Pubblicare un libro è un po’ come partorire un cactus: lungo, doloroso, pieno di dubbi e con la concreta possibilità di ritrovarsi a fissare il soffitto alle tre di notte chiedendosi “ma chi me l’ha fatto fare?”.
Per questo motivo, quando uno scrittore annuncia con orgoglio l’uscita del proprio libro, ci sono alcune frasi che sarebbe meglio evitare. Non per cattiveria, spesso. Più che altro per sopravvivenza sociale.
“C’è un refuso qui”
Questa frase viene pronunciata quasi sempre con l’entusiasmo di un detective che ha finalmente risolto il caso.
Il problema è che lo scrittore quel refuso lo scoprirà comunque.
Tra circa sei mesi.
Alle 2:17 del mattino.
Aprendo casualmente il libro in una pagina qualsiasi.
E da quel momento non vedrà più la trama, i personaggi o le recensioni positive. Vedrà solo quella “h” di troppo. Gigante. Minacciosa. Immortale.
La verità è che nessun autore, nemmeno Jane Austen o Alessandro Manzoni, è mai riuscito a sfuggire completamente ai refusi. Ma farlo notare cinque minuti dopo l’uscita del libro ha la stessa delicatezza emotiva di urlare “hai una macchia” durante un matrimonio.
“Ah… ma quindi adesso sei ricco?”
No.
Ripetiamolo insieme: no.
La convinzione che pubblicare un libro trasformi automaticamente una persona in una specie di mix tra Stephen King e un magnate immobiliare è una delle grandi illusioni moderne.
La realtà è molto meno glamour: lo scrittore medio controlla compulsivamente le classifiche Amazon ogni sette minuti e festeggia le prime tre copie vendute come se avesse vinto il Nobel.
“Tanto ormai pubblicano tutti”
Frase che produce negli autori lo stesso effetto di una forchetta sul piatto.
Dietro un libro ci sono mesi — a volte anni — di lavoro, revisioni, crisi esistenziali, capitoli cancellati e dialoghi riscritti quaranta volte.
Dire “pubblicano tutti” a uno scrittore appena uscito è un po’ come guardare una maratona e commentare: “Vabbè, correre possono farlo tutti”.
Sì, teoricamente. Poi però c’è chi arriva al traguardo e chi sviene al chilometro tre.
“Quando fai il film chiamami!”
Lo dicono sempre ridendo. Sempre.
Ed è incredibile come ogni autore, in quel momento, debba fingere di ridere a sua volta mentre dentro di sé sta già scegliendo quale antagonista del thriller usare come ispirazione.
Anche perché chi scrive, dopo la pubblicazione, non sogna subito Netflix.
Sogna recensioni senza errori grammaticali e amici che comprino il libro senza chiedere il PDF gratis.
“Io avrei voluto scrivere un libro, ma non ho tempo”
Traduzione emotiva percepita dall’autore:
“Potrei fare quello che fai tu, solo che ho di meglio da fare.”
Chi scrive trova il tempo come si trova il Wi-Fi in montagna: con fatica, disperazione e una certa dose di fede.
Scrivere significa rubare ore al sonno, ai weekend, alle serie TV e talvolta anche alla propria sanità mentale.
Non è questione di tempo. È questione di ossessione.
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