Draghi, regni perduti, scuole di magia, creature impossibili, profezie, portali che conducono altrove. Per molto tempo una parte della critica ha guardato al fantasy per ragazzi con una certa condiscendenza, come se fosse una letteratura destinata soprattutto a chi desidera fuggire dalla realtà: piacevole, certamente; avventurosa, magari persino educativa; ma comunque meno necessaria di quella narrativa che sceglie di confrontarsi direttamente con il mondo così com’è.
Il problema di questa interpretazione è che parte da un equivoco. Il fantasy non nasce necessariamente per portarci lontano dalla realtà. Molto spesso costruisce un mondo impossibile proprio per permetterci di osservare meglio quello possibile.
È una funzione antichissima della narrazione. Prima ancora che esistesse la categoria editoriale che oggi chiamiamo fantasy, gli esseri umani raccontavano storie di mostri, metamorfosi, divinità, foreste incantate, morti che ritornano e imprese impossibili. Il soprannaturale consentiva di dare una forma narrativa alle paure, ai desideri e ai conflitti che altrimenti sarebbero rimasti difficili da nominare. La letteratura fantastica contemporanea ha ereditato anche questa capacità e, quando si rivolge ai più giovani, può diventare uno spazio straordinariamente potente nel quale sperimentare il mondo senza esserne ancora travolti.
Per questo il fantasy per ragazzi può, in un certo senso, salvarci. Non perché un romanzo possa risolvere magicamente i problemi di chi lo legge, naturalmente, ma perché esistono momenti della crescita nei quali trovare le parole per comprendere ciò che stiamo vivendo è già una forma di salvezza.
1. Ci insegna ad avere paura senza esserne sopraffatti
C’è una ragione se le storie destinate ai bambini sono sempre state molto più spaventose di quanto gli adulti contemporanei tendano a ricordare.
Le fiabe tradizionali sono piene di boschi nei quali ci si perde, genitori che scompaiono, streghe, lupi, orchi, abbandoni, fame e morte. Nel fantasy moderno il repertorio cambia, ma la funzione può essere sorprendentemente simile: il mostro permette alla paura di acquisire un corpo.
Ed è molto più semplice combattere qualcosa che possiede un nome.
Un bambino o un adolescente può provare angoscia, solitudine, gelosia, rabbia, paura dell’abbandono o del fallimento senza essere ancora capace di riconoscere esattamente quello che gli sta accadendo. La letteratura fantastica compie allora un’operazione narrativa preziosa: trasforma qualcosa di astratto in qualcosa che può essere affrontato.
La paura diventa un drago.
Il dolore diventa una maledizione.
L’isolamento diventa una torre.
La perdita diventa un regno nel quale qualcuno è scomparso.
Naturalmente il drago rimane immaginario, mentre ciò che rappresenta può essere tremendamente reale. Proprio questa distanza permette però al giovane lettore di avvicinarsi a emozioni difficili senza essere costretto ad affrontarle frontalmente. Può osservare un personaggio che trema davanti al mostro e continuare a leggere. Può scoprire che avere paura non significa necessariamente essere codardi e, soprattutto, che il coraggio non coincide con l’assenza della paura.
È forse una delle lezioni più importanti che il fantasy possa offrire: gli eroi hanno paura quasi sempre. La differenza è ciò che decidono di fare mentre hanno paura.
2. Ci ricorda che essere diversi può diventare una forza
Gran parte della letteratura fantastica comincia con qualcuno che non appartiene completamente al luogo nel quale vive.
Il protagonista è troppo strano, troppo debole, troppo impacciato, troppo curioso. Possiede qualcosa che gli altri non comprendono oppure gli manca qualcosa che tutti sembrano avere. Talvolta è letteralmente appartenente a un altro popolo, un’altra specie, un altro mondo. In altri casi la diversità rimane più sottile, ma il meccanismo narrativo è lo stesso: il viaggio comincia da una frattura tra il protagonista e ciò che viene considerato normale.
Per un lettore giovane questa dinamica possiede una forza particolare perché crescere significa anche attraversare continuamente il problema dell’appartenenza.
Durante l’infanzia e soprattutto l’adolescenza, essere accettati dal gruppo può sembrare una questione gigantesca. Il corpo cambia, cambiano gli interessi, emergono desideri e caratteristiche personali che possono allontanare dalle aspettative della famiglia, della scuola o dei coetanei. In questa fase il fantasy offre qualcosa che la narrativa strettamente realistica non sempre riesce a concedere con la stessa immediatezza: un universo nel quale l’anomalia può smettere di essere semplicemente un difetto.
Il ragazzo che non riesce a integrarsi potrebbe essere l’unico capace di parlare con i draghi. La bambina considerata strana potrebbe comprendere una lingua dimenticata. Il personaggio escluso dal villaggio potrebbe essere proprio colui che riuscirà a salvarlo.
Bisogna stare attenti, naturalmente, a non trasformare questo schema in un’altra forma di retorica. Nella vita reale non abbiamo bisogno di scoprire di possedere poteri magici per meritare rispetto. Il valore più profondo di queste storie sta proprio un passo prima: insegnano che la normalità non è l’unico parametro attraverso il quale misurare una persona.
E qualche volta, a dodici o tredici anni, leggere una storia nella quale lo strano non deve necessariamente smettere di essere strano per trovare il proprio posto nel mondo può essere enormemente importante.
3. Ci permette di parlare delle cose difficili senza trasformarle in una lezione
Guerra, discriminazione, razzismo, potere, colonialismo, violenza, lutto, identità, disabilità, disuguaglianza sociale, amore, sessualità, famiglia: non esiste praticamente argomento che il fantasy non possa affrontare.
La differenza è che può farlo attraverso una distanza simbolica.
Un regime autoritario può diventare un impero governato da un sovrano immortale. Il razzismo può essere raccontato attraverso il conflitto fra popoli immaginari. La discriminazione può emergere attraverso una società nella quale alcune forme di magia sono proibite. Il privilegio può assumere la forma di un potere ereditario riservato a poche famiglie.
Questo non significa che il fantasy debba sostituire le storie realistiche né, tantomeno, che ogni discriminazione reale possa essere perfettamente sovrapposta a un conflitto inventato. Le metafore hanno dei limiti e vanno maneggiate con intelligenza. Ma proprio perché non riproduce necessariamente la realtà in maniera letterale, il fantastico può creare uno spazio nel quale il lettore è costretto a interrogarsi sui meccanismi del potere prima ancora di riconoscere le etichette con cui è abituato a identificarli.
Un ragazzo può indignarsi perché in un regno immaginario una categoria di persone non può frequentare una scuola. Può trovare assurdo che qualcuno venga giudicato in base alla propria nascita. Può osservare un protagonista innamorarsi di qualcuno che la società considera sbagliato e chiedersi perché mai quell’amore dovrebbe rappresentare un problema.
La storia non gli consegna necessariamente una morale già confezionata. Gli offre una situazione e gli chiede implicitamente di prendere posizione.
La buona letteratura per ragazzi non dice continuamente al lettore cosa deve pensare. Gli permette di esercitarsi a pensare.
Il fantasy dispone semplicemente di un laboratorio gigantesco nel quale farlo.
4. Ci insegna che il mondo può essere cambiato
C’è qualcosa di profondamente politico nell’immaginare un mondo diverso.
Non politico nel senso partitico del termine, ma nella capacità di mettere in discussione ciò che viene presentato come inevitabile.
Il fantasy costruisce società dal principio. Decide chi governa, quali leggi esistono, chi possiede il potere, come funzionano le famiglie, quali rapporti esistono fra uomini e donne, quali gruppi vengono esclusi, quali forme di conoscenza sono considerate legittime. E proprio perché tutto è inventato, tutto può essere discusso.
Per un giovane lettore questa libertà è preziosa.
Gli adulti hanno una tendenza piuttosto irritante a presentare molte convenzioni come se fossero leggi naturali: è sempre stato così, funziona così, quando crescerai capirai. Il fantasy arriva e compie un gesto semplicissimo e potenzialmente sovversivo:
E se invece fosse diverso?
E se il re non avesse diritto al trono?
E se la profezia fosse falsa?
E se il mostro fosse stato descritto come mostro soltanto perché la storia era stata raccontata dai suoi nemici?
E se l’eroe destinato a salvare il mondo decidesse di non obbedire?
E se due popoli cresciuti odiandosi scoprissero che qualcuno ha interesse a mantenerli divisi?
Il fantasy allena così una capacità che utilizziamo molto più spesso di quanto immaginiamo: quella di concepire alternative.
Prima di modificare qualcosa bisogna riuscire a immaginare che possa essere differente. È vero per le grandi trasformazioni sociali, ma è vero anche nella dimensione individuale. Una famiglia può funzionare diversamente. Un’amicizia può finire. Un destino apparentemente già scritto può essere rifiutato. Un ragazzo può diventare qualcosa che nessuno aveva previsto per lui.
La magia, paradossalmente, può insegnarci proprio questo: il mondo reale non è immutabile.
5. Ci concede un luogo nel quale riposare
E poi esiste una funzione della letteratura che qualche volta sembriamo quasi vergognarci di difendere: il piacere.
Non tutti i libri devono educarci. Non tutte le letture devono migliorarci. Non ogni storia deve trasformarsi in uno strumento pedagogico da sottoporre alla valutazione degli adulti.
Qualche volta abbiamo semplicemente bisogno di aprire una porta e trovarci altrove.
È evasione?
Certo che lo è. E dovremmo forse domandarci perché questa parola venga utilizzata così spesso come un’accusa.
Evadiamo continuamente: guardando un film, ascoltando musica, giocando, viaggiando, fantasticando mentre guardiamo fuori dal finestrino. La mente umana ha bisogno anche di territori nei quali sospendere temporaneamente il peso della quotidianità.
Per un ragazzo questo spazio può essere ancora più importante.
L’infanzia e l’adolescenza vengono spesso raccontate dagli adulti come stagioni spensierate, dimenticando quanto possano essere invece periodi attraversati da pressioni enormi: scuola, aspettative familiari, amicizie, primi amori, giudizio dei coetanei, cambiamenti del corpo, paura del futuro e costruzione dell’identità.
Entrare per qualche ora in un mondo nel quale esistono draghi, castelli, astronavi magiche o foreste parlanti non significa necessariamente rifiutare la realtà.
A volte significa semplicemente riposarsi abbastanza da poterci tornare.
Ed è qui che il fantasy per ragazzi rivela forse la propria forma più semplice e insieme più preziosa di salvezza.
Non abbiamo bisogno di meno fantasia, ma di prenderla più sul serio
Crescendo impariamo una strana gerarchia: alcune cose sarebbero serie e altre infantili. La realtà è seria; l’immaginazione un po’ meno. I romanzi realistici parlerebbero del mondo, mentre quelli fantastici permetterebbero di dimenticarlo.
Eppure basta osservare le grandi storie fantastiche per accorgersi di quanto questa distinzione sia fragile.
Inventiamo mostri perché abbiamo paure reali. Inventiamo eroi perché abbiamo bisogno di interrogarci sul coraggio. Inventiamo regni ingiusti perché conosciamo l’ingiustizia. Inventiamo magie perché desideriamo modificare ciò che sembra impossibile cambiare. Inventiamo altri mondi perché quello in cui viviamo non ci basta ancora e continuiamo, ostinatamente, a immaginare come potrebbe diventare.
Forse è soprattutto per questo che il fantasy parla così bene ai ragazzi.
A quell’età il mondo non è ancora completamente definito. Le possibilità sembrano enormi, le contraddizioni degli adulti diventano improvvisamente visibili e molte delle regole accettate durante l’infanzia cominciano a essere interrogate. È precisamente il momento nel quale qualcuno potrebbe avere bisogno di una storia capace di dirgli che le regole possono essere messe in discussione, i mostri possono essere affrontati, le identità possono essere costruite e persino le mappe possono essere ridisegnate.
Nessun libro può promettere di salvarci da ciò che ci aspetta fuori dalle sue pagine.
Ma un libro può darci un linguaggio per raccontarlo, uno spazio nel quale respirare, un personaggio nel quale riconoscerci e, soprattutto, la possibilità di immaginare che la storia non debba necessariamente finire nel modo in cui sembrava destinata a finire.
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