La prima presentazione di un libro? Impossibile dimenticarla

Lo diciamo sempre: il più grande errore che un autore emergente possa fare è quello di pensare che la pubblicazione sia il traguardo. In realtà è vero il contrario: dopo la pubblicazione e la gioia di aver firmato un contratto, c’è un universo di attività e impegni da scoprire: dalle interviste alla collaborazione con l’ufficio stampa, dalle presentazioni al tentare di conquistare nuovi e vecchi lettori. Insomma, pubblicare un libro è un lavoro che richiede l’impegno costante e continuativo di autori, editore, professionisti del settore – e spesso è un percorso che dura non mesi, ma anni.

Per uno scrittore emergente tutto questo è ancora più difficile - ma l'ironia è la chiave, e la meraviglisa penna di Verdiana Rigoglioso è qui per dimostrarcelo.

Per Diana (e non Verdiana)

Cronache della mia prima presentazione pubblica

Di Verdiana Rigoglioso

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Uno dei peggiori difetti che ho è il mio essere scurrile quando vado in difficoltà. Dico sul serio, raggiungo vette da cato di munnizza.
Quindi ieri, prima di andare per la prima volta a sedermi davanti a una platea di gente che mi guardava, aspettandosi che fossi convincente ma non arrogante, sincera ma non eccessivamente emotiva, sicura di me ma non una di quelle che hanno un bastone su per le chiappe (tutte paranoie, lo so) ho fatto i miei dieci minuti di meditazione.
Interrotti dal cane, ovviamente, che mi ha fatto perdere il lume della ragione.
“Fai così, esercitati con roba tipo accidenti, perdindirindina, perdiana. E sparati tutte le parolacce prima di andare a parlare, dinne tante, ma tante…” Consiglio di un amico, preziosissimo, per cui mi sono ritrovata a fare tipo “fuck fuck fuckity fuck” per due ore dentro la testa, rifiutandomi di pensare alle altre esclamazioni da 1800 che si erano però insinuate nella mia testa.
Mentre parlavo è calato il silenzio, di tanto in tanto sollevavo lo sguardo per assicurarmi che nessuno si fosse addormentato.
Niente, Tutti lì, attentissimi, così assorti che avrei voluto urlare “nessuno deve tossire? Uno starnuto? Un bambino che piange?”
Niente.
Fine del mio discorso, applausi.
Applausi, a me.
Cervello “sorridi, Ringrazia, saluta, te lo meriti, avanti, dillo: me lo merito.”
Con uno sciabordio di acqua naturale nello stomaco, perché non avevo mangiato una mazza, ascolto ipnotizzata i professionisti che si alternano dopo di me e mi coinvolgono, mi tirano in ballo e penso “accidenti e perdindirindina, queste persone erudite e molto più fighe di me pensano che io sia una di loro.”
Cervello: “sta’ attenta che se l’autostima ti gonfia un altro po’, quando finisce tutto sembrerai la mongolfiera in copertina.”
Tutto finisce in applausi e sorrisi, autografi e dediche, emozioni infinite.
E io non ho detto Neanche una parolaccia.
Fino a quando questa donna bellissima si avvicina e mi dice “mi sono emozionata, non vedevo l’ora di conoscerla.”
E là, ho detto una parolaccia tra i denti e l’ho camuffata con finta spavalderia. E lì per lì ho pensato “cosa posso dire? PERDIANA? No, meglio la parolaccia.”
La dolce e bella signora ha preferito risparmiarmi questa umiliazione e ha cambiato argomento.
Quando sono entrata in auto, il mio amico mi scrive “allora, come è andata?”
Io “per colpa tua ho quasi detto PERDIANA…”
Lui “hai sbagliato a dire il tuo nome?”
Io “PERDIANA, CazzX!”
Lui “almeno non hai detto cazzX.”
In foto, la mia faccia in quell’esatto momento, adesso tutti sapranno perché ho quella espressione.

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