Francesca Redolfi

Se i compiti a casa li fa ChatGPT

C’è qualcosa che stiamo ignorando. C’è un impatto, enorme, sul mondo della scuola che si sta consumando nel silenzio pressoché totale di insegnanti, dirigenti, burocrati e, non da ultimo, dei genitori. Questo impatto si chiama ChatGPT. ChatGPT è un chat bot basato su intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Si tratta di un software che simula il ragionamento umano, che è in grado di dialogare con noi e di rispondere alle nostre richieste.  Può scrivere un testo, e può farlo secondo l’esatto stile che chiediamo, fosse anche quello di un ragazzo di terza media. Può stilare un articolo, una poesia, un saggio. Perfino, se gli dessimo indicazioni man mano (ma nemmeno troppe), una intera tesi di laurea. Può eseguire, in sostanza, molti dei compiti che facciamo noi adesso, attraverso il nostro lavoro. E può imparare. Fagocita una enorme quantità di dati e testi, in una sorta di snowball effect. Ovvero, ChatGPT si nutre dei dati personali e dei meccanismi di feedback degli utenti rafforzando ulteriormente l’algoritmo. ChatGPT ha modo di capire dai suoi errori e migliorare. Utilizza l’apprendimento supervisionato su una vasta mole di testi per generare contenuti che risultano significativi e coerenti, come se si trattasse di un testo scritto da una persona. A differenza della maggior parte dei chat bot, inoltre, ChatGPT ha la capacità di ricordare le interazioni precedenti avvenute all’interno di una stessa conversazione. Questa tecnologia, messa a disposizione del grande pubblico nel novembre del 2022, è ancora in gran parte da esplorare e da comprendere fino in fondo, e i quesiti sorti nel frattempo sono molti. Diventerà sempre più intelligente? Che tipo di addestramento viene praticato inizialmente e da chi? C’è il rischio che qualcuno educhi queste piattaforme in modo distorto, producendo un rischio per l’utente finale e l’opinione pubblica? E poi la sfida, non ultima in senso di importanza, è capire come l’AI possa lavorare al nostro servizio e non al nostro posto. Una sfida che riguarda sempre di più la scuola.   Chat GPT e la scuola E qui viene il nodo del problema: gli studenti, dalle scuole medie in su, per i compiti a casa stanno usando ChatGPT. Potenzialmente per fare tutto. Traduzioni dall’inglese. Compiti di italiano. Ricerche su ogni genere di argomento. Problemi di matematica. È facile. Si inserisce il comando a Chat, e Chat esegue. Chat, poi, non ha i limiti di Google, che fornisce risultati uguali e preconfezionati per tutti. Le risposte che dà, parlando di ambito creativo, sono ogni volta originali, diverse. E pertanto non riconoscibili come fornite da una macchina.  Sembrano, cioè, formulate da un essere umano. Vediamo un esempio concreto. Un tempo l’insegnante chiedeva per compito agli alunni una cosa come: fate una ricerca su una donna importante per la storia. Un certo numero di studenti avrebbe cercato on line e magari su qualche libro a disposizione. Avrebbero poi rielaborato con parole loro. Un altro gruppo si sarebbe limitato a fare un copia-incolla da qualche sito senza starci a pensare troppo. In questo caso, il professore che avrebbe voluto scoprire l’inganno avrebbe avuto vita facile. Basta infatti prendere una frase, inserirla pari pari su Google per trovare la fonte e il gioco è fatto. Cosa impossibile con ChatGPT.   Fino a qualche tempo fa, spiega in un articolo Marco Andreoli, docente in Scritture per lo Spettacolo dal Vivo alla Sapienza di Roma, «bastava inserire una o più frasi del compito sospetto, per verificarne l’eventuale originalità. Ora però anche gli studenti adolescenti hanno imparato a utilizzare strumenti come ChatGPT, ciascuno di loro può chiedere all’Intelligenza Artificiale di elaborare una relazione sul mito di Orfeo (esempio che ha citato in precedenza nell’articolo, ndr), ricevendo, nel giro di qualche secondo, testi originali di cui sarà pressoché impossibile riconoscere la provenienza».  Il vantaggio in termini di tempo è schiacciante: se un ragazzo ci mette ore e fatica per fare una propria ricerca personale, ChatGPT impiega solo pochi istanti. Il problema forse più grave è che tutto ciò sta avvenendo sotto il silenzio di (quasi) tutti. Tranne pochi docenti che si stanno accorgendo della cosa e cercano di porre rimedi più improvvisati che strutturali, l’impressione è di avere di fronte una rete di omertà che, in effetti, si fatica a spiegarsi.  Forse siamo ancora attoniti, cerchiamo di dare poca importanza alla cosa come fosse una moda passeggera, forse nascondiamo la testa sotto la sabbia, forse non la capiamo bene. Forse le cose prima di essere comprese vanno elaborate, pensate, ci vuole tempo. E forse tutto ciò comporta fatica, e allora si preferisce intanto fare finta di nulla. Ma le conseguenze sono serie, e ne va di mezzo l’apprendimento degli studenti. «I professori dovranno ripensare ai compiti a casa – ha dichiarato Paolo Ferri, professore ordinario di Tecnologie della formazione all’Università Milano-Bicocca – puntando proprio sulle esperienze dei ragazzi. E poi i momenti di verifica dovranno essere necessariamente fatti in classe, meglio ancora se oralmente». Tentativi che in qualche modo cercano di rattoppare una falla che pare sempre più grande. Una snowball divenuta valanga. La sensazione è che manchi un intervento più organico e coordinato, “dall’alto”. Segno che la giurisprudenza e le istituzioni spesso faticano a stare al passo con i tempi della tecnologia. Ma intanto iniziare a parlarne potrebbe essere il primo passo per aprire un serio dialogo sul tema.

Se i compiti a casa li fa ChatGPT Leggi tutto »

Le ricette delle feste: i borfadèi, specialità bergamasca

Ricetta e foto sono state tratte dal blog https://www.funandfood.it/ I borfadèi sono un piatto tipico bergamasco, e nella mia famiglia in particolare delle sere natalizie, o di quando le feste stanno per finire.  Prendiamo la sera del 26 dicembre o del 6 gennaio. Come ingredienti mettiamo una famiglia riunita, tra zii, cugini, nonni, un po’ di decorazioni natalizie sparse, uno stuolo di bambini e ragazzi, possibilmente un cane che scodinzola e abbaia. Ci vuole poi possibilmente una taverna a disposizione e una stufa già calda, accesa nel pomeriggio. Perché i borfadèi della tradizione necessitano di quel sapore affumicato dato dal fuoco vivo.  Prendiamo dunque l’ingrediente base, oltre a quelli di cui sopra: farina di mais. Infatti, da buon piatto contadino bergamasco, i borfadèi sono a base di polenta. Di fatto sono una polenta, solo più chiara, e coperta da latte freddo.  Poche cose dunque, giusto tre ingredienti: il resto la fa la compagnia e magari un buon bicchiere di vino rosso.    Ecco dunque la ricetta base dei borfadèi, da aumentare in base al numero di persone.     • 1 tazza di farina 00  • 1 tazza di farina di mais per polenta  • ½ l di latte + latte per la copertura  • ½ l di acqua  • Sale a piacere  Preparazione: portate a ebollizione latte e acqua salati. Aggiungete quindi a pioggia le farine mescolando per evitare grumi. Cuocete per circa trenta, quaranta minuti finché l’impasto non è cotto (consistenza collosa) e non si stacca bene dalle pareti del pentolino. Mettete quindi in ogni piatto metà del composto e presentate coperto di latte freddo. Heading scrittura creativa 3 Modelli e Tecniche di Neurostorytelling Usati nel Marketing, nel Cinema e nella Letteratura Il neurostorytelling unisce neuroscienze e narrazione per creare storie che stimolano il cervello in modo mirato. È una leva potentissima … Leggi Tutto Luglio 7, 2025 / admin società Raffaella Carrà è stata la prima donna a cantare apertamente il desiderio sessuale femminile sganciato dai sentimenti, senza colpa e senza bisogno di giustificazioni romantiche A quattro anni esatti dalla sua morte, non possiamo non pensare a quanto Raffaella Carrà sia stata rivoluzionaria. Non solo … Leggi Tutto Luglio 5, 2025 / admin società Perché il premio Strega non ci interessa Ogni anno il mondo editoriale italiano si ferma a guardare il Premio Strega. È un evento che fa parlare, genera … Leggi Tutto Luglio 4, 2025 / admin CinemaEventiPop Culturericorrenzesocietà 40 ANNI DI “RITORNO AL FUTURO” Il 3 luglio 1985, 40 anni fa, usciva nelle sale americane il film  che è diventato un cult: il primo … Leggi Tutto Luglio 3, 2025 / Silvia Dal cin firstletter Riguarda l’Intervista di Silvia Miraglia alla Nostra Autrice Silvia Dal Cin Hai perso l’intervista? Nessun problema! È ora disponibile per essere riguardata l’appassionante conversazione tra Silvia Miraglia e la nostra talentuosa … Leggi Tutto Luglio 2, 2025 / admin Nuove uscite NASCE LA LAND COLLECTION: I GRANDI CLASSICI DI LAND EDITORE TORNANO IN LIBRERIA A 12 EURO Torino, 1 luglio 2025 – Debutta oggi  Land Collection, la nuova collana editoriale firmata Land Editore che celebra i titoli più … Leggi Tutto Luglio 1, 2025 / admin

Le ricette delle feste: i borfadèi, specialità bergamasca Leggi tutto »

I nostri libri felici

Di Francesca Redolfi  Per lungo tempo ho pensato a un romanzo come all’ultimo libro felice. Era un fantasy senza pretese, che probabilmente se avessi letto in un altro momento avrei dimenticato presto. Invece fu l’ultimo libro che lessi prima di un periodo negativo. Ricordo dove mi trovavo e con chi quando lo leggevo. Ricordo perfino l’angolazione della luce. Mi rimase, quel libro, come un dolce ricordo del “prima”, come spesso succede quando ammantiamo qualcosa di un’aura particolare solo perché è avvenuta lì, prima del precipizio, prima della caduta. L’effetto nostalgia Li chiamo i libri-nostalgia. O trigger, per usare un linguaggio attuale. Sono quelli che ci ricordano un momento felice o significativo della nostra vita. E che amiamo proprio per questo, a prescindere dalla loro qualità letteraria, dal nostro gusto personale. Quando pensiamo a quel romanzo, il pensiero corre al momento in cui l’abbiamo letto. In cui eravamo quella persona. In cui era appena accaduta una cosa, o non era ancora accaduta.    Sono romanzi che amiamo nel ricordo, perché li abbiamo letti proprio lì, in quel frangente. Anche se non sono i libri migliori che abbiamo letto, li custodiamo nella memoria con affetto per ciò che rappresentano. Un legame con la nostra identità, con il nostro percorso. Magari sono libri letti durante la scuola o l’università. Nelle ore vuote di un viaggio. O in un momento di gioia. O forse sono stati inconsapevoli àncore in un momento di dolore. Così, se dovessimo tornare a leggere quel romanzo, non lo faremmo con lo stesso spirito di allora. La trama magari non ci sembrerebbe più così avvincente, troveremmo forse lo stile più piatto, perché il valore che ne traiamo è legato più ai ricordi che evoca che al contenuto letterario stesso. È il potere della nostalgia. Quella cosa che ci fa dire: non lo dimenticherò.   Libri che amiamo, libri che ti cambiano E poi ci sono gli altri. Sono i libri che abbiamo letto e amato, e che avremmo amato in qualsiasi momento li avessimo letti. Restano le nostre pietre miliari. È come se, quando sfogliavamo quelle pagine per la prima volta, ci avessero detto: mi ricorderai. Anche tra decenni, ti ricorderai di me. Così, Viaggio al termine della notte mi fece compagnia nei miei vent’anni, in brevi notti d’Africa. Il Kurtz di Cuore di tenebra mentre mi appassionavo di cinema e guardavo avidamente Apocalypse Now. Ero a Lisbona e bevevo limonata con Pereira quando mi innamoravo dei giornali stampati e di una rivoluzione. Tiravo notte fonda con Lisa Kleypas, e passai giornate incatenate a un cavaliere in una Russia assediata dalle truppe nemiche. Ne ho tanti altri. Una lista che talvolta con mia grande felicità si aggiorna, aggiungendo romanzi che entrano nella cerchia degli eletti. Sono i libri che amo, e li associo a certi momenti della vita non perché in quel momento mi sia accaduto qualcosa di particolare. Ma perché sono stati loro a creare un impatto in me. Un cambiamento. Spesso ne siamo quasi gelosi. Quasi fossero parte di noi. Quando lessi I ragazzi dello zoo di Berlino avevo tredici anni e non ero assolutamente pronta per ciò che avrei trovato in quelle pagine. Mi diede l’effetto di un pugno allo stomaco. Quello non era certo il libro adatto, ma non lo sapevo. Eppure fu anche l’età in cui lessi Mel. In cui mi innamorai delle storie di Christopher Pike e di Bianca Pitzorno. A quei libri penso con affetto, perché furono quelli che mi fecero innamorare della lettura. Furono loro a determinare un cambiamento.   Il libro giusto al momento giusto   Certi libri poi ci piacciono solo perché siamo predisposti, perché siamo pronti a leggerli in quel momento preciso della nostra vita. Perché quel libro era proprio quello che ci voleva in quel periodo. A volte vogliamo qualcosa di leggero, altre cerchiamo apposta un tema che si incontri con il nostro stato d’animo. Che ci dica le stesse cose che sentiamo noi.   Cosa si prova, ultimo libro di Sophie Kinsella, parla di un tema così vero, così difficile, che penso non ci sia un periodo adatto per leggerlo. L’ho vissuto con sofferenza dalla prima all’ultima pagina. Non era il momento giusto, ma forse non lo sarebbe mai stato.   Un libro ci parla in un modo che va oltre la lettura. Non è solo la trama che ci coinvolge, ma è il modo in cui quella storia, quei personaggi, quelle parole si intrecciano con la nostra esperienza, il nostro modo di vedere la vita, le nostre convinzioni e valori. E mentre alcuni libri entrano nel nostro cuore solo per un breve periodo, altri, lo sappiamo, sono destinati a restare con noi per tutta la vita.   Domanda: quali sono i vostri libri-nostalgia? E quali i libri che amerete per sempre? Quali libri cercate in questo periodo della vostra vita?   Guarda su Amazon Crescere dei bambini in fabbrica, in uteri artificiali, e quando è il momento di farli nascere premere semplicemente un pulsante e ritirare il “prodotto”. Un’idea a dir poco inquietante, che fa pensare a realtà distopiche rappresentate in film come Matrix e in opere di letteratura sci-fi.  Eppure sembra molto realistico il filmato diffuso lo scorso anno e rimbalzato su ogni testata mondiale che parla di Ectolife, la «prima struttura al mondo per uteri artificiali».  Chiariamo subito che si tratta di un fake, almeno per ora. Quel progetto non esiste ancora, se non come concetto nella fantasia di Hashem Al-Ghaili, divulgatore scientifico e biologo yemenita.   https://www.youtube.com/watch?v=O2RIvJ1U7RE Nel filmato viene mostrata una grande fabbrica con laboratori altamente attrezzati: ognuno di essi può ospitare fino a quattrocento capsule di crescita o uteri artificiali. Ogni capsula è progettata per replicare le condizioni esatte che esistono all’interno dell’utero materno, e un singolo edificio può incubare fino a trentamila bambini all’anno. «Ectolife consente al bambino di svilupparsi in un ambiente privo di infezioni» spiega il video, che usa un tono da slogan pubblicitario e si rivolge a un “tu” generico, presumibilmente una donna interessata a diventare madre. 

I nostri libri felici Leggi tutto »

Hanno ucciso l’uomo ragno, inno di una generazione

A dodici anni come quasi tutte le coetanee ero fan assidua degli 883, e innamorata di Max Pezzali.  Si facevano cose stupide. Entrare con degli amici in un albergo abbandonato passando per una finestra rotta, trovare gli elenchi telefonici di tutte le città, cercare Pavia, trovare il fiorista Pezzali e da una cabina telefonica chiamare: «C’è Max?». E di là, sua madre, con infinita pazienza: «No, Max non c’è…». E dunque impossibile essere imparziali, nonostante siano passati trent’anni, verso una serie tv che parla di loro, gli 883. Se è vero che i fan sono i più assidui difensori dei loro beniamini, certo sono anche i più critici verso chi tenta di riprodurne la vita e la carriera. E infatti ero indecisa se vederla, questa serie che porta il nome della loro hit (Hanno ucciso l’uomo ragno), temendo una delusione. «Sarà zuccherosa», paventava qualcuno. Invece è bastato il trailer, un paio di battute, e ogni mia resistenza è sparita, e sono stata rapita e portata di colpo al 1990.   Prima cosa da dire: questa non è una serie, è un inno a una generazione.   Molte delle cose che hanno fatto Max e Mauro le abbiamo fatte tutti. Alcune anche per loro. L’episodio surreale dei due che una sera vanno a cercare un rospo sulla riva del fiume come alternativa a una sostanza stupefacente da dare a un disc jokey per rabbonirlo, chissà perché mi ha fatto ripensare a quell’estate, all’hotel abbandonato, al cercare il suo numero di telefono tra elenchi polverosi. A tutte le cose stupide che facevamo, proprio per quelli che erano i nostri idoli. Loro hanno creato un sogno. Quello che a un certo punto, in un momento malinconico, dopo il loro litigio Mauro sembra aver perso. Così per un po’, una manciata di anni, per noi quel sogno sono stati loro. La serie tv ha svariati pregi, di quelli che appartengono solo alla miglior commedia agrodolce italiana. Bella la fotografia degli anni Novanta, le strade di città con le vecchie auto targate Pv, la riva del Ticino. Lo zaino Invicta, le canzoni a nastro di quegli anni come colonna sonora. Splendida la prima inquadratura di Max e Mauro insieme, a scuola, con la telecamera che da Max allarga verso il compagno: «Un disegno complicatissimo che voleva che tu arrivassi su quel banco, su quella sedia». Emozionante il flashforward quando i due accendono per la prima volta l’impianto e di colpo la scena slitta alla vittoria del Festivalbar, e nella sigla finale la voce di Max attore che canta Nord sud ovest est si fonde con quella del vero Max. E poi il ritorno con il furgone da Milano dopo l’incontro con Claudio Cecchetto. «Quando diceva che “Non me la menare” la butta fuori. Fuori intendeva… in radio?». «Io non ci ho capito un cazzo». Gli 883 siamo noi. Noi che ci sentiamo fuori posto, noi che siamo sempre un passo indietro, noi che a quel sogno realizzato forse non ci arriveremo mai. Perché è l’aspettativa del sogno quella che ci tiene in vita. Anche a costo di passare il segno: «Ora, Max, il nostro motto deve essere: dignità zero!». Questa serie ci ha mostrato che loro, il nostro personale “sei un mito”, non erano poi diversi da noi. Ci ha detto: gli 883 erano voi, ecco perché vi piacevano così tanto. Ma Hanno ucciso l’uomo ragno piace anche ai più giovani, a chi gli anni Novanta non li ha vissuti. Perché certe cose sono per sempre, come l’idea di un’amicizia che duri per la vita. Alcuni episodi sono più leggeri, in altri affiora l’inevitabile nostalgia. Nel vedere le puntate un po’ abbiamo riso e un po’ ci siamo commossi, un po’ abbiamo cantato e un po’ abbiamo pensato: “Anche noi”. Perché lì davanti, come una cassetta che si riavvolge, sono scorsi gli anni. Quelli di provincia, tutti amici e motorino, che si sa non tornano più. E poi il riscatto di Mauro Repetto, che per noi era solo “quello che balla”, personaggio di spalla e marginale di difficile interpretazione, e si è rivelato invece, scoperta inaudita, l’anima di quel duo. «Se io sono qua – dice Max – è perché tu mi hai fatto credere che potevo starci». Una parentesi sugli attori, giovanissimi e poco più che esordienti, che hanno fatto un’ottima interpretazione;  semplicemente, non ci si accorge che stanno recitando. Per tutto il tempo, vige la sospensione dell’incredulità. Come se quella storia la stessero vivendo loro stessi e gli anni Novanta fossero il presente. Il regista Sydney Sibilia, classe 1981, ha realizzato un’opera semplice eppure grandiosa. Si perdona qualche sbavatura, un Fiorello poco “Fiorello”, alcune performance secondarie migliorabili, a volte accenti un po’ forzati. Perché in fondo ha fatto emergere tutto l’amore che abbiamo provato in quegli anni verso una band che tanto parlava di noi. E tutto l’amore che ancora proviamo verso quegli anni lì, incredibili, semplici, tanto nostri.

Hanno ucciso l’uomo ragno, inno di una generazione Leggi tutto »

Aggiustare cose

Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon «Be’, se ha tutti quegli anni allora sarebbe il momento di cambiarla…». Con questa frase mi ha congedato l’azienda a cui mi ero rivolta per far riparare la cerniera di una federa. Una federa molto bella, tenuta con cura, che però aveva ceduto dopo svariati tentativi di riparazioni fai-da-te. Anziché cambiarla, avevo provato con la sarta e poi con la ditta produttrice. Che infine l’aveva sistemata. Pur dicendomi che sarebbe stato meglio acquistarne una nuova, non perché questa fosse usurata, ma semplicemente un po’ vetusta per gli standard odierni. Ho ringraziato e sono andata via con la mia vecchia federa riparata. Mentre tornavo mi sono trovata a pensare a quanto ci ostiniamo a tenere le cose, ad aggiustarle anche se sono rotte. Siamo forse l’ultima generazione che lo fa. Siamo i figli delle toppe alle ginocchia, quelle di colore sempre diverso dai pantaloni, portate con un po’ di imbarazzo ma non troppo perché le avevamo tutti. Tutti scivolavamo sui pavimenti lustrati con la cera, tutti ci arrampicavamo sugli alberi, giocavamo tra terra e campi. Lasciavamo buchi sui vestiti all’altezza di ginocchia e gomiti come orgogliose ferite di guerra, prova concreta di quel nostro modo felice di giocare. Di vivere. Solo più avanti sarebbero arrivati gli stickers da stirare al posto delle toppe, e allora ci sembrò un altro mondo, guardavamo quei colori brillanti come se impreziosissero i vestiti, come fossero gioielli scelti apposta anziché messi lì per cercare di salvare il salvabile. Siamo quelli che usano ancora la colla per la suola di una scarpa, che prima di cambiare il cellulare con lo schermo rotto lo sfruttano ancora per anni anche se si fa fatica a digitare sulla tastiera. Lo facciamo per un senso del risparmio, forse sobrietà, che ci insegnarono i nostri genitori, noi figli dei figli di chi ha fatto la guerra e ci ha inculcato il senso di non buttare mai nulla. O un po’ lo facciamo perché in fondo ci affezioniamo agli oggetti, quasi possedessero un’anima. Anche se forse l’unica anima che possiedono è la nostra. Per questo ripariamo cerniere. Per questo non vogliamo cambiarli. Facciamo fatica a separarcene. VAI AL LIBRO Loro sono tracce di quello che siamo stati. I pantaloni che lasciamo in fondo all’armadio per anni, solo perché loro c’erano il giorno in cui ci siamo laureati. La prima tutina che con cura infilammo a nostra figlia, taglia zero mesi. La maglietta che indossavamo quando incontrammo lui la prima volta. La boccetta vuota del profumo di quel giorno. A volte biglietti, scontrini, documenti di viaggio. Conserviamo quelle cose come se avessero il potere di riportarci lì. Di farci tornare per un istante a chi eravamo allora. I ricordi si nutrono di oggetti. Con quegli oggetti abbiamo talvolta un rapporto altalenante, un equilibrio precario che va dall’arte dello sbarazzo di Marie Kondo alla tendenza all’accumulo.    Poi talvolta accade che compiamo l’atto più doloroso. Ce ne separiamo. A volte lo facciamo con criterio, altre no. Come se di colpo sentissimo la necessità di recidere. Quando lasciai la casa dei miei genitori, decisi di fare un po’ di pulizie e di buttare qualcosa. Feci una drastica selezione, e tra le altre cose gettai via dei quaderni. Quaderni fitti, pieni di parole e cose, di quelli che erano gli anni della mia adolescenza. Un diario durato almeno un lustro. Quando li portai in discarica e li vidi precipitare nel contenitore, in quell’istante esatto, mi dissi: perché? Perché l’ho fatto? Avrei voluto tornare indietro, recuperare in fretta quelle parole, riprendere quello che ero, che ero stata. Non fu possibile, e i quaderni, con le loro frasi scritte impugnando forte la penna, parole leggere o tristi, pesanti o dolci, rimasero nel container. Non sempre gettare via è un bene. A volte riparare, tenere, è ciò che ci dona senso. Siano essi oggetti, situazioni, sentimenti. Persone. E questo auguro a ciascuno di voi in questi lievi giorni di autunno. Di riparare le cose quando possibile. Di lasciarle andare quando sono irrimediabilmente rotte. Di conservare ciò che è davvero importante. Ma soprattutto, di saperlo riconoscere.  SCOPRI LAND MAGAZINE Arianna Ciancaleoni Ottobre 3, 2024 Back to school: la playlist delle Vintage Girls Settembre. Tutto torna, inesorabilmente… e potevamo non tornare noi Vintage Girls con le nostre playlist del cuore, quelle che speriamo possano accompagnarvi in queste giornate che accompagnano le ripartenze e Read More Lorenzo Foschi Ottobre 2, 2024 Giovani autori – episodio 2 A CURA DI I LIBRI DI LORENZO FOSCHI Fai clic qui https://www.landeditore.it/wp-content/uploads/2024/10/2.mp4 Read More admin Ottobre 2, 2024 Guida ai Luoghi della Caccia alle Streghe in Europa Se sei appassionato di storia oscura, leggende medievali o semplicemente vuoi aggiungere un tocco di mistero al tuo prossimo viaggio, sei nel posto giusto! In quest’articolo ti porteremo attraverso alcuni Read More Oriana Turus Ottobre 2, 2024 La casa delle zucche – i racconti a tema di Land Magazine A CURA DI LA CASA DELLE ZUCCHEFin da quando era bambino, Freddy era stato una spina nel fianco per i suoi genitori. La madre, ostetrica nel vicino ospedale, e il Read More admin Ottobre 1, 2024 Lupi e cani sono nemici? Se ti è mai capitato di immaginare un lupo e un cane che si incontrano per strada, probabilmente ti sei chiesto se l’esito di quell’incontro sia una scena degna di Read More admin Ottobre 1, 2024 Come preparare una colazione a prova di Luke’s Diner e rivivere Gilmore Girls! Immagina questa scena: ti svegli al mattino, magari con i capelli in disordine e ancora mezza addormentata (esattamente come farebbe Lorelai Gilmore). Il tuo unico desiderio? Un caffè nero, talmente Read More admin Settembre 30, 2024 L’importanza di pubblicare più libri in alta leggibilità Hai mai avuto quella sensazione di frustrazione nel cercare di leggere un libro che, nonostante tutta la tua buona volontà, ti sembra scritto in un codice segreto? Immagina ora di Read More Valentina Fontan Settembre 28, 2024 India, un viaggio per ritrovare la pace interiore A cura di Libri di

Aggiustare cose Leggi tutto »

Consenso ai cookie con Real Cookie Banner