Masterclass Vita d’Altri: episodio due

In collaborazione con

Pendoli

Racconto di Tiziana Consoli

Questo racconto è stato ideato e scritto da uno degli allievi della scuola di Scrittura e Storytelling Viagrande Studios, in occasione della masterclass Vita d'altri.
Editing a cura di: Manuela A.De Quarto

Conta le stelle. Una alla volta, piano piano. Una stella, chiudi gli occhi. Inspira. Trattieni. E ora soffia fuori, piano piano. Occhi chiusi, brava. Due stelle. Chiudi gli occhi, inspira. Trattieni.

L’odore di disinfettante non riusciva a coprire quel puzzo di vecchio che impregnava ogni cosa in quei corridoi, anche le persone. Soffia fuori, piano piano, occhi chiusi. Il profumo di azalee iniziava a sparire da Doso, ma se sprofondava il naso abbastanza nella sua pancia ovattata i fiori erano ancora lì, almeno loro. Tre stelle. Chiudi gli occhi. Inspira. Le sue gambe, penzoloni dalla sedia, si alternavano avanti e indietro, come due pendoli dello stesso orologio, per tenere il tempo della propria apnea.

«Ehi, rieccomi. È uscito qualcuno dalla stanza mentre ero via?»

«No, nessuno.» Trattieni.

«Però! Se la prendono proprio comoda questi, ti pare? Vorrà dire che dovremo aspettare su queste belle sedie di plastica ancora per un po’. Tieni, ti ho preso un pacchetto di m&m’s dal distributore, e anche un succo. Vuoi che te li apro io?» le disse sventolandoli come fossero pon-pon.

L’aver portato Doso doveva aver dato l’impressione che fosse ancora una bambina. Lo strinse forte, fino a nascondere la tutina azzurra dell’elfo sotto al braccio sinistro e facendogli sparire la testa imberrettata tra lo schienale di plastica e l’ascella.

«Non mi piacciono quelle con le noccioline!» Non la guardò.

«Ah…mi spiace, non ne avevo idea. Allora li metto da parte …ma se ci ripensi ti basta chiedere.» La sconosciuta numero uno infilò le merende nella borsa e le si sedette accanto, troppo accanto, costringendola a sollevare i piedi sulla sedia e incrociare le gambe, così il suo ginocchio avrebbe mantenuto la distanza tra loro due: non bisogna stare troppo vicino agli sconosciuti.

Osservò la sconosciuta mentre lanciava borsa e cartellette piene di famiglie sul freddo sedile vuoto accanto a loro. Chissà quanti erano stati i culi con la mamma morta che avevano aspettato su quella stessa sedia per ore e ore prima che qualcuno decidesse i loro destini sfogliando, per ben dieci minuti, le frasi contenute in cartellette scritte da compratori di m&m’s e succhi. Soffia fuori, piano piano. Conta le stelle. Le toccava con le dita che venivano pizzicate dalle punte diamantate: c’erano tutte, anche in mezzo a quel corridoio vecchio e chiassoso.

La porta di fronte si aprì di qualche centimetro mettendo in pausa la semivita che si recitava in quel corridoio. Pochi istanti dopo, dalla stanza uscì un culo qualche anno più grande del suo: andava già alle medie, di sicuro. Anche lui era accompagnato da una sconosciuta, loro però sorridevano: stava tornando a casa, di sicuro. Era brava a capire le cose. Chissà, forse un papà aveva trovato lavoro? A quello c’è rimedio e puoi tornare a casa, rifletté, se invece ti tiene chiusa al sicuro con la mamma, nella casa al piano di sotto, pare che non possa rimediare o almeno così volevano farle credere.

Occhi chiusi.

«Amore, te l’ho già detto: se non siamo mai stati a casa loro, sono sconosciuti.»

«Ma se mi dicono il loro nome, non sono più degli sconosciuti, giusto mamma?»

«No, amore, restano sempre sconosciuti.»

«Ma la signora Anna, la padrona di Billy, noi la salutiamo sempre, però non siamo mai stati a casa sua. Lei è una sconosciuta?»

«No, lei non lo è.»

«Allora non ci capisco niente! Non ha senso!»

– Silenzio. Stelle in avvicinamento. Faccia davanti alla mia. –

«Proviamo così: se mamma non li conosce, sono sconosciuti.» – Pausa – «Adesso ha più senso?»

– Sorriso. – «Si.»

– Bacio in arrivo. – «Ottimo.»

«Vittoria Ristalli?» La sconosciuta numero ventitré le fece riaprire gli occhi.

Quella donnina era poco più alta del pomello della porta da cui era sbucata e cercava di guadagnare qualche centimetro cotonando i capelli tinti di rosso: per qualche secondo si ricordò che c’erano anche cose buffe nel mondo.

«Sì, è qui con me. Sono la dottoressa Virginia Locaro. Sono la sua referente.» La sconosciuta numero uno le ricordò che non c’erano cose buffe per lei.

«Tra dieci minuti vi facciamo entrare. Il giudice deve terminare di firmare alcuni atti e poi toccherà a voi.» Richiuse la porta.

Quattro stelle. Chiudi gli occhi. Inspira.

«Ok.» La sconosciuta numero uno si voltò a guardarla. «Sei nervosa?» Lei alzò le spalle. «Sarebbe normale se lo fossi, ma stai tranquilla, Vichi…»

«Vittoria.»

«Sì, scusa. Vittoria, ti stavo dicendo…che sarebbe normale se lo fossi, ma il giudice ti farà solo qualche domanda per sapere come stai, se ti trovi bene con la famiglia Tricomi, cose così.»

Non le credette.

«Ma io voglio tornare a casa!»

«Tesoro, ti…».

«Vittoria!» Trattieni il respiro.

«Sì, Vittoria, d’accordo.» La sconosciuta numero uno avvolse le proprie mani attorno alle sue. «Non possiamo farti tornare a casa tua per ora, te l’ho spiegato.»

«Ma Ivan però è rimasto lì, perché io non posso?»

«Ivan è grande, tes… Vittoria, e lui può restare a casa solo.»

Fece saltare il suo culo giù dalla sedia liberandosi da quelle manette, stritolò Doso e strinse le stelle tra le dita. Strillò.

«Allora se è grande posso stare con lui!»

La sconosciuta numero uno rimase immobile con gli occhi fissi in quelli suoi e non si arresero. Soffia fuori, piano piano.

«Purtroppo non è abbastanza grande.»

Chiudi gli occhi.

«Fai la brava, ok? E non ti dimenticare Doso, ha troppa paura quando è solo. Mi raccomando: stringilo forte forte quando senti che ha paura, ok?»

– Ombra accanto alla porta. Moccio. Fazzoletto in avvicinamento. Faccia davanti alla mia. –

«Ivan, ma che razza di nome è Doso?»

«Ma come, che nome è? Doso è un nome fantastico! È il diminutivo di Morbidoso, Morbi-Doso. È geniale!»

«È stupido.»

– Broncio. Sorriso. Occhi sfuocati. Braccia in avvicinamento. Freddo sul collo. –

«Cos’è?»

«Le stelle di mamma.»

– Dita pizzicate dalle punte diamantate. –

«Sai, faceva quel gioco anche con me. Quando ero triste o arrabbiato…»

«Conta le stelle?»

«Sì, conta le stelle. Mi prendeva tra le sue braccia e mi diceva di toccare le stelline della collana, una alla volta e iniziavamo a contare. Riusciva a calmarmi, e desideravo che quel gioco durasse per sempre. Scommetto che ha funzionato anche con te.» – Paura. – «Perciò mettile sempre, così quando sarai un po’ triste, avrai con te le stelle di mamma. Ti va di giocarci adesso? Eh, Vichi? Contiamo? Una stella, chiud…»

«Ma non vale se lei non mi abbraccia!»

«Ma certo che vale. Se tu stringi le stelle sarà come abbracciare lei e ved…»

«Nooo! Non è la stessa cosa!»

– Silenzio. Narici allargate, mascella stretta. Pollice asciuga occhio sinistro. Abbraccio. Respiro sulla mia testa. – «Lo so.»

«Ti va di tornare a sederti qui con me?» Quella sconosciuta numero uno non faceva che farle riaprire gli occhi.

Le diede le spalle e affondò il naso nel profumo di Doso. La sconosciuta si avvicinò e si accovacciò dietro di lei facendo attenzione a non toccare quell’anima radioattiva.

«Mi dispiace per tutto questo. Lo so che non è giusto e lo so che sei arrabbiata perché …» non la ascoltò. Non sopportava che qualcuno le elencasse i motivi della sua rabbia: li conosceva, li viveva e li ripeteva ogni sera all’orecchio di Doso mentre lo abbracciava a pugni stretti nel letto di mille bambini. Odiava quel brusio che la distraeva dal conto.

«Basta! Stai zitta!» Si girò per guardarla ma era solo un contorno sfuocato. Cinque stelle. Chiudi gli occhi. Inspira. «Voglio la mia mamma!» Trattieni.

«Non posso fare tornare la tua mamma, anche se lo vorrei tanto.» Purtroppo questo lo sapeva anche lei.

La sconosciuta numero uno abbassò la testa, riprese fiato e per qualche secondo fissò le proprie scarpe da tennis sotto i pantaloni del completo da tribunale.

«…è che a volte le persone fanno cose cattive alle altre persone…anche se le amano.» Virginia strinse forte i pugni mentre faceva il proprio lavoro.

«Allora papà è cattivo?» rovesciò la domanda giusto in tempo, prima che quelle stupide lacrime la facessero singhiozzare.

«Ha fatto cose cattive… la verità è che non va bene tenere le persone chiuse in un garage. Anche se c’è il letto o il bagno. Non va bene che mamma non sia stata portata dal dottore quando stava male e non va bene che una bambina di…»

«Non sono una bambina!» Questa volta i singhiozzi erano arrivati prima delle parole. Soffia fuori, piano piano. Chiudi gli occhi.

«…e non va bene che a dieci anni tu abbia visto la mamma mentre soffriva così tanto e…»

«Ma allora perché il dottore non l’ha curata?»

«Ci ha provato, ci ha provato tanto.»

«Non abbastanza!»

«ࡉLa verità è che la mamma stava troppo male ed era già andata in setticemia quando l’hanno portata in ospedale e non hanno potuto…»

«Che parola è setticemia?» provò a fermare i singhiozzi. E il tempo.

«È quando ti viene un’infezione al sangue.»

– Berretto bagnato. Moccio. Fazzoletto. Di stoffa. Faccia davanti alla sua. –

«Virginia?»

«Sì?»

«Setticemia è una parola stupida.»

– Capelli sugli occhi. Dita in avvicinamento. Ginocchio a terra. Braccia pronte. – «Lo so.»

«Torniamo a sederci, vuoi?»

Sei stelle. Chiudi gli occhi. Inspira. Si asciugò le lacrime. Trattieni. Si soffiò il naso e lasciò andare le stelle. Soffia fuori, piano piano. Con la mano sinistra strinse Doso e con la destra afferrò la mano di Virginia. Portarono i loro culi sulle sedie di plastica. Apri gli occhi.

«Virginia?»

«Sì, tesoro»

«Mi apri le m&m’s?»

– Sorriso. –

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