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ADOTTANTI: GENITORI DI SERIE B?

L’adozione è una scelta, non un ripiego. Di questo sono fermamente convinta. E voi? Leggo a volte commenti anche sui social in merito ai “Genitori di Serie B” (per assurdo, viene etichettata in questo modo anche una mamma che ha partorito con parto cesareo anziché parto naturale 🙄). Spesso questa definizione di “Serie B” è collegata anche ai genitori adottivi, “colpevoli” di non essere biologicamente in relazione con i figli. Eppure, non sono genitori meno “veri”. I genitori adottivi si occupano dei loro figli tanto quanto i genitori biologici. Il legame di sangue non è una garanzia di legame, amore, cura. Inoltre, chi decide di adottare supera una lunga serie di controlli sociali e psicologici, accettando questa “invasione”. Ho chiesto un parere a Rupa Muolo, la cui storia ha ispirato “Pragasi” di Felice Muolo. «I genitori adottivi sono diversi dai genitori naturali? Perché? E secondo te sono “meno” genitori?». «Non ho mai considerato l’adozione come una scelta di ripiego. Naturalmente questo è l’opinione di me figlia. Io che, figlia, sono diventata all’età di 6 anni e mezzo, prima ero solo una bimba sola, senza radici, solo un nome, dato chissà da chi.Non mi considero una figlia speciale o diversa, se non solo nei tratti somatici, come non considero i miei genitori diversi da quelli cosiddetti naturali. Siamo diventati figlia/genitori in tempi diversi dalla normalità; ma l’attesa, il dubbio, la paura, lo sconforto, la rabbia, la gioia pura, le aspettative sono state esattamente come se fosse stata una “gravidanza”, persino più lunga dei nove mesi consueti.»

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L’evoluzione del colore rosa tra neutralità e associazione di genere

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Libri di Oriana Turus Fai clic qui Il rosa è un genere molto apprezzato nel mondo letterario, ma porta dietro di sé un sacco di discriminazioni e giudizi. Ma anche il colore rosa non se la passa tanto meglio, anche se, devo ammettere, che nasconde una storia alquanto interessante. Ripercorriamola insieme. Un tempo, il rosa era semplicemente un “rosso sbiadito”, simbolo di forza e potere e dunque prerogativa maschile, veniva considerato troppo acceso e poco consono a una femmina, per la quale andavano meglio tonalità come il blu o l’azzurro (vedasi il velo della Vergine Maria). Diciamo che fino agli anni ’30-’40, il rosa non era associato ad alcun genere, in seguito grazie a processi chimici e alla nascita di tonalità diverse, si inizia ad accomunare il rosa alla pelle e alle nudità femminili, creando un differente punto di vista. Negli anni ’50 Marilyn Monroe, icona di stile, e la nascita della Barbie, consacrano il rosa come colore esclusivamente femminile. Negli anni ‘60 e ’70 però, il movimento femminista avvia la sua protesta contro la visione retrograda e stereotipata del rosa associato al genere, in particolar modo riguardante il ruolo della donna vista come passiva e priva di carattere e autonomia. Non è un caso che proprio negli anni ’70 in Francia nascano i Barbapapà, personaggi divenuti poi famosi per la loro capacità di trasformarsi in qualunque cosa, in cui il papà è rosa e la mamma nera. Ma è dagli anni ’80 che le cose cambiano e, grazie soprattutto a campagne di marketing mirate, avviene la definitiva suddivisione legata al genere. Quindi vestiti blu e azzurri per i maschi, rosa per le femmine. Macchinine e soldatini per i maschi, pentoline e ferri da stiro per le femmine. Cosa è cambiato oggi? Poco o nulla, in realtà. La tendenza è tuttora quella di associare il rosa al mondo femminile e il resto a quello maschile anche se si cerca di puntare nuovamente sulla neutralità, anche se spesso nei negozi si trovano ancora reparti divisi per genere.   In “Piccole donne” c’è già un accenno alla distinzione di genere quando Amy per distinguere il maschio dalla femmina, mette un fiocco azzurro a lui e uno rosa a lei, ma all’epoca era considerata una moda francese, un vezzo non espressamente un modo per definire uno o l’atra.   Scopri Land Magazine admin Settembre 8, 2026 The Crown: 5 motivi per riguardare la serie Netflix sulla famiglia reale britannica A quasi tre anni dalla conclusione, The Crown conserva una qualità piuttosto rara per una serie televisiva: la seconda visione può risultare persino più interessante della prima. 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Per molto tempo una parte della critica ha guardato al fantasy per ragazzi con una certa condiscendenza, Read More admin Settembre 4, 2026 Si può avere più di una casa? L’identità dei bambini adottati tra origini e appartenenza Quando si parla di adozione e identità, c’è una domanda che ritorna spesso, anche quando nessuno ha il coraggio di formularla apertamente: un bambino che desidera conoscere le proprie origini Read More admin Settembre 4, 2026 Le radici del tè: come una pianta sconosciuta rivoluzionò l’economia mondiale Oggi è difficile guardare una tazza di tè e immaginare qualcosa di minaccioso. Il tè appartiene al repertorio delle cose tranquille: una teiera sul tavolo, qualche biscotto, il vapore che Read More admin Settembre 4, 2026 Teresina Tua, la violinista prodigio che conquistò l’Europa: storia della “fata del violino” Nella seconda metà dell’Ottocento, quando una ragazza che desiderava dedicare la propria vita alla musica doveva ancora fare i conti con un mondo costruito quasi interamente intorno alle carriere maschili, Read More

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FIGLI DI DUE PAESI

Mi sono chiesta cosa si provi a sapere di essere adottati. Non solo per quanto riguarda il fatto di essere biologicamente figli di una coppia e essere “di cuore” figli di un’altra. Ma anche, per le adozioni internazionali, cosa significhi essere figli di due paesi, quello in cui sei nata e quello in cui cresci. Quanto rimane in un bambino della sua cultura di nascita? E quanto invece diventa importante o predominante la cultura di adozione? Funziona allo stesso modo per i bambini figli di genitori provenienti da due paesi diversi o no? Ho provato a cercare una risposta generale, tenendo ben presente che ogni esperienza personale è diversa. La doppia appartenenza culturale, l’essere “figli di due paesi”, è una sfida complessa. Conservare la memoria del paese di origine può essere una scelta o una necessità, anche in base all’età del minore quando viene adottato. Inserirsi nella cultura adottante è però necessario per l’integrazione sociale, per sviluppare un nuovo senso di appartenenza. Ma si sviluppano traumi? Forse. Conoscere entrambe le culture è necessario? Di nuovo, forse. Tutti i minori adottati sviluppano poi, anche solo una volta divenuti adulti, la volontà o la necessità di riavvicinarsi alla cultura di origine? No, non sempre. Ho chiesto il parere di Rupa Muolo, la donna che ha ispirato il libro per ragazzi “Pragasi”, di Felice Muolo. «Tu sei italiana. Ma ti senti ANCHE italiana? O ti senti ANCHE indiana? Perché? E crescendo come è stato il rapporto con il tuo paese di origine?» «Mi considero più figlia del mondo, come mi hanno sempre insegnato i miei genitori, figlia amata, dalle radici italiane, anzi pugliesi, ma anche l’indiana con il puntino, puntino inteso per il bindi, decorazione tipicamente asiatica.Sono un mix delle due identità, certamente la parte italiana è quella che mi ha resa figlia delle possibilità, quella indiana è scolpita sulla pelle, nel nome, il cui significato è il motore del mio vivere».

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Cambiamo la carta geografica (finalmente)

Le Nazioni Unite hanno approvato una storica risoluzione che segna la nascita di una nuova cartografia del mondo. L’Assemblea Generale dell’ONU ha infatti votato a larga maggioranza (164 voti favorevoli – 6 astenuti – 1 contrario) la risoluzione internazionale “Correct the Map”, promossa dal Togo e dagli Stati africani, che prevede il progressivo abbandono della tradizionale proiezione di Mercatore a favore della proiezione Equal Earth. Questa decisione storica ha l’obiettivo di adottare una rappresentazione geografica molto più fedele alle reali dimensioni dei continenti, ponendo fine a distorsioni visive vecchie di quasi 500 anni. La Proiezione di Mercatore risale al 1569, la Proiezione Equal Earth è stata sviluppata nel 2018 da Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. Nella prima la rappresentazione dell’Africa la vede fortemente rimpicciolita e la Groenlandia appare grande quasi quanto l’intero continente africano (che nella realtà è 14 volte maggiore). La nuova proiezione è più fedele alla realtà, con l’Africa recupera le sue reali e imponenti dimensioni proporzionali. Nella precedente versione il Nord del Mondo (Europa/USA/Russia) era sproporzionatamente grande e visivamente dominante rispetto al resto del globo. Nella nuova mappa è ridimensionato, riflettendo le reali proporzioni di superficie terrestre. La proiezione di Mercatore rimane ideale per la navigazione marina e aerea perché conserva intatti gli angoli e le rotte. La nuova proiezione è invece corretta per la didattica, la geopolitica e il pubblico, garantendo equità visiva tra i continenti. Perché questo cambiamento è sia politico che culturale?La proiezione di Mercatore non viene cancellata del tutto, poiché rimane uno strumento tecnico fondamentale per i navigatori. Tuttavia, l’uso diffuso nelle scuole e nei media ha per secoli “modellato l’immaginazione e influenzato la percezione collettiva” a favore del Nord del mondo. Paesi come la Francia hanno già annunciato di voler introdurre la mappa Equal Earth nei libri scolastici, mentre gli Stati Uniti hanno espresso un voto contrario, definendo la discussione un dispendio di tempo su progetti cartografici del XVI secolo rispetto ad altre urgenze globali.

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Il fantasy per ragazzi: cinque modi in cui può salvarci

Draghi, regni perduti, scuole di magia, creature impossibili, profezie, portali che conducono altrove. Per molto tempo una parte della critica ha guardato al fantasy per ragazzi con una certa condiscendenza, come se fosse una letteratura destinata soprattutto a chi desidera fuggire dalla realtà: piacevole, certamente; avventurosa, magari persino educativa; ma comunque meno necessaria di quella narrativa che sceglie di confrontarsi direttamente con il mondo così com’è. Il problema di questa interpretazione è che parte da un equivoco. Il fantasy non nasce necessariamente per portarci lontano dalla realtà. Molto spesso costruisce un mondo impossibile proprio per permetterci di osservare meglio quello possibile. È una funzione antichissima della narrazione. Prima ancora che esistesse la categoria editoriale che oggi chiamiamo fantasy, gli esseri umani raccontavano storie di mostri, metamorfosi, divinità, foreste incantate, morti che ritornano e imprese impossibili. Il soprannaturale consentiva di dare una forma narrativa alle paure, ai desideri e ai conflitti che altrimenti sarebbero rimasti difficili da nominare. La letteratura fantastica contemporanea ha ereditato anche questa capacità e, quando si rivolge ai più giovani, può diventare uno spazio straordinariamente potente nel quale sperimentare il mondo senza esserne ancora travolti. Per questo il fantasy per ragazzi può, in un certo senso, salvarci. Non perché un romanzo possa risolvere magicamente i problemi di chi lo legge, naturalmente, ma perché esistono momenti della crescita nei quali trovare le parole per comprendere ciò che stiamo vivendo è già una forma di salvezza. 1. Ci insegna ad avere paura senza esserne sopraffatti C’è una ragione se le storie destinate ai bambini sono sempre state molto più spaventose di quanto gli adulti contemporanei tendano a ricordare. Le fiabe tradizionali sono piene di boschi nei quali ci si perde, genitori che scompaiono, streghe, lupi, orchi, abbandoni, fame e morte. Nel fantasy moderno il repertorio cambia, ma la funzione può essere sorprendentemente simile: il mostro permette alla paura di acquisire un corpo. Ed è molto più semplice combattere qualcosa che possiede un nome. Un bambino o un adolescente può provare angoscia, solitudine, gelosia, rabbia, paura dell’abbandono o del fallimento senza essere ancora capace di riconoscere esattamente quello che gli sta accadendo. La letteratura fantastica compie allora un’operazione narrativa preziosa: trasforma qualcosa di astratto in qualcosa che può essere affrontato. La paura diventa un drago. Il dolore diventa una maledizione. L’isolamento diventa una torre. La perdita diventa un regno nel quale qualcuno è scomparso. Naturalmente il drago rimane immaginario, mentre ciò che rappresenta può essere tremendamente reale. Proprio questa distanza permette però al giovane lettore di avvicinarsi a emozioni difficili senza essere costretto ad affrontarle frontalmente. Può osservare un personaggio che trema davanti al mostro e continuare a leggere. Può scoprire che avere paura non significa necessariamente essere codardi e, soprattutto, che il coraggio non coincide con l’assenza della paura. È forse una delle lezioni più importanti che il fantasy possa offrire: gli eroi hanno paura quasi sempre. La differenza è ciò che decidono di fare mentre hanno paura. 2. Ci ricorda che essere diversi può diventare una forza Gran parte della letteratura fantastica comincia con qualcuno che non appartiene completamente al luogo nel quale vive. Il protagonista è troppo strano, troppo debole, troppo impacciato, troppo curioso. Possiede qualcosa che gli altri non comprendono oppure gli manca qualcosa che tutti sembrano avere. Talvolta è letteralmente appartenente a un altro popolo, un’altra specie, un altro mondo. In altri casi la diversità rimane più sottile, ma il meccanismo narrativo è lo stesso: il viaggio comincia da una frattura tra il protagonista e ciò che viene considerato normale. Per un lettore giovane questa dinamica possiede una forza particolare perché crescere significa anche attraversare continuamente il problema dell’appartenenza. Durante l’infanzia e soprattutto l’adolescenza, essere accettati dal gruppo può sembrare una questione gigantesca. Il corpo cambia, cambiano gli interessi, emergono desideri e caratteristiche personali che possono allontanare dalle aspettative della famiglia, della scuola o dei coetanei. In questa fase il fantasy offre qualcosa che la narrativa strettamente realistica non sempre riesce a concedere con la stessa immediatezza: un universo nel quale l’anomalia può smettere di essere semplicemente un difetto. Il ragazzo che non riesce a integrarsi potrebbe essere l’unico capace di parlare con i draghi. La bambina considerata strana potrebbe comprendere una lingua dimenticata. Il personaggio escluso dal villaggio potrebbe essere proprio colui che riuscirà a salvarlo. Bisogna stare attenti, naturalmente, a non trasformare questo schema in un’altra forma di retorica. Nella vita reale non abbiamo bisogno di scoprire di possedere poteri magici per meritare rispetto. Il valore più profondo di queste storie sta proprio un passo prima: insegnano che la normalità non è l’unico parametro attraverso il quale misurare una persona. E qualche volta, a dodici o tredici anni, leggere una storia nella quale lo strano non deve necessariamente smettere di essere strano per trovare il proprio posto nel mondo può essere enormemente importante. 3. Ci permette di parlare delle cose difficili senza trasformarle in una lezione Guerra, discriminazione, razzismo, potere, colonialismo, violenza, lutto, identità, disabilità, disuguaglianza sociale, amore, sessualità, famiglia: non esiste praticamente argomento che il fantasy non possa affrontare. La differenza è che può farlo attraverso una distanza simbolica. Un regime autoritario può diventare un impero governato da un sovrano immortale. Il razzismo può essere raccontato attraverso il conflitto fra popoli immaginari. La discriminazione può emergere attraverso una società nella quale alcune forme di magia sono proibite. Il privilegio può assumere la forma di un potere ereditario riservato a poche famiglie. Questo non significa che il fantasy debba sostituire le storie realistiche né, tantomeno, che ogni discriminazione reale possa essere perfettamente sovrapposta a un conflitto inventato. Le metafore hanno dei limiti e vanno maneggiate con intelligenza. Ma proprio perché non riproduce necessariamente la realtà in maniera letterale, il fantastico può creare uno spazio nel quale il lettore è costretto a interrogarsi sui meccanismi del potere prima ancora di riconoscere le etichette con cui è abituato a identificarli. Un ragazzo può indignarsi perché in un regno immaginario una categoria di persone non può frequentare una scuola. Può trovare assurdo che qualcuno venga

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