Una passeggiata per Torino con Teresina Tua: «Qui sono stata bambina, prima che il mondo mi chiamasse prodigio»

Torino, seconda metà dell’Ottocento. Prima di Parigi, prima dei grandi teatri europei, prima degli incontri con alcuni dei protagonisti della musica del suo tempo, c’era una bambina torinese con un violino tra le mani. Si chiamava Teresina Tua; oggi proviamo a restituirle la voce e a percorrere Torino attraverso i suoi occhi, seguendo le tracce di una vita straordinaria che cominciò proprio fra queste strade.

«Cominciamo da via San Massimo; perché prima di diventare Teresina Tua sono stata una bambina di Torino»

Se volete passeggiare con me, non portatemi subito davanti a un teatro; non cercatemi sotto le luci di un palcoscenico e non immaginate già l’archetto sollevato mentre una platea elegante aspetta la prima nota. Portatemi invece in via San Massimo 11, perché è qui che sono nata il 24 aprile 1866; in una Torino che aveva appena perduto il ruolo di capitale del Regno d’Italia e che, mentre io imparavo a conoscere il mondo, stava cercando di immaginare un futuro diverso.

Torino allora era una città attraversata da una trasformazione profonda; Firenze era diventata capitale appena l’anno precedente alla mia nascita e quella città piemontese che per pochi anni aveva occupato il centro politico del nuovo Stato italiano doveva trovare un’altra identità, mentre nelle sue strade continuavano a incontrarsi aristocratici e commercianti, militari e artigiani, professionisti, musicisti e quella moltitudine di persone comuni che raramente riesce a entrare nei libri di storia.

Io, naturalmente, non sapevo nulla di tutto questo.

Ero una bambina; e i bambini hanno il privilegio di abitare la Storia senza sapere che un giorno qualcuno la racconterà.

Mio padre, Antonio Tua, e mia madre, Marianna Rabino, erano musicisti dilettanti; furono loro a introdurmi alla musica e il violino entrò molto presto nella mia vita, diventando qualcosa di più di uno strumento. Avevo una predisposizione evidente e, quando ero ancora piccolissima, cominciai già a esibirmi nella mia città.

Quando oggi percorrete via San Massimo provate allora a fare un piccolo esercizio; togliete le automobili, cancellate le insegne contemporanee, dimenticate per qualche minuto la Torino del XXI secolo e lasciate riemergere quella ottocentesca – le carrozze, le botteghe, i passi, le voci, gli abiti delle signore, gli uomini con il cappello, il rumore degli zoccoli sulla strada.

Poi immaginate una bambina con un violino fra le mani.

Quella bambina sono io.

O almeno sono stata io, prima che gli altri cominciassero a chiamarmi bambina prodigio.

«I miei primi palcoscenici non erano quelli che immaginate»

A sei anni suonavo già; e prima delle grandi sale da concerto arrivarono esibizioni molto più modeste, quei concerti torinesi che le ricostruzioni biografiche definiscono tenuti in contesti di poco conto e che oggi, proprio per questo, sono difficili da ricostruire uno per uno.

Non immaginate immediatamente velluti rossi, lampadari scintillanti e signore ingioiellate; la carriera di una musicista dell’Ottocento poteva cominciare molto più lontano dai grandi teatri, dentro una rete di piccole esibizioni attraverso le quali un talento poteva essere notato, ascoltato e infine portato altrove.

Dopo Torino arrivarono infatti altri concerti in Piemonte, poi in Liguria e nella Francia meridionale; il mondo cominciava ad allargarsi e io, mentre crescevo, imparavo che il mio violino avrebbe potuto condurmi molto più lontano delle strade che conoscevo.

Eppure, se provo a ricostruire quella Torino attraverso l’immaginazione, continuo a sentirla soprattutto attraverso i suoni.

Il rumore delle carrozze; le conversazioni che si sovrappongono; una porta che si apre; i passi sotto i portici; qualcuno che chiama da lontano; le voci della strada e poi, improvvisamente, un violino.

Il mio.

Raccontata oggi, la storia di una bambina prodigio possiede inevitabilmente qualcosa di romantico; ma il talento precoce non era soltanto una benedizione, perché significava anche studio, disciplina, viaggi e aspettative in un’età nella quale altri bambini potevano ancora permettersi di non sapere che cosa sarebbero diventati.

Io ero ancora piccola; intorno a me, però, cominciava già a formarsi quella parola enorme – futuro – che gli adulti sembrano pronunciare con particolare entusiasmo quando riguarda un bambino e non loro stessi.

«Per diventare una musicista dovetti lasciare Torino»

Arriva sempre un momento, nelle passeggiate, in cui bisogna scegliere se tornare indietro oppure continuare; nella mia vita quel momento arrivò prestissimo.

Nel 1876 fui ammessa al Conservatorio di Parigi, dove studiai violino nella classe di Lambert Massart; avevo dieci anni e alle spalle una famiglia che aveva riconosciuto nel mio talento qualcosa che meritava di essere coltivato, mentre davanti a me si apriva uno degli ambienti musicali più prestigiosi d’Europa.

Pensateci.

Dieci anni.

Oggi quell’età appartiene completamente all’infanzia; per me significò invece entrare in un sistema di formazione severissimo e trasformare progressivamente qualcosa che fino a quel momento era stato soprattutto talento precoce in una preparazione professionale.

Mi diplomai nel 1879 e l’anno successivo conquistai il Grand Prix bandito dal Conservatorio; ciò che era cominciato nelle stanze di casa e nelle prime esibizioni torinesi aveva ormai assunto una dimensione completamente diversa.

Per diventare ciò che potevo essere, insomma, avevo dovuto lasciare la città nella quale ero nata.

Succede spesso a chi parte molto giovane; crediamo di abbandonare una città e, quando finalmente torniamo, scopriamo che non è stata soltanto lei a cambiare.

Siamo cambiati noi.

«Adesso portatemi in Piazza Castello; voglio rivedere il mio Teatro Regio»

Ora possiamo raggiungere Piazza Castello.

Fermiamoci qui; ma dovete prestarmi ancora una volta la vostra immaginazione, perché il Teatro Regio che conoscete oggi non è quello nel quale suonai io. Il grande teatro settecentesco sarebbe stato devastato dall’incendio del 1936; la struttura contemporanea appartiene dunque a un’altra epoca, mentre il Regio che conobbi faceva ancora parte della Torino nella quale ero cresciuta.

Il 9 maggio 1884 tornai a esibirmi proprio al Teatro Regio; nel frattempo quella bambina partita per Parigi aveva cominciato a conquistare i pubblici italiani ed europei e aveva incontrato personalità destinate a entrare nella storia della musica.

Nel marzo del 1882, a Genova, avevo conosciuto Giuseppe Verdi, che espresse parole di grande apprezzamento nei miei confronti; avevo suonato in numerose città, ero arrivata a Berlino, avevo incontrato il grande violinista Joseph Joachim e nel maggio del 1883 avevo debuttato al Crystal Palace di Londra.

E poi ero tornata qui.

Provate a immaginare che cosa possa significare tornare nella propria città quando il mondo ha già cominciato a conoscere il vostro nome; riconoscere le strade, sapere dove conducono, ritrovare edifici familiari e contemporaneamente rendersi conto che la persona che li sta attraversando non è più quella che li aveva lasciati.

La bambina delle prime esibizioni torinesi entrava adesso nel grande teatro della propria città come violinista ormai conosciuta oltre i confini italiani.

Non avevo ancora vent’anni.

Quando oggi pronunciate la parola prodigio, però, fate attenzione; sembra una parola luminosa, quasi magica, e in parte certamente lo è, ma nasconde una quantità enorme di studio, disciplina, partenze, aspettative e rinunce.

Il pubblico vede il concerto; raramente vede gli anni necessari per renderlo possibile.

Io quegli anni li avevo già vissuti.

«Da Piazza Castello guardavo Torino; ma il mondo era diventato molto più grande»

Restiamo ancora qualche minuto qui, perché questa è forse la Torino che preferisco immaginare quando penso alla mia giovinezza; elegante senza essere sfacciata, severa nella propria architettura, ordinata persino quando vuole impressionare, attraversata da una vita culturale nella quale la musica occupava un posto importante.

La mia carriera avrebbe continuato ad allargarsi; sarebbero arrivati altri concerti europei e poi l’America, con il debutto a New York il 10 ottobre 1887.

Nel corso della mia attività avrei incontrato o ottenuto l’apprezzamento di alcune fra le personalità musicali più importanti dell’epoca; nelle ricostruzioni della mia carriera compaiono nomi come Giuseppe Verdi, Franz Liszt, Richard Wagner, Joseph Joachim e Hans von Bülow.

Eppure, permettetemi di fermarmi proprio qui.

Le biografie delle donne hanno sofferto a lungo di una curiosa abitudine; per dimostrare che una donna fosse davvero importante, si è sentito spesso il bisogno di elencare gli uomini importanti che l’avevano conosciuta.

Verdi mi apprezzò; Liszt mi apprezzò; altri grandi musicisti riconobbero il mio talento.

Benissimo.

Ma sul palcoscenico c’ero io.

Ero io ad avere studiato; ero io ad avere viaggiato; ero io ad avere sollevato l’archetto davanti al pubblico.

Ero io a suonare.

«Torino non aveva ancora finito con me»

La mia vita non sarebbe rimasta per sempre quella di una giovanissima virtuosa in viaggio attraverso l’Europa e l’America; gli anni passarono, arrivarono nuove stagioni e la musicista diventò anche insegnante.

Dal 1914 al 1924 insegnai violino e viola al Conservatorio di Milano; dal 1925 al 1934 continuai l’attività didattica all’Accademia di Santa Cecilia di Roma.

Trasmettere ciò che avevo imparato significava affrontare la musica da una prospettiva completamente diversa; quando si è giovani si pensa soprattutto a ciò che si deve ancora conquistare, mentre insegnare significa imparare a riconoscere quello che qualcun altro potrebbe diventare.

Torino, intanto, continuava a cambiare.

La città della mia infanzia non esisteva più nello stesso modo; ma questo, in fondo, è il destino di tutte le città nelle quali abbiamo vissuto abbastanza a lungo da poterle ricordare.

Noi continuiamo a chiamarle con lo stesso nome.

Loro continuano a trasformarsi.

«Al Conservatorio di Torino troverete qualcosa che è stato davvero mio»

Adesso vorrei portarvi al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino; perché qui la nostra passeggiata cambia improvvisamente natura.

Fino a questo momento abbiamo inseguito una bambina scomparsa dentro strade trasformate dal tempo; abbiamo immaginato carrozze dove oggi passano automobili e ricostruito una città attraverso ciò che ancora rimane del suo passato.

Qui, invece, possiamo incontrare qualcosa di concreto.

Il Conservatorio torinese conserva infatti un importante lascito legato a Teresina Tua, composto da strumenti, archetti e documentazione che comprende anche spartiti, fotografie e lettere; materiali attraverso i quali è ancora possibile avvicinarsi non soltanto alla concertista celebre, ma alla donna che visse dietro quella carriera.

Tra gli strumenti oggi conservati dal Conservatorio figura inoltre il prezioso Stradivari “Mond” del 1709, appartenuto a Teresina; nel 1935 lo donai alla violinista Giulia Tommasini e lo strumento sarebbe successivamente entrato nelle collezioni del Conservatorio torinese.

È curioso pensare alla vita degli strumenti; passano da una mano all’altra e possono sopravvivere per secoli alle persone che li hanno fatti cantare.

Un violino non conserva veramente la musica – quando l’archetto smette di muoversi, il suono scompare – e tuttavia sembra custodire tutte le possibilità di quella musica; il legno rimane, le corde possono vibrare ancora, altre mani possono impugnarlo e produrre note che noi non ascolteremo mai.

Forse per questo mi piace immaginare che una parte della mia storia sia tornata qui.

«E ora vi porto in un posto che io non ho mai visto»

La nostra ultima tappa è diversa da tutte le altre; perché appartiene più alla vostra Torino che alla mia.

Nel 2022 la Città di Torino mi dedicò il roseto del Parco della Tesoriera, lungo corso Francia; l’intitolazione fu inaugurata il 27 maggio e rappresentò un nuovo riconoscimento cittadino alla bambina torinese che aveva attraversato alcuni dei più importanti palcoscenici internazionali tra Ottocento e Novecento.

Io quel roseto, naturalmente, non l’ho mai visto.

Ed è proprio questo a renderlo così suggestivo.

La storia, però, continua anche dopo le commemorazioni; nel 2026 il destino del roseto e della sua intitolazione è tornato all’attenzione della politica cittadina in seguito agli interventi di riqualificazione del Parco della Tesoriera e alla rimozione del roseto, tanto che la questione è stata oggetto di un’interpellanza comunale.

Forse anche questo racconta qualcosa del modo in cui conserviamo la memoria; dedicare un luogo a qualcuno è relativamente semplice, mentre mantenerne vivo il significato nel tempo richiede attenzione.

Una targa; un nome; uno strumento; un archivio; un giardino.

Sono piccoli punti attraverso i quali una città decide quali persone continuare a raccontare.

«Non cercatemi soltanto nei libri di storia»

Se siete arrivati fin qui con me, allora possiamo sederci; e, per una volta, possiamo lasciare il violino nella custodia.

Sono nata a Torino il 24 aprile 1866 e sono morta a Roma il 28 ottobre 1956, a novant’anni; nell’ultima parte della mia esistenza la mia vita prese una direzione che la bambina di via San Massimo difficilmente avrebbe potuto immaginare, perché scelsi infine la vita religiosa nell’Ordine dell’Adorazione perpetua, assumendo il nome di suor Maria del Gesù.

Novant’anni sono abbastanza per diventare molte persone.

Sono stata una bambina torinese con un violino; una studentessa a Parigi; una giovane virtuosa osservata con stupore dal pubblico europeo; una concertista che viaggiò attraverso l’Europa e raggiunse gli Stati Uniti; sono stata moglie, vedova, insegnante, benefattrice e infine religiosa.

Eppure, se volete davvero incontrarmi, io vi suggerirei di ricominciare da capo.

Tornate in via San Massimo 11.

Fermatevi e, per qualche minuto, dimenticate la donna che conoscete già – la violinista celebrata, i concerti internazionali, lo Stradivari, Verdi, Liszt, Parigi, Londra, Berlino e New York.

Immaginate soltanto una bambina.

Ha sei anni; tiene un violino fra le mani e non sa ancora che quello strumento la porterà lontanissimo.

Torino intorno a lei continua la propria giornata; le carrozze attraversano le strade, sotto i portici la gente cammina, discute, compra, vende e ride, mentre qualcuno forse rallenta il passo perché ha sentito arrivare una musica da qualche parte.

La bambina appoggia il violino alla spalla; sistema lo strumento sotto il mento, stringe l’archetto fra le dita e guarda davanti a sé.

Non sa ancora che Verdi ascolterà il suo nome.

Non sa che attraverserà l’Europa.

Non sa che suonerà a Londra e a New York.

Non sa che uno dei suoi violini, più di un secolo dopo, sarà ancora conservato nella città in cui tutto è cominciato.

Alza l’archetto; e tutto deve ancora cominciare.

Scopri Land Magazine

  • admin
  • Settembre 20, 2026

Il Kansas prima del Mago di Oz: perché uno Stato è diventato il simbolo dell’America di provincia

Quando pensiamo al Kansas, probabilmente vediamo già una casa di legno in mezzo a una distesa piatta, il vento che attraversa l’erba, una strada che sembra proseguire all’infinito, un fienile,

Read More
  • admin
  • Settembre 20, 2026

Amelia Butterworth su Reddit: abbiamo portato nel 2026 la prima detective seriale della letteratura. E hanno cominciato a riderle in faccia

Amelia Butterworth su Reddit: abbiamo portato nel 2026 la prima detective seriale della letteratura. E hanno cominciato a riderle in facciaIeri, all’una di notte, reduce da un concerto metal e

Read More
  • admin
  • Settembre 19, 2026

Una passeggiata per Torino con Teresina Tua: «Qui sono stata bambina, prima che il mondo mi chiamasse prodigio»

Torino, seconda metà dell’Ottocento. Prima di Parigi, prima dei grandi teatri europei, prima degli incontri con alcuni dei protagonisti della musica del suo tempo, c’era una bambina torinese con un

Read More
  • admin
  • Settembre 19, 2026

Age gap: alle origini del romance che ama la differenza d’età

Oggi lo chiamiamo age gap romance e sappiamo perfettamente che cosa aspettarci quando questa definizione compare nella presentazione di un romanzo: due protagonisti separati da una differenza d’età significativa, spesso

Read More
  • admin
  • Settembre 18, 2026

Chi era davvero Mary Bennet? Jane Austen non ne fece un’eroina: la riscrittura di The Other Bennet Sister

C’è qualcosa di irresistibile, per il nostro presente, nei personaggi dimenticati. Prendiamo una figura rimasta ai margini di un grande classico, le concediamo un trauma, una voce che nessuno aveva

Read More
  • admin
  • Settembre 17, 2026

“AGE GAP – Attrazione illegale”: da oggi il nuovo romanzo di Barbara P. pubblicato da Land Editore

“AGE GAP – Attrazione illegale”: da oggi il nuovo romanzo di Barbara P. pubblicato da Land EditoreUn poliziotto sotto copertura. Una studentessa che nessuno sembra disposto a credere. Un’indagine in

Read More
  • admin
  • Settembre 16, 2026

“Tacchi, tabacchi & tarocchi” supera le 400 recensioni: continua il successo della Bonfiglio Family

Il secondo romanzo della serie Bonfiglio Family di Bettina Battistella raggiunge un nuovo importante traguardo: oltre 400 recensioni dei lettori. “Tacchi, tabacchi & tarocchi”, pubblicato da Land Editore, conferma il

Read More
  • admin
  • Settembre 16, 2026

Libri in Cantina 2026: dal 2 al 4 ottobre a Susegana torna il Festival della piccola e media editoria – e ci sarà anche Land Editore!

Al Castello San Salvatore la 22ª edizione di Libri in Cantina. Oltre sessanta case editrici indipendenti e quasi cento appuntamenti tra libri, scienza, filosofia, arte, musica e spettacolo. Il tema

Read More
  • admin
  • Settembre 16, 2026

Il caso Fante di picche: il Book Tour di Fabrizio Olivero a Torino, Racconigi e Collegno

“Il caso Fante di picche” di Fabrizio Olivero, pubblicato da Land Editore, incontra i lettori con un nuovo Book Tour tra ottobre e novembre 2026. Cinque appuntamenti tra Torino, Racconigi

Read More
  • admin
  • Settembre 16, 2026

“Le radici del tè e del destino” di Eufemia Griffo parte in Book Tour: quattro appuntamenti tra Milano, Bergamo e provincia

Le radici del tè e del destino: il Book Tour di Eufemia Griffo arriva a Milano, Bergamo, Busto Arsizio e Settimo Milanese “Le radici del tè e del destino” di

Read More

Iscriviti a Land Magazine

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER E OGNI DOMENICA RICEVERAI LE MIGLIORI NOTIZIE DEL NOSTRO MAG NELLA TUA CASELLA EMAIL.

Ed è gratis!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Consenso ai cookie con Real Cookie Banner