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PRONTI AD APPLAUDIRE?

ATTENZIONE! IL 16 AGOSTO È IL WORLD CLAP DAY! Di cosa si tratta esattamente? È un’iniziativa di un content creator che si propone di unire il mondo in un unico, grande, applauso globale: “1 clap for humanity”, perché “why not?”. Cercando online informazioni sull’evento, troviamo scritto che la Giornata Mondiale dell’Applauso (World Clap Day) è un evento globale che si terrà il 16 agosto 2026, in cui le persone di tutto il mondo applaudiranno per un secondo nello stesso momento, celebrando l’esistenza e l’unità umana senza politica, religione o secondi fini. Potete trovare tutte le informazioni qui sul sito ufficiale: https://worldclapday.com oppure sui social: https://www.facebook.com/share/19CbgzqmtK/ https://www.instagram.com/worldclapday?igsh=MTc5dDZuNTBqdTJqNQ== Proprio sui social è stato pubblicato poche ore fa il post con gli orari di riferimento per i vari paesi. Se volete partecipare, ecco lo screenshot degli orari per l’Europa. In Italia, applaudiremo quindi domani 16 agosto alle 16.00. Sarete dei nostri?

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Il sospetto non basta: il caso Jerry Falade e il rischio di trasformare l’intelligenza artificiale in una nuova caccia alle streghe

Per decenni il mondo dell’editoria ha discusso di plagio, di ispirazione, di ghostwriter e di originalità, interrogandosi continuamente su dove terminasse l’influenza e dove iniziasse la copia. Oggi, però, il dibattito sembra essersi spostato su un terreno completamente diverso, quello dell’intelligenza artificiale, e il rischio è che la legittima preoccupazione nei confronti di uno strumento tecnologico finisca per trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso: una cultura del sospetto nella quale l’accusa precede la prova e il dubbio diventa sufficiente per compromettere la carriera di uno scrittore. È difficile non leggere in questa chiave il caso di Jerry Falade, autore del thriller Call Me, I’ll Hide the Body, un romanzo che aveva suscitato un entusiasmo straordinario nel mercato editoriale internazionale. Attorno al libro si era sviluppata un’asta tra numerose case editrici, culminata con un’offerta milionaria della statunitense Minotaur. Sembrava la classica storia dell’esordiente destinato a diventare una delle grandi rivelazioni dell’anno. Poi, improvvisamente, tutto si è fermato. L’accordo è stato ritirato, la pubblicazione sospesa e il romanzo è sparito dal mercato. Il motivo non è stato un plagio accertato né la scoperta di un comportamento fraudolento dell’autore. A determinare questa decisione è stato il semplice sospetto che durante la realizzazione del manoscritto potessero essere stati utilizzati strumenti di intelligenza artificiale.   La vicenda merita una riflessione che va ben oltre il singolo autore, perché introduce un precedente destinato a influenzare il rapporto tra scrittori, editori e lettori negli anni a venire. Il punto centrale, infatti, non è stabilire se l’intelligenza artificiale debba o meno avere un ruolo nella scrittura creativa. Su questo si può discutere e ciascun editore è libero di adottare una propria linea editoriale, imponendo limiti o richiedendo dichiarazioni agli autori. Il vero problema nasce nel momento in cui una persona viene di fatto considerata colpevole senza che esista una prova concreta della violazione contestata. Quello della presunzione di innocenza non è un principio che appartiene esclusivamente al diritto penale; rappresenta, più in generale, uno dei cardini di ogni società che voglia definirsi razionale. In qualunque ambito civile l’onere della prova ricade su chi formula un’accusa. Non è l’accusato che deve dimostrare di essere innocente, ma chi accusa che deve dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni. È un principio tanto semplice quanto essenziale, perché evita che il sospetto si trasformi automaticamente in condanna. Eppure, nel dibattito sull’intelligenza artificiale sembra che questa logica stia lentamente ribaltandosi. Sempre più spesso si sente dire che uno scrittore dovrebbe essere in grado di dimostrare di aver scritto personalmente il proprio romanzo, quasi fosse chiamato a ricostruire ogni passaggio della propria attività creativa. Ma chiunque abbia scritto un libro, anche soltanto una volta nella vita, sa bene quanto questa richiesta sia irrealistica. Un romanzo nasce da mesi, se non da anni, di appunti sparsi, idee annotate sul telefono, pagine cancellate, capitoli completamente riscritti, intuizioni che arrivano durante una passeggiata o nel cuore della notte. Esiste davvero un modo per certificare tutto questo? E soprattutto, è ragionevole pretendere una documentazione completa di un processo creativo che, per sua natura, è sempre stato caotico, frammentario e profondamente personale? La questione diventa ancora più delicata se si considera un altro aspetto fondamentale: oggi non esiste alcuno strumento capace di stabilire con assoluta certezza se un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. I software che promettono di riconoscere la scrittura automatica sono notoriamente soggetti a errori e producono con una certa frequenza sia falsi positivi sia falsi negativi. Lo hanno ammesso gli stessi sviluppatori di molti di questi sistemi, che invitano a non considerarli strumenti probatori. Nonostante ciò, basta che uno stile appaia particolarmente lineare o che una struttura narrativa sia giudicata “troppo perfetta” perché inizi a diffondersi il sospetto. È proprio questo il rischio più grande. Se l’eccellenza stilistica, la rapidità di scrittura o persino il successo commerciale iniziano a essere interpretati come possibili indizi dell’utilizzo dell’IA, allora qualunque autore potrà trovarsi nella condizione di dover difendere la propria reputazione da accuse impossibili da confutare in maniera definitiva. Come si dimostra di non aver utilizzato uno strumento? È una domanda che appartiene alla filosofia prima ancora che al diritto. Dimostrare un fatto positivo è spesso possibile; dimostrare l’assenza assoluta di un comportamento, invece, è quasi sempre impossibile. Per questo motivo, nelle società democratiche, non si chiede mai a qualcuno di provare la propria innocenza. Il caso Falade assume inoltre un significato ulteriore alla luce delle dichiarazioni dell’autore, che ha collegato l’intera vicenda anche ai pregiudizi presenti nel mondo editoriale nei confronti degli scrittori di colore. È un’affermazione che richiede prudenza e che, in assenza di elementi oggettivi, non può essere né confermata né smentita. Tuttavia, proprio perché non disponiamo di prove in una direzione o nell’altra, sarebbe opportuno evitare conclusioni affrettate. Lo stesso principio che impone di non accusare uno scrittore senza evidenze dovrebbe impedirci anche di liquidare con superficialità le sue preoccupazioni. Ancora una volta, la soluzione non può essere il sospetto reciproco, ma l’analisi dei fatti. Naturalmente tutto questo non significa negare l’esistenza del problema. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per produrre libri in modo massiccio e rappresenta una sfida reale per il settore editoriale. Sarebbe ingenuo fingere che non esista. Ma proprio perché la questione è seria, richiede strumenti seri. Se un editore decide di vietarne l’utilizzo, è legittimo che introduca clausole contrattuali, richieda trasparenza e preveda verifiche compatibili con le conoscenze tecniche disponibili. Ciò che appare molto più discutibile è che un progetto editoriale possa essere cancellato esclusivamente sulla base di dubbi che nessuno è in grado di trasformare in prove. La storia della cultura è ricca di periodi nei quali la paura ha prevalso sulla razionalità. Ogni nuova tecnologia ha generato timori, resistenze e spesso anche vere e proprie campagne moralizzatrici. Non sempre queste preoccupazioni erano infondate, ma ogni volta che il sospetto ha preso il posto della dimostrazione si sono prodotti errori difficili da riparare. L’editoria dovrebbe evitare di ripetere lo stesso schema, soprattutto perché la sua funzione non è soltanto pubblicare libri, ma difendere un metodo fondato

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No, Elena nera non è un problema: quando a teatro gli uomini interpretavano le donne e nessuno gridava allo scandalo

Ogni volta che Hollywood annuncia un nuovo casting che modifica l’aspetto etnico di un personaggio storico o mitologico, il dibattito si ripete identico. È accaduto con la Sirenetta, con Cleopatra, con Achille nella serialità televisiva e, più recentemente, con la scelta di affidare il ruolo di Elena di Sparta nel nuovo film di Christopher Nolan a un’attrice nera. Sui social si è immediatamente riaccesa la polemica: c’è chi parla di revisionismo storico, chi di “woke”, chi sostiene che una figura della mitologia greca debba necessariamente essere rappresentata con determinati tratti somatici. Eppure questa indignazione nasce da un presupposto curioso: l’idea che teatro e cinema abbiano sempre avuto il dovere di rappresentare fedelmente la realtà. La storia dello spettacolo racconta esattamente il contrario. Per secoli, il pubblico ha assistito senza alcun problema a rappresentazioni in cui il sesso, l’età, l’aspetto fisico e perfino l’origine dei personaggi erano affidati esclusivamente alla convenzione teatrale. Nessuno pretendeva il realismo assoluto, perché il teatro non era un documentario: era un patto tra attori e spettatori. Nell’antica Grecia le donne non salivano sul palco   Nell’Atene classica Elena era… un uomo Può sembrare ironico che proprio coloro che invocano la fedeltà alla tradizione classica dimentichino uno degli elementi più caratteristici del teatro greco. Nell’Atene del V secolo a.C., quella di Eschilo, Sofocle ed Euripide, le donne non potevano recitare. Le rappresentazioni delle Grandi Dionisie, considerate uno degli eventi culturali più importanti della polis, erano affidate esclusivamente ad attori uomini. Questo significava che ogni personaggio femminile della tragedia greca, da Antigone a Clitennestra, da Medea a Cassandra, fino naturalmente a Elena, prendeva vita attraverso il corpo e la voce di un uomo. L’attore indossava una maschera, un costume e dei calzari rialzati, modificava il tono della recitazione secondo i codici dell’epoca e dava forma al personaggio. Nessuno pretendeva che assomigliasse realmente a una donna, perché il teatro non funzionava sulla base dell’imitazione fotografica, bensì della rappresentazione simbolica. Per gli Ateniesi ciò che contava era il mito raccontato, la forza della parola poetica, la capacità dell’attore di trasmettere emozioni e conflitti. Il pubblico sapeva perfettamente di avere davanti un uomo e, nello stesso tempo, accettava senza esitazione che quel medesimo uomo fosse Elena, Medea o Antigone. È questo il principio fondamentale della sospensione dell’incredulità: il teatro non chiede allo spettatore di credere che ciò che vede sia reale, ma di accettare temporaneamente la convenzione narrativa. Se volessimo applicare alla tragedia greca gli stessi criteri con cui oggi alcuni giudicano il casting cinematografico, dovremmo concludere che praticamente tutta la produzione teatrale ateniese fosse “storicamente scorretta”. Evidentemente non era questo il parametro con cui venivano valutate le opere. Shakespeare fece esattamente la stessa cosa Chi pensa che questa fosse una particolarità dell’antichità rimarrà probabilmente sorpreso nello scoprire che quasi duemila anni dopo la situazione non era cambiata molto. Anche nell’Inghilterra elisabettiana le donne erano escluse dai palcoscenici professionali, e le compagnie teatrali erano composte quasi esclusivamente da uomini e ragazzi. Di conseguenza, Giulietta, Ofelia, Desdemona, Cordelia, Lady Macbeth e Cleopatra erano interpretate da adolescenti maschi, scelti perché la loro voce non era ancora cambiata. Shakespeare scriveva sapendo perfettamente che il pubblico avrebbe visto un ragazzo interpretare una giovane donna, e costruiva i suoi testi senza considerare questo un limite. In alcuni casi arrivò addirittura a giocare con questa convenzione. In Come vi piace, Rosalinda è una donna che, per gran parte della storia, si traveste da uomo. Lo spettatore elisabettiano assisteva quindi a un ragazzo che interpretava una donna che fingeva di essere un uomo, creando un raffinato gioco di livelli narrativi che oggi definiremmo quasi metateatrale. Nessuno, all’epoca, riteneva che questo compromettesse la credibilità dell’opera. Il pubblico era perfettamente in grado di distinguere il corpo dell’attore dal personaggio rappresentato. Anzi, proprio questa capacità di trasformazione costituiva uno degli aspetti più affascinanti dell’arte teatrale. L’opera lirica ha trasformato questa convenzione in una tradizione La distanza tra interprete e personaggio non è scomparsa con la fine del teatro elisabettiano. Al contrario, è diventata una componente essenziale di un’altra grande forma d’arte europea: l’opera lirica. Per secoli moltissimi ruoli maschili furono affidati ai castrati, cantanti uomini dotati di una voce straordinariamente acuta. Quando questa figura scomparve, molti di quei personaggi passarono alle donne, dando origine ai cosiddetti ruoli en travesti, nei quali un mezzosoprano interpreta un giovane uomo. Ancora oggi il pubblico assiste con assoluta naturalezza a opere nelle quali un personaggio maschile viene interpretato da una donna adulta, senza che nessuno ritenga questa scelta un’offesa alla credibilità storica della vicenda. L’attenzione dello spettatore resta concentrata sulla qualità dell’esecuzione musicale e sulla forza dell’interpretazione, non sull’identità anagrafica dell’artista. È una dimostrazione evidente del fatto che il teatro non ha mai avuto l’obiettivo di eliminare ogni distanza tra realtà e rappresentazione. Il cinema non è mai stato un museo Chi invoca il realismo assoluto nei film storici dimentica inoltre che il cinema ha sempre modificato la realtà quando questo serviva alla narrazione. Attori britannici hanno interpretato imperatori romani, americani sono diventati faraoni egizi, australiani hanno vestito i panni di guerrieri scozzesi, quarantenni hanno impersonato adolescenti e interpreti privi di qualsiasi somiglianza fisica con le figure storiche sono entrati nell’immaginario collettivo proprio grazie alla forza della loro interpretazione. Nessuno ha mai pensato che Russell Crowe dovesse essere realmente un generale romano per interpretare Massimo ne Il gladiatore, così come nessuno pretende che un attore impari perfettamente il latino classico prima di interpretare Giulio Cesare. Il cinema è un linguaggio artistico che seleziona, sintetizza e interpreta la realtà; non è una ricostruzione archeologica. Pretendere un realismo assoluto solo quando entra in gioco il colore della pelle significa, in fondo, applicare un criterio estremamente selettivo. Ma Elena com’era davvero? È forse questa la domanda più interessante di tutte, e paradossalmente è anche quella alla quale nessuno può rispondere. Elena di Sparta appartiene infatti alla mitologia. Non possediamo ritratti contemporanei, descrizioni fisiognomiche dettagliate o testimonianze dirette che ci consentano di stabilire quale fosse il suo aspetto. Conosciamo Elena attraverso Omero, attraverso i tragediografi, attraverso autori romani,

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Perchè preadolescenti e adolescenti cercano il “brivido”?

Perché il cervello degli adolescenti e preadolescenti è letteralmente progettato per cercare il brivido? Il cervello preme tutto sull’acceleratore, perché non ha ancora capito come usare i freni! Tra i 12 e i 25 anni vince ancora il sistema della ricompensa e della dopamina. La corteccia prefrontale, quella che dice “ehi, è pericoloso, frena”, matura più tardi, verso i 25 anni (si spera! In alcuni non matura mai!). In questa fase è anche normale testare i limiti per diventare adulti. Da un punto di vista evolutivo ha senso. Per staccarsi dai genitori e capire “chi sono”, devono provare cose al limite: sport estremi, sfide online, storie horror. Il pericolo fittizio di un film o videogioco è una palestra sicura per allenare paura/coraggio senza rischi reali. E poi c’è (l’odiato) Status sociale. Nel gruppo dei pari, chi rischia guadagna rispetto: l’adrenalina e il “ci sono riuscito” valgono come medaglia sociale. E Sì, frequentare sconosciuti è proprio uno di quei “pericoli” che attira tantissimo. Nel libro “Il ragazzo del crepuscolo”, uscito il 30 giugno per la Collana S.E.P.T. di First Letter, Martina Lago ci racconta proprio di una frequentazione di questo tipo: un perfetto sconosciuto, che si può incontrare solo al crepuscolo e in un luogo isolato, è una buona scelta? Un volto nuovo, una storia che non conosci, zero regole già stabilite. Le persone conosciute sono “già viste”, gli sconosciuti sono un boost di dopamina gratis. Subentra poi il “Decido io chi frequentare, non mamma/papà”. O le mie amiche, come nel caso di Ludovica. Parlare con sconosciuti online o dal vivo è il modo più diretto per dire “sono grande, faccio le mie scelte”. Anche se la scelta è rischiosa, per i preadolescenti è prova di autonomia. E poi… posso crearmi una nuova identità. Con gli amici di sempre sei “il timido”, “il secchione”, “il figlio di…”. Con uno sconosciuto puoi reinventarti da zero. Nessuno sa il tuo passato, quindi puoi provare versioni diverse di te stesso senza giudizio. E anche questo succede in “Il ragazzo del crepuscolo”. Infine… è una questione di brivido. È la stessa attrazione dei film horror: non sai come andrà a finire. Quell’incertezza attiva il sistema della ricompensa. “E se fosse la persona più figa del mondo? E se fosse un’avventura epica?”. Il cervello gonfia le possibilità positive e minimizza i rischi. Il problema è che proprio quando il “freno” non è ancora maturo, il rischio reale c’è: manipolazione, truffe, situazioni pericolose. Il pericolo sembra fittizio, ma le conseguenze possono essere reali. Occhio!

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Sony dice addio ai giochi fisici: cosa cambia davvero per chi acquista in digitale?

Per oltre trent’anni inserire un disco nella console ha rappresentato uno dei gesti più iconici del mondo dei videogiochi. Ora quella tradizione si avvia verso la conclusione. Sony ha annunciato che dal gennaio 2028 tutti i nuovi giochi PlayStation saranno distribuiti esclusivamente in formato digitale, segnando la fine della produzione dei dischi fisici per le nuove uscite. La notizia ha immediatamente acceso un dibattito che va ben oltre la nostalgia. La vera domanda è una sola: quando compriamo un gioco digitale, ne siamo davvero proprietari? Sony punta tutto sul digitale La decisione dell’azienda giapponese non arriva all’improvviso. Da anni il mercato si sta spostando verso gli acquisti online e oggi circa l’80% delle vendite dei giochi PlayStation avviene già in formato digitale. Per Sony, quindi, la scelta rappresenta un adeguamento alle abitudini dei consumatori e un modo per concentrare risorse sui servizi online. Dal 2028 i nuovi titoli saranno acquistabili soltanto tramite il PlayStation Store o attraverso codici digitali venduti dai rivenditori autorizzati. I giochi già pubblicati o già programmati in versione fisica continueranno invece a essere disponibili anche su disco. Il vero problema: acquistare non significa possedere La questione che preoccupa molti giocatori riguarda soprattutto il concetto di proprietà. Quando acquistiamo un disco, possediamo un oggetto fisico che possiamo conservare, prestare, rivendere o collezionare. Con una copia digitale, invece, acquistiamo generalmente una licenza d’uso, legata al nostro account e subordinata alle condizioni imposte dalla piattaforma. Nella maggior parte dei casi i giochi rimangono disponibili per anni, ma il controllo finale resta nelle mani del distributore. È proprio questa differenza che alimenta il dibattito sulla conservazione del patrimonio videoludico. La chiusura degli store di PS3 e PS Vita alimenta le preoccupazioni   Contemporaneamente all’annuncio sulla fine dei dischi, Sony ha confermato anche la progressiva chiusura del PlayStation Store per PS3 e PS Vita. Dal luglio 2027 non sarà più possibile acquistare nuovi contenuti su queste piattaforme. Gli utenti potranno continuare a scaricare i giochi già acquistati “per il prossimo futuro”, ma non saranno più effettuabili nuovi acquisti. Sony motiva la decisione con l’impossibilità di mantenere aggiornati sistemi di pagamento ormai obsoleti. Per molti appassionati questo rappresenta un esempio concreto della fragilità del digitale: quando uno store chiude, l’accesso ai cataloghi viene inevitabilmente limitato. Un futuro senza mercato dell’usato La scomparsa dei dischi comporta anche conseguenze economiche. I videogiochi fisici possono essere rivenduti, acquistati usati o prestati tra amici. Con il digitale tutto questo viene meno. L’intero mercato dell’usato, che per anni ha rappresentato un elemento fondamentale dell’ecosistema videoludico, rischia di ridursi drasticamente. Anche i collezionisti vedono svanire un aspetto importante della loro passione: scatole, libretti illustrativi ed edizioni speciali diventano sempre più rare. È davvero la fine del possesso? Probabilmente il cambiamento era inevitabile. Il digitale offre comodità, download immediati, aggiornamenti automatici e una distribuzione più economica per gli editori. Allo stesso tempo, però, impone una riflessione sempre più attuale: nel mondo digitale stiamo acquistando prodotti o semplicemente il diritto temporaneo di utilizzarli? Il caso PlayStation dimostra che il concetto stesso di proprietà sta cambiando. Non riguarda soltanto i videogiochi, ma anche film, musica, ebook e molti altri contenuti digitali. La fine dei dischi PlayStation rappresenta quindi qualcosa di più della conclusione di un formato fisico. È il simbolo di un’epoca in cui possedere un oggetto lascia progressivamente spazio all’accesso tramite piattaforme, account e licenze. Per alcuni sarà un’evoluzione naturale. Per altri, la perdita definitiva di un modo diverso di vivere la propria passione.   Scopri Land Magazine admin Luglio 3, 2026 Sony dice addio ai giochi fisici: cosa cambia davvero per chi acquista in digitale? Read More Alessia Cannizzaro Luglio 2, 2026 L’Hard Rock Cafe sbarca nel Sud Italia: anche Palermo ha il suo tempio del rock Musica, memorabilia, cucina internazionale e anima siciliana. In via Maqueda apre il quinto Hard Rock Cafe d’Italia e il primo dell’intero Mezzogiorno. L’inaugurazione trasformata in una festa itinerante tra le Read More admin Giugno 29, 2026 Quando il tè cambiò il mondo: la vera storia dietro le piantagioni dell’Assam Per milioni di persone, preparare una tazza di tè è un gesto quotidiano. C’è chi lo beve al mattino, chi lo sceglie per concedersi una pausa e chi lo associa Read More admin Giugno 26, 2026 Dalla Sicilia a Torino, Silvia Maira torna in libreria con Tutta colpa del morto: il romanzo che riporta in scena l’indimenticabile donna Concetta Dal 29 giugno disponibile il nuovo romanzo dell’autrice de La sartoria degli amori imperfetti, presentato in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino.Dopo aver conquistato i lettori con La Read More Silvia Dal Cin Giugno 26, 2026 PAPERNELOPE, una nuova uscita Disney – Giunti editore Disney Papernelope­Un titolo che rende omaggio al poema epico per eccellenza: l’Odissea.Un ospite d’eccezione: Aldo Cazzullo, che diventa coprotagonista della storia.L’intera tiratura è arricchita da un overlay illustrato di Papernelope, tratto da una Read More Silvia Dal Cin Giugno 24, 2026 UN ROMANCE PER RAGAZZI… A BIVI? Team Giacomo o Team Leo? E se potessi scegliere tu come va a finire?”L’anno del mio primo bacio” è il primo romance a bivi in cui sei tu a decidere!Ad Read More admin Giugno 23, 2026 10 modi in cui tua suocera può rovinare il giorno del tuo matrimonio (se la lasci fare) C’è una figura che nei film romantici compare sempre più spesso del prete, del fotografo e persino dello sposo: la suocera. Quella che “lo fa per aiutare”, “ha più esperienza” Read More admin Giugno 15, 2026 Beatrix Potter, la donna che comprava fattorie per salvare il paesaggio: una pioniera della conservazione ambientale Quando si pronuncia il nome di Beatrix Potter, il pensiero corre immediatamente ai suoi celebri racconti illustrati per l’infanzia e al coniglietto Peter Rabbit che da oltre un secolo continua Read More admin Giugno 15, 2026 Un amore sbagliato così giusto: Cristiana Rosada presenta il suo romanzo a Vittorio Veneto il 27 giugno VITTORIO VENETO (TV) – Un pomeriggio dedicato alle emozioni, alla narrativa contemporanea e alla magia delle storie che parlano direttamente al cuore dei lettori. Sabato

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