Giappone360: divertimento notturno
A CURA DI I LIBRI DI LORENZO FOSCHI Lathar Lathar – Zero Una delle contraddizioni che più mi ha colpito del Giappone riguarda il rapporto tra giorno e notte. Di giorno tutto sembra regolato da una disciplina ferrea, da un autocontrollo costante, da una serie di regole non scritte che scandiscono ogni gesto. I treni silenziosi, i ristoranti ordinati, i salaryman impeccabili nel loro completo, l’idea diffusa che esista sempre un comportamento “giusto” per ogni contesto. Poi però arriva la notte, e quel sistema così rigido sembra improvvisamente allentare la presa, come se la società stessa concedesse una valvola di sfogo collettiva. L’ho percepito chiaramente durante due serate in discoteca che ho vissuto in prima persona, una a Kyoto e una a Osaka. Due città molto diverse, ma accomunate da questo doppio volto. A Kyoto siamo stati al Kitsune, che una volta calata la notte si riempie di giovani che ballano, bevono, si lasciano andare in modo sorprendentemente spontaneo. Colpisce vedere persone che poche ore prima rispettavano ogni regola sociale trasformarsi in ragazzi e ragazze che ridono, urlano, si muovono senza più quella compostezza quasi rituale del giorno. A Osaka il contrasto è stato ancora più forte. Al The Pink l’atmosfera è più cruda, più diretta, meno patinata rispetto a Kyoto. È una discoteca che vive di eccessi, di musica alta, di luci aggressive, di corpi che occupano lo spazio senza troppi filtri. Qui la sensazione di “liberazione notturna” è quasi estrema, come se la notte diventasse il momento legittimo per fare tutto ciò che di giorno è represso. Non è un caso che Osaka venga spesso descritta come la città più istintiva e meno formale del Giappone: anche nel divertimento notturno questa identità emerge con forza. C’è però anche un lato oscuro in tutto questo, ed è impossibile ignorarlo. In entrambi i locali, soprattutto a Osaka, ho percepito una forte oggettificazione della donna. Molti comportamenti, certi sguardi e alcune dinamiche fanno capire che la libertà notturna, a volte, si traduce in una visione del corpo femminile come oggetto di consumo. È una contraddizione che riflette problemi più profondi della società giapponese, già visibili di giorno ma che di notte emergono senza filtri. Non si tratta di episodi isolati, ma di un clima generale che lascia una sensazione ambivalente: da un lato l’energia e il divertimento, dall’altro un disagio difficile da ignorare. Accanto a questo aspetto negativo, ce n’è però uno che mi ha colpito in modo molto positivo e che racconta un’altra faccia del Giappone. All’uscita dei locali, nel cuore della notte, si trovano file ordinate di taxi pronti a riportare tutti a casa. Nessuna ressa, nessuna incertezza, nessuna sensazione di pericolo. I giovani escono ubriachi, stanchi, a volte distrutti dalla serata, ma sanno che potranno tornare a casa in sicurezza. È un dettaglio che dice molto su come il sistema, pur concedendo lo sfogo notturno, continui a prendersi cura dell’ordine e della sicurezza collettiva. La serata al The Pink è diventata poi quasi surreale per via del contesto. Ci siamo andati in after, dopo una notte già lunga, quella stessa notte in cui avremmo preso l’aereo da Osaka, dall’aeroporto del Kansai, per tornare a Milano. Tra balli, musica e luci al neon, avevamo già la testa proiettata al viaggio di ritorno. Alla fine, il conto è stato assurdo: cinquantadue ore senza mai vedere un letto. Un limbo temporale fatto di discoteca, aeroporto, volo intercontinentale e fuso orario che ti ribalta completamente. Ripensandoci, quella notte rappresenta perfettamente il Giappone che ho visto. Un Paese capace di comprimere tutto di giorno e di esplodere di notte, di essere rigidissimo e al tempo stesso indulgente, di proteggere e allo stesso tempo spingere all’eccesso. Il divertimento notturno giapponese non è solo festa: è uno specchio delle tensioni, delle contraddizioni e dei bisogni di sfogo di una società che chiede moltissimo ai suoi individui. ——————— Piacere, sono Lorenzo!Italianissimo, genovese, e da sempre appassionato del Giappone. Ho incontrato questa cultura per la prima volta attraverso il karate, grazie a una tradizione di famiglia di cui vi parlerò in futuro. Da bambino ho iniziato con anime e manga, e col tempo mi sono innamorato di un mondo che, però, ho capito presto di non dover idealizzare. Alla fine ho avuto la fortuna di andarci di persona e di stringere amicizie con diversi giapponesi con cui mantengo ancora oggi rapporti regolari. Nel frattempo studio con calma la lingua e sento sempre più il desiderio di raccontarvi, attraverso vari episodi, un Paese affascinante e complesso, pieno di sfaccettature e contraddizioni. È davvero il Paese perfetto?O piuttosto un luogo dove è facile vivere, ma difficile respirare?Forse la verità sta nel mezzo… ma in quale forma? Scopritelo insieme a me in questo viaggio!E, piccola curiosità: il protagonista del mio primo libro fantasy (Lathar) si chiama Hito (una parola giapponese…), mentre la protagonista del secondo (Lathar Zero) porta il nome Nagisa. Chissà cosa significherà?
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