A CURA DI
C’è una cosa che il Giappone ti chiarisce immediatamente, spesso prima ancora di uscire dall’aeroporto: qui il bagno non è un dettaglio. Appena sceso dall’aereo, stanco, disorientato dal fuso orario e con ancora addosso l’odore del viaggio, la prima vera esperienza giapponese è quasi sempre una visita alla toilette dell’aeroporto. Ed è lì che capisci che stai entrando in un altro mondo. Non un mondo fatto solo di templi, neon e treni futuristici, ma di una civiltà che ha deciso di investire tempo, intelligenza e tecnologia anche nell’atto più universale e democratico che esista: andare in bagno.
In Giappone il rapporto con i servizi igienici ha radici profonde. Già nelle abitazioni tradizionali esisteva una netta separazione tra il momento del bagno e quello dei bisogni fisiologici, con un’attenzione quasi rituale alla pulizia. Con il tempo, questa sensibilità si è fusa con l’ossessione nipponica per il miglioramento continuo, trasformando il wc in un oggetto di culto tecnologico. Il risultato sono i famosi washlet: tavolette riscaldate, getti d’acqua regolabili, pulsanti misteriosi che sembrano usciti dalla cabina di un’astronave e, immancabile, una colonna sonora artificiale pensata per tutelare la privacy sonora dell’utente. Perché sì, in Giappone anche i rumori hanno diritto alla loro dignità.
Quello che colpisce non è solo la tecnologia, ma la diffusione. I bagni giapponesi non sono un lusso riservato a hotel a cinque stelle o a ristoranti esclusivi. Sono ovunque. Puliti, funzionanti, gratuiti e sorprendentemente accoglienti. Stazioni, centri commerciali, parchi, templi, vicoli apparentemente dimenticati da Dio: ovunque c’è un bagno che ti accoglie come se fossi a casa tua, o forse meglio. Per un europeo abituato a cercare disperatamente un bar pur di evitare certi servizi pubblici, è un piccolo shock culturale.
Uno dei momenti in cui questa eccellenza raggiunge livelli quasi filosofici è sullo Shinkansen. Andare in bagno su un treno che viaggia a oltre trecento chilometri orari potrebbe sembrare un’esperienza da evitare, e invece diventa un piccolo piacere. Silenzioso, stabile, pulitissimo, con tutto al suo posto e nessuna sensazione di precarietà.
Naturalmente c’è anche il lato quasi comico. La prima volta davanti a una pulsantiera piena di ideogrammi e icone criptiche, si prova una leggera ansia esistenziale. Cosa succede se premo quello sbagliato? È un bidet o sto per attivare un razzo? Ma bastano pochi tentativi per capire che, in fondo, anche qui il Giappone ha pensato a tutto: icone intuitive, spiegazioni, getti gentili e mai invasivi. Una tecnologia avanzata, sì, ma sorprendentemente umana.
Questa irriverente lode ai vespasiani del Sol Levante non è solo una battuta. I bagni giapponesi raccontano molto del Paese: l’attenzione al dettaglio, il rispetto per l’individuo, la volontà di rendere dignitoso anche ciò che altrove viene trascurato. In un mondo che spesso misura il progresso con grattacieli e skyline, il Giappone ti ricorda che la civiltà si vede anche da come tratti le cose più intime. E dopo aver provato certi bagni, tornare indietro diventa davvero difficile.
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Piacere, sono Lorenzo!
Italianissimo, genovese, e da sempre appassionato del Giappone. Ho incontrato questa cultura per la prima volta attraverso il karate, grazie a una tradizione di famiglia di cui vi parlerò in futuro. Da bambino ho iniziato con anime e manga, e col tempo mi sono innamorato di un mondo che, però, ho capito presto di non dover idealizzare.
Alla fine ho avuto la fortuna di andarci di persona e di stringere amicizie con diversi giapponesi con cui mantengo ancora oggi rapporti regolari. Nel frattempo studio con calma la lingua e sento sempre più il desiderio di raccontarvi, attraverso vari episodi, un Paese affascinante e complesso, pieno di sfaccettature e contraddizioni.
È davvero il Paese perfetto?
O piuttosto un luogo dove è facile vivere, ma difficile respirare?
Forse la verità sta nel mezzo… ma in quale forma?
Scopritelo insieme a me in questo viaggio!
E, piccola curiosità: il protagonista del mio primo libro fantasy (Lathar) si chiama Hito (una parola giapponese…), mentre la protagonista del secondo (Lathar Zero) porta il nome Nagisa. Chissà cosa significherà?

