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Off Campus e il ritorno dei Golden boy

C’è stato un momento, negli ultimi anni, in cui il romance mainstream ha iniziato a convincersi che per essere interessante dovesse necessariamente parlare di amori tossici, oscuri, distruttivi, persino estremi. I bad boy sono diventati uomini emotivamente indisponibili e da “salvare”, il desiderio si è trasformato in controllo, la tensione romantica in manipolazione. In mezzo a una valanga di dark romance, relazioni sbilanciate e protagonisti costruiti attorno al trauma e alla crudeltà, Off Campus arriva quasi come un’anomalia. E forse è proprio questo il motivo per cui funziona così bene. Garrett Graham non è un bad boy, è un golden boy da manuale. Ed era ora che una serie romance tornasse a parlare di ragazzi popolari non arroganti, distruttivi o emotivamente violenti. I protagonisti maschili sono capaci di essere gentili senza perdere fascino, vulnerabili senza perdere carisma, rispettosi senza diventare noiosi. Garrett è bello, sicuro di sé, capitano della squadra di hockey della Briar University, idolatrato dal campus intero. Ha anche lui un passato che in qualche modo lo opprime, ma mentre, in qualsiasi altra serie recente, sarebbe stato il classico ragazzo tossico da redimere, Off Campus sceglie una strada diversa, lo rende gentile, empatico, rispettoso e per questo adorabile. La serie di Prime Video compie qualcosa di rarissimo nel panorama young adult contemporaneo: prende tutti i cliché del romance universitario e li usa per costruire una storia sana, senza rinunciare alla tensione, al desiderio o all’ossessione romantica che il pubblico cerca. Perché la verità è che questa serie riesce in qualcosa che molte produzioni molto più ambiziose falliscono: ti fa stare bene, bene davvero. In un momento storico in cui gran parte della serialità young adult sembra convinta che maturità significhi oscurità permanente, Off Campus ricorda invece che anche la dolcezza può essere adulta, che anche la vulnerabilità può essere una forza, che innamorarsi può ancora essere raccontato come qualcosa di bello, desiderabile e perfino rassicurante. E forse è proprio questo il motivo per cui, a mio avviso, è la serie migliore vista quest’anno. La prima stagione Così come accade nei romanzi di Elle Kennedy, ogni stagione di Off Campus seguirà una coppia diversa, concentrandosi sulle vicende sentimentali di uno dei giocatori della squadra di hockey della Briar University. Un meccanismo molto simile a quello di Bridgerton: il mondo resta lo stesso, i personaggi continuano a intrecciarsi, ma il focus emotivo si sposta ogni volta su una nuova storia d’amore. Ed è proprio questa struttura corale a rendere l’universo di Off Campus così coinvolgente: lo spettatore non si affeziona soltanto a Hannah e Garrett, ma sente fin da subito che ogni membro del gruppo avrà qualcosa da raccontare. Questa prima stagione di Off Campus segue la storia tra Hannah Wells ed Garrett Graham. Lei è una studentessa di musica brillante, ironica, emotivamente più forte di quanto creda. Lui è la stella dell’hockey universitario con un futuro professionistico appeso ai voti disastrati. L’accordo iniziale è semplice: Hannah lo aiuta a studiare, Garrett finge di essere il suo ragazzo per attirare l’attenzione del musicista di cui lei è infatuata. Fake dating, proximity trope, college romance: la serie non nasconde mai i propri meccanismi narrativi, li abbraccia apertamente. E funziona esattamente per questo. Hannah e Garrett comunicano. Si ascoltano. Imparano a rispettarsi prima ancora di desiderarsi. E sembra assurdo doverlo sottolineare, ma oggi vedere una storia d’amore costruita sul consenso, sull’educazione emotiva e sulla vulnerabilità reciproca finisce quasi per sembrare rivoluzionaria. Soprattutto perché la serie non rinuncia mai all’intensità. Le scene romantiche funzionano, la tensione sessuale è costante. La chimica tra Ella Bright e Belmont Cameli è probabilmente una delle migliori viste quest’anno in una serie young adult. Non è una chimica costruita solo sulle scene hot – che ci sono e funzionano pure benissimo – ma sugli sguardi, sui tempi comici, sulla naturalezza con cui i personaggi si cercano anche nei momenti più semplici. Si percepisce immediatamente che i due attori credono davvero nella relazione che stanno interpretando. Ella Bright, soprattutto, sorprende enormemente. La sua Hannah evita ogni stereotipo dell’eroina romance contemporanea: non è la ragazza “diversa dalle altre”, non è goffa per contratto, non è definita esclusivamente dal trauma che porta dentro. È intelligente, sarcastica, ambiziosa e consapevole. Sa già chi vuole essere, anche se non sa ancora come esserlo. Garrett, invece, sotto l’immagine da atleta perfetto nasconde il peso di aspettative familiari soffocanti e una fragilità che la serie affronta con una delicatezza inaspettata. Perché Off Campus funziona davvero Sotto l’estetica da guilty pleasure perfetto, c’è una scrittura emotiva molto più solida di quanto sembri. Tratta temi profondi senza risultare pesante e riesce a essere leggera senza diventare superficiale. Un equilibrio che sulla carta era difficilissimo da raggiungere, ma che sullo schermo diventa quasi naturale. Il racconto poi funziona anche grazie alla costruzione del gruppo. Come ogni grande romance seriale, Off Campus capisce che il pubblico non si innamora solo della coppia principale, ma del mondo intero. La Briar University diventa rapidamente un comfort place: le camere del dormitorio, le partite di hockey, le feste universitarie, le amicizie cameratesche, le prese in giro tra compagni di squadra. C’è un calore collettivo che manca in tantissime produzioni young adult recenti, spesso troppo concentrate sul trauma individuale per lasciare spazio alla leggerezza della vita condivisa. Garrett, Logan, Dean, Tucker. Ragazzi popolari, belli, atletici, desiderati da tutti. Ma anche capaci di chiedere scusa, di prendersi cura delle persone che amano, di essere emotivamente presenti. Si prendono in giro continuamente, litigano, si provocano, competono sul ghiaccio e fuori, ma sotto quella dinamica da spogliatoio esiste un affetto profondissimo. La squadra non è solo il luogo dello sport, ma una vera famiglia emotiva. Ed è significativo che, anche quando entrano in gioco rivalità sentimentali o tensioni personali, il legame tra loro non venga mai davvero spezzato. Off Campus racconta ragazzi che si sostengono, che si leggono addosso le fragilità senza bisogno di verbalizzarle continuamente, che sanno esserci nel momento in cui serve davvero. Fare squadra, nella serie, non significa solo vincere una partita di

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ESSERE NERD È MERAVIGLIOSO (e non è vero che non si trova un fidanzato)

Ho letto con curiosità DATING AND DRAGONS, di Kristy Boyce, edito nella versione italiana da Giunti, traduzione di Mathilde Bonetti. Si tratta di una storia 14+, catalogata Teen, ma ammetto che l’ho adorata, pur avendo un’età, ehm, decisamente superiore! Quinn e Logan sono due adolescenti decisamente nerd, che si conoscono quando lei cambia città e scuola. Grazie alla stessa passione per D&D, allo zampino di una nonna irresistibilmente impicciona e alle partite in diretta social… scopriranno che certe regole sono fatte per essere infrante. Questa storia per ragazzi non è solo romance, ma è una dichiarazione d’amore a D&D e ai Giochi di ruolo. In più, dimostra in modo semplice e avvincente come possano esistere amicizie e amori sani e altri decisamente tossici. Si parla sì di amore, ma si parla moltissimo anche di amicizia e di famiglia. Questa è sicuramente una storia in cui i teenager potranno riconoscersi e dalla quale potranno prendere spunto per divertimenti sani, intelligenti e “sfidanti”. Super consigliato! Potete recuperare anche l’altro volume già pubblicato, “Dungeons and drama”! Io lo farò di certo!

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QUANDO ESSERE TROPPO SENSIBILI PUÒ ESSERE UN VANTAGGIO

RECENSIONE di “LO SGUARDO DI LUCY”, Erin Stewart, Giunti Lucy è sensibile. Molto. Troppo. Riesce a sentire le emozioni di chi la circonda e ne viene travolta. Le è successo anche all’Acquario, quando è scoppiata a piangere e tutti, anche la sua migliore amica, le hanno dato della “stramba”. Quando si ritrova a passare da New York, dove vive, all’Isola del Principe Edoardo, in Nuova Scozia… le cose cambiano. Primo, perché il paesaggio che la circonda è completamente diverso. Secondo, perché passerà l’estate da sola con il nonno, che non vede da diversi anni. Terzo, perché tra le sue mani ora non c’è più la scassatissima macchinetta fotografica presa al banco dei pegni, ma la vecchia macchina fotografica della nonna. Quarto, perché… Non voglio fare spoiler, ma vi dico che questo libro per ragazzi (11+) vi stupirà. La protagonista, Lucy, ha una ipersensibilità emotiva e sensoriale, ma non viene definita esplicitamente come neurodivergente (e questo è un bene, perché i giovani lettori non siano prevenuti). Viene definita EMPATICA, e di empatia ne servirebbe molta di più, nel mondo! Nel libro si parla di rapporti umani, salute mentale, autoconsapevolezza, amicizia vera, ma con uno stile e un linguaggio adatto già dai pre-adolescenti. Lucy Sinclair ha dodici anni e i giovani lettori potranno facilmente immedesimarsi in lei, nonostante la sua sensibilità molto peculiare. Deve affrontare sei settimane con un altro essere umano, il nonno, che non la conosce davvero, mettendo in campo tutte le strategie che conosce, per evitare di crollare emotivamente. Ma sarà necessario? Il nonno sembra un pò il Vecchio dell’Alpe, il nonno di Heidi, con quel fare serio e taciturno. La nuova amica incontrata sull’isola sembra la reincarnazione di Anna dai capelli rossi. E in effetti i riferimenti a questo libro non mancano. Noi abbiamo amato questo libro e ve lo consigliamo caldamente come lettura estiva per le scuole medie e primi anni delle superiori!

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“NON È UN PAESE PER SINGLE”, UNA ROM-COM CHE FUNZIONA

Con Non è un paese per single, Prime Video sembra finalmente aver trovato la formula giusta per adattare il romance italiano contemporaneo senza snaturarlo. Tratto dal bestseller di Felicia Kingsley, il film prende tutto ciò che il pubblico cerca in una commedia romantica (comfort movie, trope riconoscibili, tensione sentimentale, ironia leggera e ambientazioni da sogno) e lo rielabora con una consapevolezza rara nelle recenti trasposizioni italiane del genere. La differenza si nota subito. Negli ultimi anni diversi adattamenti italiani hanno cercato di inseguire il modello delle produzioni young adult internazionali, finendo però spesso intrappolati in una versione artificiale della realtà italiana: dialoghi costruiti, dinamiche poco credibili, personaggi che sembravano vivere in una copia sbiadita di serie americane. Film come Love Me Love Me, per esempio, pur partendo da un materiale potenzialmente forte, non sono riusciti davvero a trovare un’identità precisa. L’ambientazione italiana appariva quasi cosmetica, un involucro che non influenzava davvero la storia né i personaggi. Il risultato era un romance sospeso in una dimensione finta, incapace di risultare autenticamente internazionale ma neppure davvero italiano. Non è un paese per single, invece, compie l’operazione opposta: prende una struttura da rom-com classica e la radica completamente nel contesto italiano. E funziona proprio per questo. Belvedere in Chianti non è una cartolina generica piazzata sullo sfondo per esigenze estetiche, ma un microcosmo sociale che influenza ogni scelta dei personaggi. Essere single, in questo paese, non è solo uno status sentimentale: è quasi una colpa sociale, un’anomalia che tutti si sentono autorizzati a commentare. È una dinamica molto italiana, soprattutto provinciale, e il film la sfrutta con intelligenza sia sul piano comico sia su quello emotivo. Laura Chiossone dirige il film con misura, evitando sia l’estetizzazione eccessiva sia i manierismi da rom-com patinata. La regia accompagna la storia senza mai cercare di sovrastarla, mantenendo sempre il focus sui personaggi e sulle loro dinamiche emotive. È una scelta coerente con la natura stessa del progetto: una rom-com che punta sulla leggerezza, sul ritmo e sull’intimità più che sull’estetizzazione forzata o su virtuosismi visivi. Il cuore del film resta la storia tra Elisa e Michele, interpretati da Matilde Gioli e Cristiano Caccamo. Ed è qui che emerge probabilmente uno degli aspetti più sorprendenti della pellicola: il casting. In un panorama in cui molte produzioni streaming sembrano privilegiare la riconoscibilità social o la “faccia giusta” rispetto alla reale capacità interpretativa, qui si percepisce finalmente una scelta costruita attorno ai personaggi. Gioli riesce a dare a Elisa una vulnerabilità concreta, mai eccessivamente romanzata. È ironica, stanca, emotivamente chiusa, ma senza diventare la classica protagonista “goffa” da manuale. Caccamo, dal canto suo, evita il rischio del love interest stereotipato e porta in scena un Michele credibile, maturo, con una leggerezza naturale che rende la chimica tra i due molto più efficace di quanto accada spesso in prodotti simili.   Ed è proprio questa credibilità a fare la differenza. Il film non ha paura dei cliché, anzi li abbraccia apertamente: il ritorno del primo amore, la cittadina di provincia, la protagonista che ha smesso di credere nei sentimenti, le seconde possibilità. Invece di usarli come scorciatoie narrative, li tratta come elementi strutturali del genere romance. Non è un paese per single vuole essere una storia d’amore. E questa sincerità narrativa finisce per diventare uno dei suoi punti di forza maggiori. Non a caso, alla base della storia c’è anche un evidente omaggio a Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Come nel classico della Austen, anche qui il cuore della narrazione non è soltanto la storia sentimentale, ma il conflitto tra aspettative sociali, orgoglio personale e vulnerabilità emotiva. Il film rielabora questi elementi in chiave contemporanea e pop, senza mai perdere la leggerezza tipica della commedia romantica. Anche il ritmo contribuisce moltissimo alla riuscita del film. La sceneggiatura scorre con fluidità, senza tempi morti evidenti e senza quella sensazione da “episodi cuciti insieme” che spesso caratterizza le recenti produzioni italiane. Ogni scena ha una funzione precisa: sviluppare la relazione, approfondire il contesto o mantenere viva la leggerezza della narrazione. Il film dura il giusto, non si perde in sottotrame inutili e soprattutto comprende perfettamente cosa debba fare una rom-com: creare coinvolgimento emotivo senza appesantire lo spettatore. Dal punto di vista visivo, poi, il film è estremamente efficace. La fotografia sfrutta le campagne toscane nel modo più intuitivo possibile, mostrando allo spettatore vigneti dorati, strade assolate, casolari e capanni, tramonti delicati, piazze vive, ma senza scadere mai nella pubblicità turistica. La Toscana diventa uno spazio sospeso nel tempo, perfetto per una storia che parla di ritorni, nostalgia e sentimenti lasciati in sospeso. È un’estetica calda, luminosa, che accompagna il tono della pellicola senza sovrastarlo. L’unico vero elemento stonato è probabilmente la colonna sonora. Non tanto per la scelta dei brani in sé, quanto per il modo in cui vengono utilizzati. In più momenti la musica sembra entrare in scena con un’intensità emotiva diversa rispetto a quella delle immagini, creando un effetto straniante. Alcuni passaggi che dovrebbero risultare intimi o delicati finiscono quasi per perdere naturalezza perché accompagnati da canzoni troppo invasive o fuori tono. E in certi casi il mix audio diventa persino problematico: le musiche coprono le battute degli attori, spezzando il ritmo dei dialoghi invece di sostenerlo. Ma al netto di questa debolezza, Non è un paese per single resta uno dei migliori esempi recenti di trasposizione di un romance italiano. Non rincorre forzatamente il modello internazionale, non costruisce personaggi che parlano come utenti TikTok dentro scenari irreali. Semplicemente prende i meccanismi classici della commedia romantica e li applica a un immaginario italiano riconoscibile e credibile. Ed è forse proprio qui il motivo per cui il film funziona così bene: nella sua semplicità. In un panorama in cui molte produzioni sembrano ossessionate dall’idea di apparire “moderne” a tutti i costi, questa sembra aver capito che il pubblico romance non cerca necessariamente originalità assoluta. Cerca emozioni familiari raccontate bene. E il film, con tutti i suoi cliché, riesce esattamente in questo.  

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Recensione FIVE di Ilona Bannister (Giunti Editore)

Libri di Elisabetta Venturi VAI AL LIBRO VAI AL LIBRO Recensione del thriller psicologico FIVE – Ilona Bannister (Giunti Editore) FIVE di Ilona Bannister non è un semplice thriller psicologico; è un’immersione profonda nelle pieghe più oscure dell’animo umano, un romanzo che sfida le convenzioni e costringe il lettore a confrontarsi con interrogativi scomodi. Inizio folgorante Il romanzo si apre con una scena che toglie il fiato: una stazione ferroviaria, un bambino in pericolo e una madre, Emma, che per una frazione di secondo esita. Da qui, le vite di cinque personaggi – Emma, il figlio Gideon, l’uomo d’affari, la Signora Worth e Sonny – si intrecciano in un crescendo di tensione e rivelazioni. La narrazione è frammentata, con salti temporali e cambi di prospettiva che mantengono alta la suspense, costringendo il lettore a ricomporre un puzzle emotivo e psicologico. Personaggi indimenticabili e temi profondi Ciò che rende FIVE un’opera così potente è la profondità dei suoi personaggi, ognuno con le proprie fragilità, segreti e motivazioni ambigue. Attraverso le loro storie, l’autrice esplora temi universali e attualissimi: il giudizio sociale e le sue conseguenze devastanti, la complessità della maternità e le sue sfide silenziose, la neurodiversità e la necessità di una maggiore comprensione, e la percezione della realtà, spesso distorta dalle nostre paure e pregiudizi. “La vita e la morte accadono indipendentemente da ciò che pensate, ipotizzate, scrivete nella vostra recensione online, sognate, volete, scegliete o desiderate. O meritate.” – Five di Ilona Bannister Stile narrativo e impatto emotivo Lo stile, incisivo e diretto, crea un’atmosfera tesa e claustrofobica. Il narratore, a tratti onnisciente, spinge il lettore a riflettere sulla natura del bene e del male, sulla responsabilità individuale e collettiva. “[…] voi sapete fin dall’inizio, da quando siete arrivati in questa stazione stamattina, che ci sono cinque personaggi principali e che uno di loro morirà.” – Five di Ilona Bannister FIVE è un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma provoca, interroga e lascia un segno. È un’esperienza di lettura che vi terrà incollati alle pagine, facendovi dubitare delle vostre certezze e costringendovi a guardare la realtà da prospettive inaspettate. Giudizio complessivo ⭐⭐⭐⭐⭐ Consiglio vivamente FIVE a chiunque ami i thriller psicologici ben costruiti, ricchi di suspense e con una forte componente emotiva. È un libro che vi farà pensare, discutere e, forse, riconsiderare alcune delle vostre convinzioni più radicate. Preparatevi a un viaggio intenso e indimenticabile. Il 5 maggio 2026, non lasciatevelo sfuggire.

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