Francesca Redolfi

Fughe letterarie: la letteratura di viaggio

Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon Da sempre il viaggio esercita una grande attrattiva sull’uomo, perché sinonimo di scoperta, arricchimento, nuove terre da esplorare. Anche il raccontare viaggi, la cosiddetta letteratura di viaggio, ha origini antiche: si può dire che esista da sempre. A partire dall’Odissea, in cui Ulisse vaga per anni nel tentativo di tornare a Itaca, facendo di questo viaggio di ritorno un’epopea ricca di avventure e significati, passando per la Divina Commedia, cavalcando flutti e maree con Moby Dick, in questo genere letterario l’autore ci prende per mano conducendoci in luoghi diversi e forse portandoci anche, come dice Proust, a guardare il mondo con occhi nuovi. Questo cerchiamo nei racconti di viaggio: qualcosa che ci faccia evadere in posti lontani, dalla savana ai ghiacci del Polo Nord, dalle calde atmosfere di una fiesta messicana alle conturbanti notti orientali, dalle strade lastricate di Lisbona ai tuareg del deserto. Se è questo che state cercando, la partenza potrebbe essere On the road di Jack Kerouak, mentre restando in Italia Tiziano Terzani è considerato uno dei più grandi esploratori del genere. Ma sono tanti i titoli interessanti anche recenti, di cui proponiamo qui una rapida scelta. Un italiano in Islanda di Roberto Luigi Pagani L’Islanda raccontata da Roberto Luigi Pagani, fondatore del celebre blog Un italiano in Islanda. L’autore, che dal 2014 vive a Reykjavík, ci conduce alla scoperta dell’isola attraverso ventuno tappe fondamentali. Dalle case di torba di Glaumbær all’isola di Flatey, che dà il nome al più prezioso manoscritto islandese. Dalle vie trafficate e dai bar profumati di cannella della capitale ai solitari altipiani. Questo libro è una guida in cui si fondono mito, magia, storia, costume, geologia. Ma non solo: scopriamo l’Islanda anche dal punto di vista dell’autore che, con voce appassionata, ci racconta senza censure le difficoltà e la bellezza del vivere in un luogo così remoto, scardina pregiudizi e preconcetti, svela le differenze tra le nostre culture e ci narra la sua meravigliosa storia d’amore con l’isola di ghiaccio.   Tokyo tutto l’anno di Laura Imai Messina Laura Imai Messina, che ci vive da quindici anni e vi ha ambientato i suoi romanzi, ci accompagna in una Tokyo familiare e sconosciuta al viaggiatore occidentale, quotidiana, fatta di stradine nascoste, riti domestici, abitudini secolari e tradizioni modernissime. Tokyo tutto l’anno, arricchito dalle splendide illustrazioni di Igort, è un viaggio sentimentale, autobiografia in forma di città, enciclopedica lettera d’amore a una metropoli e ai suoi abitanti, indimenticabile romanzo di luoghi, personaggi, cibi, leggende, sogni.   Posti splendidi nel cuore della Calabria dove non tornerò mai più di Fabio Genovesi Uno scrittore che fin da bambino sogna di partecipare al Giro d’Italia si trova a seguire la gara e a raccontarla in veste di giornalista.Un viaggio on the road che attraversa l’Italia, 21 tappe appassionanti lungo le quali l’autore scoprirà che la tenacia e la passione dei corridori sono solo una parte della storia. Perché sarà proprio tutto quello che accade intorno alla corsa a rendere il viaggio strepitoso. Lungo le strade secondarie, nel cuore selvatico o cementificato della provincia italiana, si rischia di perdersi a ogni bivio mentre si incontrano folle festanti e personaggi clamorosi, paesini pazzeschi come la gente che li abita, proprio come l’assessore di questo splendido paese nel cuore della Calabria, determinato a portare all’attenzione del pubblico la più splendente delle glorie locali, il misconosciuto Mimmo Minnini…     Profondo come il mare, leggero come il cielo. Un viaggio dentro se stessi per trovare la serenità di Gianluca Gotto «Il mondo là fuori, con il suo rumore e il suo caos, proverà sempre a entrarti dentro. Arriveranno pensieri nuovi, difficili da affrontare. Non affrontarli, allora. Torna all’origine: calma la mente. Sdraiati su un prato e guarda lassù. Tu non sei le nuvole, che vanno e vengono e sono sempre in movimento. Tu sei il cielo». In questo libro, Gianluca Gotto condivide gli incontri, le esperienze e i tanti insegnamenti che lo hanno salvato nel momento più buio della sua vita. Un libro intimo e generoso, pieno della saggezza millenaria – ma quanto mai attuale – del Buddha e di consigli pratici per trasformare la sofferenza in un terreno fertile in cui la felicità possa mettere radici.   Destinazione Viaggio di Ilaria Cazziol Un libro sul viaggio non come vacanza, ma come strumento di cambiamento. Combinando elementi della guida pratica e del racconto di viaggio autobiografico, l’autrice porta il lettore a scoprire come viaggiare più a lungo, meglio e spendendo meno, come fanno i nomadi digitali o i viaggiatori solo andata. Dal capire se questo genere di viaggio fa per noi, passando per la preparazione del budget, la gestione delle aspettative altrui, la ricerca di un lavoro da nomade digitale, la valigia o zaino, questo libro ispira a intraprendere un percorso personale di crescita e cambiamento.   La rotta per Lepanto di Paolo Rumiz Un libro da leggere accompagnati dal cullare delle onde. Il fulcro del racconto di Rumiz non solo sono le affascinanti rotte marine ma è anche l’incontro con uomini e donne di mare, seguendo le tracce della Serenissima e la malinconia dell’orizzonte. Si attraversano baie solitarie, osterie, marinai silenziosi, e luoghi come Venezia, Parenzo, Pola, Ragusa, Corfù, carichi di storia e bellezza. Un reportage per lupi di mare, che guarda a Est riflettendo su chi siamo stati e il senso profondo di una Europa fatta da popoli diversi, una comunità variegata e arricchente.   Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti L’Himalaya non è una terra in cui avventurarsi alla leggera: è una montagna viva, abitata, sfruttata, a volte subita, molto lontana dalla nostra. La passione per la montagna, famosa in Cognetti, torna in questo libro. Che cos’è l’andare in montagna senza la conquista della vetta? Un’opera di narrativa che si ispira a un viaggio realmente accaduto, taccuino di viaggio, ma anche racconto illustrato, caloroso, dettagliato, di come vacillano le certezze col mal di montagna, di come si dialoga con un cane tibetano, di come il paesaggio diventa trama del corpo e dell’anima. ano ai margini delle lunghe highway percorse dall’autore.

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Se la letteratura è cieca

Il global warming e la “grande cecità” Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon «In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità». Il saggio di Amitav Ghosh – antropologo e autore di romanzi di fama mondiale – La Grande Cecità, portato in Italia da Neri Pozza nel 2017, parla di una questione estremamente interessante: il cambiamento climatico visto (o meglio, non visto) con gli occhi della letteratura. Il tema del global warming, infatti, quando appare su riviste letterarie lo fa solo in forma di saggistica, oppure è l’ingrediente che basta per relegare un romanzo o un racconto nel genere della fantascienza. Anche se ciò che viene descritto spesso tanto fantascienza non è, ma è ciò che accade già, o che è appena dietro l’angolo. Di fatto però la letteratura, e forse l’arte in generale, di fronte a questa drammatica realtà è stata cieca. In un’epoca in cui letterati e intellettuali si sono immolati in difesa delle libertà degli uomini, la lotta alle discriminazioni e la denuncia delle disuguaglianze, invece il tema del cambiamento climatico, che potrebbe mettere a repentaglio l’intera sopravvivenza umana, è stato assente o marginale. Scrittori e artisti non hanno saputo dare voce alla natura. VAI AL LIBRO Ghosh nel suo saggio sonda i motivi di questo silenzio, ma soprattutto ci spiega perché è tanto grave: «Il grande, insostituibile ruolo della finzione narrativa è far immaginare altre possibilità. E la crisi climatica ci sfida proprio a immaginare altre forme di esistenza umana, perché se c’è una cosa che il surriscaldamento globale ha perfettamente chiarito è che pensare solo al mondo così com’è equivale a un suicidio collettivo. Per avere qualche possibilità di sopravvivere, abbiamo bisogno di figurarci come potrebbe essere».  Del resto, a cosa serve la letteratura se non a questo scopo? Far immaginare come potrebbe essere il mondo, e quali soluzioni inventare “se”. E se è vero che la storia non si scrive con i “se” e con i “ma”, i libri sono proprio quello spazio visionario che ci permette di sperimentare questo grande “se”. Anzi, è doveroso che lo facciano.  Eppure, come sostiene Ghosh, il cambiamento climatico non trova spazio nella narrativa. Ma forse, potremmo azzardarci a pensare, questo accade perché, come succede quasi per ogni evento della vita, quando ci si è dentro non si ha la lucidità necessaria per parlarne, per capirlo davvero.  Non lo si fa apposta, non c’è colpa, ma di fatto si crea come una sorta di tabù della narrazione, di censura dell’immaginario, di nebbia della conoscenza. Sappiamo, sì, che quella cosa potrebbe accadere, anzi, che sta già accadendo, che lassù da qualche parte i ghiacciai si ritirano e le nevi si sfaldano. Ma ne abbiamo paura, non riusciamo ad affrontarlo, forse siamo sopraffatti da un sentimento di impotenza, e allora se lo raccontiamo lo releghiamo per forza di cose nella narrazione di fantascienza. Perché messo lì fa meno paura. Chi narra di questo viene dunque esiliato, come dice Ghosh, nelle «abitazioni che circondano il castello. Quegli annessi un tempo conosciuti come “gotico”, “romance”, o “melodramma”, e adesso chiamati “fantasy”, “horror”, “fantascienza”». Eppure, leggendo il saggio dell’antropologo ci aspettiamo, forse speriamo, che in qualche modo invece qualcosa possa mutare. Che questo tema sempre più pressante del cambiamento climatico possa essere innalzato alle glorie della narrativa, e che prima o poi possiamo aspettarci di trovare nei romanzi – quelli che parlano di normalità, della vita di tutti i giorni, degli argomenti ordinari che tutti ci troviamo ad affrontare – anche questo argomento, anche ciò che, nostro malgrado, sta divenendo parte della normalità. 

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Di come le passioni si insegnano, e di come no

Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon Cronache dal Punto Nemo Storie di vita da genitori, riflessioni e tentativi di approdo   Il Punto Nemo si trova nell’oceano Pacifico ed è considerato il luogo più remoto della terra. È quello che siamo noi, quando come genitori a volte ci sentiamo un po’ persi. Ma è anche il tentativo costante di chi cerca sempre di ritrovare la rotta.   Da dieci anni cammino. Ho percorso a piedi l’Italia avanti e indietro per quasi quattro volte, eppure sono quasi sempre stata nei soliti sentieri di campagna a pochi chilometri da casa.  Ho camminato su strade dissestate vicino a campi e prati, boscaglie e fossi. A volte ho per compagnia aironi e sparuti cani di passaggio, talvolta rare persone che camminano come me. Molto spesso sono sola. In questi dieci anni ho camminato con ogni condizione atmosferica, nella nebbia e nella neve, nella pioggia e sotto acquazzoni, tra mucchi di foglie secche sparse dal vento, sotto un sole troppo forte che nei mesi più caldi mi costringe a stare ferma, mi obbliga all’attesa.   Se mi chiedono perché cammino, la risposta è che mi piace farlo. La risposta che scava più a fondo va a rintracciare gli anni dell’infanzia, trova una nonna che ogni giorno portava i bambini a passeggiare nei campi. Il solito tragitto era quello che dal cimitero del paese infilava l’angolo dove scorreva il fosso, come una scorciatoia, o come una porta fatata verso un altro mondo, verdeggiante e vivo. C’era anche il grande fiume, a cui si andava ogni tanto, costeggiando sassi bianchi e acqua che scorreva forte, e forse faceva pensare al mare e ci piaceva per quello. Una delle mete più belle restava una casetta in mezzo al bosco. C’era una signora che abitava lì, anziana amica della nonna. Un gattino dal pelo rosso ci accompagnava per l’ultimo tratto, di là da una rete, potevamo accarezzarlo solo infilando le dita tra i buchi, poi quando arrivavamo al limitare del boschetto spariva. La nonna restava un po’ a chiacchierare con la sua amica, e io e mio fratello andavamo a esplorare il bosco lì davanti. Nella nostra fantasia l’amica era una strega, la sua casa un luogo pieno di alambicchi e pozioni. Al ritorno, lo stesso gattino faceva la strada con noi, il pelo rosso ancora accarezzato tra la rete. Poi spariva. Faceva parte di quel mondo anche lui.   VAI AL LIBRO Le camminate con la nonna finirono pochi anni più tardi. Si cresce e ci si allontana, anche dalle cose più amate. Le misi da parte come una cosa del passato e che nel passato resta. Ma quando, molto tempo dopo, decisi di ricominciare un’attività fisica dopo la maternità, cercandone una a portata di mano che non occupasse troppo tempo, decisi di tornare a camminare. Da allora non ho più smesso. Appena posso infilo le scarpe da corsa, ne ho cambiate diverse paia in questi anni, consumandone anche le suole, erose dall’asfalto bollente e dal ghiaccio e dalla neve. Se mi chiedono perché cammino, la risposta è perché mi piace. La risposta più profonda è che me l’ha insegnato mia nonna. L’ha fatto come si insegna la maggior parte delle cose: inconsapevolmente. Mi ha fatto apprendere l’amore per la terra e la campagna, uscire e andare nel verde solo per il gusto di farlo. Non sono riuscita a trasmettere la stessa passione alle mie figlie, forse mia nonna l’avrebbe fatto, io non ho lo stesso carisma. La stessa capacità di far amare qualcosa. Ma ringrazio ogni volta che lei sia stata in grado di farlo con me, che nella sua semplicità mi abbia trasmesso la bellezza di percorrere i sentieri di campagna per tanti chilometri quanto l’Italia attraversata avanti e indietro.   Forse le passioni non si trasmettono per via diretta come fossero nel Dna. Semplicemente arrivano, a volte anche grazie all’esempio, a volte invece con la pura casualità.  Guardo le mie figlie, e loro da tempo amano quell’attività che se la chiamo “sportiva” mi sgridano, l’hanno presa dal padre, e parlano a ruota di kata e kumite e cinture colorate mentre io mi limito a sostenerle da lontano, sugli spalti, nella zona di chi non sa. Ho tentato di far loro amare la lettura, la mia passione più grande. Mi sembrava un tentativo ormai quasi andato a vuoto, se non per sporadici fumetti e graphic novel. Poi qualche tempo fa la più piccola parlando con sua sorella se ne è uscita con la frase: «Leggi le prime pagine, te ne innamori». Parlava di un fantasy ricevuto in regalo al suo compleanno, e lo faceva con una delle espressioni che io uso per i libri che più mi piacciono. Te ne innamori. Ho guardato quel momento come si guarda un piccolo miracolo. Le passioni non si insegnano, arrivano se e dove vogliono, a noi non resta che provare instancabilmente a gettare semi. Alcuni andranno a buon fine, altri non attecchiranno mai. Altri arriveranno molto tempo dopo, quando forse non sapremo nemmeno perché. Io intanto continuo a percorrere strade di campagna. Lo faccio da dieci anni, forse più. Se mi chiedono perché cammino, la risposta è che me l’ha insegnato mia nonna.   SCOPRI LAND MAGAZINE admin Maggio 10, 2024 La vera Cenerentola è una fiaba intrisa di morte e sangue La fiaba di Cenerentola, conosciuta anche come Aschenputtel nella versione tedesca dei fratelli Grimm, è un racconto che risale a tradizioni orali molto antiche. Pubblicato nella raccolta “Fiabe del focolare” Read More admin Maggio 10, 2024 “Our Last Land”: firmacopie al Salone del Libro del libro di Torino Il mondo dell’esplorazione spaziale incontra la letteratura al Salone del Libro, con la presentazione ufficiale dell’attesissimo nuovo libro curato da Claudio Secci, “Our Last Land”, che avrà luogo l’11 maggio. Read More admin Maggio 8, 2024 La strada di Cormac McCarthy, la recensione di Land Magazine A un romanzo del genere puoi rispondere solo con una punta d’ironia, ma non subito, no; devono passare  anni dall’ultima volta che lo hai

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Sara Rattaro: «Racconto la ricerca di felicità della mia generazione»

Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon Partiamo dal presente: chi è Sara Rattaro oggi? Sono una scrittrice, la mia attività principale sono i romanzi. L’ultimo, il ventitreesimo, uscito agli inizi di marzo, è Io sono Marie Curie, la biografia romanzata della grande scienziata. Ho scritto anche romanzi per ragazzi, alcuni per bambini delle elementari: insomma, abbraccio un po’ tutte le fasce d’età. Come seconda attività mi occupo di insegnare nella mia scuola di scrittura La fabbrica delle storie, che ha sede a Milano ma tiene anche lezioni on line. Faccio anche la coach, ovvero aiuto le persone a trovare il modo giusto di raccontare la storia che hanno in testa, e svolgo attività di editing.  Inoltre insieme a mio marito ho una casa editrice, la Morellini editore, per la quale mi occupo della collana Femminile singolare, che pubblica romanzi sulle grandi donne della storia.   Com’è iniziata la sua carriera da scrittrice? Il primo romanzo l’ho pubblicato con Mauro Morellini. Il secondo, Un uso qualunque di te, è uscito nel 2012 con Giunti e ha avuto un successo inaspettato. Non avrei mai immaginato che potesse piacere così tanto, c’è stato un grandissimo passaparola di pubblico. Forse perché ha tirato fuori delle parti femminili che spesso noi donne siamo obbligate a tenere nascoste, o il senso di inadeguatezza che talvolta viviamo. Poi c’è stato Non volare via, la storia di un ragazzino sordo, anche quella importante per la mia carriera.   E poi è arrivato il Premio Bancarella… Con il Premio Bancarella, ottenuto nel 2015 per Niente è come te, c’è stato un riconoscimento da parte del pubblico e per me la consapevolezza che quello doveva diventare il mio mestiere. Io sono laureata in biologia, quindi non ero da sempre convinta di fare la scrittrice. Eppure quella laurea mi è servita molto: oggi posso raccontare di Marie Curie, parlare ai ragazzi di Albert Sabin, Ettore Majorana. In generale trovo utilissimo avere una cultura scientifica. Si pensa erroneamente che per scrivere si debba essere un letterato, almeno su carta, ma in realtà non è proprio così: io ad esempio sono sempre stata una fortissima lettrice, per cui molta della mia cultura letteraria è arrivata da lì.   Ha frequentato anche scuole di scrittura? No, perché quindici anni fa erano proprio poche, c’era solo la Holden, ma era a Torino, io lavoravo a tempo pieno e non mi era possibile frequentarla. Però ho preso lezioni privatamente, ho fatto uno studio “tecnico” sulla scrittura, che è quello che anche io oggi metto a disposizione degli aspiranti autori. Perché, al contrario di quanto si pensa, il mestiere di scrittore è altamente tecnico. Spesso si crede che bastino l’ispirazione e il talento, in realtà le storie devono funzionare, bisogna saperle costruire e avere gli strumenti per farlo. Ci sono tecniche narrative da imparare, come lo show don’t tell, il punto di vista, tanti escamotage… Poi ovviamente la scrittura è la tua, ma c’è tanto da studiare, più di quanto si immagini.   Tornando ai suoi romanzi, ha scritto anche dei libri per ragazzi. A un certo punto mi è stato chiesto di scrivere un romanzo per ragazzi, allora ho deciso di raccontare una storia che mi piaceva molto da piccola, me la raccontava sempre mio nonno. Così, nel 2017 è uscito per Mondadori Ragazzi Il cacciatore di sogni, la vicenda di Albert Sabin, l’inventore del vaccino contro la poliomielite, un vaccino che non ha brevettato e ha voluto fosse sempre di dominio pubblico perché lui era ebreo, aveva subito delle persecuzioni, odiava le discriminazioni. «Il nazismo ha sterminato una parte della mia famiglia – diceva – e io per punizione salverò i bambini di tutto il mondo».   Da quel libro, ha proseguito con romanzi per ragazzi e adulti. Sì, ho continuato a scrivere con un doppio binario. Per ragazzi ho sempre scritto storie di personaggi straordinari ma veri. Una parte del mio lavoro di scrittrice riguarda proprio la ricerca di queste persone e delle loro storie. Credo che per i ragazzi dell’età delle medie sia utile presentare un modello, persone che in una situazione molto difficile hanno fatto qualcosa di grande, e veicolare messaggi molto puliti. Mentre per gli adulti può funzionare anche il personaggio che è sceso a compromessi, con i romanzi per ragazzi ho quest’attenzione a mantenere valori positivi e personaggi privi di lati oscuri.   Lei è anche docente… Per sei anni sono stata docente di scrittura alla facoltà di Scienze della Comunicazione a Genova. Poi ho fondato La Fabbrica delle storie a Milano. Teniamo un corso annuale, ci si incontra una volta al mese, e si arriva alla pubblicazione di racconti. C’è un unico tema su cui stare, quest’anno è “la follia”. Il corso aiuta le persone a capire com’è questo mestiere, dall’editing alle presentazioni, che sono un passaggio fondamentale. I libri oggi non si vendono da soli, bisogna essere bravi promotori di sé stessi.   A questo proposito, com’è stato il suo percorso? La mia fortuna è stata che non mi aspettavo niente. Mi sembrava già una grandissima cosa aver pubblicato un romanzo e che qualcuno che non conoscevo l’avesse letto e apprezzato. Poi ho iniziato a fare quello che tutti dovrebbero fare, ossia farsi conoscere. All’epoca c’era solo Facebook come social, quindi ho sfruttato quel canale, e poi sono andata in giro a fare presentazioni, chiedendo ai librai di darmi spazio, agli amici di portare gente… ovviamente più ti allontani da casa e meno persone conosci e vengono. Ho fatto presentazioni in cui non c’era nessuno. Serve anche questo, sono state ottime scuole di vita. Certo, è un meccanismo che va compreso e che non ti si deve rivolgere contro, ovvero non devi sentirti un fallimento, è normale che sia così: nessuno va alla presentazione di un autore che non conosce. Bisogna incontrare i librai, iniziando da quelli della propria zona, e ampliare sempre un po’ di più…   È un consiglio valido ancora oggi? Oggi le cose sono un po’ cambiate, c’è più possibilità di farsi pubblicità

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L’album delle parole

Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon VAI AL LIBRO Cronache dal Punto Nemo Storie di vita da genitori, riflessioni e tentativi di approdo Il Punto Nemo si trova nell’oceano Pacifico ed è considerato il luogo più remoto della terra. È quello che siamo noi, quando come genitori a volte ci sentiamo un po’ persi. Ma è anche il tentativo costante di chi cerca sempre di ritrovare la rotta. Gli album delle parole Ci sono cose che fatichiamo a mettere in ordine. Libri, stanze, vecchi disegni, bollette, calzini. A volte la vita. A me succede anche con le fotografie.   Le scatto in maniera non razionale, non precisa, quasi illogica. Immortalo momenti inutili, talvolta dimentico quelli importanti, così se c’è da portare in classe un ricordo del compleanno per il compito sulle fonti storiche bisogna scartabellare ovunque e magari la foto non si trova lo stesso. Ogni tanto realizzo che la tecnologia non è una faccenda affidabile, allora presa da un istante di panico raccolgo scatti a caso sul telefono in cui il soggetto – bambina, adulto, cane che sia – sia uscito decente e le invio in fretta a stampare, con addosso il pensiero frenetico che se non lo farò svaniranno subito nell’etere e perderò per sempre tutte le immagini, la testimonianza di loro come erano, di quando sono cresciute. Perché poi è così che accade. I bambini crescono come le foreste, sembra non succeda mai, invece un giorno guardi dove prima c’era un piccolo germoglio e trovi una quercia. Quando è cresciuto?, ti domandi. Quando è successo? Ero distratta quando è accaduto. Ero girata di là, ma davvero, solo per un minuto, poi mi sono voltata e il bambino era sparito, e al suo posto è arrivato questo piccolo gigante. Piccolo perché lo è ancora, gigante perché lo vedi, è anche quello. Perseverando nell’incapacità a gestire le foto, non le inserisco in album divisi per età, ma le lascio nelle buste della stampa, infilate nel vano contenitore sotto il divano. Le mie figlie sanno che le foto sono lì, che quando vogliono trovare immagini di loro appena nate o dell’asilo o delle vacanze possono provare a frugare nello Zibaldone senza alcun ordine e senso logico, in cui si mischiano volti, momenti, attimi che non c’entrano l’uno con l’altro. Metafora della vita, perché poi le cose vissute non sono certo ben ordinate negli album. I ricordi non ti arrivano in un ordine preciso, loro nella tua testa sono come le foto nel vano contenitore, si pesca a caso, a volte basta un profumo, una sensazione, e d’un tratto ti ricordi di quella gita in campagna che credevi di aver scordato, e di quando all’asilo hanno festeggiato Carnevale con i vestiti tutti spaiati, o di quella cena con gli zii venuti da lontano. La memoria ha lo stesso mio modo scollegato di catalogare le foto, senza motivo né causalità, mescolando eventi, volti, anni, cose senza logica alcuna. Prende sentimenti contrastanti, li mischia come fossero colori, crea nuance improbabili.   Insieme alle foto in disordine, ho anche altro. Ho dei fogli, un po’ sparsi anche quelli, chiusi in un cassetto. Loro contengono un altro tipo di ricordo. Lì, i ricordi non sono immagini, sono parole. Potrei definirli “album delle parole”. Contengono frasi che le bambine hanno detto nel corso degli anni, espressioni buffe, altre più commoventi, altre ancora con termini inventati di sana pianta. Alcune sono le primissime parole pronunciate, i tentativi mal riusciti, quelli andati a buon fine. Le espressioni che pur sapendo sbagliate non abbiamo mai corretto per anni, perché ci piacevano così. Una sorta di diario molto grezzo che testimonia la loro crescita non solo nei capelli e le gambe più lunghe e le estati con il cambio armadio tutto da rifare, ma anche con le frasi. A dirci che si cresce anche con il linguaggio. Così ogni tanto, come quando vanno a rintracciare le fotografie, loro vanno a cercare le parole. Rileggono le frasi dette quando erano piccole. Ci ridono sopra, perché si ride sempre della propria ingenuità, e accade anche da grandi. «Ti ricordi quella volta che ho detto…». Oppure arrivano di corsa quando una delle due ha detto qualcosa di divertente: «Mamma, questa te la devi segnare». Me le devo segnare. C’è un album così grande nel cuore di una madre, che contiene ogni singola parola, espressione buffa, ogni dimostrazione d’affetto, ogni cosa che è stata. Ma le segniamo, perché sappiamo che un giorno non ce ne ricorderemo. Non di tutto. Che la forma del viso, quei capelli fini, la vocina sottile, sarà sostituita da un volto diverso, un’altra voce. Loro com’erano da bambine saranno solo un ricordo. Capiterà poi che quando vedremo dei video di qualche anno prima diremo: ma davvero? Davvero sono stati così piccoli? Ma più di tutto saranno loro a dimenticare.  Tempo fa guardando la TV ci è comparsa a caso una puntata di Peppa Pig, una di quelle che a forza di vederle, anni prima, sapevo ormai a memoria. «Vi ricordate, bimbe, del castello ventoso?». Non ricordavano. Parole e immagini viste e riviste in mille pomeriggi – sdraiate sul tappeto, mangiando biscotti, a casa con la febbre, sul divano, giocando – semplicemente erano state cancellate dalla loro memoria. Mentre io mi ricordavo ancora tutto, per loro quel pezzo, come tanti altri, era stato perso nell’oblio dell’infanzia. «Tu quanti ricordi hai dell’asilo?», mi ha chiesto un’amica qualche tempo fa. «Io solo uno o due». E così, come noi abbiamo dimenticato i nostri primi anni di vita, lo faranno anche loro. Lo stanno già facendo. Ogni giorno dimenticano, e sono sempre più lontani da ciò che erano. Sta a noi tenerne traccia. Per quel che possiamo, raccogliamo foto, videoriprese. E collezioniamo parole. Teniamo sempre con noi quel bambino, quella bambina che sono stati. Facciamo che una parte di loro resti lì, che quel pezzo magico, incredibile di vita che chiamiamo infanzia, quel momento che dura una manciata d’anni per poi piano affievolirsi e andarsene per sempre, ecco, noi facciamo di non dimenticarlo. Lo faranno loro,

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