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Masterclass Vita d’Altri: episodio uno

In collaborazione con L’ombra di una giacca Racconto di Lisa Luna Platania Questo racconto è stato ideato e scritto da uno degli allievi della scuola di Scrittura e Storytelling Viagrande Studios, in occasione della masterclass Vita d’altri. Editing a cura di: Manuela A.De Quarto Uno, due, tre, quattro. Le onde si infrangevano quattro volte lungo la scogliera, coprivano i massi con coperte di schiuma e subito si ritiravano, con tutta la leggerezza di cui erano capaci. Lo facevano uno, due, tre, quattro volte. Elia le aveva contate. Seguiva le onde con lo sguardo, costrette dalla marea a navigare per ore, per poi vederle sfogare moti di rabbia su gelidi massi sedentari. Così, per tutta la vita. Osservava dall’alto, Elia, dall’alto del molo di cemento su cui lui e il pescatore erano seduti, l’uno accanto all’altro. Attorno a loro, distese di mare coprivano tutto. L’odore salmastro dell’acqua marina gli pizzicava le narici, inducendolo a grattarne appena il contorno con l’unghia dell’indice. Con l’altra mano, reggeva un panino troppo vuoto. “Uno, due, tre… quattro!” Elia curvò la schiena, facendo dondolare le ginocchia penzoloni oltre il bordo del molo. Un gabbiano dal becco un po’ storto si posò per un attimo sulla superficie dell’acqua, acciuffando un pesce distratto. “Cinque?” A quel punto, il pescatore tirò fuori la lenza della canna da pesca. Accanto a lui, un secchio lindo, pieno d’acqua salata, ancora vuoto. Niente. “Una scatoletta di tonno?” Elia fissava quella scatoletta, chiedendosi per quale motivo si trovava lì, in quel momento, stretta nell’amo colorato. Il pescatore tirò appena su il mento, staccò il rifiuto e lo fece scivolare dentro il secchio. Elia immaginò i banconi del mercato pieni di pesci metallici, che se li stringevi tra i denti te li spaccavi tutti e alla fine diventavi di metallo pure tu, come in un contagio di massa. Aveva già letto una cosa del genere in un libro, tempo fa. “Ti avevo detto di andare via.”“Non posso. Papà dice che per diventare veri uomini bisogna imparare l’arte della pesca!” Il pescatore annuì. Sotto gli spessi baffi chiari, le sue labbra screpolate erano strette tra loro, la pelle un po’ macchiata ricoperta di sale e oceani dimenticati. I pochi capelli che aveva sul capo erano nascosti da un berretto grigio, e le sue braccia erano scoperte anche se faceva freddo, dove potevi notare i segni di un’abbronzatura forzata. Magari era un marinaio in pensione, pensò Elia. In tal caso, però, non avrebbe dovuto sapere che sarebbe stato più facile pescare i pesci con quelle grosse reti che tiravano via tutto quello che trovavano, comprese quelle alghe verdastre che un po’ gli facevano paura?   “Eri un marinaio, prima?”“Prima?”“Sì, dico, tanto tempo fa.”“Dedurre l’età di una persona non è carino.”“Non è vero, questo vale solo per le donne!” Anche le reti da pesca, in effetti, un po’ lo spaventavano. Questo perché spesso si ritrovava a immaginare di essere uno di quei pesci intrappolati lì sotto, ed anche se i pesci non avevano ali era come tarpare le ali ad una farfalla. Per dire. Un po’ come quando suo padre gli diceva che per essere uomini bisognava fare qualcosa, essere qualcuno o semplicemente essere. O non sarebbe stato nessuno, e le sue parole in fondo erano un po’ come le reti da pesca, dove si ingarbugliavano i pensieri, dove si ingarbugliava Elia. Uno, due, tre, quattro. Il pescatore tirò fuori la lenza dall’acqua. Elia salutò con la mano le onde che si ritiravano. “Un orologio da taschino? Chi è che indossa un orologio da taschino in un posto come questo?” Il pescatore staccò l’orologio dall’amo e, invece di cacciarlo nel secchio, se lo rigirò tra le mani. Riconobbe la marca, quest’ultima raffigurata dalla stampa in rilievo di una piccola aquila con quattro ali. Spinse un pulsantino e la aprì, sotto gli occhi attenti di Elia che ora osservavano il quadrante dal vetro rotto, le lancette spezzate in due, i colori sbiaditi dal tempo. “La particolarità di questo orologio è che, oltre allo scoccare delle ore, tiene conto della posizione in cui ti trovi.” Detto questo, con l’indice indicò il quadrante più stretto, quello vicino all’orologio. Elia strabuzzò gli occhi e, avvicinando il volto verso l’oggetto appena pescato, si abbandonò ad un sospiro pregno di sorpresa. “Quindi anche le bussole possono perdersi!”“Ma di cosa parli, le bussole non possono mica…”“Guarda qui!” Ed Elia poggiò un dito verso la freccetta impazzita, che non aveva più idea di dove andare, né dei consigli da offrire. Una bussola cos’era, dopotutto, se non una di quelle anime senza sepoltura, prive di una tomba su cui poter invitare le persone a piangerci sopra? Quando il vento taceva, quella diventava una città senza tempo. Dal cielo piangevano lacrime di ghiaccio, e ricoprivano tutto, anche il secchio, troppo pulito per contenere solo della spazzatura. Uno, due, tre, quattro. Elia salutò con la mano le onde che svanivano contro gli scogli. “Signor pescatore, secondo te Elia è un nome da femmina?”   Il pescatore non rispose subito. Se ne stava a guardare il mare, per lui inarrivabile se non per la canna da pesca che stringeva tra le mani, simili a due cortecce nelle cui insenature sembrava scorrere dell’acqua gentile. I suoi occhi erano tanto piccoli da risultare inesistenti, tutti nascosti dietro palpebre troppo pesanti. “Elia è un nome come un altro. Suona bene.”“Suona bene?”“Nel senso che quando lo si pronuncia il suono è più delicato. Più dolce di un Giovanni, ad esempio.”“Tu ti chiami Giovanni?” Il pescatore sospirò lentamente sotto gli spessi baffi, annuì e tirò su la lenza.Il panino, adesso, era stato riavvolto nella carta e adagiato sull’asfalto umido. Le onde iniziavano a farsi più insistenti, bagnando appena il cuoio delle sue scarpe troppo adulte. La verità era che non le voleva, quelle scarpe, come non gli importava di indossare quella giacca e quel cappello, e quegli stupidi distintivi che sfoggiava sull’abito e che dopotutto non gli riconoscevano nulla, a giudicare dal fatto che erano falsi tanto quanto i veli dell’uomo di cui

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La leggenda a cui Torino deve il suo nome

Torino è una città decisamente magica, e anche la leggenda che diede origine al suo nome lo è.  Ma perché proprio Torino? Leggi l’estratto di Follow The stars, il nuovo historical romance ambientato a Torino di Tatiane Paiva, per scoprirlo La leggenda narra che nell’antichità un drago minacciò le mura di Torino. Stanchi di vivere nel terrore, gli abitanti decisero di scatenargli contro un’altra bestia di eguale forza, che avrebbe avuto il compito di sconfiggerlo. Il prescelto era un toro e, per renderlo ancora più forte, i cittadini fecero sì che si ubriacasse con del vino rosso. Con tutta la forza che possedeva, il toro riuscì a colpire fatalmente il drago attraverso l’uso del suo corno, poco prima di morire anche lui.In segno di gratitudine verso quell’incredibile eroe, l’immagine del coraggioso animale compare ancora oggi nello stemma della città, e dal salvatore derivava anche il nome di Torino, simbolo di forza, tenacia, coraggio e libertà. E tu, sapevi perché Torino si chiama così? Faccelo sapere nei commenti e non dimenticare di condividere l’articolo se ti è piaciuto.  Precedente Successivo Sarà un MM il nuovo romance di Sonja G.Rosenkov Torino, 21 Gennaio 2023 Comunicato stampa Sarà un MM il nuovo romance di Sonja G.Rosenkov, Read More Nuova collaborazione Land Editore con Viagrande Studios Land editore è felice di annunciare che il legame tra Torino e la Sicilia sta Read More Brescia Irlanda sola andata: presentazione di Barbara Bonzi Un nuovo arrivo made in Land Editore sarà in libreria nei prossimi mesi. Stiamo parlando Read More

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Lo chaperon in epoca vittoriana

Dal vocabolario Treccani: ‹šaprõ′› s. m., fr. [uso fig. di chaperon «cappuccio», dim. di chape «cappa»]. – 1. Donna, per lo più anziana, che un tempo accompagnava una giovane nubile di buona famiglia ai ricevimenti, nei viaggi e sim., per salvaguardarne la rispettabilità. 2. estens. Chi introduce qualcuno in un ambiente nuovo, spec. mondano: fare da chaperon. Treccani Vocabolario Perché, tra tutti gli argomenti e i personaggi interessanti legati all’Epoca Vittoriana, proprio la Chaperon? Da quando leggo romanzi o assaporo film storici, se compare questa figura all’apparenza marginale, sobbalzo per un attimo, immaginando di essere chiamata dalla mia Signora, per una passeggiata di coppia. La penso relegata in un angolo, silenziosa ad osservare ogni movimento, ogni sussurro. Oltre alla tensione e all’emozione della dama in questione, mi chiedo cosa prova la Chaperon e… se accadesse oggi, ho la netta sensazione che sarei imbarazzata oltre ogni misura. Forse mi manterrei a distanza, fingendo di guardare altrove, completamente paonazza in volto per paura di udire qualche sconceria da dover riportare ad una madre curiosa. Mi sentirei d’intralcio, eccome. In Epoca Vittoriana non era così. Lo/la Chaperon stessa, pur sentendosi in qualche modo d’ostacolo, considerava il suo ruolo normale, anzi indispensabile per salvaguardare la rispettabilità di una ragazza di buona famiglia. Quasi sicuramente amava spettegolare con la servitù o le proprie amicizie, di quanto accadeva durante le uscite, ritenendosi onorata di coprire un incarico tanto ragguardevole. La Chaperon non apparteneva solo alla servitù ma poteva essere anziana, una zia zitella, o una sorella minore. Il termine, importato dalla Francia, deriva dalla Falconeria, o meglio, da un cappuccio in cuoio con cui veniva interamente coperta la testa di un uccello rapace, ad eccezione del rostro, al fine di ammansirlo privandolo di stimoli visivi. L’imposizione e il decoro dettato dall’essere accompagnati da questa figura, limitava il rischio legato al sesso prima del matrimonio, o mirava a evitare situazioni ed incontri pericolosi per l’incolumità di una vergine altolocata di qualsiasi età. In un secondo momento, diventò ancor più indispensabile perché permetteva la sicurezza della dama in viaggio, nei ricevimenti o durante un incontro. Anche gli uomini non ne erano esentati durante il corteggiamento. Le regole erano molto rigide. Ad esempio, un uomo e una donna potevano solo toccarsi la mano, non oltre. Una signorina perbene non si doveva voltare a guardare i giovanotti e così via. La reputazione prima di tutto! Nell’epoca attuale il termine Chaperon viene utilizzato anche in senso scherzoso: è l’accompagnatore che impedisce qualsiasi azione sventata e prematura o chi introduce qualcuno in un contesto a lui insolito. Per darvi una chicca, “Le modelle Dolce & Gabbana percorrono la grande scalinata circondate da due ali di chaperon, pronti a tendere la mano per sorreggerle durante la discesa”. Con questa piccola curiosità, vi saluto e… alla prossima! Precedente Successivo

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“Ma l’amore è un’altra cosa”, il nuovo romance di Antonella B

Amate le serie tv turche, i grandi romanzi d’amore e quel pizzico di avventura capace di farvi viaggiare attraverso i continenti? Allora Ma l’amore è un’altra cosa, il nuovo travel romance di Antonella B., è proprio il libro che fa per voi.  Indice Antonella B., la biografia Scegli la cover insieme a noi! Estratto del libro Antonella B., la biografia Sono Antonella, abito in un paese della Sardegna a dieci minuti dal mare, il mio elemento naturale.Sono una insegnante di scuola primaria, e anche mamma di quattro figli, dai diciotto agli otto anni.Amo viaggiare e conoscere il mondo, leggere, e guardare le mie adorate serie turche.Per me scrivere è un vero e proprio piacere, e sono felice quando i miei libri emozionano chi li legge. Ho cominciato a pubblicare nel 2012 con Nulla Die Edizioni (Déjà-vu), mentre nel 2021 ho pubblicato “London girl” con Newton Compton Editori. Ma l’amore è un’altra cosa Quale cover preferisci? Faccelo sapere nei commenti a questo articolo! Estratto speciale tratto dal libro, solo per i lettori Land Magazine L’acqua la sommerse, trascinandola verso il dislivello.  Annaspava in quel flusso continuo che pareva non lasciarle scampo, lottando con fatica nel tentativo di incamerare quanta più aria possibile nei polmoni.  L’incoscienza, però, stava prendendo il sopravvento.  Proprio nel momento in cui stava per cedere, qualcosa di robusto l’afferrò per la vita e la riportò in superficie.  Due braccia massicce la trattennero e, senza capire come, si ritrovò fuori, seminuda e tremante, stesa sopra una roccia scaldata dal sole.  Sollevò adagio la testa, ma accanto a lei non c’era nessuno. Aveva sognato?  Come aveva fatto a salire fin lì?  Chiuse gli occhi per riposare, si sentiva stremata.  Mentre stava per ripiombare nell’oblio si sentì avvolgere da qualcosa di asciutto.  «Lori, rispondimi, apri gli occhi, aşkım, dimmi se ti fa male qualcosa…»  A pochi centimetri dal suo viso, gli occhi color carbone di Darek esprimevano al tempo stesso preoccupazione e sollievo.  «Io… Non lo so… Non riuscivo a uscire…»  «Non parlare, canım benim, non stancarti, sei congelata…» e così dicendo la sollevò con delicatezza, prendendola sotto le braccia e stringendola a sé.  «Dobbiamo cercare di scaldarti prima di rimetterti in piedi, vedrai che tra poco riprenderai una temperatura accettabile.»  Lori si accorse solo in quel momento che tremava convulsamente, i denti le battevano senza che riuscisse a controllarli.  Le lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance. Era stata davvero imprudente e, se non fosse stato per Darek, ora sarebbe diventata un pasto extra per quelle orride piccole sanguisughe.  «Non piangere, è tutto finito, ormai, è tutto a posto.»  Col pollice le sfiorò una guancia, raccogliendo le gocce sul suo viso. Lori chinò la testa, continuando a piangere.  «Non riesco a vederti cosìm, hayatım, bana bak, geçti, korkma,  korkma canım benim è tutto a posto, è passato, non avere paura… Dimmi se hai male da qualche parte.»  «No. Ho solo tanto freddo…» Altri articoli admin Febbraio 4, 2023 “Ma l’amore è un’altra cosa”, il nuovo romance di Antonella B Amate le serie tv turche, i grandi romanzi d’amore e admin Febbraio 1, 2023 L’isola dei conigli o isola maggiore, la perla del Salento Mare cristallino, acque limpide e un passato che rivela il admin Gennaio 31, 2023 Sarà un MM il nuovo romance di Sonja G.Rosenkov Torino, 21 Gennaio 2023 Comunicato stampa Sarà un MM il I più amati storia Gennaio 18, 2023Gennaio 18, 2023 Vi porto nelle sale da Tè vittoriane Di Francesca Costenaro Ammetto di avere una passione: l’Epoca Vittoriana. Durante la stesura del libro ‘La ragazza dell’altalena’, ambientato ai giorni nostri con un’immersione toccante verso la fine della seconda guerra mondiale, ho deciso di inserire nei primi capitoli un… News Aprile 26, 2021Aprile 26, 2021 La narrativa fantapolitica veste finalmente made in Italy: presentazione di “47 giorni” di Matteo Riva Matteo Riva firma un originalissimo romanzo fantapolitico dal titolo “Quarantasette giorni”, inserendosi nel solco della tradizione distopica dei grandi classici. Matteo Riva, la presentazione Sono Matteo Riva, classe 1989, e vivo in provincia di Bergamo.  Sono padre di Alessandro, un…

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L’isola dei conigli o isola maggiore, la perla del Salento

Mare cristallino, acque limpide e un passato che rivela il profondo legame della Puglia con la fauna locale… e, se ciò non bastasse, l’isola dei conigli, nel Salento, è forse una delle poche isole italiane raggiungibili a piedi.  Ebbene sì, perché poche centinaia di metri separano questa meravigliosa isola, un tempo abitata da conigli di moltissime specie, dalla terraferma, al punto che i più giovani e intraprendenti possono evitare di utilizzare la barca e andarci semplicemente a piedi, aiutati solo dalla forza delle loro gambe. Ma bando alle ciance, questa descrizione dell’isola fatta da Maria Cristina Carioti nel suo nuovo romanzo, Uno strano amore a Parigi, descrive più di mille parole l’incanto di questo luogo. Presto disponibile Dal libro La piccola barchetta avanzava sullo stretto lembo di mare che separa il porto dall’Isola dei Conigli. Era Domenica e Nancy aveva chiesto a Salvo, suo marito, di accompagnare lei e le cugine parigine sull’Isola.  «Il mare è sempre così calmo?» chiese Madame Laramie, che ammirava estasiata l’acqua cristallina talmente immobile da sembrare una piscina. «Quasi sempre» rispose Salvo.  «E tutte queste alghe?» «Ci sono proprio perché il mare si muove poco.» «L’acqua è così limpida…» aggiunse Giorgia, che ricordava poco il mare della Puglia.  Maria ascoltava e non parlava. Quella gita aveva mosso dentro il suo cuore una tempesta di sentimenti che le impedivano di parlare. Non poteva farlo: sicuramente le lacrime, che tratteneva a stento, sarebbero scese copiose. Quanti ricordi! Quell’isola era stata per lei – come per tanti ragazzi del paese – l’angolo di paradiso dove vivere l’amore. Anche per Nancy era stato così, e il fatto di poterla raggiungere a piedi era stato il motivo per cui i ragazzi del paese la prediligevano.  Appena arrivati al piccolo molo, Salvo ormeggiò la barca e scesero tutti. Il molo, se così si poteva chiamare, era molto piccolo e in legno. Passandoci sopra si aveva la sensazione che potesse sgretolarsi sotto i piedi, perché scricchiolava e si muoveva. Madame borbottò qualcosa di incomprensibile e accelerò il passo, per quanto possibile.  Dopo aver attraversato una piccola pineta, la comitiva raggiunse una spiaggia con il mare racchiuso in un’insenatura che non raggiungeva il metro di altezza. La sabbia bianchissima regalava la sensazione di trovarsi alle Maldive. «Questo posto è un paradiso!» esclamò Madame Laramie guardandosi intorno. «Non si può credere che ci possano essere dei luoghi ancora incontaminati come questi.» Nancy propose: «Che dici, Giorgia, se prendiamo il sole dentro l’acqua?» «In effetti qui è molto bassa… va bene, ci sto.» «Noi andiamo a pescare» disse Salvo facendo l’occhiolino al piccolo Filippo, figlio suo e di Nancy. «Io porto Antonella a scoprire l’isola.» Maria prese sottobraccio l’anziana signora e si diresse verso un’altra spiaggia. «Questo posto è magnifico. Io non ricordo di esserci mai venuta.» Giorgia si guardò intorno, meravigliata.   «Può essere» rispose Nancy, che si spogliò e si mise a prendere il sole immergendosi nell’acqua. Madame Laramie era entusiasta di quella gita. «Ci voleva proprio! Sono felice di essere venuta in questo paradiso. Se avessi aspettato ancora, probabilmente non sarei potuta più venire.» «È da molto, lo sai, che sarei voluta tornare. Ma non senza Giorgia. Volevo che anche lei venisse e ricordasse le sue origini.» «Hai ragione, Maria.»  «Spero che qui possa trovare la serenità.»  «Lo sai che, fino a che non riabbraccerà Pierre, non la troverà. Dobbiamo farcene una ragione: si amano molto, quei due. E poi io credo nell’innocenza di quel ragazzo.» «Parli così proprio tu, che sei stata la prima a non volerlo al fianco di Giorgia.» Madame si fermò e, guardando negli occhi Maria, le rispose: «La prima sei stata tu, mia cara. Io ho persino dato la casa a Giorgia.» «Sì, ma dopo che aveva detto che avrebbe lasciato la danza.» Una lacrima scese sul duro volto di Madame, e Maria si pentì di aver detto quelle parole. La prese sottobraccio e ricominciò a camminare. «Non serve recriminare, ora, e poi noi non c’entriamo nulla con l’incidente.» «Hai ragione, tutto ciò che dobbiamo fare è stare vicine a Giorgia. Forse, però, possiamo andare con lei dall’avvocato e sentire bene i fatti, le prove. Chissà, potrebbe venirci in mente qualcosa che aiuterebbe Pierre.» Maria si fermò di nuovo, guardò Madame e disse: «Sei una donna speciale, sai? Hai ragione, dobbiamo impegnarci… forse più tu, visto che sei esperta di teatro.  Quando torneremo a Parigi, faremo come dici tu.» Continuarono a passeggiare con l’animo risollevato, unite dall’amore per Giorgia. *** La calura del sole era attenuata dall’acqua, che copriva completamente il corpo di Nancy e Giorgia. Solo la testa emergeva, ed era appoggiata sulla sabbia. Stavano lì come due lucertole al sole, tentando di sciogliere la tensione.  Nancy, però, era ansiosa di sapere il resto della storia, anche se era titubante nel disturbare la quiete di cui Giorgia sembrava così tanto aver bisogno. Tuttavia, la sua sete di sapere si stava facendo pressante, tanto più che ora erano da sole. Quando sarebbe tornato il resto della compagnia, difficilmente avrebbero potuto parlare. Così chiese: «Poi cosa è successo quella sera al bar?» Giorgia si girò, e un sorriso malizioso le comparve sul volto: «Sei curiosa di sapere, vero?» «Veramente…» Nancy cercò una scusa, ma non la trovò. «Comunque Pierre, dopo aver ascoltato la storia della mia vita, si rese conto che anch’io avevo umili origini e che ero cotta di lui. Così ci amammo lì, in quel posto inconsueto per l’amore. Presi dalla passione, ci lasciammo trasportare e per me fu la magnifica prima volta.»

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