Regio Manicomio di Torino: la storia oscura del luogo dove la follia venne rinchiusa

Dal silenzio delle corsie alle riforme di Franco Basaglia: la storia del Regio Manicomio di Torino racconta molto più dell’evoluzione della medicina. È lo specchio di una società che, per oltre un secolo, ha scelto di confinare la sofferenza mentale dietro alte mura.

Per molti è semplicemente l’ex manicomio di Collegno. Per gli storici della medicina, invece, il Regio Manicomio di Torino rappresenta uno dei capitoli più significativi della storia della psichiatria italiana. Le sue vicende attraversano oltre un secolo di cambiamenti sociali, scientifici e culturali, raccontando l’evoluzione del modo in cui la società ha interpretato la malattia mentale, il concetto di cura e il rapporto con chi veniva considerato “diverso”.

Oggi gli edifici dell’antico complesso hanno assunto nuove funzioni, ma la loro presenza continua a evocare una memoria collettiva che va ben oltre il fascino dei luoghi abbandonati o delle leggende metropolitane. Il Regio Manicomio di Torino è, soprattutto, un luogo della storia.

Le origini del Regio Manicomio di Torino

 

Nel corso del XIX secolo la crescita della popolazione urbana e il progressivo sviluppo della medicina portarono gli Stati europei a interrogarsi su come gestire le persone affette da disturbi psichiatrici. Anche Torino, allora capitale del Regno di Sardegna, si trovò presto a fare i conti con strutture ormai insufficienti.

L’esigenza di creare un grande istituto dedicato esclusivamente all’assistenza psichiatrica portò alla scelta della Certosa Reale di Collegno, un vasto complesso monastico situato pochi chilometri a ovest della città. Gli ampi spazi, i lunghi corridoi e la posizione relativamente isolata rendevano l’antica certosa particolarmente adatta a ospitare un numero sempre crescente di ricoverati.

Nel corso dell’Ottocento il complesso si ampliò progressivamente fino a diventare uno dei più importanti ospedali psichiatrici italiani, capace di accogliere migliaia di pazienti provenienti non soltanto dal Piemonte, ma anche da altre aree del Paese.

Quando il manicomio diventava una città

Uno degli aspetti più sorprendenti del Regio Manicomio di Torino riguarda la sua organizzazione interna. L’istituto era infatti concepito come una vera e propria comunità autosufficiente.

Al suo interno trovavano spazio cucine, lavanderie, officine, laboratori artigianali, falegnamerie, magazzini, infermerie, orti, serre e terreni coltivati. Esistevano reparti distinti per uomini e donne, sezioni dedicate ai malati cronici, ai pazienti ritenuti tranquilli e a quelli considerati più pericolosi.

La quotidianità seguiva ritmi rigorosamente scanditi. Le giornate iniziavano molto presto e alternavano momenti di lavoro, pasti, attività assistenziali e periodi di riposo. Il lavoro veniva considerato parte integrante del percorso terapeutico secondo una concezione largamente diffusa nella psichiatria dell’epoca. In realtà, esso contribuiva anche al mantenimento economico della struttura, rendendo il manicomio in larga misura autosufficiente.

Questa organizzazione rafforzava l’idea del manicomio come universo separato dal resto della società, dotato di regole proprie e di una vita completamente autonoma.

Chi veniva ricoverato nel Regio Manicomio

 

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Osservando oggi le cartelle cliniche conservate negli archivi emerge un quadro molto diverso rispetto all’immagine contemporanea della malattia mentale.

Naturalmente erano presenti pazienti affetti da gravi patologie psichiatriche, ma accanto a loro trovavano posto persone con condizioni che oggi verrebbero affrontate in modo completamente differente.

Vi erano individui affetti da depressione, disturbi d’ansia, epilessia, disabilità cognitive, dipendenze da alcol, demenze senili e numerose altre condizioni che nel XIX e nella prima metà del Novecento non disponevano di adeguati strumenti terapeutici.

In alcuni casi il ricovero rifletteva anche dinamiche familiari o sociali. Donne considerate “isteriche”, persone ritenute incapaci di adattarsi alle convenzioni dell’epoca o soggetti privi di una rete familiare potevano trascorrere lunghi periodi all’interno dell’istituto.

Questa realtà mostra quanto il confine tra assistenza sanitaria ed esclusione sociale fosse spesso estremamente sottile.

Le pratiche terapeutiche tra scienza e controllo

La storia del Regio Manicomio segue fedelmente l’evoluzione della psichiatria europea.

Nel corso dei decenni furono adottati metodi terapeutici che oggi appaiono profondamente controversi ma che, nel contesto storico in cui vennero introdotti, rappresentavano spesso il tentativo di offrire nuove possibilità di cura.

Tra questi figuravano l’isolamento, la contenzione fisica, le camicie di forza, l’idroterapia, l’insulinoterapia, la terapia elettroconvulsivante e l’impiego di sedativi.

È importante leggere queste pratiche alla luce delle conoscenze scientifiche dell’epoca. La psichiatria ottocentesca e novecentesca disponeva infatti di strumenti estremamente limitati rispetto alla medicina contemporanea e molti trattamenti oggi ritenuti inaccettabili venivano allora considerati innovativi.

Ciò non toglie che numerose testimonianze abbiano documentato condizioni di vita particolarmente difficili, soprattutto nei reparti destinati ai ricoveri di lunga durata.

Il caso dello Smemorato di Collegno

Tra gli episodi che hanno contribuito alla notorietà del Regio Manicomio di Torino vi è certamente il celebre caso dello Smemorato di Collegno.

Nel 1926 un uomo privo di memoria fu ricoverato nella struttura. Ben presto due famiglie sostennero di riconoscerlo come un proprio congiunto: da una parte il tipografo torinese Mario Bruneri, dall’altra il professore Giulio Canella, disperso durante la Prima guerra mondiale.

Il caso assunse rapidamente una dimensione nazionale, alimentando uno dei più complessi processi giudiziari del Novecento italiano. La vicenda coinvolse medici, psichiatri, grafologi e testimoni, contribuendo a rendere il nome di Collegno noto ben oltre i confini piemontesi.

Ancora oggi il caso rappresenta uno dei più celebri esempi di dibattito sull’identità personale, sulla memoria e sul rapporto tra medicina e diritto.

La svolta della Legge Basaglia

A partire dagli anni Sessanta il modello manicomiale iniziò a essere oggetto di profonde critiche.

Lo psichiatra Franco Basaglia mise in discussione non soltanto le pratiche terapeutiche adottate nei manicomi, ma l’esistenza stessa dell’istituzione totale, ritenuta incapace di restituire dignità ai pazienti.

Le sue idee portarono all’approvazione della Legge 180 del 1978, una riforma destinata a cambiare radicalmente la psichiatria italiana.

La normativa avviò il graduale superamento dei manicomi, favorendo lo sviluppo di servizi territoriali e di un nuovo approccio fondato sull’inclusione sociale.

Anche il Regio Manicomio di Torino iniziò progressivamente il percorso che avrebbe portato alla definitiva chiusura dell’ospedale psichiatrico.

Si concluse così una storia durata oltre cento anni.

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