Stranger Things, la serie che è diventata un fenomeno culturale globale

Stranger Things non è solo una serie tv. È un racconto di formazione travestito da horror fantascientifico, una lettera d’amore agli anni Ottanta che usa la nostalgia non solo come colonna sonora, ma anche come linguaggio cinematografico.

Ambientata a Hawkins, l’ultima creatura dei fratelli Duffer parte da una sparizione misteriosa per parlare di altro: amicizia, famiglia, paura, coraggio, diversità. E soprattutto del passaggio dall’infanzia all’età adulta, raccontato come un attraversamento, a volte doloroso ma sempre necessario, di mondi paralleli.

 

SPOILER ALERT: Proseguire nella lettura solo dopo aver concluso la visione della serie!

Il Sottosopra non è mai stato solo un luogo: è la metafora delle nostre paure, quelle che ci portiamo dentro e che crescono con noi, dei traumi che ci inseguono, di ciò che preferiremmo non vedere. E come ogni paura, anche questa “cosa” va affrontata, ma non da soli. È questo il valore fondante della serie, il messaggio finale dei fratelli Duffer: nessun eroe vince da solo. Si vince insieme, restando fedeli ai propri ideali, anche quando costano sacrifici.

Non è un caso che una delle immagini più potenti dell’epilogo sia quella dei ragazzi attorno a un tavolo da Dungeons & Dragons, intenti a giocare l’ultima partita. Non è solo la fine di un gioco, è un vero e proprio addio all’infanzia. La porta si chiude, come si chiude un’epoca fatta di spensieratezza, gioco, corse in bici e nottate con gli amici. Non è però una vera fine, quella porta è anche un passaggio di testimone alla nuova generazione che ora potrà vivere le proprie avventure.

Ed è qui che Stranger Things tocca uno dei suoi nervi più scoperti: la paura di diventare grandi. Non tanto il timore del futuro in sé, quanto quello di perdere ciò che siamo stati. Crescere significa assumersi responsabilità, fare i conti con scelte definitive, accettare che il mondo non abbia più la protezione dell’immaginazione. Eppure, sotto quella paura, resta il desiderio ostinato di tenersi aggrappati a un frammento di quella vita precedente, a quel tempo in cui bastava un gruppo di amici per sentirsi invincibili.

La scena di Steve, Nancy, Johnatan e Robin che si ritrovano sul tetto, diciotto mesi dopo, è costruita come una tregua emotiva. Parlano delle loro vite, di ciò che è cambiato, di ciò che non tornerà. Poi si fanno una promessa semplice, quasi ingenua: rivedersi una volta al mese. Una sorta di dichiarazione di resistenza, perché quel legame è l’unico argine contro un mondo che, improvvisamente, appare troppo vasto e troppo duro per essere affrontato da soli.

Ma lo spettatore adulto sa già che quella promessa non verrà mantenuta. Non per mancanza di affetto, ma per la forza centrifuga della vita. Il lavoro, le distanze, le trasformazioni personali finiranno per allentare i fili. È quella consapevolezza silenziosa che rende la scena ancora più struggente. Perché in quei volti, in quelle parole dette sul tetto, riconosciamo le nostre amicizie adolescenziali, quelle che ci hanno formati più di ogni altra esperienza e che, proprio per questo, abbiamo dovuto lasciare andare.

Stranger Things non idealizza quella perdita, ma la guarda in faccia, suggerisce che crescere non significa dimenticare, ma accettare che a volte è necessario saper dire addio a qualcosa.

 

I punti di forza di Stranger Things

 

Dopo cinque stagioni in cui Stranger Things ha raccontato l’adolescenza come un territorio ostile, segnato da bullismo, famiglie disfunzionali, istituzioni violente e minacce che arrivano da mondi altri, la serie compie una scelta precisa e tutt’altro che scontata: riportare Will Byers al centro del racconto. Il personaggio che per primo aveva incarnato la paura, il corpo violato, la vulnerabilità assoluta, smette di essere solo la vittima originaria e diventa finalmente uno degli assi portanti della narrazione.

La sua evoluzione non passa soltanto attraverso la dimensione spettacolare dei poteri, ma attraverso un gesto narrativo molto più rischioso: l’assunzione pubblica della propria identità. Il coming out di Will è costruito con una lentezza quasi anacronistica per la serialità contemporanea, priva di scorciatoie emotive o frasi ad effetto. È un discorso che nasce dall’esitazione, dal silenzio, dalla paura di perdere l’amore prima ancora che dal desiderio di essere visti. Quando Will dice “Non mi piacciono le ragazze”, Stranger Things sospende l’azione e mette in pausa il genere stesso che l’ha resa celebre. Per un istante non esistono né mostri né portali, esiste solo quella verità finalmente pronunciata.

È in quel momento che il personaggio trova la propria forma definitiva. Will può diventare davvero “Will the Wizard”, lo stregone, il saggio del gruppo, solo dopo aver smesso di dividersi tra ciò che è e ciò che teme di essere. La serie rende esplicito ciò che negli anni Ottanta restava confinato al sottotesto: gli outsider non sono più solo metafore di diversità, ma soggetti narrativi pienamente visibili. Il dialogo con Robin, figura specchio, sorella maggiore simbolica e memoria vivente di un futuro possibile, svolge una funzione chiave in questo processo, trasformando l’esperienza individuale in consapevolezza collettiva.

In questo senso, Stranger Things compie un’operazione di riscrittura culturale. I modelli di riferimento, Stand by Me, It, I Goonies, solo per citarne alcuni, avevano costruito un immaginario potentissimo, ma avevano lasciato irrisolte molte zone d’ombra. I fratelli Duffer utilizzano quell’estetica per colmare i vuoti, per dare parola a ciò che allora non poteva essere detto.

Lo stesso vale per Undici che deve prima ricucire la propria identità ferita dagli abusi per poter salvare il mondo. Max affronta il lutto come una discesa negli inferi interiori. Steve, ex bullo, smonta progressivamente i modelli di mascolinità tossica per diventare un punto di riferimento emotivo per l’intero gruppo (tutti abbiamo amato Steve in versione babysitter!). E soprattutto, il legame tra Will, Mike, Dustin e Lucas evolve da alleanza ludica a spazio di condivisione del dolore, del fallimento, della paura di crescere. In un gruppo capace di sopravvivere a demogorgoni, spie sovietiche e all’ostilità dello Stato, un coming out non è un evento eccezionale, ma un atto naturale.

Il confronto finale con Vecna cristallizza questo percorso. L’antagonista, che si nutre delle paure più intime delle sue vittime, tenta di colpire Will nel punto che per anni lo ha reso vulnerabile, definendolo “debole”. Ma Stranger Things ribalta definitivamente l’accusa: ciò che Vecna identifica come fragilità è esattamente ciò che rende Will inattaccabile. E, al contrario, un trauma non gestito può far perdere l’innocenza e trasformare chiunque in mostro.

Uno degli aspetti più rilevanti della serie, poi, è la riscrittura del ruolo femminile nell’immaginario avventuroso anni Ottanta. Qui non c’è l’eroe maschio che salva la ragazza. Sono spesso le donne a innescare il cambiamento. Undici è il motore narrativo della serie: senza di lei, Hawkins cadrebbe. Joyce è una madre che non aspetta soccorso, ma scava muri, sfida istituzioni, si sporca le mani. Nancy evolve da cheerleader a giornalista investigativa armata di fucile (è più Alfa lei di molti maschi Alfa!). Robin rompe gli stereotipi con intelligenza, ironia e rappresentazione queer. Max incarna la ribellione positiva e la capacità di voler affrontare e superare un trauma emotivo.

Stranger Things propone un eroismo condiviso, orizzontale, dove il genere non definisce il coraggio. Ed è così che, nella maggior parte dei casi, il cambiamento arriva proprio da personaggio femminile che rompe gli schemi, fa il passo avanti, prende la decisione che cambia il corso degli eventi. Ma gli eroi diventano tali solo se collaborano insieme, senza individualismi.

 

Criticità della serie

 

Accanto alla sua forza emotiva e simbolica, Stranger Things porta con sé anche alcune fragilità strutturali che ne hanno accompagnato il percorso fino alla fine. La serie lascia volutamente aperti diversi nodi narrativi: dubbi mai del tutto risolti, sottintesi che restano sospesi, spiegazioni affidate a dialoghi rapidi o a soluzioni talvolta frettolose. Il finale stesso rinuncia a una chiusura definitiva, scegliendo un’apertura che può apparire irrisolta ma che, allo stesso tempo, ha permesso a ogni spettatore di costruirsi la propria verità emotiva.

Non è un caso che, nel corso degli anni, i fratelli Duffer siano spesso intervenuti fuori dallo schermo per colmare vuoti, chiarire intenzioni, sistemare ciò che la narrazione non aveva esplicitato con sufficiente precisione. Un’operazione che, se da un lato evidenzia alcuni limiti di scrittura e di equilibrio tra ambizione e controllo, dall’altro conferma la natura profondamente partecipativa della serie: Stranger Things non è mai stata un racconto chiuso, ma un universo condiviso, completato anche dal dialogo costante con il suo pubblico.

 

La musica come macchina del tempo

 

Ogni nota di Stranger Things, dalla sigla iniziale a quella finale, riporta agli anni Ottanta e introduce le nuove generazioni a un patrimonio sonoro che prima sembrava lontano.

Should I stay or should I go dei Clash non è solo una canzone, diventa simbolo di coraggio, scelta e legame. Never Ending Story è un tuffo nella nostalgia, che riporta a quell’eroe bambino che salva il mondo. Ma è Running up that hill di Kate Bush a segnare un punto di non ritorno: il brano che salva Max diventa simbolo del potere dei ricordi felici contro il trauma.

Il colpo finale arriva con Prince e i suoi When Doves cry e Purple rain, brani mai concessi prima, che accompagnano l’epilogo e quella scelta difficile, quasi impossibile, che diventa però possibile proprio grazie alla musica.

Stranger Things non si limita a citare un’epoca, la fa risuonare nel presente, riportando in classifica canzoni spesso dimenticate, obbligando persino la Gen Z a cantarle, scoprendo così l’eredità immortale della musica.

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