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Il libraio che chiude per andare alla recita dei figli

Questi giorni non torneranno e noi non possiamo perderli Recita così il cartello esposto nella libreria Ubik di Vico Equense, nella provincia metropolitana di Napoli, che venerdì 16 Dicembre ha esposto sulla vetrina del negozio il suo originale messaggio.  Quante volte noi genitori ci siamo sentiti impossibilitati ad andare alle recite dei nostri bambini a causa della miriade di impegni lavorativi, che sotto Natale diventano ancora più intensi?  Ma i librai del piccolo negozio a conduzione familiare non ci stanno e decidono di prendersi una pausa dal lavoro, spiegando le loro motivazioni sui social con un commovente pensiero.  L’augurio è che molte più persone, durante le feste, prendano esempio da loro e dedichino più tempo alla famiglia, agli amici e agli affetti. In fondo è proprio questo il miracolo di Natale che noi tutti vorremmo ricevere. 

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3 cose assurde di Candy Candy

di Arianna Ciancaleoni Per i nati negli anni Settanta e Ottanta, il ricordo dei cartoni animati dell’infanzia è un misto tra nostalgia e terrore: alzi la mano chi può smentirmi! Questo, perché tutte le storie che la TV ci propinava quando eravamo bambini avevano denominatori comuni: uno o più traumi devastanti che funestavano le vite dei protagonisti. Chi era orfano di madre, chi di entrambi i genitori, chi aveva a che fare con la morte delle persone amate, chi soffriva per amore, chi subiva maltrattamenti o viveva in povertà. E poi c’era chi, come Candy Candy, tutte queste cose le subiva insieme, dalla prima all’ultima puntata. Per fare un parallelismo con i generi moderni, potremmo dire che Candy era proprio la regina dell’angst! A noi, crescere con le assurdità della sua vita, non ha fatto proprio benissimo: ecco quindi 3 cose assurde di Candy Candy su cui vale la pena riflettere.  Prima assurdità: tutti i traumi di Candy Candy Orfana di entrambi i genitori, Candy vive nella casa di Pony, e sembra serena.  Ma guai, non è davvero possibile! Quindi, intanto carichiamola di un primo amore spezzato per il bellissimo Principe della Collina, che muore cadendo da cavallo (Via col vento insegna), e il tradimento della migliore amica Annie, colpevole di lasciarla in orfanotrofio da sola, preferendo essere adottata. Possiamo davvero fargliene una colpa? Candy sì.  Quando finalmente anche Candy ottiene l’adozione da parte della famiglia Legan, che in teoria dovrebbe caricarla d’amore, tutti, a partire dai fratellastri Iriza e Neal, la trattano come una schiava, bullizzandola, spalleggiati dalla tremenda zia Elroy.  A un certo punto, sembra aver trovato degli amici sinceri in Albert, un vagabondo, e i fratelli Archie e Stear, ma quest’ultimo muore durante la Prima Guerra Mondiale, dove Candy si arruola come crocerossina.  Nel frattempo, finalmente, incontra Terence. Ma lasciamolo un attimo da parte, lo riprenderemo dopo. Perché i drammi non finiscono mica con l’incontro dell’anima gemella, no. Abbiamo Albert che perde la memoria durante un’esplosione, Terence che s’innamora di una collega attrice, Neal che si accende improvvisamente e inspiegabilmente d’amore per Candy e comincia a ricattarla.  E infine, proprio nelle ultime puntate, Candy scoprirà che il mai dimenticato Principe della Collina, altri non era che proprio Albert, che in verità è ormai suo tutore legale e che alla fine della storia sposerà. Quindi, dopo l’amore platonico, quello per il bad boy e la persecuzione da parte del fratellastro adottivo, sposa il padre adottivo.  Se vi siete persi (e siete anche un po’ scioccati), niente paura, perché potrebbe anche non essere andata davvero così…  Seconda assurdità: il finale italiano Terence è stato, per molte di noi, il primo vero incontro con un bad boy. Quello che prende in giro Candy chiamandola “Signorina Tutte Lentiggini”, quello figlio di un nobile ma ribelle in tutto e per tutto, che fuma e che vuole fare l’artista intorno al mondo. Candy se ne innamora perdutamente ma, crocerossina di professione e di fatto, lo vuole cambiare. E lui non glielo lascia fare. Infatti la molla per Susanna, personaggio ancor più drammatico e totalizzante, che minaccia di uccidersi se lui la lascerà.  Con queste premesse, può finire bene? Secondo i creatori giapponesi, no. Ma le italiane, si sa, preferiscono il bad boy. E quindi, per accontentarle, i doppiatori italiani si inventarono di sana pianta un nuovo finale, tagliando e modificando ad arte l’incontro di Candy e Terence alla stazione. Quindi, per noi italiane, Candy ottiene almeno una gioia, dopo aver seminato panico e distruzione ovunque che neanche Jessica Fletcher. Non che le sarebbe andata male, neanche con Albert: entrambi ricchissimi, bellissimi e innamorati di lei!  Terza assurdità: i capelli di Candy Questo percorso catartico che da tutti i traumi del mondo porta, finalmente, alla felicità – qualunque essa sia – accomuna più o meno tutti i cartoni di quegli anni, soprattutto di origine giapponese. C’è solo una cosa che, durante tutti i 115 episodi, non cambia mai: i capelli di Candy. Folti, sempre biondissimi e acconciati in due codini laterali tenuti da un fiocco. A ogni età e in ogni condizione, li porta sempre allo stesso modo, alla faccia dell’umidità e dei tagli sbagliati che tutte noi, negli anni, abbiamo sperimentato. Le puntate in cui qualcuno, raramente, glieli pettina o glieli scioglie, erano sempre una grande soddisfazione, nessuno sa bene perché. Anche questa, tutto sommato, è un’altra cosa assurda. 

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Come si festeggiava il Natale nel medioevo?

Il Natale è uno dei periodi più belli e gioiosi dell’anno proprio perché, oltre alla felicità di scambiarsi i regali, si rispolverano antiche e nuove tradizioni da condividere con le persone amate. Fare l’albero, mangiare un buon panettone insieme ai parenti, scartare tanti pacchetti… sono solo alcune delle gioie del Natale, ma questa festa si è sempre svolta nella maniera in cui siamo abituati? Nel Medioevo, per esempio, Il Natale non era importante come al giorno d’oggi, essendoci festività ben più significative, due delle quali erano la Santa Pasqua e la Santa Annunciazione, che veniva celebrata ogni 25 Marzo per ricordare la data che, secondo i cattolici, rappresentava il giorno del concepimento di Gesù nel ventre di Maria. Ebbene sì, non sempre il Natale ha avuto un significato universale come lo ha oggi. Gli storici sostengono che durante il Medioevo una grande parte della popolazione europea non festeggiava affatto il Natale e, per quanto riguarda chi lo festeggiava, era solito far precedere questo periodo da un lungo digiuno che cominciava intorno al dieci o all’undici novembre, e che perdurava fino al 25 Dicembre. Questo periodo era conosciuto come Avvento, decisamente diverso dalle tradizioni odierne, dove a questo termine di solito associamo un calendario che regala a grandi e piccini dei doni quotidiani… siano essi cioccolatini o piccoli oggetti. Per la popolazione medievale l’Avvento era un periodo di grande privazione e sofferenza, atto a purificarsi per festeggiare degnamente il giorno della nascita di Gesù. C’è da dire, però, che durante il periodo dell’Avvento moltissimi teatranti giravano di città in città donando divertimento e spettacoli al pubblico attraverso piccole recite per bambini, ma anche canti e liturgie. All’epoca fare l’albero di Natale non era una tradizione così diffusa, in quanto l’albero avrebbe preso piede nelle case degli europei solo nel Diciannovesimo secolo. Erano perlopiù i comuni e le città medio grandi a imbastire degli alberi di abete, collocandoli nelle piazze, così che tutti potessero goderne, ma questa pianta non aveva di certo il valore simbolico che ha oggi, né era altrettanto diffusa. A livello di singole famiglie, chi festeggiava il Natale decorava quindi la propria casa con frutti e piccoli manufatti colorati realizzati a mano. Non c’erano nemmeno i regali di Natale, in quanto era tradizione scambiarsi piccoli doni il primo giorno del nuovo anno. Per alcuni sarà questa la parte più sconvolgente del Natale durante il medioevo, perché per noi pensare a questa festa senza nemmeno un piccolo dono è qualcosa di veramente surreale. Ma c’è di più perché, per ciò che riguarda il cibo, era abbastanza comune riservare al 25 dicembre l’utilizzo di formaggi, di carne – soprattutto di cavallo e di manzo – e bevande alcoliche come birra e vino, tuttavia non erano molte le famiglie in grado di permettersi tali lussi. Per fortuna Il Natale medievale era pervaso da un grande spirito caritatevole, molto più accentuato rispetto a oggi, cosicché i nobili e le famiglie borghesi si sentivano spesso spinti a donare ai più poveri parte dei loro sontuosi banchetti. Molti nobili medievali avevano persino l’abitudine di installare nelle loro case una scena della Natività inserita nel contesto di una caverna: non un vero e proprio presepio, ma una scena che ricordasse alle persone la santità di quel giorno di quasi un millennio e mezzo prima, in cui Dio si sentì finalmente pronto a reincarnarsi in un essere umano.

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Lo tsunami del 26 Dicembre 2004, il terribile evento che cambiò il nostro rapporto con la natura

Il 26 Dicembre 2004 sarebbe potuta essere una domenica qualsiasi. Anzi, lo sarebbe di sicuro stata,  almeno  in Italia, se nelle prime ore del pomeriggio non fosse giunto, all’attenzione dei telegiornali di tutto lo stivale, un evento drammatico accaduto dall’altra parte del mondo. Tutt’attorno all’oceano indiano, quel giorno, le persone comuni cominciavano a dedicarsi alle loro occupazioni quotidiane – chi pescando, chi lavorando negli alberghi, chi avendo a che fare con le migliaia di turisti della zona. Tutto sarebbe cambiato alle 7:58 (ora locale), quando un terremoto di magnitudo 9,3 causò un’onda gigantesca nell’Oceano Indiano. Un movimento improvviso che ha rilasciato una quantità di energia inimmaginabile, che gli studiosi stimano essere superiore circa 500 milioni di volte la bomba atomica sganciata su Hiroshima negli anni ‘40. Le persone più vicine all’epicentro hanno sentito il terremoto, ma nessuno avrebbe sospettato che la vera tragedia sarebbe accaduta circa 10 minuti dopo. Quel giorno passò alla storia come uno dei peggiori per l’intera umanità, perché il numero di vittime degli tsunami generati dal terremoto è tutt’ora sottostimato.  Ma cosa successe davvero? Quando, intorno alle 08:10, il mare si è ritirato dalla costa devastata del nord di Sumatra, quattro enormi onde si sono schiantate sulla riva, la più alta delle quali era di ben 24 metri di altezza, arrivando in alcune zone montuose a raggiungerne i 30.  Dopo Sumatra è stato il turno della Thailandia, che un’ora dopo fu travolta da una serie di onde che raggiunsero  l’entroterra, uccidendo 168.000 persone. E poi ancora le Maldive, dove 108 persone hanno perso la vita, per poi arrivare sino in India e nello Sri Lanka, a distanza di sole due ore dall’inizio di quel terribile incubo. Si tratta del terzo terremoto più potente dal 1900, e del più mortale mai registrato dalla storia dell’uomo. Quel 26 dicembre del 2004 tante cose sono cambiate, compreso il nostro rapporto con la natura, che ha risentito di questa tragedia facendo capire al mondo intero quanto possa essere crudele il mare e pericoloso il risvegliarsi della terra. Ma torniamo alle Maldive,  e al 26 Dicembre di quel terribile anno.  Lo facciamo perché il nuovo romanzo di Marcella Ricci, La promessa di un inverno, è sì una storia d’amore piena di trasporto e colpi di scena,  ma contiene in sé una particolarità non da poco.     Il libro, infatti, è ambientato proprio alle Maldive, durante quel drammatico 26 dicembre 2004,  e gli stessi protagonisti, Francesco – un pilota d’aereo cinico e distaccato –  e Aurora – biologa marina che si trova alle Maldive per studiare alcuni animali del luogo – si ritroveranno alle prese con la forza erculea della natura, dovendo compiere scelte drammatiche legate alla propria sopravvivenza… e a quella del loro amore. Un romance che ha tutte le caratteristiche dei più bei romanzi d’amore, e che al tempo stesso ripercorre uno dei momenti storici più drammatici degli anni 2000, riportandoci a quel tempo e a quel luogo, senza però mai dimenticare che il fulcro di tutto è lottare per salvaguardare gli altri.  La promessa di un inverno, cover e sinossi Clicca sull’immagine per ingrandire Un pilota deluso dall’amore Una giovane biologa marina che cerca un posto da chiamare casa Natale 2004 Per Francesco questa è una notte come un’altra. Pilota d’aereo con l’animo indurito dalle delusioni, sa che il giorno successivo sarà identico a quello precedente, costellato da un lavoro che risucchia tutte le sue energie, una donna a caso che gli scalderà il letto… e poi l’ennesimo hotel, identico a quello in cui si trova adesso, testimone solitario di una vita sempre più vuota. Non riesce a dormire, Francesco… e così, quando si affaccia alla finestra di quella stanza anonima, nota un airone volare verso l’orizzonte. Un’illuminazione arriva all’improvviso: là fuori c’è una donna che lo aspetta, qualcuno in grado di catturare il suo cuore per non lasciarlo andare mai più. Ma come farà a trovarla? ***Aurora è una biologa marina che vive alle Maldive, alla ricerca di una casa del cuore: un posto da considerare suo, dove rifugiarsi e sentirsi accettata. Gli animali sono tutto il suo mondo e così, quando trova un giovane airone con l’ala ferita, non può fare a meno di prenderlo con sé. Tutto ciò che vuole è donargli una seconda possibilità, senza sapere che quel salvataggio la condurrà dritta tra le braccia del destino, verso una promessa che cambierà la sua vita. E quella di Francesco. Presto disponibile online e in libreria

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