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La grande umiliazione: il secolo oscuro della Cina che Pechino non ha dimenticato

Per comprendere davvero la Cina contemporanea, la sua sensibilità nei confronti della sovranità nazionale e la diffidenza con cui una parte dell’opinione pubblica guarda ancora alle potenze occidentali e al Giappone, bisogna tornare a un periodo che nella memoria storica cinese occupa uno spazio enorme. È il cosiddetto «secolo dell’umiliazione», un arco temporale generalmente fatto iniziare con la Prima guerra dell’oppio, nel 1839, e concludere con la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. La definizione è potente e, come tutte le grandi formule storiche, semplifica una realtà molto più complessa. Eppure racconta qualcosa di essenziale: per circa un secolo la Cina, che per lunghissimo tempo aveva pensato sé stessa come uno dei grandi centri politici e culturali del mondo, dovette confrontarsi con sconfitte militari, imposizioni commerciali, perdita di territori, concessioni alle potenze straniere, invasioni e infine con la devastante guerra contro il Giappone. Fu uno shock politico, economico e soprattutto culturale. Le sue conseguenze arrivano fino al presente. Prima dell’umiliazione: un impero convinto della propria forza All’inizio dell’Ottocento la Cina era governata dalla dinastia Qing, fondata dai Manciù nel XVII secolo. L’impero controllava un territorio vastissimo e possedeva una popolazione enorme, una burocrazia sofisticata e una tradizione statale millenaria. Agli occhi della corte imperiale, gli europei erano interlocutori commerciali importanti, certamente, ma difficilmente potevano essere considerati il centro del mondo. Il problema era che gli equilibri internazionali stavano cambiando molto rapidamente. La Rivoluzione industriale aveva trasformato alcune potenze europee, e soprattutto la Gran Bretagna, fornendo loro capacità produttive, finanziarie, navali e militari che avrebbero alterato profondamente i rapporti di forza globali. Londra acquistava dalla Cina enormi quantità di tè, seta e porcellana; al contrario, molti prodotti britannici incontravano una domanda cinese decisamente inferiore. Il risultato era uno squilibrio commerciale che preoccupava gli inglesi. Una delle risposte fu l’oppio. Le guerre dell’oppio: quando il commercio arrivò accompagnato dai cannoni L’oppio prodotto soprattutto nell’India britannica venne introdotto in quantità crescenti nel mercato cinese, nonostante le restrizioni imposte dalle autorità Qing. La diffusione della sostanza provocò conseguenze sociali ed economiche molto serie e spinse il governo imperiale a intervenire. Nel 1839 il funzionario Lin Zexu, inviato a Canton per reprimere il traffico, confiscò e fece distruggere grandi quantità di oppio appartenenti ai commercianti stranieri. La crisi diplomatica degenerò nella Prima guerra dell’oppio, combattuta tra il 1839 e il 1842. La superiorità navale e tecnologica britannica si rivelò schiacciante. La guerra terminò con il Trattato di Nanchino del 1842, destinato a diventare il simbolo di quelli che in Cina sarebbero stati ricordati come i «trattati ineguali». La Cina dovette aprire diversi porti al commercio britannico, pagare un’importante indennità e cedere Hong Kong alla Gran Bretagna. Per la corte Qing fu una sconfitta durissima. Ancora più destabilizzante fu ciò che quella sconfitta dimostrava: l’impero non possedeva più la superiorità che aveva attribuito a sé stesso. La Seconda guerra dell’oppio, combattuta tra il 1856 e il 1860 contro Gran Bretagna e Francia, aggravò ulteriormente la situazione. Le potenze occidentali ottennero nuove concessioni commerciali e diplomatiche e, nell’ottobre 1860, le truppe anglo-francesi saccheggiarono e incendiarono l’Antico Palazzo d’Estate di Pechino. La distruzione dello Yuanmingyuan sarebbe rimasta una delle immagini più dolorose della memoria dell’Ottocento cinese. I «trattati ineguali» e una sovranità sempre più fragile Durante i decenni successivi, diverse potenze straniere ottennero privilegi sul territorio cinese. Porti aperti forzatamente al commercio, concessioni, diritti extraterritoriali e condizioni economiche favorevoli agli stranieri ridussero progressivamente la capacità della Cina di esercitare pienamente la propria sovranità. Le città portuali divennero il luogo in cui questa nuova realtà risultava maggiormente visibile. Shanghai ne rappresentò forse l’esempio più celebre. Alcune zone della città furono amministrate attraverso concessioni straniere e svilupparono ambienti urbani profondamente influenzati dalla presenza occidentale. Per molti cinesi, il problema non consisteva semplicemente nel vedere europei vivere e commerciare nel Paese: era l’esistenza di spazi nei quali lo Stato cinese disponeva di un’autorità limitata a rendere evidente la debolezza dell’impero. Nel frattempo la Cina era sconvolta anche da gigantesche crisi interne. La rivolta dei Taiping, esplosa nel 1850 e conclusa nel 1864, fu una delle guerre civili più sanguinose della storia. A essa si aggiunsero altre rivolte, difficoltà finanziarie, tensioni sociali e una crescente incapacità del governo Qing di controllare efficacemente un territorio immenso. Il «secolo dell’umiliazione», dunque, non fu semplicemente la storia di una Cina aggredita dall’esterno. Fu anche la storia di uno Stato attraversato da profonde debolezze interne mentre il sistema internazionale attorno a esso cambiava con una velocità impressionante. Poi arrivò il Giappone Se le sconfitte contro gli occidentali erano state traumatiche, quella contro il Giappone ebbe un significato particolare. Tra il 1894 e il 1895 Cina e Giappone combatterono la Prima guerra sino-giapponese, principalmente per il controllo e l’influenza sulla Corea. La Cina perse. Il Trattato di Shimonoseki costrinse i Qing a riconoscere l’indipendenza della Corea, rinunciare a importanti posizioni e cedere Taiwan al Giappone. La sconfitta mostrò con brutale chiarezza che il problema cinese non riguardava ormai soltanto la competizione con le potenze europee: persino un vicino asiatico che aveva modernizzato rapidamente il proprio Stato era riuscito a superare militarmente l’antico impero. La necessità di riformare la Cina diventava sempre più urgente. La rivolta dei Boxer e gli eserciti stranieri a Pechino Alla fine dell’Ottocento il risentimento verso l’ingerenza straniera e la presenza missionaria cristiana contribuì alla nascita del movimento conosciuto in Occidente come rivolta dei Boxer. Nel 1900 la crisi raggiunse Pechino. Un’alleanza internazionale composta da otto potenze — tra cui Giappone, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti e Italia — intervenne militarmente. Le truppe straniere entrarono nella capitale. L’immagine possedeva una forza simbolica enorme: soldati provenienti da potenze straniere occupavano il cuore politico dell’impero cinese. Il successivo Protocollo dei Boxer del 1901 impose alla Cina una pesantissima indennità e ulteriori condizioni. La dinastia Qing sopravvisse ancora per poco più di un decennio. Nel 1911 scoppiò la rivoluzione e nel 1912 l’ultimo imperatore, il bambino Pu Yi, abdicò. Dopo oltre duemila anni di storia imperiale, la Cina diventava formalmente una repubblica. Il

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Quando la fedina penale te la bruciavano sulla pelle: la terribile storia dei criminali marchiati a fuoco

Oggi una condanna penale lascia dietro di sé fascicoli, registri, sentenze e dati conservati negli archivi dello Stato. Per secoli, invece, la giustizia europea conobbe un sistema molto più immediato e terribile per rendere riconoscibile chi aveva commesso determinati reati: scrivere la condanna direttamente sul corpo. Non è un modo di dire. Ladri, falsari, vagabondi recidivi e altri condannati potevano essere marchiati a fuoco, spesso sulla spalla, sulla mano o in altre parti del corpo stabilite dalle diverse legislazioni. Una lettera impressa sulla pelle raccontava ciò che quella persona aveva fatto, o almeno ciò per cui era stata condannata, e soprattutto rendeva estremamente difficile liberarsi del proprio passato anche dopo avere terminato la pena. La marchiatura giudiziaria è uno degli aspetti che oggi ci appaiono più inquietanti della storia della giustizia europea perché mostra una concezione della pena molto distante dalla nostra: il colpevole doveva essere punito, naturalmente, ma in molti sistemi penali doveva anche essere riconoscibile. La condanna, in altre parole, poteva sopravvivere alla pena. Quando il corpo diventava una fedina penale   Per capire perché qualcuno potesse considerare ragionevole imprimere un ferro rovente sulla pelle di un ladro bisogna dimenticare, per un momento, il mondo contemporaneo. Non esistevano banche dati digitali, fotografie sui documenti o sistemi centralizzati capaci di verificare in pochi secondi l’identità e i precedenti di una persona. Anche quando esistevano registri giudiziari e descrizioni dei condannati, far circolare rapidamente queste informazioni da una città all’altra era tutt’altro che semplice. Un uomo poteva scontare una pena, spostarsi altrove, cambiare nome e tentare di ricostruirsi un’identità. Per una società fortemente preoccupata dalla recidiva, questa possibilità rappresentava un problema concreto. Il marchio forniva una soluzione tanto rudimentale quanto brutale: trasformare il corpo stesso in un documento. La cicatrice diventava una specie di casellario giudiziario impossibile da lasciare a casa. Un magistrato, un carceriere o un’altra autorità potevano riconoscere nel corpo di una persona il segno di una precedente condanna; e una nuova infrazione, proprio perché commessa da un recidivo, poteva comportare conseguenze ancora più severe. La pena assumeva così una dimensione permanente. Non terminava necessariamente quando si aprivano le porte del carcere. Ladri marchiati a fuoco: non accadeva soltanto in Francia La marchiatura dei criminali attraversa epoche e ordinamenti diversi, e sarebbe quindi sbagliato immaginarla come una peculiarità francese. Anche l’Inghilterra conobbe a lungo forme di marchiatura giudiziaria. In determinati periodi lettere impresse sul corpo permettevano di indicare la natura della condanna o particolari circostanze giudiziarie. La celebre T, per esempio, poteva indicare thief, «ladro». Il sistema cambiò più volte nel corso dei secoli e non tutti i condannati venivano marchiati nello stesso modo; proprio questa variabilità è importante, perché non esistette un unico codice europeo della marchiatura. Luogo del marchio, lettere utilizzate, categorie di reato e significato giuridico dipendevano dal paese e dal periodo storico. Rimaneva però un principio comune: rendere il passato criminale leggibile sul corpo. E dietro questo principio si nascondeva qualcosa di ancora più profondo della necessità di identificare un recidivo. Punire significava anche mostrare La giustizia dell’età moderna era profondamente spettacolare. Le esecuzioni avvenivano davanti alla folla; la gogna esponeva pubblicamente il condannato; le frustate potevano essere inflitte sotto gli occhi della comunità. Persino il percorso verso il patibolo possedeva una dimensione rituale. La pena doveva essere vista. La marchiatura apparteneva alla stessa cultura giudiziaria. Il dolore fisico costituiva una parte della punizione, mentre la cicatrice ne garantiva la sopravvivenza simbolica. Il corpo ricordava al condannato la propria colpa e, soprattutto, poteva ricordarla agli altri. Il criminale veniva quindi colpito due volte: attraverso la sofferenza della pena e attraverso la compromissione della propria reputazione futura. In società nelle quali l’onore, la rispettabilità e le referenze personali avevano un peso enorme, essere riconosciuti come ex criminali poteva significare incontrare ostacoli nel trovare un impiego, costruire relazioni sociali o ricominciare altrove. La marchiatura contribuiva così a produrre una contraddizione feroce: dopo avere scontato il proprio debito con la giustizia, una persona poteva ritrovarsi materialmente incapace di lasciarsi alle spalle quella condanna. La Francia e le lettere impresse sulla spalla Il caso francese è particolarmente interessante perché il sistema sopravvisse fino all’Ottocento. Nel diritto penale francese la marchiatura, il flétrissement, venne utilizzata in relazione ad alcune condanne gravi. Dopo essere stata abolita durante la Rivoluzione, fu reintrodotta sotto Napoleone e mantenuta durante la Restaurazione, prima della sua definitiva abolizione nel 1832. Il Codice penale del 1810 prevedeva la marchiatura per determinate categorie di condannati. Chi era destinato ai lavori forzati poteva portare sulla spalla destra il marchio T.P., abbreviazione di travaux à perpétuité, nel caso dei lavori forzati a vita, oppure T per i lavori forzati a tempo. A queste indicazioni potevano aggiungersi altre lettere legate a particolari reati. Non si trattava quindi di un marchio genericamente equivalente a «criminale». Quelle lettere potevano trasmettere informazioni sulla condanna e trasformavano il corpo in una rudimentale classificazione penale. Per chi le sapeva interpretare, pochi caratteri potevano raccontare una storia terribile. E poi c’erano i falsari Tra i reati che suscitavano una particolare preoccupazione figurava la falsificazione. Oggi la parola «falsario» fa pensare facilmente a quadri contraffatti o firme imitate, ma nell’Ottocento il campo della falsificazione era molto più ampio e poteva riguardare documenti, titoli, moneta e altri strumenti dai quali dipendeva la fiducia economica e amministrativa. Il falso poteva colpire direttamente l’autorità dello Stato. Per questo nei sistemi giudiziari dell’epoca la falsificazione poteva essere trattata con estrema severità. Nel sistema francese, alla lettera relativa ai lavori forzati poteva aggiungersi una F nei casi previsti per i falsari. Da qui deriva un dettaglio che ricorre anche nella letteratura ottocentesca: la possibilità che un individuo apparentemente rispettabile nasconda sotto gli abiti un marchio capace di smascherarlo. Un uomo può chiamarsi marchese, indossare abiti costosi, frequentare salotti eleganti e mostrare un enorme diamante; ma se sulla sua spalla esiste il marchio di una precedente condanna, tutta la sua identità può improvvisamente essere rimessa in discussione. Cambiare nome era più facile che cambiare pelle È proprio questo uno degli aspetti che

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Il fantasy per ragazzi: cinque modi in cui può salvarci

Draghi, regni perduti, scuole di magia, creature impossibili, profezie, portali che conducono altrove. Per molto tempo una parte della critica ha guardato al fantasy per ragazzi con una certa condiscendenza, come se fosse una letteratura destinata soprattutto a chi desidera fuggire dalla realtà: piacevole, certamente; avventurosa, magari persino educativa; ma comunque meno necessaria di quella narrativa che sceglie di confrontarsi direttamente con il mondo così com’è. Il problema di questa interpretazione è che parte da un equivoco. Il fantasy non nasce necessariamente per portarci lontano dalla realtà. Molto spesso costruisce un mondo impossibile proprio per permetterci di osservare meglio quello possibile. È una funzione antichissima della narrazione. Prima ancora che esistesse la categoria editoriale che oggi chiamiamo fantasy, gli esseri umani raccontavano storie di mostri, metamorfosi, divinità, foreste incantate, morti che ritornano e imprese impossibili. Il soprannaturale consentiva di dare una forma narrativa alle paure, ai desideri e ai conflitti che altrimenti sarebbero rimasti difficili da nominare. La letteratura fantastica contemporanea ha ereditato anche questa capacità e, quando si rivolge ai più giovani, può diventare uno spazio straordinariamente potente nel quale sperimentare il mondo senza esserne ancora travolti. Per questo il fantasy per ragazzi può, in un certo senso, salvarci. Non perché un romanzo possa risolvere magicamente i problemi di chi lo legge, naturalmente, ma perché esistono momenti della crescita nei quali trovare le parole per comprendere ciò che stiamo vivendo è già una forma di salvezza. 1. Ci insegna ad avere paura senza esserne sopraffatti C’è una ragione se le storie destinate ai bambini sono sempre state molto più spaventose di quanto gli adulti contemporanei tendano a ricordare. Le fiabe tradizionali sono piene di boschi nei quali ci si perde, genitori che scompaiono, streghe, lupi, orchi, abbandoni, fame e morte. Nel fantasy moderno il repertorio cambia, ma la funzione può essere sorprendentemente simile: il mostro permette alla paura di acquisire un corpo. Ed è molto più semplice combattere qualcosa che possiede un nome. Un bambino o un adolescente può provare angoscia, solitudine, gelosia, rabbia, paura dell’abbandono o del fallimento senza essere ancora capace di riconoscere esattamente quello che gli sta accadendo. La letteratura fantastica compie allora un’operazione narrativa preziosa: trasforma qualcosa di astratto in qualcosa che può essere affrontato. La paura diventa un drago. Il dolore diventa una maledizione. L’isolamento diventa una torre. La perdita diventa un regno nel quale qualcuno è scomparso. Naturalmente il drago rimane immaginario, mentre ciò che rappresenta può essere tremendamente reale. Proprio questa distanza permette però al giovane lettore di avvicinarsi a emozioni difficili senza essere costretto ad affrontarle frontalmente. Può osservare un personaggio che trema davanti al mostro e continuare a leggere. Può scoprire che avere paura non significa necessariamente essere codardi e, soprattutto, che il coraggio non coincide con l’assenza della paura. È forse una delle lezioni più importanti che il fantasy possa offrire: gli eroi hanno paura quasi sempre. La differenza è ciò che decidono di fare mentre hanno paura. 2. Ci ricorda che essere diversi può diventare una forza Gran parte della letteratura fantastica comincia con qualcuno che non appartiene completamente al luogo nel quale vive. Il protagonista è troppo strano, troppo debole, troppo impacciato, troppo curioso. Possiede qualcosa che gli altri non comprendono oppure gli manca qualcosa che tutti sembrano avere. Talvolta è letteralmente appartenente a un altro popolo, un’altra specie, un altro mondo. In altri casi la diversità rimane più sottile, ma il meccanismo narrativo è lo stesso: il viaggio comincia da una frattura tra il protagonista e ciò che viene considerato normale. Per un lettore giovane questa dinamica possiede una forza particolare perché crescere significa anche attraversare continuamente il problema dell’appartenenza. Durante l’infanzia e soprattutto l’adolescenza, essere accettati dal gruppo può sembrare una questione gigantesca. Il corpo cambia, cambiano gli interessi, emergono desideri e caratteristiche personali che possono allontanare dalle aspettative della famiglia, della scuola o dei coetanei. In questa fase il fantasy offre qualcosa che la narrativa strettamente realistica non sempre riesce a concedere con la stessa immediatezza: un universo nel quale l’anomalia può smettere di essere semplicemente un difetto. Il ragazzo che non riesce a integrarsi potrebbe essere l’unico capace di parlare con i draghi. La bambina considerata strana potrebbe comprendere una lingua dimenticata. Il personaggio escluso dal villaggio potrebbe essere proprio colui che riuscirà a salvarlo. Bisogna stare attenti, naturalmente, a non trasformare questo schema in un’altra forma di retorica. Nella vita reale non abbiamo bisogno di scoprire di possedere poteri magici per meritare rispetto. Il valore più profondo di queste storie sta proprio un passo prima: insegnano che la normalità non è l’unico parametro attraverso il quale misurare una persona. E qualche volta, a dodici o tredici anni, leggere una storia nella quale lo strano non deve necessariamente smettere di essere strano per trovare il proprio posto nel mondo può essere enormemente importante. 3. Ci permette di parlare delle cose difficili senza trasformarle in una lezione Guerra, discriminazione, razzismo, potere, colonialismo, violenza, lutto, identità, disabilità, disuguaglianza sociale, amore, sessualità, famiglia: non esiste praticamente argomento che il fantasy non possa affrontare. La differenza è che può farlo attraverso una distanza simbolica. Un regime autoritario può diventare un impero governato da un sovrano immortale. Il razzismo può essere raccontato attraverso il conflitto fra popoli immaginari. La discriminazione può emergere attraverso una società nella quale alcune forme di magia sono proibite. Il privilegio può assumere la forma di un potere ereditario riservato a poche famiglie. Questo non significa che il fantasy debba sostituire le storie realistiche né, tantomeno, che ogni discriminazione reale possa essere perfettamente sovrapposta a un conflitto inventato. Le metafore hanno dei limiti e vanno maneggiate con intelligenza. Ma proprio perché non riproduce necessariamente la realtà in maniera letterale, il fantastico può creare uno spazio nel quale il lettore è costretto a interrogarsi sui meccanismi del potere prima ancora di riconoscere le etichette con cui è abituato a identificarli. Un ragazzo può indignarsi perché in un regno immaginario una categoria di persone non può frequentare una scuola. Può trovare assurdo che qualcuno venga

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Si può avere più di una casa? L’identità dei bambini adottati tra origini e appartenenza

Quando si parla di adozione e identità, c’è una domanda che ritorna spesso, anche quando nessuno ha il coraggio di formularla apertamente: un bambino che desidera conoscere le proprie origini sta forse mettendo in discussione la famiglia nella quale è cresciuto? La risposta più semplice è anche quella che, culturalmente, sembriamo fare più fatica ad accettare: no. Voler sapere da dove si viene non significa necessariamente voler andare via da dove si è. Cercare informazioni sulla propria famiglia biologica, sul Paese di nascita, sulla lingua che si sarebbe potuta parlare, sui lineamenti ereditati o sulle circostanze che hanno preceduto l’adozione non cancella gli anni trascorsi con i genitori adottivi, gli abbracci ricevuti, le litigate, le vacanze, le fotografie sul frigorifero, i compleanni festeggiati insieme e quella quantità apparentemente insignificante di gesti quotidiani attraverso cui una famiglia diventa, semplicemente, una famiglia. Eppure il racconto dell’adozione continua spesso a essere costruito intorno a una falsa alternativa: o le origini o l’appartenenza. Come se nel cuore e nell’identità di una persona ci fosse posto per una sola storia. L’identità di un bambino adottato non comincia il giorno dell’adozione Uno degli errori più comuni nel modo in cui raccontiamo l’adozione consiste nel considerarla una sorta di nuovo inizio assoluto. C’è un “prima”, spesso nebuloso e doloroso, e poi arriva un “dopo” che dovrebbe in qualche modo sostituirlo. La nuova famiglia diventa la storia principale, mentre ciò che è avvenuto precedentemente rischia di essere relegato a una specie di prologo del quale sarebbe preferibile parlare il meno possibile. Ma nessuna persona comincia a esistere nel momento in cui entra nella propria famiglia adottiva. Prima di quel momento esiste già una storia. A volte è lunga, altre volte brevissima; può essere conosciuta nei dettagli oppure essere composta quasi esclusivamente da domande. Esistono comunque un luogo di nascita, un corpo, una genealogia biologica e una serie di circostanze che hanno condotto all’adozione. Nell’adozione internazionale si aggiungono inoltre un Paese, una cultura e talvolta una lingua diversa da quella che diventerà la lingua quotidiana del bambino. Riconoscere l’esistenza di questa storia non diminuisce l’importanza della famiglia adottiva. Significa, piuttosto, riconoscere al bambino il diritto di percepire la propria vita come una vicenda intera, senza essere costretto a cancellarne una parte per legittimarne un’altra. È proprio qui che la parola appartenenza diventa interessante. Perché siamo abituati a immaginarla come qualcosa di esclusivo: appartengo qui, dunque non posso appartenere anche altrove. Ma l’identità umana funziona raramente in maniera così ordinata. Possiamo sentirci profondamente legati alla città nella quale siamo cresciuti e continuare a considerare importante quella nella quale siamo nati; possiamo amare la lingua che parliamo ogni giorno e provare curiosità per quella dei nostri antenati; possiamo riconoscere pienamente qualcuno come nostro padre o nostra madre senza smettere di domandarci da chi abbiamo ereditato il colore degli occhi. Le appartenenze possono sommarsi. Conoscere le proprie origini non significa amare meno la famiglia adottiva È forse questo uno degli equivoci più dolorosi che possono accompagnare il tema della ricerca delle origini. La curiosità del figlio adottivo rischia di essere interpretata dagli adulti come una valutazione implicita della famiglia presente: se vuole sapere chi erano i suoi genitori biologici, forse noi non siamo stati abbastanza. Se desidera visitare il Paese in cui è nato, forse non sente davvero questo come casa sua. Se fantastica sulla propria famiglia d’origine, forse vorrebbe una vita diversa. Ma sono conclusioni che nascono soprattutto dalla paura degli adulti. Una persona può essere felice della propria famiglia e avere comunque delle domande. Anzi, proprio la sicurezza affettiva può offrire lo spazio necessario per formularle senza sentirsi minacciata dalla possibilità delle risposte. C’è poi una differenza fondamentale tra cercare qualcuno e cercare se stessi. Quando una persona adottata vuole conoscere le proprie origini, le due dimensioni possono naturalmente intrecciarsi, ma la ricerca non riguarda necessariamente il desiderio di ricostruire un rapporto con la famiglia biologica. Può riguardare qualcosa di molto più elementare: comprendere la propria storia. Da chi viene il mio naso? C’erano persone alte nella mia famiglia? Perché sono stato dato in adozione? Qual era il mio primo nome? Qualcuno mi ha tenuto in braccio appena nato? Ho fratelli? Perché sono nato proprio lì? Quali circostanze hanno portato gli adulti a prendere determinate decisioni? Sono domande che toccano il nucleo stesso della costruzione dell’identità. E non tutte avranno necessariamente una risposta. Il diritto alle domande, anche quando le risposte non esistono Questo è probabilmente uno degli aspetti più delicati dell’adozione: non tutte le storie possono essere ricostruite completamente. Documenti mancanti, informazioni incomplete, persone irreperibili, versioni contraddittorie degli eventi possono lasciare zone d’ombra che nessuna ricerca riuscirà a illuminare del tutto. Nell’adozione internazionale, inoltre, distanza geografica, differenze linguistiche e sistemi amministrativi differenti possono rendere la ricostruzione ancora più complessa. Ma il fatto che una domanda possa restare senza risposta non rende quella domanda illegittima. Un bambino dovrebbe poter chiedere senza avere la sensazione di ferire qualcuno. Dovrebbe poter dire «vorrei sapere» senza essere costretto immediatamente a rassicurare gli adulti che ama. Dovrebbe poter essere curioso, arrabbiato, indifferente, entusiasta, confuso o perfino contraddittorio rispetto alla propria storia. E soprattutto dovrebbe poter cambiare idea. Non tutti i bambini adottati manifestano lo stesso interesse verso le proprie origini e non esiste un modo corretto di vivere questa parte della propria identità. Alcuni desiderano sapere molto fin da piccoli, altri cominciano a interrogarsi durante l’adolescenza o l’età adulta; qualcuno intraprende una ricerca concreta, qualcun altro preferisce non farlo. C’è chi sente un forte legame con il Paese di nascita e chi non lo percepisce affatto. Trasformare la ricerca delle origini in un obbligo sarebbe speculare all’errore opposto, quello di considerarla un tradimento. La questione fondamentale è lasciare alla persona adottata lo spazio per decidere quanto quella parte della propria storia debba essere presente nella sua vita. Adozione internazionale: quando anche il corpo racconta una storia Nell’adozione internazionale esiste inoltre una dimensione che rende il rapporto con le origini particolarmente visibile. Un bambino può crescere completamente immerso nella cultura della propria famiglia adottiva

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Le radici del tè: come una pianta sconosciuta rivoluzionò l’economia mondiale

Oggi è difficile guardare una tazza di tè e immaginare qualcosa di minaccioso. Il tè appartiene al repertorio delle cose tranquille: una teiera sul tavolo, qualche biscotto, il vapore che sale dalla porcellana, il rituale britannico delle cinque del pomeriggio. Eppure poche merci hanno avuto una storia politica ed economica altrettanto turbolenta. Dietro quelle foglie essiccate si nascondono rotte commerciali, monopoli, contrabbando, fortune finanziarie, sfruttamento coloniale, guerre e uno dei più ambiziosi tentativi della Gran Bretagna ottocentesca di sottrarsi alla dipendenza economica da un altro impero. Per secoli, infatti, il tè fu per gli europei un prodotto esotico proveniente da un mondo che conoscevano poco e controllavano ancora meno. La Camellia sinensis aveva una storia asiatica antichissima: originaria di un’ampia regione compresa tra Cina e India, era conosciuta e consumata in Cina molto prima che le potenze europee trasformassero le sue foglie in una merce globale. Furono soprattutto le compagnie commerciali olandesi e britanniche a inserirla, a partire dall’età moderna, nei grandi circuiti del commercio internazionale. La storia economica del tè, quindi, non comincia con gli inglesi. Ma con gli inglesi cambia scala. Quando il tè era un lusso per pochi Le prime importazioni europee risalgono all’inizio del Seicento e furono inizialmente legate soprattutto ai mercanti portoghesi e olandesi. In Gran Bretagna il tè arrivò entro gli anni Sessanta del XVII secolo e divenne rapidamente una bevanda alla moda negli ambienti aristocratici e benestanti. Bere tè significava partecipare a un rituale costoso, elegante e profondamente esotico: le foglie arrivavano da migliaia di chilometri di distanza, il commercio con la Cina era rigidamente regolato e la tassazione britannica contribuiva ulteriormente ad aumentarne il prezzo. Quello che inizialmente sembrava uno dei tanti capricci delle élite europee si trasformò però in qualcosa di molto più importante. Il consumo aumentò. E continuò ad aumentare. Nel corso del Settecento il tè cominciò progressivamente a uscire dai salotti aristocratici e a penetrare nelle abitudini di fasce sempre più ampie della popolazione britannica. Il prezzo elevato e le imposte alimentarono anche un vastissimo mercato di contrabbando, al punto che nel 1784 il Parlamento britannico approvò il Commutation Act, riducendo drasticamente la tassazione sul tè, dal 119% al 12,5%. La misura contribuì a colpire il commercio clandestino e rese il prodotto molto più accessibile. Fu un passaggio fondamentale. Perché quando un prodotto di lusso diventa un prodotto di massa, la questione non riguarda più soltanto il gusto. Riguarda l’economia. Il problema britannico aveva un nome: Cina All’inizio dell’Ottocento la Gran Bretagna si trovava davanti a una situazione paradossale. Era una potenza commerciale e industriale in straordinaria espansione, disponeva di una compagnia capace di esercitare un enorme potere politico ed economico in Asia e possedeva ormai vasti interessi territoriali nel subcontinente indiano. Eppure, per procurarsi una delle bevande più amate dai propri cittadini, continuava a dipendere dalla Cina. Per lungo tempo gli europei acquistarono infatti il tè soprattutto dalla Cina e, in misura minore, dal Giappone. Le autorità cinesi controllavano rigidamente il commercio con gli stranieri e cercavano di impedire anche l’esportazione delle piante di tè. Il problema era aggravato dalla bilancia commerciale. I britannici desideravano enormi quantità di merci cinesi, a cominciare dal tè, mentre la Cina mostrava un interesse assai più limitato per molti prodotti britannici. Una parte considerevole degli acquisti doveva quindi essere regolata in argento. Il tè stava letteralmente facendo uscire metallo prezioso dalla Gran Bretagna. A quel punto una bevanda quotidiana era diventata un problema geopolitico. Tè, argento e oppio: il lato oscuro di una tazza britannica La risposta britannica alla dipendenza commerciale dalla Cina costituisce uno dei capitoli più controversi dell’espansione imperiale europea. La Compagnia delle Indie Orientali sviluppò e controllò la produzione di oppio in India, in particolare nel Bengala, mentre l’oppio veniva introdotto illegalmente nel mercato cinese. Il ricavato contribuiva a compensare l’argento utilizzato per acquistare tè e altre merci cinesi. Si creò così un circuito commerciale impressionante quanto brutale: l’India coloniale produceva una sostanza destinata al mercato cinese; dalla Cina partivano le foglie richieste dai consumatori britannici; le entrate generate dal traffico permettevano di riequilibrare almeno in parte un sistema commerciale che altrimenti avrebbe continuato ad assorbire enormi quantità di argento. Quando le autorità cinesi tentarono di contrastare con maggiore decisione il traffico dell’oppio, lo scontro economico divenne politico e infine militare. La Prima guerra dell’oppio scoppiò nel 1839 e terminò nel 1842 con la vittoria britannica; una seconda guerra seguì tra il 1856 e il 1860. Tra le conseguenze vi furono l’apertura forzata di porti cinesi al commercio straniero e la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna. Pensare alla storia del tè soltanto attraverso l’immagine rassicurante dell’afternoon tea, dunque, significa osservarne esclusivamente l’ultimo anello della catena. Prima della teiera c’erano navi, capitali, territori coloniali e rapporti di forza tra imperi. E la Gran Bretagna aveva ormai compreso perfettamente una cosa: se voleva davvero controllare il mercato del tè, doveva trovare il modo di produrlo senza dipendere dalla Cina. La risposta cresceva già in India È qui che entra in scena l’Assam, nell’India nordorientale. La presenza di varietà locali della pianta del tè nell’area cambiò radicalmente le prospettive britanniche. La Camellia sinensis assamica, varietà originaria della regione, dimostrava che la produzione su larga scala non doveva necessariamente rimanere legata alla Cina. L’India poteva diventare un’alternativa. Per l’Impero britannico era una prospettiva straordinaria. L’India non era semplicemente un territorio adatto alla coltivazione: era un territorio sul quale i britannici possedevano già un enorme potere politico, economico e militare. Spostare una parte crescente della produzione del tè dalla Cina all’India significava quindi trasformare una dipendenza commerciale in una filiera imperiale. Dagli anni Quaranta dell’Ottocento l’industria del tè divenne una delle prime grandi imprese commerciali finanziate dal capitale privato britannico nella valle dell’Assam. Non si trattava più semplicemente di comprare tè. Si trattava di produrlo, controllarne i territori, organizzare il lavoro, costruire infrastrutture, trasportarlo verso i porti e infine venderlo sui mercati occidentali. Il tè diventava industria. L’Assam e la nascita di un’economia delle piantagioni Le colline e le vallate dell’India

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