Nel medioevo parlare di sesso era normale

I pregiudizi diffusi dagli illuministi sul Medioevo sono ancora profondamente radicati in noi, tanto che vediamo quest’epoca storica come un periodo estremamente oscurantista, bigotto e attraversato da norme e precetti religiosi severissimi.

In realtà studi e testimonianze scritte hanno dimostrato come durante il Medioevo la sfera sessuale delle persone fosse un argomento estremamente dibattuto, affrontato sia all’interno delle comunità ma anche nei libri, nella letteratura e nell’arte, con una scioltezza che molti dei nostri contemporanei potrebbero solo invidiare.

La popolazione medievale era molto meno pudica di quanto crediamo, tanto che Giovanni Boccaccio, autore del Decamerone, nelle sue novelle parla di sesso e sessualità  in una moltitudine di maniere, anche scabrose, suscitando un grande successo di pubblico soprattutto femminile. Si tratta di una cosa risaputa, infatti, che il decamerone si rivolge sin dalle prime battute alle fanciulle nobili, non per metterle in guardia sui rischi del piacere sessuale ma per divertirle e allietare i loro pomeriggi.

Non ci credete?

 Ecco allora una delle più scabrose novelle tratte dal decameron di Giovanni Boccaccio

La badessa e le brache del prete, di Giovanni Boccaccio

La traduzione è nostra; trovate il link alla novella in lingua trecentesca a fondo pagina.

Tratto da Decamerone, nona giornata

Dovete sapere che in Lombardia c’è un famosissimo monastero colmo di santità e religione ove, tra le altre monache, c’era una giovane donna di sangue nobile e dalla bellezza straordinaria; il suo nome era Isabetta. Quando un giorno un suo parente la venne a trovare, Isabetta si innamorò del bel giovane che lo accompagnava. Il giovane, vedendola tanto bella, esprimendole sin da subito il desiderio con lo sguardo, ricambiò il suo amore all’istante. Non senza difficoltà, i due giovani riuscirono a portare avanti questo amore senza toccarsi. Ma negli ultimi tempi, crescendo la voglia di stare insieme, al giovane venne in mente un posto dove potersi incontrare senza che fossero visti e lei, felice, non una volta ma molte, andò lì per vederlo – con grande piacere di entrambi. 

Nel perdurare di questi incontri, successe che una notte il giovane fu visto andarsene da Isabetta, e le voci si sparsero nel convento. Le monache pensarono di accusarla presso la badessa, di nome madonna Usimbalda, buona e santa donna secondo l’opinione delle altre monache – e di chiunque la conoscesse. Pensarono, però, per evitare di passar per maligne, di indurre la badessa a trovare la ragazza insieme al suo amante. E così stettero zitte, e segretamente, portandosi appresso le guardie, partirono per cogliere Isabetta in flagranza di reato. 

Isabetta, che non ne sapeva nulla e che forse nulla gliene importava, una notte fece venire il giovane. Le monache si divisero in due gruppi: una parte si mise a guardia dell’uscio della cella di Isabetta, e un’altra corse fino alla camera della badessa; e picchiando l’uscio dissero: – Su, madonna, alzatevi in fretta: abbiamo trovato Isabetta con un giovane nella cella –

Quella notte la badessa era accompagnata da un prete, che tante volte faceva venire in casa sua. Udendo queste parole, temendo che le monache aprissero la porta, si rivestì al buio, in fretta, come meglio potè; credendo suoi certi vestiti piegati, pensando di mettersi il salterio s’infilò in testa le braghe del prete; uscendo fuori e chiudendo in fretta la porta chiese: – Dove è questa maledetta da Dio? – e insieme alle altre, tanto ansiose di cogliere in fallo Isabetta da non accorgersi dello strano copricapo indossato dalla badessa, corse all’uscio della cella, buttando giù la porta. 

Entrate dentro, trovarono i due amanti a letto insieme, abbracciati, tanto storditi dalla sorpresa da non saper che fare. Stettero fermi, e la giovane fu presa con forza dalle altre monache, e subito picchiata per ordine della badessa. Il giovane, ripresosi, si vestì, con l’ansia di vedere come sarebbe andata a finire la storia, intenzionato a menar quante suore sarebbe riuscito a raggiungere, se non avessero lasciato stare la sua amata. La badessa, messasi a sedere vicino alle altre monache, che avevano lo sguardo fisso sulla colpevole Isabetta, cominciò a dirle le peggio cose, accusandola di aver profanato con le sue sconcerie la santità, la buona fama e l’onestà del monastero, se qualcuno lo avesse saputo. E continuò a insultarla e minacciarla.  

La giovane, timida e piena di vergogna, non sapeva che rispondere; aveva l’aria colpevole, e tacendo suscitò compassione nelle altre, nonostante la badessa continuasse a parlare con sempre più foga. Alla giovane venne alzato il viso e lei, vedendo ciò che la badessa aveva sul capo, e le gambe dei pantaloni pendere di qua e di là, con aria sollevata disse: – Madonna, che Dio vi aiuti, annodatevi la cuffia, e poi ditemi pure ciò che volete. –

La badessa, non capendo, rispose: – Quale cuffia, femmina scriteriata? Hai anche il coraggio di scherzare? Pensi che sia il momento?

Allora la giovane disse di nuovo: – Madonna, vi prego di annodarvi la cuffia, poi potete dirmi ciò che vi piace –

E allora molte delle monache levarono il viso sulla testa della badessa e quest’ultima, che si portò le mani sul capo, capì il perchè di quella richiesta. Al che la badessa, resasi conto del suo medesimo fallo e vedendo che lo avevano notato anche le altre, cambiò sermone e in tutt’altro tono cominciò a parlare, proferendo che a volte è impossibile difendersi dagli stimoli della carne. Proprio per questa ragione raccomandò a ognuna delle monache di darsi da fare ogni volta che ne avessero avuto voglia o occasione. E lasciata in pace la giovane, tornò a dormire col suo prete, e Isabetta col suo amante, che da quel giorno fece venire molte volte, a dispetto dell’invidia di alcune consorelle. Queste ultime, che erano senza amante, trovarono comunque il modo di abbandonarsi ai piaceri della vita.

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