Salone del Libro di Torino 2026: l’esordio di Cristiana Rosada, una nuova voce del romance contemporaneo

Prima ancora delle recensioni, delle classifiche e dei numeri, esiste un momento che ogni scrittore ricorda per sempre: quello in cui il proprio libro incontra per la prima volta i lettori. Per Cristiana Rosada, autrice esordiente del romanzo Un amore sbagliato così giusto, quel momento ha avuto come cornice il prestigioso Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, uno degli appuntamenti culturali più importanti d’Europa.

L’arrivo al Salone rappresenta un traguardo significativo per un’autrice che ha costruito il proprio percorso professionale tra comunicazione, grafica e scrittura per il web, approdando oggi alla narrativa con una storia che affronta temi delicati e profondamente umani.

Al centro del romanzo troviamo Caterina, una giovane donna chiamata a confrontarsi con un sentimento complesso e controverso: l’amore per una persona che la società considera “sbagliata”. Una relazione tra studentessa e professore che diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul significato delle scelte, dei giudizi esterni e della libertà di vivere la propria verità emotiva.

Ciò che rende particolarmente interessante questo debutto è la forte componente emotiva che attraversa l’intera narrazione. Rosada non nasconde infatti di aver riversato nella protagonista parte della propria sensibilità, costruendo un personaggio intenso, fragile e autentico, capace di parlare a lettori di età diverse.

 

L'intervista

Cristiana, il tuo romanzo Un amore sbagliato così giusto è stato presentato per la prima volta al Salone Internazionale del Libro di Torino. Che emozione hai provato entrando in quel contesto da esordiente?

La prima parola che mi viene in mente è stupore. L’ambiente fieristico, indipendentemente dal settore merceologico, è un luogo di comunicazione, incontri, dialoghi, vecchie conoscenze e nuove amicizie. Immaginavo già che avrei vissuto giorni intensi, ma non così ricchi di entusiasmo.

Ho incontrato persone di ogni età, unite dal piacere di scoprire nuove storie. Ho percepito l’energia di un settore, quello editoriale, che pur confrontandosi con vecchi dilemmi e nuove sfide continua a essere vitale, popolato da persone animate da una passione autentica. Ho abbracciato autrici che già conoscevo e con cui si è creata immediatamente una bellissima sintonia. Ho stretto mani, ascoltato storie e firmato le prime dediche tra emozione e imbarazzo.

Il libro affronta un tema delicato e contemporaneo: un legame “proibito” tra una studentessa e un professore. Quando hai capito che questa storia meritava di diventare un romanzo?

Qualche anno fa ho dovuto affrontare una malattia di quelle che definiamo “importanti”, e che spesso lasciano segni più nell’anima che nel corpo. In momenti simili ci sono giorni più difficili di altri, in cui fare i conti con sé stessi aiuta a restare ancorati al presente.

Una volta lessi che Italo Calvino descriveva l’arte narrativa come il “saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto”. È proprio da lì che è nata Caterina: da quel piccolo frammento di verità che ho compreso della vita.

Caterina è una protagonista fragile ma intensa. Quanto c’è di autobiografico, emotivamente parlando, nel suo modo di vivere l’amore e la crescita?

Bella domanda. A volte ho l’impressione di essere fatta per il novanta per cento di emozioni e solo per il resto di carne e sangue. Possiedo una permeabilità emotiva totale: assorbo tutto ciò che mi circonda, percepisco l’interiorità delle persone in modo immediato e, talvolta, persino travolgente.

Vivere con questa intensità non è sempre semplice. È come avere un radar sempre acceso, uno strumento che solo con il tempo e la maturità ho imparato a regolare, trovando il giusto equilibrio tra protezione e autenticità.

Questa sensibilità ha inevitabilmente plasmato Caterina, ma non solo lei. Frammenti del mio vissuto emotivo si riflettono anche negli altri personaggi del romanzo.

Hai lavorato per anni nella grafica e nella scrittura per il web prima di arrivare alla narrativa. Cosa ti ha insegnato quel percorso sul potere delle parole?

Ho sempre pensato che la lingua italiana sia molto più di un semplice mezzo di comunicazione: è una straordinaria forma d’arte e uno strumento di precisione unico. La sua ricchezza lessicale permette di descrivere oggetti, azioni ed emozioni con sfumature capaci di evocare immagini vivide nella mente di chi legge.

Per me esiste un parallelismo perfetto tra il potere evocativo di un testo ben scritto e quello di una fotografia o di un’immagine. Nel corso degli anni ho capito che linguaggio visivo e linguaggio verbale possiedono la stessa dignità espressiva e la stessa capacità di generare emozioni profonde. Le parole, proprio come la luce e i colori, possono imprimersi nell’anima e lasciare un segno indelebile.

Il titolo Un amore sbagliato così giusto incuriosisce molto. Quando è nato e cosa rappresenta quel contrasto tra “sbagliato” e “giusto”?

Il titolo è arrivato alla fine, dopo aver concluso l’intera fase di editing. Fin dall’inizio, però, il romanzo è stato costruito attorno a questo contrasto, che riguarda non solo la vita sentimentale della protagonista, ma molte delle situazioni che affrontiamo ogni giorno.

Chi può stabilire cosa sia davvero giusto o sbagliato in amore? Spesso le convenzioni sociali trasformano alcune idee in verità assolute, condannando ciò che esce dagli schemi. Caterina decide di rompere il paradigma del “non si fa” e del “non si può”, cambiando radicalmente la direzione della propria vita.

Ha scelto la persona giusta o quella sbagliata? Forse la domanda corretta è un’altra: ha scelto la persona giusta per sé? E c’è un solo modo per scoprirlo: vivere quella scelta fino in fondo.

Oggi i giovani cercano nelle storie più autenticità che perfezione. Perché, secondo te, le relazioni complicate parlano così tanto alle nuove generazioni?

È un tema complesso. Osservando i giovani, noto che sono immersi in un flusso continuo di stimoli e bombardati da modelli spesso irraggiungibili. Questo genera insicurezza.

A vent’anni molti parlano di relazioni con il disincanto di chi ne ha cinquanta. Inoltre esiste una costante esigenza di condividere tutto pubblicamente: emozioni, storie, relazioni, vita privata. Viviamo in un mondo iperconnesso che, a volte, rischia di diventare superficiale.

Le storie che raccontano dinamiche complesse e imperfette consentono invece di normalizzare fragilità e insicurezze, aiutando a elaborare emozioni autentiche senza l’ossessione della perfezione.

Dopo il Salone di Torino, che tipo di riscontri hai ricevuto dai lettori? C’è un incontro che ti ha colpita particolarmente?

Porto nel cuore ogni persona che ho incontrato. Ricordo con particolare affetto una ragazza che era in fiera insieme alla madre. Nei loro occhi ho colto una complicità bellissima. Quando ho scoperto che si chiamava Caterina abbiamo scherzato sul fatto che portasse il nome della protagonista del romanzo e ci siamo fatte una bella risata.

Uno dei riscontri più emozionanti, però, è arrivato da una signora oltre i settant’anni. Mi ha ringraziata per averla fatta sentire di nuovo ragazza, per averle fatto rivivere i primi batticuori e le emozioni dell’amore. Vederle brillare gli occhi mentre me lo raccontava mi ha confermato una cosa: una storia d’amore ben scritta non ha età.

Questo romanzo è il tuo esordio nella narrativa, ma sembra avere già una voce molto precisa. Stai lavorando a una nuova storia o vuoi ancora goderti il viaggio di questa prima pubblicazione?

Nella mia testa inseguo storie ogni giorno. Leggo una notizia, ascolto un racconto, sento un aneddoto e inizio immediatamente a rielaborarlo fino a costruire una trama completa.

I miei amici più stretti si divertono a scherzare su questa cosa. Spesso si mettono in guardia a vicenda dicendo: «Racconta poco, che poi Cristiana ci scrive un libro».

Scherzi a parte, sì: sto già lavorando a una nuova storia. Sarà ancora una volta una storia d’amore, sicuramente “proibita” e, con ogni probabilità, ambientata nel passato. Ma il viaggio è appena iniziato ed è ancora troppo presto per raccontarne i dettagli.

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