A CURA DI
ENGLISH LIFE, YES OR NOT?
è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai?
Libri di Oriana Turus
Chi era adolescente negli anni 90, di sicuro ricorda la nascita delle Spice Girls e il loro portare avanti un concetto di Girl Power che, a vedere come si sono poi evolute le cose nel mondo, oggi non sembra più molto adatto nel contesto sociale odierno. Eppure, tutti ci ricordiamo di Wannabe (che quest’anno compie trent’anni) come a un inno all’amicizia e alla solidarietà, concetti che a volte sembrano perdersi in un mare di assurda competitività. È un peccato come spesso si rimpiangano quegli anni e quei concetti e valori, ma al tempo stesso ci si faccia la guerra per emergere più di altri.
Prendo ad esempio il gruppo musicale femminile più famoso perché è stato un simbolo per le ragazzine di allora e mi chiedo se erano quegli anni a essere migliori o siamo noi, col senno di poi, a percepirli come tali.
Di problemi ce n’erano anche ai quei tempi, venivano forse meno amplificati e forse bastavano una canzone, una breve coreografia e quattro salti alla sagra di paese con il DJ che sparava musica a palla, per non pensare troppo e vivere sereni.
Scatenarsi al ritmo dei 2 Unlimited o dei Vengaboys, era il pane quotidiano, eppure ripetere quelle stesse azioni adesso, ci fa sentire ridicoli. Perché ragazzini non lo siamo più, siamo adulti e questo ci porta allo step successivo, quello fatto di responsabilità.
Una parte di noi resterà sempre legata a quei ricordi che in passato ci hanno visti felici e spensierati.
Andare ai festival dedicati agli anni 90 può rivelarsi interessante se si vuole assaporare di nuovo un po’ di quell’atmosfera, ma deve valerne la pena. Soprattutto, non deve rendere l’idea di un rave venuto male dove lo stand più affollato diventa quello del primo soccorso.
Ho avuto la fortuna, o la sfiga a seconda dei punti di vista, di presenziare al “90’s Fest Summer Bowl” di Sheffield e vi posso garantire che me la sono goduta, ma fino a un certo punto.
E sono qui per parlarvene, in fondo.
Inizio col dire che se ho deciso di partecipare al festival è stato solo per un motivo, anzi, cinque: i Five.
La boyband che ha contribuito a farmi alzare l’ormone da ragazzina e di cui ancora conosco le canzoni a memoria.
Loro sono certamente cresciuti (e pure molto bene direi) ma non hanno affatto perso la voce né la presenza scenica.
Certo è anche vero che il concerto è durato un totale di quarantacinque minuti, pochi per noi fan, ma assolutamente in linea con le tempistiche del festival.
Avremmo dovuto godere di più della loro presenza, ma ne è valsa comunque la pena.
Ascoltare dal vivo Keep on movin’, Everybody get up e Got the feelin’ mi ha riportata indietro nel tempo e fatto capire che quelle canzoni le porterò sempre nel cuore.
Anche se ora sono cresciuta e la musica è cambiata, in meglio o in peggio ancora non si è capito.
Quello che è certo è che gli anni 90 hanno significato tantissimo per chi li ha vissuti, per cui ben vengano i festival (ben fatti) e qualunque altra manifestazione che ci faccia tornare a vivere quella spensieratezza di un tempo.
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