulla paragonato al resto. La storia è la fiera dei cliché. Pensate a un cliché romance… e c’è. Triangolo amoroso? C’è. Protagonista bella e dolce ma “diversa dalle altre”? c’è. Ragazzo tormentato dal passato oscuro e con tanto di trauma irrisolto? C’è. Combattimenti clandestini? Ci sono anche quelli. La sensazione è quella di aver già visto tutto questo mille volte, e per giunta fatto decisamente meglio. In pratica è un retelling del Fabbricante di lacrime, di Uno splendido disastro, After, È colpa tua, Dalla tua finestra e compagnia bella.Tornando a noi, June si trasferisce a Milano dopo un lutto devastante (la morte del fratello) con la madre. Nuova scuola, nuova vita e, perché no? Anche due ragazzi. Will, insulso e apparentemente bravo ragazzo, e James, l’amico tormentato che combatte in incontri clandestini di MMA perché il dolore va sempre esplicato con quattro pugni ben assestati. Poi ci sono l’amica snobbetta e il migliore amico gay che non possono mancare neanche qua (come ne Il mio anno a Oxford e un’altra decina di testi e relative pellicole).Il nodo più problematico resta la dinamica romantica. June assume il ruolo di salvatrice (ma chi glielo ha chiesto?). James è aggressivo, possessivo, imprevedibile? Ma ha sofferto! Ha un trauma! È cresciuto male, poverino… e quindi merita redenzione attraverso l’amore di lei. È il mito eterno della crocerossina: la sofferenza maschile come irresistibile magnete erotico. Il messaggio, travestito da romanticismo, è che l’amore giustifica tutto e guarisce tutto. Anche comportamenti che nella vita reale sarebbero enormi red flag e sirene d’allarme perennemente accese.Sarebbe rivoluzionario, e forse più interessante, vedere una protagonista che dice “no, grazie passo” e sceglie sé stessa. Ma l’autonomia femminile, evidentemente, non genera abbastanza cliffhanger.Andiamo avanti. Vogliamo parlare della scena di lui che la porta nello spogliatoio maschile e si denuda per farle vedere quanto è prestante? No, non vogliamo parlarne, non ce n’è bisogno. La scena si commenta da sé.Poi è tutto spiegato, tutto raccontato. Dov’è finito lo show don’t tell? Dove? I personaggi non vivono conflitti, li enunciano. Non mostrano emozioni, le dicono apertamente. È tutto esplicito, didascalico, come se lo spettatore non fosse in grado di intuire nulla (magari il pubblico a cui si rivolge effettivamente non lo è, che ne sappiamo noi?)Visivamente il film è bello, luminoso, instagrammabile. Fotografia pop-fluorescente, colori saturi, inquadrature eleganti, un po’ come in Maxton Hall (ma qua il paragone è fuorviante) Tutto perfetto per clip da TikTok e basta.Ma allora perché è un fenomeno? Perché ha una fanbase solida e consolidata di ragazzine innamorate del solito dramma YA con tanto di badboy (o malessere… che poi pensate sia cringe). In altre parole, è un fenomeno che nasce dal basso e si porta dietro un esercito già pronto a combattere (sono sicura diranno si tratti di un capolavoro).Love Me Love Me non è un buon film. È la dimostrazione che nell’era dello streaming la qualità è opzionale. Il film è solo l’ennesima comfort zone: non sorprende, non osa, non rischia. E oggi, forse, è questo che vende davvero.Rassegniamoci.


