3 delitti irrisolti di Torino: i cold case che ancora oggi non hanno un colpevole

Torino conserva i propri misteri con una discrezione quasi perfetta. Dietro i portoni dei palazzi, lungo le strade della collina, negli appartamenti dei quartieri residenziali e persino nelle zone che oggi attraversiamo senza prestarvi attenzione si sono consumati delitti per i quali, a distanza di decenni, manca ancora una risposta definitiva.

Sono i cold case di Torino, omicidi sui quali investigatori e magistrati hanno lavorato per anni, seguendo piste, interrogando conoscenti, arrestando sospettati e, in alcuni casi, tornando sui reperti molto tempo dopo grazie alle nuove tecniche scientifiche. Eppure qualcosa continua a mancare: un nome, una prova decisiva, il particolare capace di trasformare un sospetto in una verità giudiziaria.

Abbiamo raccolto 3 casi particolarmente inquietanti; alcuni risalgono agli anni Cinquanta, altri sono molto più recenti, ma tutti condividono una domanda rimasta sospesa nel tempo: chi ha ucciso?

1. Mario Giliberti e Diabolich: l’assassino che annunciò il proprio delitto

Torino, febbraio 1958. Mario Giliberti ha ventisette anni, arriva da Lucera, lavora alla Fiat e vive in una sistemazione piuttosto precaria ricavata nel retrobottega di un ex laboratorio da calzolaio, al numero 20 di via Fontanesi.

Il 25 febbraio viene trovato morto.

È stato colpito ripetutamente con un coltello; le ricostruzioni dell’epoca parlano di diciotto coltellate.

Già questo basterebbe a trasformare la vicenda in uno dei grandi casi di cronaca nera della Torino del dopoguerra. Quello che accade intorno al cadavere, però, sembra uscito da un romanzo giallo.

L’assassino vuole essere ascoltato.

Qualcuno telefona alla redazione de La Stampa sostenendo di avere commesso un delitto; arrivano inoltre comunicazioni alla stampa e alla polizia nelle quali l’autore rivendica l’omicidio. Una delle lettere contiene addirittura un enigma: osservando la costruzione del testo è possibile ricavare l’indirizzo via Fontanesi 20.

Sul luogo del delitto viene inoltre lasciato un biglietto con una provocazione rivolta agli investigatori: riusciranno a trovare l’assassino?

L’uomo si firma con uno pseudonimo destinato a diventare leggendario:

Diabolich.

Gli investigatori concentrano i sospetti su Aldo Cugini, amico ed ex commilitone di Giliberti. Viene arrestato nel marzo 1958 e rimane in carcere per quasi cinque mesi, ma gli elementi raccolti non consentono di attribuirgli l’omicidio.

Il caso rimane irrisolto.

A rendere tutto ancora più curioso c’è una coincidenza entrata nella storia della cultura popolare italiana: pochi anni dopo, nel 1962, nascerà Diabolik, il criminale creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani; il precedente torinese di “Diabolich” viene indicato dalle ricostruzioni sul caso come una delle fonti legate alla scelta del nome.

L’uomo che volle raccontare il proprio omicidio ai giornali, invece, non ha mai avuto un volto.

2. Giorgia Padoan: due tazzine di caffè e un assassino che lei probabilmente conosceva

Il 9 febbraio 1988 Giorgia Padoan ha ventun anni, studia Lingue all’università e vive con la madre in via San Gottardo, a Torino.

Quel giorno qualcuno entra nel suo appartamento.

Non sembra esserci stata un’irruzione violenta: tutto porta a pensare che Giorgia abbia aperto volontariamente la porta al proprio visitatore. Nell’appartamento vengono infatti trovate due tazzine da caffè, lavate; secondo la ricostruzione investigativa, è molto probabile che la ragazza conoscesse la persona che aveva fatto entrare.

Quando la madre torna dal lavoro poco prima delle quattordici trova Giorgia morta.

La ragazza è stata strangolata con una catenella che non verrà mai recuperata.

Le indagini si concentrano inevitabilmente sulle persone che frequentavano la giovane. Giorgia non sembrava avere nemici e proprio questa normalità rende il caso ancora più difficile: se aveva aperto la porta all’assassino e gli aveva persino preparato il caffè, chi poteva essere?

Nel corso degli anni compare un elemento impressionante.

Pochi giorni dopo l’omicidio, il padre di Giorgia riceve la telefonata di un giovane che chiede perdono e sostiene di essere responsabile della morte della ragazza. Il padre riesce a registrare parte della conversazione. Molti anni dopo, quando l’inchiesta viene riaperta, una perizia fonica individua una compatibilità tra quella voce e quella di un uomo che aveva frequentato lo stesso corso universitario di Giorgia. L’uomo viene indagato, ma gli elementi raccolti non risultano sufficienti per sostenere un’accusa.

Ancora oggi non esiste una verità giudiziaria sull’identità dell’assassino.

Rimangono quelle due tazzine.

Una ragazza che evidentemente non si sentiva in pericolo.

E qualcuno che, dopo avere bevuto un caffè con lei, è uscito dall’appartamento lasciandola senza vita.

3. Erio Codecà: chi voleva morto un dirigente della Fiat?

La sera del 16 aprile 1952, Erio Codecà esce dalla propria abitazione di via Villa della Regina per portare a spasso il cane.

Codecà ha cinquant’anni ed è un importante dirigente del mondo Fiat; ha lavorato anche all’estero e, al momento della morte, occupa un ruolo di primo piano nella struttura industriale torinese.

Intorno alle nove di sera qualcuno lo aspetta.

Viene ucciso nei pressi della propria abitazione con un colpo d’arma da fuoco. Nessun testimone riesce a fornire agli investigatori la risposta fondamentale: chi ha sparato?

Comincia una delle indagini più controverse della Torino del dopoguerra.

Perché uccidere Codecà?

Nel corso degli anni vengono formulate numerose ipotesi e il contesto rende il caso particolarmente suggestivo: siamo nei primi anni della Guerra fredda e Codecà è un dirigente di una delle aziende industriali strategicamente più importanti d’Italia. Le indagini esplorano piste differenti, comprese quelle politiche e quelle collegate alle attività industriali.

Un uomo viene anche portato a processo: Giuseppe Faletto, ex partigiano.

Nel 1958 viene però assolto per insufficienza di prove.

Dopo oltre settant’anni, non sappiamo ancora chi abbia premuto il grilletto e soprattutto non sappiamo con certezza perché Codecà dovesse morire.

È questo secondo interrogativo a rendere il caso particolarmente affascinante: dietro quell’unico colpo potrebbe esserci una storia molto più grande della scena del crimine sulla quale venne trovato il corpo.

Oppure potrebbe esserci una spiegazione completamente diversa.

Nessuna delle piste percorse è riuscita a diventare una verità definitiva.

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