La grande umiliazione: il secolo oscuro della Cina che Pechino non ha dimenticato
Per comprendere davvero la Cina contemporanea, la sua sensibilità nei confronti della sovranità nazionale e la diffidenza con cui una parte dell’opinione pubblica guarda ancora alle potenze occidentali e al Giappone, bisogna tornare a un periodo che nella memoria storica cinese occupa uno spazio enorme. È il cosiddetto «secolo dell’umiliazione», un arco temporale generalmente fatto iniziare con la Prima guerra dell’oppio, nel 1839, e concludere con la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. La definizione è potente e, come tutte le grandi formule storiche, semplifica una realtà molto più complessa. Eppure racconta qualcosa di essenziale: per circa un secolo la Cina, che per lunghissimo tempo aveva pensato sé stessa come uno dei grandi centri politici e culturali del mondo, dovette confrontarsi con sconfitte militari, imposizioni commerciali, perdita di territori, concessioni alle potenze straniere, invasioni e infine con la devastante guerra contro il Giappone. Fu uno shock politico, economico e soprattutto culturale. Le sue conseguenze arrivano fino al presente. Prima dell’umiliazione: un impero convinto della propria forza All’inizio dell’Ottocento la Cina era governata dalla dinastia Qing, fondata dai Manciù nel XVII secolo. L’impero controllava un territorio vastissimo e possedeva una popolazione enorme, una burocrazia sofisticata e una tradizione statale millenaria. Agli occhi della corte imperiale, gli europei erano interlocutori commerciali importanti, certamente, ma difficilmente potevano essere considerati il centro del mondo. Il problema era che gli equilibri internazionali stavano cambiando molto rapidamente. La Rivoluzione industriale aveva trasformato alcune potenze europee, e soprattutto la Gran Bretagna, fornendo loro capacità produttive, finanziarie, navali e militari che avrebbero alterato profondamente i rapporti di forza globali. Londra acquistava dalla Cina enormi quantità di tè, seta e porcellana; al contrario, molti prodotti britannici incontravano una domanda cinese decisamente inferiore. Il risultato era uno squilibrio commerciale che preoccupava gli inglesi. Una delle risposte fu l’oppio. Le guerre dell’oppio: quando il commercio arrivò accompagnato dai cannoni L’oppio prodotto soprattutto nell’India britannica venne introdotto in quantità crescenti nel mercato cinese, nonostante le restrizioni imposte dalle autorità Qing. La diffusione della sostanza provocò conseguenze sociali ed economiche molto serie e spinse il governo imperiale a intervenire. Nel 1839 il funzionario Lin Zexu, inviato a Canton per reprimere il traffico, confiscò e fece distruggere grandi quantità di oppio appartenenti ai commercianti stranieri. La crisi diplomatica degenerò nella Prima guerra dell’oppio, combattuta tra il 1839 e il 1842. La superiorità navale e tecnologica britannica si rivelò schiacciante. La guerra terminò con il Trattato di Nanchino del 1842, destinato a diventare il simbolo di quelli che in Cina sarebbero stati ricordati come i «trattati ineguali». La Cina dovette aprire diversi porti al commercio britannico, pagare un’importante indennità e cedere Hong Kong alla Gran Bretagna. Per la corte Qing fu una sconfitta durissima. Ancora più destabilizzante fu ciò che quella sconfitta dimostrava: l’impero non possedeva più la superiorità che aveva attribuito a sé stesso. La Seconda guerra dell’oppio, combattuta tra il 1856 e il 1860 contro Gran Bretagna e Francia, aggravò ulteriormente la situazione. Le potenze occidentali ottennero nuove concessioni commerciali e diplomatiche e, nell’ottobre 1860, le truppe anglo-francesi saccheggiarono e incendiarono l’Antico Palazzo d’Estate di Pechino. La distruzione dello Yuanmingyuan sarebbe rimasta una delle immagini più dolorose della memoria dell’Ottocento cinese. I «trattati ineguali» e una sovranità sempre più fragile Durante i decenni successivi, diverse potenze straniere ottennero privilegi sul territorio cinese. Porti aperti forzatamente al commercio, concessioni, diritti extraterritoriali e condizioni economiche favorevoli agli stranieri ridussero progressivamente la capacità della Cina di esercitare pienamente la propria sovranità. Le città portuali divennero il luogo in cui questa nuova realtà risultava maggiormente visibile. Shanghai ne rappresentò forse l’esempio più celebre. Alcune zone della città furono amministrate attraverso concessioni straniere e svilupparono ambienti urbani profondamente influenzati dalla presenza occidentale. Per molti cinesi, il problema non consisteva semplicemente nel vedere europei vivere e commerciare nel Paese: era l’esistenza di spazi nei quali lo Stato cinese disponeva di un’autorità limitata a rendere evidente la debolezza dell’impero. Nel frattempo la Cina era sconvolta anche da gigantesche crisi interne. La rivolta dei Taiping, esplosa nel 1850 e conclusa nel 1864, fu una delle guerre civili più sanguinose della storia. A essa si aggiunsero altre rivolte, difficoltà finanziarie, tensioni sociali e una crescente incapacità del governo Qing di controllare efficacemente un territorio immenso. Il «secolo dell’umiliazione», dunque, non fu semplicemente la storia di una Cina aggredita dall’esterno. Fu anche la storia di uno Stato attraversato da profonde debolezze interne mentre il sistema internazionale attorno a esso cambiava con una velocità impressionante. Poi arrivò il Giappone Se le sconfitte contro gli occidentali erano state traumatiche, quella contro il Giappone ebbe un significato particolare. Tra il 1894 e il 1895 Cina e Giappone combatterono la Prima guerra sino-giapponese, principalmente per il controllo e l’influenza sulla Corea. La Cina perse. Il Trattato di Shimonoseki costrinse i Qing a riconoscere l’indipendenza della Corea, rinunciare a importanti posizioni e cedere Taiwan al Giappone. La sconfitta mostrò con brutale chiarezza che il problema cinese non riguardava ormai soltanto la competizione con le potenze europee: persino un vicino asiatico che aveva modernizzato rapidamente il proprio Stato era riuscito a superare militarmente l’antico impero. La necessità di riformare la Cina diventava sempre più urgente. La rivolta dei Boxer e gli eserciti stranieri a Pechino Alla fine dell’Ottocento il risentimento verso l’ingerenza straniera e la presenza missionaria cristiana contribuì alla nascita del movimento conosciuto in Occidente come rivolta dei Boxer. Nel 1900 la crisi raggiunse Pechino. Un’alleanza internazionale composta da otto potenze — tra cui Giappone, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti e Italia — intervenne militarmente. Le truppe straniere entrarono nella capitale. L’immagine possedeva una forza simbolica enorme: soldati provenienti da potenze straniere occupavano il cuore politico dell’impero cinese. Il successivo Protocollo dei Boxer del 1901 impose alla Cina una pesantissima indennità e ulteriori condizioni. La dinastia Qing sopravvisse ancora per poco più di un decennio. Nel 1911 scoppiò la rivoluzione e nel 1912 l’ultimo imperatore, il bambino Pu Yi, abdicò. Dopo oltre duemila anni di storia imperiale, la Cina diventava formalmente una repubblica. Il
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