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Giornata mondiale dei calzini spaiati: perché è importante

Evviva la Giornata Mondiale dei Calzini Spaiati! Un giorno in cui possiamo finalmente smettere di disperarci quando la lavatrice si trasforma in un portale spazio-temporale che inghiotte i nostri calzini preferiti. Ma dietro questa simpatica celebrazione, che cade ogni primo venerdì di febbraio, c’è un messaggio molto più profondo e importante: inclusione, diversità e accettazione. Perché la Giornata dei calzini spaiati è legata alla disabilità? L’idea nasce da un’insegnante friulana, Sabrina Flapp, con l’obiettivo di trasmettere ai più piccoli un concetto fondamentale: siamo tutti diversi, ma ugualmente importanti. I calzini spaiati rappresentano le diversità che ci rendono unici, proprio come le persone, comprese quelle con disabilità. Indossare calzini diversi diventa così un piccolo gesto simbolico per ricordare che le differenze non sono un difetto, ma una ricchezza. Che il mondo è più bello e colorato proprio perché è vario. Inclusione e accettazione: non solo un giorno all’anno Se la Giornata dei Calzini Spaiati è un’occasione per sensibilizzare su temi come l’inclusione e la solidarietà, è importante ricordare che l’accettazione della diversità dovrebbe essere un impegno quotidiano.Le persone con disabilità spesso affrontano barriere non solo fisiche, ma anche sociali, culturali e lavorative. Abbattere questi ostacoli significa costruire una società più accogliente per tutti, indipendentemente dalle capacità di ognuno. Come partecipare? Partecipare alla giornata è semplicissimo:👣 Indossa due calzini diversi (più sono stravaganti, meglio è!).📸 Scatta una foto e condividila sui social con gli hashtag #calzinispaiati #inclusione #diversità.👩‍🏫 Coinvolgi amici, scuole e colleghi per diffondere il messaggio.🤝 Sostieni associazioni e progetti dedicati all’inclusione delle persone con disabilità. Un piccolo gesto, un grande significato Quindi, il 2 febbraio (o il primo venerdì del mese) dimentichiamo per un giorno la paura di essere “fuori posto” e celebriamo la bellezza dell’essere diversi. Perché, in fondo, nessuno è davvero spaiato: basta trovare il giusto abbinamento!   Un libro per sensibilizzare i tuoi figli sul tema della disabilità Click here Scopri Land Magazine admin Gennaio 29, 2025 Giornata mondiale dei calzini spaiati: perché è importante Ebbene sì, esiste davvero: la Giornata Mondiale dei Calzini Spaiati si celebra il primo venerdì di febbraio ed è molto più di un semplice promemoria del caos che regna nei Read More admin Gennaio 28, 2025 Bambini e memoria: come insegnare la Shoah alle nuove generazioni Parlare dell’Olocausto con i bambini è una sfida complessa e delicata, ma anche un compito imprescindibile. La memoria è un ponte tra passato e futuro, e trasmettere la consapevolezza di Read More

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Detox digitale: si può vivere da “sconnessi”?

«Degli anni Novanta mi manca l’irreperibilità. Ecco, l’irreperibilità. Che spegnevi e non c’eri più. Invece adesso ci sei sempre per tutti» ha dichiarato di recente Max Pezzali in un’intervista a Vanity Fair. Sempre più persone oggi si riconoscono in queste parole. Il rapporto Digital 2024 di We Are Social ha documentato che l’utente medio di Internet trascorre 6 ore e 40 minuti al giorno on line. Si tratta di un aumento di 4 minuti al giorno (+1 per cento) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si trascorre moltissimo tempo anche sui social media: 2 ore e 23 minuti al giorno. Anche se qui c’è una piccola inversione di tendenza: otto minuti in meno al giorno rispetto all’anno scorso. Cosa fanno le persone on line Quasi tutte le persone che accedono alla rete usano app di chat e messaggistica: il 94,7 per cento di tutti gli utenti Internet (tra 16 e 64 anni) afferma di aver utilizzato almeno uno di questi servizi nell’ultimo mese. L’uso dei social network è un’attività leggermente meno popolare ma altrettanto rilevante: il 94,3 per cento degli intervistati sostiene di usare queste piattaforme. I motori di ricerca si collocano al terzo posto, con l’80,7 per cento di utenti che affermano di usare servizi come Google e Bing. Lo shopping è al quarto posto, con poco meno di tre quarti di tutti gli utenti Internet impegnati in qualche attività di e-commerce ogni mese. Infine, i servizi location-based come mappe e app per il parcheggio completano la top 5, con poco più della metà degli intervistati che dichiarano di esserne utenti abituali. La disintossicazione digitale Ricerche recenti dimostrano che un’esposizione continua a stimoli digitali può aumentare i livelli di stress, ridurre la capacità di concentrazione e contribuire a disturbi come ansia e insonnia. Il fenomeno è amplificato dai social network, progettati per mantenere gli utenti connessi il più a lungo possibile grazie a meccanismi come lo scrolling infinito e le notifiche push. Inoltre, l’eccessiva permanenza online può portare a un senso di sovraccarico mentale: l’incessante flusso di informazioni rende difficile staccare la mente. Il risultato è un circolo vizioso che alimenta il bisogno di connessione continua. Ma un numero crescente di persone, di fronte al malessere che avverte, sta reagendo a questa iper-connessione… sconnettendosi. Sono in aumento gli utenti che scelgono di cancellare o sospendere i propri account social. Questo percorso, spesso definito “digital detox”, non demonizza la tecnologia, ma mira a riconquistare il proprio controllo su di essa. L’obiettivo è l’autodifesa, il tutelare il proprio equilibrio in un’epoca in cui la linea tra vita privata e vita digitale è sempre più sottile. Molte sono le testimonianze sulla disintossicazione digitale di utenti che raccontano la loro esperienza e forniscono consigli su come “domare la tecnologia”. C’è chi parte con la sfida dei 100 giorni di detox digitale, chi concretamente sostiene che «non è realistico tornare al telefono degli anni Novanta: le app di banca, dell’università, la mail e altre risorse sono imprescindibili». E allora «l’unica via è costruire una nuova abitudine, il che è un’esperienza esclusivamente personale». La motivazione più riportata da chi vuole disintossicarsi dai social è la sensazione di “perdere tempo” on line. Sempre più persone vorrebbero liberarsi da tale senso di obbligo di presenza sui social e in rete. Ma sono ostacolate dall’idea di conseguenze sociali come l’isolamento e la perdita di contatti, di opportunità sociali e professionali. Eppure, per certi versi le opportunità sono illusorie o sono infinitamente meno rilevanti di quello che si pensa. Disconnettersi, un lusso? Il vero lusso non è più navigare ovunque, ma disconnettersi, abbandonare la Rete. È questa la tesi di Evgeny Morozov, politologo e giornalista bielorusso, che già qualche anno fa dichiarava: «L’iperconnettività crea dipendenza, addiction. È fatta per questo. Le piattaforme come Google e Facebook sono studiate per attrarre. Assomigliano alle slot machine di Las Vegas, piene di lucine colorate e disegnate con un fantastico design. Il loro scopo è farci scommettere soldi, ma lo mascherano bene». E aggiungeva: «Oggi le uniche persone che possono concedersi il lusso di fare a meno di Internet sono i ricchi, i soli che possono contare su smartphone che ne tutelino la privacy o su qualcuno che faccia le ricerche per loro o twitti al loro posto. È questo il nuovo gap digitale tra ricchi e poveri».  Ma è davvero così oggi, o questo “lusso” è in fondo possibile per chiunque, basta volerlo? Ad Amsterdam tre ragazzi hanno lanciato il The Offline Club, un’associazione che organizza eventi “offline”, senza telefono o computer, nei bar e nei pub. «Questi locali – spiega uno dei tre fondatori, Ilya Kneppelhout – sono il luogo ideale per socializzare, anche se sempre più persone li usano per lavorare al computer o parlano al telefono mentre fanno colazione o cenano con gli amici, finendo così per non apprezzare l’atmosfera, il cibo e le bevande». Molti sono i professionisti che per lavoro scelgono consapevolmente di evitare WhatsApp e altri social network, preferendo usare solo mezzi più tradizionali come l’e-mail o il telefono fisso. Una scelta forse controcorrente in un mondo sempre più iper-connesso, ma anche un modo per stabilire confini. La tecnologia che si disintossica In un contesto in cui l’uso incessante dei social network è diventato una fonte di stress, anche i social stessi stanno cercando di adattarsi alle nuove tendenze, per rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più attento al proprio benessere digitale. Instagram, per esempio, ha introdotto la possibilità di programmare i messaggi, soprattutto se inviati in fascia serale dopo le ore 22, in modo da ridurre il bisogno di essere costantemente connessi. Fino ad arrivare a quello che sembra un controsenso: applicazioni per il benessere digitale, e applicazioni per il detox digitale che bloccano altre applicazioni. Per esempio app come Forest, che usa un incentivo verde: si piantano alberi virtuali e si guadagnano monete quando ci si disconnette per un periodo di tempo assegnato. Una volta che gli utenti guadagnano abbastanza monete, possono spenderle per aiutare a piantare alberi veri in Camerun, Kenya, Senegal, Uganda e Tanzania.  Tutti segnali questi che, pur piccoli, indicano una crescente consapevolezza della necessità di bilanciare l’interazione digitale con il

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Perché il Self Publishing selvaggio, senza editing e correzione di bozze, è l’Apocalisse dell’editoria

Hai presente quando decidi di fare la pizza in casa, senza alcuna esperienza, e ti ritrovi con un disco volante bruciato che nessuno vuole mangiare? Bene, il self publishing senza editing e correzione di bozze (nonché una cover decente) è esattamente la stessa cosa – ma anziché una pizza stai servendo un libro al mondo. Un libro che, diciamolo chiaramente, rischia di mandare a gambe all’aria l’intera industria editoriale. “Chi ha bisogno di un editor? Io ho Word!” Viviamo nell’epoca in cui chiunque abbia un computer e un minimo di autostima si sente il nuovo Dostoevskij. Basta aprire un file di Word, scrivere 200 pagine (di cui almeno 50 di deliri incomprensibili), caricare tutto su una piattaforma di self publishing e premere il magico tasto “Pubblica”. Et voilà: un autore è nato! Peccato che questo processo bypassi del tutto figure fondamentali come editor, correttori di bozze e beta reader, trasformando il mercato editoriale in un enorme bazar di mediocrità. La “democratizzazione” della mediocrità L’idea di democratizzare l’editoria è nobile, intendiamoci. Tutti meritano una voce. Ma quando quella voce grida errori grammaticali, frasi sconclusionate e trame che fanno rimpiangere le soap opera anni ’80, qualcosa non va. Il mercato del self publishing selvaggio sta saturando le librerie digitali con titoli che sembrano scritti da un’IA degli anni ’90 in preda a una crisi esistenziale. E questo è un problema. Perché? Perché il lettore medio, bombardato da un mare di offerte, finirà per acquistare un titolo a caso, solo per scoprire che l’autore non sa mettere insieme due frasi senza incappare in altrettanti info-dumping. Risultato? Frustrazione. E il lettore, frustrato, potrebbe decidere di tornare a guardare Netflix, abbandonando i libri per sempre. Complimenti, self publisher: hai appena messo in crisi un’industria intera! “Ma io ho 100 recensioni, sono un autore di successo!” Un altro effetto collaterale del self publishing senza regole è la nascita di orde di autori convinti di essere dei geni incompresi. Basta avere una manciata di recensioni (fatte da amici e parenti) per auto-proclamarsi “scrittore affermato” e iniziare a elargire consigli su come sfondare nel mondo dell’editoria. Il problema? Molti di questi sedicenti autori non hanno mai visto un manuale di scrittura creativa, figuriamoci il feedback di un editor professionista. Il vero costo del self publishing senza filtri Oltre a rovinare il mercato, il self publishing selvaggio sta anche erodendo il valore percepito dei libri. Quando un lettore si imbatte in un libro pieno di refusi e con una trama inconsistente, tenderà a generalizzare: “i libri autopubblicati sono tutti così”. Di conseguenza, anche gli autori indipendenti che investono tempo e denaro in editing professionali e copertine curate si trovano a lottare contro uno stigma ingiusto. Come salvare l’editoria dall’apocalisse del self publishing La soluzione? Semplice, almeno in teoria. Prima di pubblicare il tuo capolavoro: Assumi un editor. No, non tuo cugino che “è bravo in italiano”. Un editor professionista. Correggi le bozze. Non lasciare che errori come “La signor Rossi è una donna incinta” finiscano nel prodotto finale. Accetta le critiche. Se tre persone ti dicono che il tuo libro è noioso, forse lo è davvero. Investi nella copertina. La tua opera merita di essere presentata con dignità, non con una grafica creata con l’Intelligenza artificiale. Insomma, non si diventa scrittori premendo “Pubblica” L’editoria è un settore fragile, e il self publishing selvaggio rischia di mandarlo al collasso. Sui sedicenti editori che s’improvvisano tali, invece, apriremo un capitolo a parte (lo meritano, oh se lo meritano!).  Se ami davvero scrivere, dimostralo: investi tempo, energia e risorse per offrire ai lettori un prodotto di qualità. Altrimenti fai un favore al mondo: chiudi Word e torna alla tua pizza fatta in casa. Scopri Land Magazine admin Gennaio 25, 2025 Perché il Self Publishing selvaggio, senza editing e correzione di bozze, è l’Apocalisse dell’editoria Read More admin Gennaio 25, 2025 Insulti e odio online: Elisa di Francisca fa causa agli haters e causa un precedente: ora gli odiatori comuni dovranno rispondere col portafoglio. Chi insulta sui social deve fare i conti, e non solo con la propria coscienza (ammesso che ne abbia una). 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Insulti e odio online: Elisa di Francisca fa causa agli haters e causa un precedente: ora gli odiatori comuni dovranno rispondere col portafoglio.

Chi insulta sui social deve fare i conti, e non solo con la propria coscienza (ammesso che ne abbia una). Lo dimostrerebbe il caso di Elisa Di Francisca, la campionessa di scherma italiana, che secondo Selvaggia Lucarelli avrebbe messo a segno un “affondo” perfetto: non sulla pedana, ma nelle aule dei suoi avvocati. La schermitrice, stanca di essere bersagliata da insulti e commenti sprezzanti sui social, avrebbe deciso di agire con richieste di risarcimenti economici nei confronti degli utenti per evitare una causa.  Il caso Elisa Di Francisca: quando la giustizia fa centro La vicenda è finita sulle pagine dei giornali, ma per una volta non si tratta dell’ennesima polemica sterile. Elisa, dopo essere stata bombardata da commenti denigratori sui social, ha deciso di citare in giudizio gli haters più accaniti. E così, dal veleno delle tastiere si è passati ai conti correnti, con richieste di risarcimento che secondo varie fonti potrebbero cumularsi fino a ben 50.000 euro. Una lezione per tutti coloro che pensano che internet sia una terra di nessuno, dove ci si possa nascondere dietro uno schermo e dire qualsiasi cosa senza conseguenze. Forse è tempo di ripassare il concetto di responsabilità. Haters, è finita la pacchia Diciamocelo: la richiesta di risarcimento  fa riflettere. A quanti haters sta venendo un leggero mal di pancia leggendo questa notizia? Forse è arrivato il momento di abbandonare la tastiera, o almeno di usarla per qualcosa di più costruttivo. Perché, diciamolo, insultare è facile, ma pagare è tutta un’altra storia. Elisa Di Francisca forse dimostrerà che la giustizia può funzionare anche nel mondo virtuale. E il suo caso potrebbe fare scuola, aprendo la strada a molte altre persone vittime di bullismo e insulti sui social. Forse non vedremo file di haters pentiti davanti ai tribunali, ma è chiaro che il clima sta cambiando. La rete non è più un far west senza regole: ogni parola ha un peso, e ogni insulto può trasformarsi in un salasso economico. Cosa fare se sei vittima di insulti online Se pensi di essere vittima di insulti sui social, non lasciarti sopraffare dalla rabbia o dalla paura. Prima di tutto, raccogli le prove: screenshot, commenti e qualsiasi altro materiale che dimostri l’offesa subita. Salva sempre i link dei profili degli haters. Poi consulta un avvocato esperto in diritto digitale. E ricorda: intervenire è un tuo diritto. Non tutti si chiamano Elisa Di Francisca, è vero, ma la legge è dalla parte di chi subisce. Magari non ti porterai a casa 50.000 euro, ma almeno darai un segnale forte: gli insulti hanno un costo. Conclusione: tastiere più leggere, portafogli più pesanti Il caso di Elisa Di Francisca è un esempio concreto di come si possa reagire agli haters, anche quando sembra impossibile. Per tutti coloro che pensano che insultare online sia una passeggiata: occhio, il conto potrebbe arrivare. E non parliamo solo di quello della fibra ottica. Scopri Land Magazine admin Gennaio 25, 2025 Insulti e odio online: Elisa di Francisca fa causa agli haters e causa un precedente: ora gli odiatori comuni dovranno rispondere col portafoglio. Chi insulta sui social deve fare i conti, e non solo con la propria coscienza (ammesso che ne abbia una). Lo dimostrerebbe il caso di Elisa Di Francisca, la campionessa Read More admin Gennaio 25, 2025 L’importanza della memoria collettiva: perché non possiamo dimenticare L’importanza della memoria collettiva: perché non possiamo dimenticareRicordare è un atto di resistenza. 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Da cosa deriva il detto “Non ho mica scritto Gioconda in fronte”?

Non ho mica scritto Gioconda in fronte! Se qualcuno vi ha mai guardato con l’aria di chi sta pensando: “Questo qui ha proprio scritto ‘Gioconda’ in fronte”, sappiate che non vi stanno facendo un complimento. Ma tranquilli, perché oggi siamo qui per svelare il mistero dietro questa espressione popolare e perché, forse, Leonardo da Vinci avrebbe qualcosa da ridire. La verità dietro la Gioconda (e non parliamo di Louvre) Dimenticate per un attimo il celebre sorriso enigmatico della Monna Lisa e il fatto che sia uno dei quadri più famosi al mondo. Qui non si parla di arte rinascimentale, ma di una questione molto più terra-terra: la parola giocondo, che in Toscana (dove le battute non mancano mai) si traduce con qualcosa di molto diverso da “allegro” o “felice”. Sì, perché in gergo toscano “giocondo” significa balordo, sciocco, uno che si lascia prendere in giro con facilità. Ed ecco che, come una freccia di Cupido al contrario, il termine si è incollato all’espressione “ho scritto Gioconda in fronte”. In parole povere? Non sono mica nato ieri, non ho mica l’aria del tonto da fregare facilmente. Perché proprio “scritto in fronte”? Ora, perché qualcuno dovrebbe avere una parola stampata sulla fronte? Beh, da sempre la fronte è stata vista come simbolo dell’espressione e dell’intelligenza. Pensateci: se avete mai ricevuto un complimento del tipo “Hai una fronte spaziosa”, non era un invito a misurare la vostra testa, ma piuttosto un modo elegante per dire che sembrate svegli (o almeno si spera). Al contrario, dire “ho scritto ‘gioconda’ in fronte” significa suggerire che avete l’aria di chi casca in tutte le trappole, come i polli nelle favole. Come usare questa espressione con stile Non è solo una questione di difendersi dalle prese in giro, ma anche di lanciare il messaggio chiaro: non mi freghi facilmente. Esempio 1: Il venditore di un’auto usata cerca di rifilarvi una macchina che sembra uscita da un film degli anni ’80? Guardatelo dritto negli occhi e dite: “Non ho mica scritto Gioconda in fronte”. Esempio 2: Un amico vuole che siate voi a pagare il conto “dimenticando” il portafoglio per la decima volta? Stessa frase, possibilmente con una bella risata ironica. Il fascino senza tempo dei detti toscani Diciamolo: i toscani ci hanno regalato alcune delle espressioni più gustose della lingua italiana. E “Non ho mica scritto Gioconda in fronte” è un piccolo capolavoro di ironia, perfetto per quei momenti in cui avete bisogno di mettere i puntini sulle “i” (o sulla fronte). In fondo, la Monna Lisa sarà pure enigmatica, ma voi no. Nessun sorriso ambiguo, nessuna presa per il naso. Perché voi lo sapete bene: “Non ho mica scritto Gioconda in fronte!”. Scopri Land Magazine admin Gennaio 24, 2025 Da cosa deriva il detto “Non ho mica scritto Gioconda in fronte”? Read More admin Gennaio 23, 2025 Shoah, Olocausto e genocidio: Le differenze e il significato di tre termini fondamentali Shoah, Olocausto e genocidio: Le differenze e il significato di tre termini fondamentaliQuando si parla delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale e delle atrocità del XX secolo, termini come “Shoah”, Read More Cristina Ferri Gennaio 23, 2025 Vita e misteri di Mary Stuart – Secondo capitolo Il matrimonio con il delfino e la corona franceseIl marito a lei destinato è un ragazzo malaticcio e fragile di quattordici anni; lo stato di salute del giovane non promette Read More admin Gennaio 23, 2025 La maledizione dell’anno zero di Abramo Lincoln: storia, mito e qualche risata Quando si parla di Abraham Lincoln, i più pensano subito al sedicesimo Presidente degli Stati Uniti, l’uomo che abolì la schiavitù e che indossava un cappello talmente alto che a Read More admin Gennaio 23, 2025 Miss Austen: la nuova miniserie della BBC che celebra il legame tra Jane Austen e sua sorella Cassandra Il prossimo 2 febbraio la BBC presenterà Miss Austen, un’appassionante miniserie in quattro episodi ispirata all’omonimo romanzo di Gill Hornby. Un adattamento che promette di trasportare il pubblico nell’Inghilterra del Read More Francesca Redolfi Gennaio 23, 2025 Se i compiti a casa li fa ChatGPT C’è qualcosa che stiamo ignorando. C’è un impatto, enorme, sul mondo della scuola che si sta consumando nel silenzio pressoché totale di insegnanti, dirigenti, burocrati e, non da ultimo, dei Read More admin Gennaio 22, 2025 Addio a Cioè: la fine di un’era per la storica rivista Con un mix di nostalgia e un pizzico di ironia è il momento di dire addio a Cioè, la rivista che ha accompagnato generazioni di adolescenti italiani. Dopo decenni di Read More Elisabetta Gennaio 22, 2025 Scrivere un romanzo: la parola FINE è solo l’inizio della fine Libri di Elisabetta Venturi VAI AL LIBRO La FINE è solo l’inizio della fine Benvenuto nella faticosa vita di uno scrittore.Hai faticato per giorni, mesi, anni e finalmente arrivi a Read More Oriana Turus Gennaio 21, 2025 Non si è quanti – e quali – libri si legge: ovvero cronaca di un lettore moderno A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More admin Gennaio 21, 2025 Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: il femminismo della Rivoluzione che (spoiler) finisce male Se pensavi che il femminismo fosse una moda recente, aspetta di sentire la storia di Olympe de Gouges, la Wonder Woman del XVIII secolo. Era il 1791, in piena Rivoluzione Read More

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