Jane Eyre di Charlotte Brontë è un romanzo che, più di molti altri classici ottocenteschi, costringe il lettore a misurarsi con una contraddizione interna profonda. È un testo che ha insegnato a generazioni di lettrici e lettori a riconoscere la forza della coscienza individuale, soprattutto femminile, ma che allo stesso tempo rivela una visione dell’alterità segnata da paura, esclusione e stereotipo coloniale. La sua grandezza letteraria risiede non nella coerenza ideologica, bensì proprio in questa tensione irrisolta, che riflette in modo quasi paradigmatico i conflitti della modernità vittoriana.
Fin dalle prime pagine, Jane si presenta come una voce che non accetta di essere normalizzata. La narrazione a quell’epoca risulta essere una scelta politica precisa, non un semplice espediente realistico: Charlotte Brontë affida l’autorità del racconto a una donna marginale, priva di potere sociale, e le consente di interpretare il mondo secondo la propria esperienza emotiva e morale. Jane è tutt’altro che un’eroina passiva, né una figura edificante nel senso tradizionale. È spesso orgogliosa, inflessibile, in un paio di occasioni persino collerica, e proprio per questo radicalmente umana. Quando, da bambina, rifiuta l’ipocrisia dell’affetto imposto e dichiara alla zia Reed: “I am not deceitful: if I were, I should say I loved you; but I declare I do not love you”, Jane rompe uno dei tabù fondamentali dell’educazione femminile ottocentesca: il dovere di gratitudine e sottomissione verso chi detiene il potere.
Questo gesto iniziale contiene già in nuce l’intero romanzo: Jane Eyre è la storia di una coscienza che si forma non attraverso l’obbedienza, ma con e grazie al conflitto. La sofferenza non la rende docile; al contrario, la spinge a elaborare un’idea di giustizia che non coincide con l’autorità. In uno dei passaggi più intensi del romanzo, Jane afferma: “I must keep in good health and not die”.
Dietro l’apparente semplicità di questa frase si nasconde un atto di resistenza: vivere, per Jane, significa difendere la propria integrità morale contro un sistema che vorrebbe spezzarla.
Il paradosso: Jane Eyre è ANCHE un romanzo xenofobo e razzista
Bertha Mason: l’alterità resa follia
Bertha Mason è uno dei personaggi più disturbanti e simbolicamente carichi della letteratura occidentale. Donna creola, nata nelle Indie Occidentali, moglie legittima di Rochester, Bertha è relegata in soffitta, privata di voce, ridotta a corpo animalesco e minaccioso. Nel romanzo, la sua follia non è solo psicologica ma apertamente razzializzata. La sua origine coloniale viene costantemente evocata come causa della degenerazione morale e mentale. Brontë, consapevolmente o meno, attinge a un immaginario imperialista che associa l’esotico al pericolo, il meticcio alla corruzione, il non-europeo all’eccesso incontrollabile.
Bertha non sa parlare; urla. Non sa agire, ma solo attaccare. Non ama ma distrugge.
È l’antitesi di Jane – bianca, inglese, razionale, moralmente pura. Perché Jane possa diventare moglie, Bertha deve morire; la sua distruzione è funzionale alla restaurazione dell’ordine sociale e affettivo.
In questa prospettiva, Bertha è la vittima sacrificale di un sistema narrativo che legittima l’esclusione attraverso la patologizzazione dell’alterità.
Né inglese, né protestante = non moralmente disciplinato
l’alterità, in Jane Eyre, è sistematicamente problematizzata, sospettata, contenuta, e non riguarda soltanto la follia coloniale, ma anche ciò che è “non inglese”, “non protestante”, “non moralmente disciplinato”. In questo senso, anche Adèle Varens e sua madre Céline partecipano a pieno titolo a quella costellazione di figure che il romanzo colloca ai margini della rispettabilità e dell’ordine morale.
Adèle incarna una francesità stereotipata: frivola, teatrale e superficiale. Jane la ama, ma la guarda con costante sospetto morale e l’educazione inglese che le viene impartita ha una funzione chiara: correggere la sua natura continentale, purificarla dagli eccessi materni e trasformarla in una giovane donna rispettabile secondo i canoni britannici.
Qui il colonialismo è culturale, più che razziale: ciò che è straniero va disciplinato, normalizzato e reso utile.
Adèle può essere salvata perché è giovane, malleabile, non ancora “contaminata” in modo irreversibile. È un’inclusione condizionata che conferma la superiorità del modello inglese.
Céline Varens: la donna straniera come minaccia morale
Analogo giudizio (e destino) spetta a Céline Varens, madre di Adèle ed ex amante di Rochester, che rappresenta il polo opposto rispetto a Jane. Attrice, francese, sensuale e infedele, Céline è costruita come una figura di decadenza morale.
Nel romanzo non le viene concessa alcuna profondità psicologica: è un monito, un esempio negativo. La sua femminilità è eccessiva, performativa e mercificata. e, ancora una volta, l’elemento straniero – in questo caso francese – diventa sinonimo di inganno e mancanza di valori.
Céline non può essere redenta né compresa. Deve semplicemente essere esclusa dalla narrazione “nobile” per lasciare spazio all’amore puro e spirituale tra Jane e Rochester.
Un progressismo incompleto
Jane Eyre è un romanzo profondamente innovativo sul piano di genere e classe, ma conservatore – e talvolta violento – sul piano razziale e culturale.
Charlotte Brontë riesce a immaginare una donna che rivendica sé stessa, ma fatica a immaginare un mondo in cui lo straniero non debba essere silenziato, educato o eliminata. Questa ambivalenza rende il romanzo più complesso, più scomodo e vero, specchio di un’epoca, quella vittoriana, dove l’altro era costantemente guardato con sospetto.
Leggere Jane Eyre oggi significa accettare questa frattura e usarla come lente critica per interrogare non solo il passato, ma anche le narrazioni contemporanee sull’identità, la normalità e il potere.
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