Si può avere più di una casa? L’identità dei bambini adottati tra origini e appartenenza

Quando si parla di adozione e identità, c’è una domanda che ritorna spesso, anche quando nessuno ha il coraggio di formularla apertamente: un bambino che desidera conoscere le proprie origini sta forse mettendo in discussione la famiglia nella quale è cresciuto?

La risposta più semplice è anche quella che, culturalmente, sembriamo fare più fatica ad accettare: no.

Voler sapere da dove si viene non significa necessariamente voler andare via da dove si è. Cercare informazioni sulla propria famiglia biologica, sul Paese di nascita, sulla lingua che si sarebbe potuta parlare, sui lineamenti ereditati o sulle circostanze che hanno preceduto l’adozione non cancella gli anni trascorsi con i genitori adottivi, gli abbracci ricevuti, le litigate, le vacanze, le fotografie sul frigorifero, i compleanni festeggiati insieme e quella quantità apparentemente insignificante di gesti quotidiani attraverso cui una famiglia diventa, semplicemente, una famiglia.

Eppure il racconto dell’adozione continua spesso a essere costruito intorno a una falsa alternativa: o le origini o l’appartenenza.

Come se nel cuore e nell’identità di una persona ci fosse posto per una sola storia.

L’identità di un bambino adottato non comincia il giorno dell’adozione

Uno degli errori più comuni nel modo in cui raccontiamo l’adozione consiste nel considerarla una sorta di nuovo inizio assoluto. C’è un “prima”, spesso nebuloso e doloroso, e poi arriva un “dopo” che dovrebbe in qualche modo sostituirlo. La nuova famiglia diventa la storia principale, mentre ciò che è avvenuto precedentemente rischia di essere relegato a una specie di prologo del quale sarebbe preferibile parlare il meno possibile.

Ma nessuna persona comincia a esistere nel momento in cui entra nella propria famiglia adottiva.

Prima di quel momento esiste già una storia. A volte è lunga, altre volte brevissima; può essere conosciuta nei dettagli oppure essere composta quasi esclusivamente da domande. Esistono comunque un luogo di nascita, un corpo, una genealogia biologica e una serie di circostanze che hanno condotto all’adozione. Nell’adozione internazionale si aggiungono inoltre un Paese, una cultura e talvolta una lingua diversa da quella che diventerà la lingua quotidiana del bambino.

Riconoscere l’esistenza di questa storia non diminuisce l’importanza della famiglia adottiva. Significa, piuttosto, riconoscere al bambino il diritto di percepire la propria vita come una vicenda intera, senza essere costretto a cancellarne una parte per legittimarne un’altra.

È proprio qui che la parola appartenenza diventa interessante.

Perché siamo abituati a immaginarla come qualcosa di esclusivo: appartengo qui, dunque non posso appartenere anche altrove. Ma l’identità umana funziona raramente in maniera così ordinata. Possiamo sentirci profondamente legati alla città nella quale siamo cresciuti e continuare a considerare importante quella nella quale siamo nati; possiamo amare la lingua che parliamo ogni giorno e provare curiosità per quella dei nostri antenati; possiamo riconoscere pienamente qualcuno come nostro padre o nostra madre senza smettere di domandarci da chi abbiamo ereditato il colore degli occhi.

Le appartenenze possono sommarsi.

Conoscere le proprie origini non significa amare meno la famiglia adottiva

È forse questo uno degli equivoci più dolorosi che possono accompagnare il tema della ricerca delle origini.

La curiosità del figlio adottivo rischia di essere interpretata dagli adulti come una valutazione implicita della famiglia presente: se vuole sapere chi erano i suoi genitori biologici, forse noi non siamo stati abbastanza. Se desidera visitare il Paese in cui è nato, forse non sente davvero questo come casa sua. Se fantastica sulla propria famiglia d’origine, forse vorrebbe una vita diversa.

Ma sono conclusioni che nascono soprattutto dalla paura degli adulti.

Una persona può essere felice della propria famiglia e avere comunque delle domande. Anzi, proprio la sicurezza affettiva può offrire lo spazio necessario per formularle senza sentirsi minacciata dalla possibilità delle risposte.

C’è poi una differenza fondamentale tra cercare qualcuno e cercare se stessi.

Quando una persona adottata vuole conoscere le proprie origini, le due dimensioni possono naturalmente intrecciarsi, ma la ricerca non riguarda necessariamente il desiderio di ricostruire un rapporto con la famiglia biologica. Può riguardare qualcosa di molto più elementare: comprendere la propria storia.

Da chi viene il mio naso? C’erano persone alte nella mia famiglia? Perché sono stato dato in adozione? Qual era il mio primo nome? Qualcuno mi ha tenuto in braccio appena nato? Ho fratelli? Perché sono nato proprio lì? Quali circostanze hanno portato gli adulti a prendere determinate decisioni?

Sono domande che toccano il nucleo stesso della costruzione dell’identità. E non tutte avranno necessariamente una risposta.

Il diritto alle domande, anche quando le risposte non esistono

Questo è probabilmente uno degli aspetti più delicati dell’adozione: non tutte le storie possono essere ricostruite completamente.

Documenti mancanti, informazioni incomplete, persone irreperibili, versioni contraddittorie degli eventi possono lasciare zone d’ombra che nessuna ricerca riuscirà a illuminare del tutto. Nell’adozione internazionale, inoltre, distanza geografica, differenze linguistiche e sistemi amministrativi differenti possono rendere la ricostruzione ancora più complessa.

Ma il fatto che una domanda possa restare senza risposta non rende quella domanda illegittima.

Un bambino dovrebbe poter chiedere senza avere la sensazione di ferire qualcuno.

Dovrebbe poter dire «vorrei sapere» senza essere costretto immediatamente a rassicurare gli adulti che ama. Dovrebbe poter essere curioso, arrabbiato, indifferente, entusiasta, confuso o perfino contraddittorio rispetto alla propria storia.

E soprattutto dovrebbe poter cambiare idea.

Non tutti i bambini adottati manifestano lo stesso interesse verso le proprie origini e non esiste un modo corretto di vivere questa parte della propria identità. Alcuni desiderano sapere molto fin da piccoli, altri cominciano a interrogarsi durante l’adolescenza o l’età adulta; qualcuno intraprende una ricerca concreta, qualcun altro preferisce non farlo. C’è chi sente un forte legame con il Paese di nascita e chi non lo percepisce affatto.

Trasformare la ricerca delle origini in un obbligo sarebbe speculare all’errore opposto, quello di considerarla un tradimento.

La questione fondamentale è lasciare alla persona adottata lo spazio per decidere quanto quella parte della propria storia debba essere presente nella sua vita.

Adozione internazionale: quando anche il corpo racconta una storia

Nell’adozione internazionale esiste inoltre una dimensione che rende il rapporto con le origini particolarmente visibile.

Un bambino può crescere completamente immerso nella cultura della propria famiglia adottiva e, allo stesso tempo, possedere caratteristiche fisiche che agli occhi degli altri raccontano immediatamente un’origine differente.

È una situazione particolare: l’ambiente nel quale sei cresciuto dice una cosa di te, mentre le persone che incontri possono attribuirtene un’altra ancora prima che tu abbia aperto bocca.

Domande apparentemente innocue come «Da dove vieni davvero?» possono diventare molto più complesse di quanto sembrino. Perché quale sarebbe la risposta corretta?

Il luogo in cui sono nato?

La città nella quale vivo?

La casa nella quale sono cresciuto?

Il Paese riportato sul mio certificato di nascita?

Quello nel quale sono andato a scuola, ho imparato a leggere, ho avuto il mio primo migliore amico e ho festeggiato ogni Natale?

La risposta può essere: tutti questi luoghi.

Per questo parlare delle origini significa anche permettere ai bambini adottati di costruire un linguaggio capace di contenere la complessità, invece di costringerli a semplificarla per rendere gli altri più comodi.

La famiglia biologica non deve diventare né un fantasma né una favola

Esiste poi un altro rischio: oscillare tra due rappresentazioni opposte della famiglia d’origine.

Da una parte può diventare qualcosa di cui parlare sottovoce, una presenza quasi pericolosa che rischierebbe di destabilizzare il presente. Dall’altra può essere idealizzata e trasformata in una narrazione romantica che non tiene conto delle circostanze reali, spesso complesse, che hanno condotto all’adozione.

Nessuno dei due estremi aiuta davvero.

La storia precedente all’adozione merita di essere raccontata, per quanto possibile e in maniera adeguata all’età, senza inventare ciò che non si conosce e senza attribuire automaticamente intenzioni o sentimenti alle persone coinvolte.

Dire «non lo sappiamo» può essere molto più rispettoso di costruire una risposta rassicurante.

Perché anche l’incertezza fa parte di alcune storie familiari.

Pragasi e la domanda che attraversa molte storie di adozione

È proprio questa complessità che rende interessante Pragasi, la giovane protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato da First Letter Editrice.

Pragasi ha nove anni, è nata in India e da tre vive in Puglia con i propri genitori adottivi. Alla vigilia della Prima Comunione, quando dovrebbe essere concentrata su una delle tappe più importanti della sua nuova vita, qualcosa la riporta invece verso ciò che esisteva prima.

Il punto interessante della sua storia non è scegliere quale delle sue due appartenenze sia quella “vera”.

La domanda è esattamente l’opposto: perché dovrebbe essere costretta a sceglierne una?

La Puglia è casa sua. La sua famiglia adottiva è la sua famiglia. L’India rimane però parte della sua biografia, anche quando è lontana migliaia di chilometri, e interrogarsi su quella parte di sé non rende meno autentico ciò che Pragasi vive nel presente.

È una prospettiva particolarmente importante quando raccontiamo l’adozione ai bambini, perché evita uno dei cliché più persistenti della narrativa: quello secondo cui il ritrovamento delle proprie origini dovrebbe necessariamente fornire la soluzione definitiva a una crisi identitaria.

La vita è generalmente più complessa.

Scoprire qualcosa sul proprio passato può rispondere ad alcune domande e generarne altre. Può provocare gioia, dolore, sollievo, rabbia o sentimenti difficili perfino da nominare. E soprattutto non deve necessariamente concludersi con una scelta tra passato e presente.

Forse abbiamo bisogno di cambiare la nostra idea di “casa”

Quando chiediamo a qualcuno «qual è casa tua?», immaginiamo quasi sempre una risposta singolare.

Una città. Una famiglia. Un indirizzo.

Eppure ciascuno di noi costruisce nel corso della vita una geografia personale molto più complicata. Ci sono luoghi nei quali abbiamo vissuto e altri nei quali continuiamo a riconoscerci; persone alle quali siamo legati dalla nascita e persone diventate famiglia attraverso le circostanze della vita; tradizioni ricevute e altre imparate.

Per una persona adottata questa pluralità può essere particolarmente evidente, ma non per questo deve essere considerata una frattura da ricomporre.

Forse il problema nasce proprio dalla nostra necessità adulta di rendere semplici storie che semplici non sono.

Un bambino può amare profondamente i propri genitori adottivi e desiderare di sapere qualcosa sui propri genitori biologici. Può sentirsi italiano e voler conoscere il Paese nel quale è nato. Può considerare casa la propria cameretta e provare un’emozione difficile da spiegare davanti alle immagini di una città lontana. Può avere un nome ricevuto alla nascita e un altro con il quale è cresciuto, senza che uno debba necessariamente cancellare l’altro.

Può persino attraversare periodi nei quali una parte della propria identità sembra più importante dell’altra.

Non c’è necessariamente una contraddizione da risolvere.

C’è una persona che sta crescendo.

E forse uno dei compiti più importanti degli adulti che la accompagnano consiste proprio nel resistere alla tentazione di chiedere continuamente una definizione definitiva.

Si può avere più di una casa?

Sì.

Purché smettiamo di intendere la parola “casa” soltanto come il luogo nel quale si deve dimostrare di appartenere.

La famiglia adottiva non diventa meno famiglia quando si parla della famiglia biologica. Il presente non perde valore quando si cerca di comprendere il passato. L’amore ricevuto non viene ridimensionato dalla curiosità verso ciò che è venuto prima.

Possiamo insegnare ai bambini che le loro storie non devono essere amputate per diventare accettabili.

Che possono custodire domande alle quali forse un giorno cercheranno risposta.

Che possono voler sapere oppure non voler sapere.

Che possono riconoscersi completamente nella famiglia che li ha cresciuti senza fingere che la loro vita sia cominciata il giorno dell’adozione.

E che avere delle radici altrove non significa essere meno radicati nel luogo in cui si è cresciuti.

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