Francesca Redolfi

Recensione di La rosa e la spina

Ogni volta che leggo un romanzo di Stefania Bertola (e non ne ho perso nemmeno uno dal suo esordio), ho la sensazione di trovarmi di fronte alla Sophie Kinsella italiana. Non solo perché adesso, vista la prematura, e tanto sofferta da parte di tutti i suoi lettori, scomparsa della indiscussa regina del chick-lit anglosassone, forse in qualche modo si cerca una sua eredità in altre penne, anche nostrane. Non solo perché la Bertola è stata la traduttrice di tutti gli ultimi romanzi, anche dell’ultimo, il più intimo e autobiografico, della Kinsella, e in qualche modo sembra averne assorbito delle tracce. Non solo perché Stefania Bertola ha scelto un filone, quello delle commedie rosa, quando ancora non si chiamava chick-lit o rom com, fin dal suo esordio, senza mai perdere il passo e anzi affinandolo romanzo dopo romanzo. Ma per l’abilità della Bertola di farti sorridere e passare ore liete, cosa che certamente condivide in pieno con la compianta scrittrice oltre Manica. Per chi come me attendeva ogni anno l’uscita del romanzo della Kinsella, per chi ne apprezzava, oltre all’immancabile ironia, anche gli aspetti più profondi, una certa commozione in alcune parti, un messaggio più complesso rispetto all’apparente frivolezza di un romanzo che non ha la pretesa di chiamarsi altro che narrativa, così si traduce dall’inglese, per “pollastrelle”, insomma, per gli aficionados irriducibili, rimasti di sasso per la scomparsa della Kinsella, trovare una penna come quella di Stefania Bertola è un lieve balsamo che certamente non cura, ma fa trascorrere, come si diceva, qualche momento spensierato. La rosa e la spina è un romanzo leggero, che scorre sotto gli occhi con il piacere a cui l’autrice ci ha abituato. Dei personaggi della Bertola ci si innamora facilmente: di Rosa, lasciata dal marito il giorno di Natale, di Clementina, la cognata un po’ tra le nuvole, da sempre innamorata di Claudio, che invece è in perenne ricerca della donna della vita, e il lettore ha già individuato chi è dalle prime battute ma i personaggi ancora no, perché loro non vedono quelle sfumature che noi dall’altra parte della pagina invece cogliamo subito, e facciamo il tifo perché le colgano, capiscano, arrivino al tanto desiderato lieto fine. Che arriva, arriva. Se dovessi fare un appunto, ma infinitesimale rispetto alla piacevolezza del testo, è che quel lieto fine avrei voluto vederlo volentieri sotto gli occhi, e non solo immaginare l’epilogo felice. Bertola è talmente brava a costruire le situazioni che una scena finale in cui le tessere del puzzle vanno al loro posto l’avremmo vista con grande diletto. Ma questa, più che una mancanza del romanzo in sé, è desiderio che quelle pagine continuino ancora. E siamo già in attesa del prossimo romanzo. 

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“Cose che ti dico mentre dormi” di Enrica Tesio – Recensione

«Cala la notte, si è fatto tardi. Le luci si spengono e le case pure. Tutti vanno a dormire, ma nel silenzio una donna rinuncia al sonno e, vegliando sulle persone che ama, rivolge a ciascuna una carezza fatta di parole impronunciabili alla luce del sole, perché si sa: il buio ha un sentire diverso, sussurrato e più sincero e, solo al buio, il desiderio è anche coraggio della verità». Enrica Tesio fa ridere. Questa, per chi ha già letto qualcosa di suo, è una certezza inossidabile.  I suoi testi, ricchi di humor e spensieratezza, sono degli strappa-sorrisi. Ma a me, devo dirlo, più che ridere Enrica Tesio ha sempre fatto piangere. I suoi libri, romanzi o storie autobiografiche che siano, come l’ultimo pubblicato, contengono una nostalgia profonda, viscerale. Una nostalgia quasi sempre riferita ai figli. Figli che crescono, e per il fatto di crescere provocano una voragine nei genitori, quella voglia di tornare a riprendersi quell’ora perduta quando erano bambini e l’adolescenza, così ben descritta dalla Tesio, era ancora un’idea astratta, o soltanto un ricordo sbiadito della nostra. In questo libro Enrica si rivolge alle figure fondamentali della sua vita: i genitori, i figli, il partner. Ci parla, anzi parla a loro, mentre dormono, quando le parole escono meglio, in sincerità, raccontando ricordi e cose del presente da un’altra angolatura. I destinatari diventano così persone che ti sembra di aver conosciuto, protagonisti di vicende che hai l’impressione di aver vissuto anche tu. Perché l’autrice scrive di vita, e le pagine sono vive, fresche, così piene di quella vita che ti sembra non riescano quasi a contenerla. Il quotidiano nella scrittura della Tesio non è mai banale, diventa bellezza. A volte dolore, a volte rabbia, fatica. Spesso, ancora quella nostalgia che affiora. La Tesio ha l’assoluta capacità di inanellare le parole al posto giusto, come se uscissero naturali senza ragionarci troppo, un fluido del pensiero, parole colloquiali ma ricche di significati e soprattutto capaci di farci dire quella cosa che rende un libro tra i più degni di essere letti: lo provo anch’io. Quelle nostalgie sono anche nostre, le proviamo anche noi alla stessa maniera, ma lei è capace di dirlo. Allora, se volete ricordare i vostri figli da piccoli, immaginarli un po’ cresciuti, e ridere, ridere tanto, ma anche un po’ piangere, questo libro fa per voi.

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Recensione di “Tutta la vita che resta” di Roberta Recchia

Il romanzo Tutta la vita che resta di Roberta Recchia è un pugno e una carezza. Un pugno quando ti accorgi, dopo un tuffo negli anni Sessanta e un inizio agrodolce, che di colpo sta accadendo qualcosa di terribile. Allora succede che forse chiudi il libro, lo lasci lì sul comodino. Ti decidi a riaprirlo solo dopo qualche giorno, a dargli una chance dopo aver assorbito il colpo, perché la violenza nei libri la sopporti a fatica, a volte è troppo forte, non riesci a gestirla tutta quella cosa lì, ti entra negli occhi. Senti la sabbia nella bocca e l’aria che manca, sei con Betta e Miriam sulle Dune una notte in cui non dovevano esserci e invece c’erano. È un pugno che affonda altri colpi con il dolore della morte di Betta e il dolore di un’altra morte, diversa, non fisica, ma non meno atroce. Quella di Miriam, lei che tra loro due è ancora in vita ma forse vorrebbe essere morta, forse in parte lo è davvero. E allora inizia un’altra storia. Di crudeltà, di squallore, di una vita in bilico che vuole cercare la dimenticanza e la trova nei barbiturici, che la condannano alla dipendenza e all’oblio. Tutta la vita che resta è ancora una raffica di pugni quando Miriam va a cercare uno spacciatore per proseguire il suo oblio, e lì, nel momento peggiore, nella caduta nel punto più basso, insieme avverti una carezza, dolce, quando incontra Leo, il ragazzo che dovrebbe venderle la droga e invece saprà donarle un’altra di dipendenza, certo più dolce, e sua sorella, grande protagonista della svolta del romanzo: Corallina, il personaggio che forse più di tutti ho amato. È un romanzo che parla di uomini, degli abissi di violenza, la bestialità, la crudeltà, e al contrario di uomini che sono eroi d’altri tempi, come Stelvio, capace di amare oltre ogni limite, come Leo, che trent’anni dopo dimostrerà, per la nipote di Stelvio, lo stesso amore incondizionato. Come Corallina, donna in un corpo da uomo, sincera, leale, e spinta in ogni sua azione dal bene verso il fratello. Parla di uomini incapaci di gestire le proprie emozioni e impulsi, e di altri uomini capaci di aspettare, di capire che “l’amore senza il sacrificio non è niente”. Bellissimo l’arrivo della cagna dal pelo dorato nei momenti salienti della trama, di certo alter ego di Betta che torna da ovunque lei sia e dà le indicazioni sulla strada da imboccare. Un romanzo che parla anche di chi, a volte, non riusciamo a vedere. Concentrati sul proprio dolore, su quello di un proprio caro. Sono le vittime invisibili, come Miriam, ancora vive solo in apparenza, mentre nessuno si cura di loro. Un libro che davvero, come dice il titolo, resta, ti si imprime addosso e non si fa dimenticare, corre fino alla fine lasciandoti con il fiato sospeso. L’unico appunto, forse, è una certa velocità nel trattare il ricovero di Miriam alla Casa delle Farfalle, forse troppo rapida la sua ripresa, ma si sa che l’amore può fare tutto, anche far rinascere chi ormai si sentiva morto.  

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“Come” vuoi fare da grande?

È una domanda che ci siamo sentiti ripetere spesso quando eravamo piccoli: “Cosa vuoi fare da grande?”. Ed è la stessa che forse ripetiamo ai nostri figli, cercando di far loro immaginare cosa potrebbero voler fare in futuro, anche nell’idea che, quando sarà il momento, si iscrivano a una scuola adatta a loro e alle loro aspirazioni.  Tempo fa a un incontro a cui partecipai uno psicologo propose settanta professioni diverse chiedendo ai genitori di indicarne, tra quelle, almeno dieci in cui avrebbero potuto immaginare i propri figli. Dopo le prime tre, iniziai a trovarmi in difficoltà. Immaginavo i vari lavori che avrei potuto selezionare, chiedendomi: ma a mia figlia davvero piacerebbero? Oppure, indicando dei lavori in cui io potrei vederla, in qualche modo la potrei condizionare? In un articolo di Nino Santomartino su Huffington Post, viene proposto di spostare il focus dal cosa al come. Ovvero: come vuoi fare da grande?  Santomartino racconta infatti di quando, da piccolo, conobbe un medico «che divenne per me subito un modello per lo stile con cui svolgeva il proprio lavoro. Un professionista che non solo si muoveva con scioltezza e sicurezza nell’affrontare la sua disciplina, ma che interloquiva con i suoi pazienti con disponibilità ed eleganza». Dunque «ecco che, pur restando nella più totale confusione su cosa avrei fatto da grande, ebbi un’illuminazione che non verteva tanto sul “cosa fare” (o forse anche) ma sul “come farlo”. Non posi più attenzione solo su cosa avrei voluto fare, ma anche su come lo avrei fatto: qualsiasi lavoro avessi intrapreso, avrei voluto farlo con lo stesso stile di quel medico che sapeva coniugare benissimo professionalità e semplicità, sicurezza e umiltà. Grazie a lui cominciai ad amare le persone che fanno bene il proprio lavoro e che – pur infondendo sicurezza e muovendosi con risolutezza – restano umili e si rapportano nei confronti delle persone sempre con estrema gentilezza e disponibilità». Un secondo caso gli dà un’ulteriore conferma a questa sua aspirazione: Gigino il carburatorista. Il quale, meccanico, era appunto specializzato nel riparare i carburatori, e «si muoveva proprio con lo stile, la concentrazione ma anche con la sicumera di un cardiochirurgo nell’atto di compiere un intervento di alta chirurgia». Gigino il carburatorista «mi ha fatto comprendere che tutti i lavori, senza alcuna distinzione di sorta, dovrebbero essere svolti con quello stile e con quell’attenzione». Il come è una domanda che indica non solo una scelta, ma un’intenzionalità. Un voler far qualcosa. Se il cosa infatti potrebbe anche arrivare in un secondo momento, o cambiare lungo la strada, puoi però restare sempre fedele al modo in cui vuoi essere. Anche noi adulti potremmo provare a concentrarci su questo come. Non solo come indicazione da dare ai nostri figli, ma ogni volta che ci troviamo di fronte qualcosa che magari non ci piace particolarmente svolgere, sia essa un lavoro o una mansione che, volenti o nolenti, ci tocca fare.  Potrebbe influenzare il nostro modus vivendi, pensare a quanto sia importante non solo la scelta del lavoro da fare nella vita, ma anche quale impegno mettere, quale dedizione, quale passione. Infine quanto amore potremmo mettere in ciò che facciamo. Che forse regola in fondo tutto il nostro “come”.

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Detox digitale: si può vivere da “sconnessi”?

«Degli anni Novanta mi manca l’irreperibilità. Ecco, l’irreperibilità. Che spegnevi e non c’eri più. Invece adesso ci sei sempre per tutti» ha dichiarato di recente Max Pezzali in un’intervista a Vanity Fair. Sempre più persone oggi si riconoscono in queste parole. Il rapporto Digital 2024 di We Are Social ha documentato che l’utente medio di Internet trascorre 6 ore e 40 minuti al giorno on line. Si tratta di un aumento di 4 minuti al giorno (+1 per cento) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si trascorre moltissimo tempo anche sui social media: 2 ore e 23 minuti al giorno. Anche se qui c’è una piccola inversione di tendenza: otto minuti in meno al giorno rispetto all’anno scorso. Cosa fanno le persone on line Quasi tutte le persone che accedono alla rete usano app di chat e messaggistica: il 94,7 per cento di tutti gli utenti Internet (tra 16 e 64 anni) afferma di aver utilizzato almeno uno di questi servizi nell’ultimo mese. L’uso dei social network è un’attività leggermente meno popolare ma altrettanto rilevante: il 94,3 per cento degli intervistati sostiene di usare queste piattaforme. I motori di ricerca si collocano al terzo posto, con l’80,7 per cento di utenti che affermano di usare servizi come Google e Bing. Lo shopping è al quarto posto, con poco meno di tre quarti di tutti gli utenti Internet impegnati in qualche attività di e-commerce ogni mese. Infine, i servizi location-based come mappe e app per il parcheggio completano la top 5, con poco più della metà degli intervistati che dichiarano di esserne utenti abituali. La disintossicazione digitale Ricerche recenti dimostrano che un’esposizione continua a stimoli digitali può aumentare i livelli di stress, ridurre la capacità di concentrazione e contribuire a disturbi come ansia e insonnia. Il fenomeno è amplificato dai social network, progettati per mantenere gli utenti connessi il più a lungo possibile grazie a meccanismi come lo scrolling infinito e le notifiche push. Inoltre, l’eccessiva permanenza online può portare a un senso di sovraccarico mentale: l’incessante flusso di informazioni rende difficile staccare la mente. Il risultato è un circolo vizioso che alimenta il bisogno di connessione continua. Ma un numero crescente di persone, di fronte al malessere che avverte, sta reagendo a questa iper-connessione… sconnettendosi. Sono in aumento gli utenti che scelgono di cancellare o sospendere i propri account social. Questo percorso, spesso definito “digital detox”, non demonizza la tecnologia, ma mira a riconquistare il proprio controllo su di essa. L’obiettivo è l’autodifesa, il tutelare il proprio equilibrio in un’epoca in cui la linea tra vita privata e vita digitale è sempre più sottile. Molte sono le testimonianze sulla disintossicazione digitale di utenti che raccontano la loro esperienza e forniscono consigli su come “domare la tecnologia”. C’è chi parte con la sfida dei 100 giorni di detox digitale, chi concretamente sostiene che «non è realistico tornare al telefono degli anni Novanta: le app di banca, dell’università, la mail e altre risorse sono imprescindibili». E allora «l’unica via è costruire una nuova abitudine, il che è un’esperienza esclusivamente personale». La motivazione più riportata da chi vuole disintossicarsi dai social è la sensazione di “perdere tempo” on line. Sempre più persone vorrebbero liberarsi da tale senso di obbligo di presenza sui social e in rete. Ma sono ostacolate dall’idea di conseguenze sociali come l’isolamento e la perdita di contatti, di opportunità sociali e professionali. Eppure, per certi versi le opportunità sono illusorie o sono infinitamente meno rilevanti di quello che si pensa. Disconnettersi, un lusso? Il vero lusso non è più navigare ovunque, ma disconnettersi, abbandonare la Rete. È questa la tesi di Evgeny Morozov, politologo e giornalista bielorusso, che già qualche anno fa dichiarava: «L’iperconnettività crea dipendenza, addiction. È fatta per questo. Le piattaforme come Google e Facebook sono studiate per attrarre. Assomigliano alle slot machine di Las Vegas, piene di lucine colorate e disegnate con un fantastico design. Il loro scopo è farci scommettere soldi, ma lo mascherano bene». E aggiungeva: «Oggi le uniche persone che possono concedersi il lusso di fare a meno di Internet sono i ricchi, i soli che possono contare su smartphone che ne tutelino la privacy o su qualcuno che faccia le ricerche per loro o twitti al loro posto. È questo il nuovo gap digitale tra ricchi e poveri».  Ma è davvero così oggi, o questo “lusso” è in fondo possibile per chiunque, basta volerlo? Ad Amsterdam tre ragazzi hanno lanciato il The Offline Club, un’associazione che organizza eventi “offline”, senza telefono o computer, nei bar e nei pub. «Questi locali – spiega uno dei tre fondatori, Ilya Kneppelhout – sono il luogo ideale per socializzare, anche se sempre più persone li usano per lavorare al computer o parlano al telefono mentre fanno colazione o cenano con gli amici, finendo così per non apprezzare l’atmosfera, il cibo e le bevande». Molti sono i professionisti che per lavoro scelgono consapevolmente di evitare WhatsApp e altri social network, preferendo usare solo mezzi più tradizionali come l’e-mail o il telefono fisso. Una scelta forse controcorrente in un mondo sempre più iper-connesso, ma anche un modo per stabilire confini. La tecnologia che si disintossica In un contesto in cui l’uso incessante dei social network è diventato una fonte di stress, anche i social stessi stanno cercando di adattarsi alle nuove tendenze, per rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più attento al proprio benessere digitale. Instagram, per esempio, ha introdotto la possibilità di programmare i messaggi, soprattutto se inviati in fascia serale dopo le ore 22, in modo da ridurre il bisogno di essere costantemente connessi. Fino ad arrivare a quello che sembra un controsenso: applicazioni per il benessere digitale, e applicazioni per il detox digitale che bloccano altre applicazioni. Per esempio app come Forest, che usa un incentivo verde: si piantano alberi virtuali e si guadagnano monete quando ci si disconnette per un periodo di tempo assegnato. Una volta che gli utenti guadagnano abbastanza monete, possono spenderle per aiutare a piantare alberi veri in Camerun, Kenya, Senegal, Uganda e Tanzania.  Tutti segnali questi che, pur piccoli, indicano una crescente consapevolezza della necessità di bilanciare l’interazione digitale con il

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