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10 modi in cui tua suocera può rovinare il giorno del tuo matrimonio (se la lasci fare)

C’è una figura che nei film romantici compare sempre più spesso del prete, del fotografo e persino dello sposo: la suocera. Quella che “lo fa per aiutare”, “ha più esperienza” e “sa cosa è meglio”. E che, se non vengono fissati alcuni confini prima del grande giorno, rischia di trasformare il tuo matrimonio nel sequel non richiesto della sua personale festa di famiglia. Naturalmente si scherza: esistono suocere meravigliose. Ma esistono anche quelle che, armate delle migliori intenzioni e di una determinazione degna di un generale napoleonico, riescono a creare più tensione di un buffet senza prosecco. 1. Trasforma il tuo matrimonio nel matrimonio che avrebbe voluto lei   Tu sogni un ricevimento intimo? Lei invita quaranta parenti che non hai mai visto. Tu vuoi un’atmosfera semplice? Lei propone cigni di ghiaccio, fuochi d’artificio e un violinista sospeso al soffitto. Alla fine ti ritrovi ospite d’onore del matrimonio di qualcun altro. 2. Critica il tuo vestito fino all’ultimo minuto “Sei sicura che quel modello ti valorizzi?” è una frase che può fare più danni di una grandinata il giorno delle nozze. Alcune future suocere sembrano convinte che il loro compito sia trasformarsi in giudici di un talent show dedicato agli abiti da sposa. 3. Vuole decidere il menù Hai scelto un menù vegetariano? Lei conosce almeno diciassette persone che potrebbero svenire in assenza dell’arrosto. Hai previsto piatti moderni? Lei continua a chiedere dove siano finite le lasagne della zia Concetta. 4. Pretende di essere al centro dell’attenzione Il giorno del matrimonio dovrebbe essere dedicato agli sposi. Dovrebbe. Alcune suocere, però, entrano in modalità protagonista assoluta e riescono a raccontare la propria storia personale anche durante il taglio della torta. 5. Commenta ogni decisione La musica è troppo alta. I fiori sono troppo bassi. Le sedie sono troppo moderne. Le bomboniere troppo piccole. Se ogni scelta viene sottoposta a revisione ministeriale, organizzare il matrimonio può sembrare più difficile dell’approvazione di una legge finanziaria. 6. Cerca di controllare lo sposo “Sei sicuro di voler fare così?” è una domanda innocente. Ripetuta venti volte nello stesso giorno diventa una forma di tortura psicologica. Alcune madri faticano ad accettare che il loro bambino di quarant’anni sia ormai un adulto. 7. Arriva con ospiti non autorizzati C’è sempre il misterioso cugino di terzo grado, la vicina di casa o l’amica della palestra che “non potevano assolutamente mancare”. Peccato che nessuno degli sposi sappia chi siano. 8. Scatena drammi familiari Il matrimonio è spesso il momento in cui antiche rivalità tornano a galla. La suocera particolarmente talentuosa riesce a litigare con una cognata, due zie e il maître prima ancora dell’aperitivo. 9. Fa confronti con altri matrimoni “Al matrimonio di mia nipote c’erano più fiori.” “La torta di mia cugina era più grande.” “Mio fratello aveva assunto un’orchestra.” Complimenti: sei appena entrata nelle Olimpiadi del confronto familiare. 10. Ti fa dimenticare perché stai festeggiando Questo è forse il rischio più grande. Quando le discussioni, le critiche e le interferenze occupano tutto lo spazio mentale, si perde di vista la vera ragione della giornata: celebrare una nuova famiglia che nasce. Il segreto per sopravvivere? Mettere dei limiti prima del matrimonio. Con gentilezza, ma con fermezza. Perché una suocera coinvolta può essere una risorsa preziosa; una suocera senza freni può trasformare il ricevimento in una prova di resistenza emotiva. E ricordate: il giorno delle nozze passa in poche ore, ma le foto restano per sempre. Meglio quindi avere immagini di sorrisi sinceri che di una guerra fredda combattuta vicino alla confettata.   Scopri Land Magazine admin Giugno 23, 2026 10 modi in cui tua suocera può rovinare il giorno del tuo matrimonio (se la lasci fare) Read More admin Giugno 15, 2026 Beatrix Potter, la donna che comprava fattorie per salvare il paesaggio: una pioniera della conservazione ambientale Quando si pronuncia il nome di Beatrix Potter, il pensiero corre immediatamente ai suoi celebri racconti illustrati per l’infanzia e al coniglietto Peter Rabbit che da oltre un secolo continua Read More admin Giugno 15, 2026 Un amore sbagliato così giusto: Cristiana Rosada presenta il suo romanzo a Vittorio Veneto il 27 giugno VITTORIO VENETO (TV) – Un pomeriggio dedicato alle emozioni, alla narrativa contemporanea e alla magia delle storie che parlano direttamente al cuore dei lettori. Sabato 27 giugno alle ore 17.00, Read More Silvia Dal Cin Giugno 15, 2026 PREADOLESCENTI E ANIMALI DOMESTICI Tra i 10 e i 18 anni cambia tutto: corpo, umore, amicizie, scuola. In questo caos che sono preadolescenza (9/10 -12 anni) e adolescenza (13-18 anni), un animale domestico diventa Read More Lorenzo Foschi Giugno 13, 2026 Giappone360: il museo di Hiroshima A CURA DI I LIBRI DI LORENZO FOSCHI Lathar Lathar – Zero Hiroshima: il museo che si attraversa con lo stomacoC’è un silenzio particolare che si posa addosso quando entri Read More admin Giugno 11, 2026 Land Editore: l’11 giugno escono Cold Land e Aèlys – L’orgoglio domato L’11 giugno porta due nuove pubblicazioni nel catalogo di Land Editore, disponibili da oggi. Due opere molto diverse per ambientazione e atmosfere, ma accomunate dalla capacità di coinvolgere il lettore Read More admin Giugno 9, 2026 Tacchi, Tabacchi & Tarocchi arriva a Cartigliano: Bettina Battistella presenta il nuovo caso della Ditta Investigazioni Bonfiglio Giovedì 25 giugno alle ore 18.00, nella suggestiva cornice di Villa Morosini Cappello a Cartigliano, si terrà la presentazione del romanzo Tacchi, Tabacchi & Tarocchi di Bettina Battistella, pubblicato da Read More Silvia Dal Cin Giugno 8, 2026 CASA FAMIGLIA, AFFIDO E ALTRE SITUAZIONI Una “casa famiglia” è una comunità di tipo familiare. Ci vivono solitamente pochi minori, seguiti da educatori o da una coppia che fa da genitore “di professione”. 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PREADOLESCENTI E ANIMALI DOMESTICI

Tra i 10 e i 18 anni cambia tutto: corpo, umore, amicizie, scuola. In questo caos che sono preadolescenza (9/10 -12 anni) e adolescenza (13-18 anni), un animale domestico diventa spesso un punto fermo. Non giudica, non mette like, non chiede spiegazioni se una giornata è andata storta! Dare da mangiare al cane, pulire la lettiera del gatto, portare il criceto dal veterinario sono compiti concreti. Per un preadolescente vuol dire imparare la responsabilità senza lezioni teoriche. Se salto la passeggiata, il cane ne soffre. Se mi dimentico la ciotola, il gatto me lo fa capire. È causa ed effetto, chiaro e immediato. Questa routine aiuta anche a gestire il tempo, a rispettare impegni, a sentirsi utili. Per molti ragazzi insicuri, sapere che un essere vivente dipende da loro rafforza l’autostima. E poi… gli animali sono spesso un supporto psicologico che non parla ma comprende tutto. Gli animali, si sa, abbassano lo stress. Accarezzare un cane fa produrre ossitocina e riduce il cortisolo. Dopo un litigio con i genitori o una verifica andata male, il gatto che fa le fusa sul letto vale più di mille consigli. I pets ascoltano senza interrompere. Per un adolescente che fa fatica a esprimere emozioni, parlare al proprio cane è spesso il primo passo per aprirsi anche con le persone. Studi e pet therapy lo confermano: la presenza di un animale riduce ansia, senso di solitudine e sintomi depressivi. Per i ragazzi con DSA, autismo o fobia sociale, il pet diventa un mediatore. Aiuta a rompere il ghiaccio con i coetanei: portare il cane al parco crea occasioni di dialogo più semplici di una chat. Non è solo coccole, però! Attenzione: un animale non è un antidepressivo da comprare. Richiede tempo, soldi, pazienza. Se la famiglia adotta solo “per fare contento” il figlio, il rischio è che il peso ricada tutto sui genitori o che l’animale venga trascurato appena l’entusiasmo cala. La scelta va condivisa e valutata.Quando funziona, il legame è potente. Bianca, de “La Banda +1” lo sa bene: meno male che c’è Troll, un cane brutto ma estremamente amato. L’adolescente impara empatia, gestione della frustrazione e cura dell’altro. Il pet, in cambio, restituisce presenza costante in un’età in cui tutto sembra provvisorio. Crescere con un animale vuol dire avere un alleato silenzioso che ti insegna che volere bene è anche portare fuori il cane alle 6 di mattina, anche se tu hai ancora sonno!

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Giappone360: il museo di Hiroshima

A CURA DI I LIBRI DI LORENZO FOSCHI Lathar Lathar – Zero Hiroshima: il museo che si attraversa con lo stomaco C’è un silenzio particolare che si posa addosso quando entri nel Peace Memorial Museum di Hiroshima. Non è il silenzio educato dei musei, quello fatto di passi attutiti e voci abbassate per rispetto delle opere. È un silenzio diverso, più antico, quasi fisico: la sensazione che tutti, lì dentro, stiano trattenendo lo stesso respiro.  Il museo è diviso in due parti, e questa divisione non è un dettaglio architettonico. È una scelta che ti accompagna, come se qualcuno avesse capito che certe cose vanno raccontate in un ordine preciso: prima il cuore, poi la mente. Prima le persone, poi la Storia. E io, ingenuamente, credevo di sapere già tutto. Parte prima: Le persone, prima dei numeri La cosa che mi ha colpito subito, e che continuo a portarmi dentro, è che il museo non cerca di impressionarti con le cifre. Le cifre ci sono, certo, e sono enormi, disumane, impossibili da afferrare davvero. Ma non è quello che ti spezza. A spezzarti sono gli oggetti. Le cose piccole. Le cose di tutti i giorni. Un orologio fermo alle 8 e 15. Una scatola del pranzo annerita, con il riso ormai diventato carbone, che una madre aveva preparato all’alba per un figlio che non sarebbe tornato a mangiarlo. Un triciclo arrugginito. Una divisa scolastica strappata. Ognuno di questi oggetti ha un nome accanto, e una storia, e quella storia ti entra dentro senza chiedere permesso. Perché non parla di guerra in astratto: parla di un bambino che quella mattina si era allacciato le scarpe, di una ragazzina che era uscita di casa salutando, di una vita identica alla tua interrotta in un istante. E poi ci sono le scarpette rosse. Non so spiegare perché, tra tante testimonianze, siano state proprio quelle a farmi cedere. Forse perché il rosso, in mezzo a tutto quel grigio bruciato, era ancora vivo. Erano le scarpette di una bambina, comprate da una madre come si comprano le scarpe ai figli: con quella piccola felicità quotidiana che diamo per scontata. La bambina le adorava, le metteva e non voleva più toglierle. Poi venne il 6 agosto, e di lei non rimase quasi nulla; il peso esatto di un’assenza, che nessun numero potrebbe quantificare. È stato lì che mi sono accorto di avere le lacrime agli occhi. E quando ho alzato lo sguardo, ho capito di non essere solo. C’erano persone ferme davanti alle vetrine, immobili, alcune con una mano sulla bocca. Un mio compagno di viaggio, uno di quelli che si definisce sempre “duro”, che dei sentimenti fa quasi una battuta, aveva gli occhi lucidi e fingeva di guardare altrove. Ottima posizione, quella a metà mostra, per il bagno. Parte seconda: La Storia, e tutte le sue domande Quando entri nella seconda parte, qualcosa cambia. L’aria sembra meno densa, la mente ricomincia a funzionare, e il museo, con delicatezza, ti invita a fare un passo indietro per guardare il quadro intero. Dopo averti mostrato i volti, ti mostra il contesto. Qui si parla del perché. Della guerra che da anni divorava il Pacifico, delle decisioni prese in stanze lontanissime da Hiroshima, della logica spietata di un conflitto che sembrava non avere fine. Si parla delle conseguenze: non solo le decine di migliaia di morti immediate, ma quello che venne dopo: le radiazioni, le malattie che si manifestarono negli anni, i sopravvissuti, gli hibakusha, che portarono nel corpo e nella memoria un fardello che nessuno avrebbe dovuto portare. E si parla di ciò che quel lampo cambiò per sempre nel mondo intero: l’ingresso dell’umanità in un’epoca in cui, per la prima volta, possediamo gli strumenti per cancellarci da soli. Ti chiedi come sia stato possibile. Ti chiedi cosa significhi davvero il progresso, se la stessa intelligenza che ci ha portato fin qui può anche distruggere tutto. Ti chiedi, soprattutto, se abbiamo imparato qualcosa, e guardando il mondo di oggi, la risposta non è mai del tutto rassicurante. Uscendo Sono uscito nel parco, sotto un cielo limpido, con il fiume che scorreva tranquillo come se nulla fosse mai accaduto. In lontananza, la cupola scheletrica della Genbaku Dome, lasciata in piedi così com’era, ferita ma non caduta. E ho pensato che forse è proprio questo il senso di un posto come Hiroshima: non commemorare la morte, ma proteggere la vita. Non si visita il Peace Memorial Museum per sapere cosa è successo. Quello lo si può leggere ovunque. Lo si visita per sentire cosa è successo, e per uscirne un po’ diversi da come si era entrati. Io lo sono. E credo, sinceramente, che dovrebbe esserlo chiunque. ———————- Piacere, sono Lorenzo!Italianissimo, genovese, e da sempre appassionato del Giappone. Ho incontrato questa cultura per la prima volta attraverso il karate, grazie a una tradizione di famiglia di cui vi parlerò in futuro. Da bambino ho iniziato con anime e manga, e col tempo mi sono innamorato di un mondo che, però, ho capito presto di non dover idealizzare. Alla fine ho avuto la fortuna di andarci di persona e di stringere amicizie con diversi giapponesi con cui mantengo ancora oggi rapporti regolari. Nel frattempo studio con calma la lingua e sento sempre più il desiderio di raccontarvi, attraverso vari episodi, un Paese affascinante e complesso, pieno di sfaccettature e contraddizioni. È davvero il Paese perfetto?O piuttosto un luogo dove è facile vivere, ma difficile respirare?Forse la verità sta nel mezzo… ma in quale forma? Scopritelo insieme a me in questo viaggio!E, piccola curiosità: il protagonista del mio primo libro fantasy (Lathar) si chiama Hito (una parola giapponese…), mentre la protagonista del secondo (Lathar Zero) porta il nome Nagisa. Chissà cosa significherà?  

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CASA FAMIGLIA, AFFIDO E ALTRE SITUAZIONI

Una “casa famiglia” è una comunità di tipo familiare. Ci vivono solitamente pochi minori, seguiti da educatori o da una coppia che fa da genitore “di professione”. L’obiettivo è ricreare un ambiente stabile: orari, scuola, regole, affetto. Non è un istituto è di solito ospita piccoli gruppi di ragazzi (o di ragazzi e ragazze, spesso divisi per età) e resta aperta 24 ore su 24. Non è quindi una comunità diurna, ma una vera e propria residenza. Perché alcuni ragazzi ci finiscono? Succede quando il Tribunale per i Minorenni valuta che restare a casa metta a rischio il minore. I motivi più frequenti: trascuratezza grave, maltrattamenti, violenza assistita, dipendenze dei genitori, lutti o malattie che impediscono di accudire. A volte è lo stesso genitore che, in difficoltà, chiede aiuto ai servizi sociali. L’allontanamento è sempre l’ultima scelta, usata solo se gli altri interventi non bastano. Anche Max, de “La Banda +1” vive in comunità e proprio l’intervento di uno degli educatori, Giovanni, lo aiuterà a riflettere e crescere. Ma oltre alle “case famiglia”, esistono altre soluzioni. Una di queste è l’affido familiare. Il minore va a vivere per un periodo con una famiglia affidataria, selezionata e formata dai servizi. I genitori biologici mantengono diritti e doveri, salvo diversa decisione del giudice. L’affido punta sempre al rientro a casa, quando la situazione migliora. L’ affido temporaneo è una forma di affido con durata definita fin dall’inizio, di solito non superiore a 24 mesi. Si usa per emergenze o in attesa che la famiglia d’origine superi un momento critico: una detenzione breve, un percorso di disintossicazione, problemi economici gravi. Può essere a tempo pieno o solo diurno, nei weekend, per aiutare senza sradicare del tutto. Altre soluzioni previste in Italia sono: Affido a parenti – il minore va da nonni, zii o fratelli maggiorenni. Si preferisce per mantenere i legami. Comunità educative – simili alle case famiglia ma con più ragazzi e un progetto educativo strutturato. Spesso per adolescenti. Adozione – quando il rientro in famiglia è impossibile e il Tribunale dichiara lo stato di adottabilità. A differenza dell’affido, è definitiva. Supporto domiciliare – educatori e assistenti sociali intervengono a casa per aiutare i genitori. Così si evita l’allontanamento.

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BULLISMO NELLA SCUOLA: L’IMPORTANZA DEI DOCENTI

Possiamo creare regole, prontuari, normative… ma se chi lavora nella scuola, a contatto con i ragazzi, non riconosce i comportamenti scorretti e non interviene, che si può fare? Il bullismo non è “una ragazzata”. È un comportamento ripetuto che umilia. In classe può cominciare con una battuta, un soprannome, un gruppo che esclude qualcuno in mensa. Poi può diventare spintoni, foto girate nelle chat, minacce. La vittima smette di parlare, i voti calano, le assenze aumentano. Il danno resta anche quando il campanello suona. C’è poco da fare: sono i docenti fanno la differenza. Sono gli adulti che vedono gli alunni ogni giorno che devono cogliere i segnali prima di tutti: lo studente che arriva sempre per ultimo, quello che non viene mai scelto nei gruppi, le risate che partono appena qualcuno apre bocca. Individuare è il primo passo. Significa non girare la testa quando una frase suona male, non liquidare tutto sufficienza. Cosa fare allora? Correggere. Correggere però non vuol dire solo punire. Vuol dire interrompere la dinamica. Il docente autorevole mette regole chiare e conseguenze coerenti, ma soprattutto insegna alternative: come si gestisce un conflitto, come si chiede scusa, come si difende un compagno senza diventare a propria volta aggressivi. Chi fa il bullo spesso cerca potere o approvazione. Se l’adulto risponde con coerenza, toglie pubblico al comportamento e restituisce responsabilità. È importante anche lavorare con l’intero gruppo classe: i veri alleati contro il bullismo sono gli spettatori silenziosi. Un insegnante che crea un clima in cui aiutare è normale sposta tutto il gruppo. Collaborare con famiglie, psicologo scolastico e dirigente completa la rete: nessuno ferma il bullismo da solo. I docenti non possono sostituirsi a genitori o tribunali, ma possono evitare che la scuola diventi un posto insicuro! Vedere subito, nominare il problema, intervenire con fermezza e educare alle relazioni … si può e si deve fare! Perché una classe che impara il rispetto è una classe dove si impara meglio tutto il resto! È proprio questo ciò che succede nella scuola de “La Banda +1”; grazie al prof. Salimberti, che interviene subito appena nota il disagio di Bianca, tutto finisce per il meglio.

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