Il Kansas prima del Mago di Oz: perché uno Stato è diventato il simbolo dell’America di provincia

Quando pensiamo al Kansas, probabilmente vediamo già una casa di legno in mezzo a una distesa piatta, il vento che attraversa l’erba, una strada che sembra proseguire all’infinito, un fienile, qualche animale e, naturalmente, un cielo abbastanza grande da diventare parte integrante del paesaggio.

Poi, da qualche parte all’orizzonte, arriva il tornado.

È quasi impossibile, ormai, separare il Kansas dall’immagine che Il meraviglioso Mago di Oz ha consegnato alla cultura popolare; eppure L. Frank Baum pubblicò il suo romanzo soltanto nel 1900, quando lo Stato aveva già alle spalle decenni di migrazioni, conflitti, ferrovie, fattorie, siccità, fallimenti e comunità nate praticamente dal nulla. Dorothy, quindi, arrivò quando buona parte degli elementi destinati a costruire l’immaginario del Kansas esisteva già e aspettava soltanto che la letteratura li trasformasse in simboli.

Prima di Dorothy c’era la prateria

Prima di parlare di pionieri occorre chiarire un aspetto fondamentale, spesso cancellato dalle rappresentazioni più romantiche della frontiera americana: il Kansas non era una terra vuota in attesa dell’arrivo dei coloni europei.

Prima dell’espansione euroamericana, il territorio era abitato da diversi popoli nativi; la Kansas Historical Society ricorda, tra gli altri, Kansa, Pawnee e Osage e sottolinea come, dopo il 1830, nell’area fossero stati trasferiti anche numerosi popoli provenienti da est del Mississippi nell’ambito delle politiche federali di rimozione. Con il Kansas-Nebraska Act del 1854, il territorio venne aperto alla colonizzazione euroamericana e la nuova espansione provocò ulteriori spostamenti delle popolazioni native.

Da questo processo storico comincia a formarsi uno degli elementi fondamentali del mito successivo: la terra, intesa contemporaneamente come spazio da occupare, coltivare e attraversare e come luogo sul quale costruire qualcosa destinato, almeno nelle intenzioni, ad appartenere a una famiglia per generazioni.

Nel 1862 Abraham Lincoln firmò l’Homestead Act, che consentiva a chi possedeva determinati requisiti di rivendicare 160 acri di terreno pubblico e, rispettando condizioni come la residenza e la coltivazione, arrivare a ottenerne la proprietà. Molti terreni vennero acquistati attraverso altri sistemi e le compagnie ferroviarie ebbero un ruolo enorme nella distribuzione e nella promozione delle terre; l’Homestead Act contribuì comunque in maniera decisiva alla colonizzazione dell’Ovest e alla costruzione culturale dell’idea secondo cui una famiglia potesse ricominciare attraverso il possesso e il lavoro della terra.

Dopo la Guerra civile il fenomeno accelerò enormemente e, tra la fine del conflitto e il 1890, più di un milione di persone arrivò in Kansas cercando una nuova vita; oltre il settanta per cento degli immigrati giunti nei primi due decenni di questa grande fase migratoria lavorava nell’agricoltura, che sarebbe rimasta l’occupazione principale dello Stato fino agli anni Venti del Novecento.

Il paesaggio che ancora oggi associamo al Kansas cominciò così a prendere forma attraverso case isolate, campi sterminati, raccolti dai quali dipendeva la sopravvivenza economica di intere famiglie e comunità nelle quali la collaborazione poteva diventare una necessità concreta. La distanza tra una proprietà e l’altra, le difficoltà negli spostamenti e la dipendenza dalla terra contribuirono inoltre a creare quel particolare intreccio fra autonomia individuale e bisogno della comunità che sarebbe diventato uno dei temi ricorrenti della rappresentazione letteraria dell’America rurale.

Il Kansas e la fragilità della vita agricola

La fattoria significava indipendenza e possibilità di costruire qualcosa di proprio, accompagnate però da una vulnerabilità economica enorme, perché il destino di una famiglia poteva dipendere dalla pioggia, dalle temperature, dal raccolto, dal prezzo del grano, dai debiti, dalle banche e dalla possibilità di trasportare ciò che si produceva fino ai mercati.

Negli ultimi anni Ottanta e nei primi Novanta dell’Ottocento, siccità e cattivi raccolti misero in seria difficoltà molti agricoltori del Kansas; aumentarono debiti e pignoramenti e numerose famiglie abbandonarono lo Stato. Questa crisi contribuì alla crescita del movimento populista, particolarmente forte in Kansas, dove molti agricoltori accusavano banche, ferrovie e grandi interessi economici di essere favoriti rispetto a chi lavorava la terra.

L’immagine romantica della fattoria immersa nella prateria assume quindi un significato molto diverso quando viene osservata attraverso la realtà economica dell’epoca: dietro quella casa circondata da ettari di terra poteva esserci un’impresa familiare estremamente fragile, mentre il grande spazio aperto che oggi troviamo magnifico nelle fotografie poteva significare distanza, difficoltà negli spostamenti e dipendenza da collegamenti che non erano affatto scontati.

Per questa ragione le ferrovie furono decisive. Dopo la Guerra civile la loro espansione accelerò enormemente, collegando le pianure con i mercati orientali e occidentali e contribuendo a determinare dove sarebbero nate e cresciute molte comunità; il governo sostenne lo sviluppo ferroviario attraverso concessioni di terre e altri strumenti, mentre le compagnie promossero attivamente l’insediamento lungo le proprie linee.

La cittadina di provincia americana che oggi immaginiamo attraverso cinema e letteratura nacque spesso proprio dall’incontro fra terra, agricoltura e collegamenti, ai quali si aggiunsero progressivamente la scuola, la chiesa, il negozio, il giornale locale, la stazione e una rete di famiglie costrette dalla geografia e dalle circostanze a conoscersi, aiutarsi, osservare le rispettive vite e, naturalmente, litigare.

Senza saperlo, abbiamo appena costruito l’ambientazione perfetta di una quantità considerevole di romance small town pubblicati centocinquant’anni dopo.

Quando la fattoria diventa identità

Il legame del Kansas con l’agricoltura continua a essere visibile ancora oggi: nel censimento agricolo del 2022, l’USDA contava 55.734 aziende agricole nello Stato, distribuite su circa 44,8 milioni di acri, con terreni agricoli che rappresentavano l’85,6% della superficie complessiva del Kansas.

Non sorprende quindi che lo Stato sia diventato noto come Wheat State e Breadbasket of the World e che l’agricoltura abbia influenzato per generazioni economia, politica, abitudini sociali e cultura locale.

Dal punto di vista letterario, però, il passaggio più interessante avviene quando un’attività economica diventa identità narrativa e la fattoria smette di essere percepita soltanto come il luogo nel quale si coltiva il grano, trasformandosi nella rappresentazione concreta della casa, della famiglia, dell’appartenenza, dell’eredità e della memoria.

Quella terra apparteneva al padre che l’aveva lavorata per quarant’anni e al figlio che magari desiderava andarsene; apparteneva alla ragazza che avrebbe lasciato il paese cercando qualcosa di più grande e che, anni dopo, sarebbe potuta tornare trovando ancora la vecchia casa, i vicini e una comunità capace di ricordare chi fosse prima che partisse. La proprietà familiare poteva essere contemporaneamente un peso economico, un’eredità e un legame con le generazioni precedenti, creando un conflitto perfetto fra desiderio individuale e senso di appartenenza.

Vi ricorda qualcosa?

Probabilmente sì, perché a questo punto abbiamo già fatto un salto dall’Ottocento direttamente nella narrativa contemporanea.

Poi, nel 1900, arriva Dorothy

 

Quando L. Frank Baum pubblicò The Wonderful Wizard of Oz, il Kansas possedeva già tutte le caratteristiche necessarie per rappresentare qualcosa di immediatamente comprensibile al lettore americano: la normalità dalla quale poteva improvvisamente irrompere l’impossibile.

La Library of Congress definisce il romanzo una delle grandi fiabe nate direttamente dalla cultura americana e osserva come Baum abbia mescolato elementi fantastici tradizionali, dalle streghe alla magia, con elementi riconoscibilissimi dell’America del suo tempo, tra i quali il ciclone del Kansas, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e persino un mago proveniente da Omaha.

La scelta del Kansas risulta straordinariamente efficace proprio per la distanza che separa il mondo di Dorothy da quello che incontrerà durante il viaggio: da una parte esistono il colore, le creature impossibili, le città fantastiche, le streghe e una strada di mattoni gialli; dall’altra c’è una ragazzina cresciuta in una fattoria delle pianure americane, in un ambiente quotidiano e immediatamente riconoscibile.

Dorothy proviene da un mondo ordinario e proprio questa origine rende ancora più straordinario ciò che le accade; la distanza fra la quotidianità della fattoria e l’universo fantastico di Oz amplifica l’avventura e permette al Kansas di diventare il punto di riferimento al quale confrontare tutto ciò che appare meraviglioso, assurdo o impossibile.

Da quel momento lo Stato possiede qualcosa che nessuna campagna pubblicitaria avrebbe potuto acquistare: un posto permanente nella mitologia popolare americana.

Il tornado che ha divorato uno Stato

A questa fortuna letteraria si accompagna un effetto collaterale evidente, perché ancora oggi basta pronunciare la parola Kansas perché qualcuno pensi immediatamente a un tornado.

I fenomeni meteorologici estremi appartengono realmente alla storia delle Great Plains e il Kansas è effettivamente interessato da temporali violenti e tornado; nell’immaginario collettivo, tuttavia, questo collegamento è stato amplificato enormemente dalla fortuna del romanzo di Baum e, soprattutto, dalle sue successive trasposizioni.

Quando pensiamo al tornado del Kansas, infatti, pensiamo spesso a quello che solleva una casa, trascina Dorothy lontano dalla propria quotidianità e trasforma un evento atmosferico nella porta attraverso la quale entrare nel fantastico. Il ciclone di Baum diventa così uno dei dispositivi narrativi più efficaci della letteratura americana, perché è il paesaggio stesso a spezzare la normalità e a costringere la protagonista ad abbandonare tutto ciò che conosce.

Quando nel 1939 arriva il film MGM con Judy Garland, quell’immagine viene fissata definitivamente nella cultura mondiale: Dorothy è ancora una ragazza di una fattoria del Kansas, trasportata dalla propria casa fino a Oz, e milioni di spettatori finiscono per associare uno Stato enorme e complesso a poche immagini diventate universalmente riconoscibili.

Il Kansas culturale comincia così a vivere una vita propria e diventa, progressivamente, una delle rappresentazioni più potenti della provincia americana.

Che cosa intendiamo davvero quando diciamo “provincia americana”?

Per un lettore europeo, la provincia statunitense viene spesso immaginata attraverso una serie di elementi che abbiamo imparato soprattutto da libri, film e serie televisive: una Main Street attraversata da poche automobili, un diner, la squadra del liceo, la festa cittadina, il negozio appartenente alla stessa famiglia da decenni, la cameriera che conosce già l’ordinazione dei clienti abituali, il ragazzo che è partito per cercare fortuna e la ragazza che è rimasta, mentre il sindaco conosce tua madre e il vicino probabilmente sa che stai divorziando prima ancora che tu abbia deciso di raccontarlo a tua sorella.

Naturalmente questa è una costruzione narrativa e nessuno Stato reale può essere ridotto a una simile cartolina; il Kansas comprende città, università, industrie e realtà sociali molto diverse tra loro, mentre lo stereotipo della piccola comunità rurale rappresenta soltanto una parte della sua storia e della sua identità.

Gli stereotipi letterari, però, funzionano proprio attraverso un processo di selezione: prendono caratteristiche reali, ne amplificano alcune, ne dimenticano altre e finiscono per trasformarle in un linguaggio immediatamente riconoscibile.

Il Kansas aveva già fornito quasi tutto il vocabolario necessario: spazio, terra, famiglia, agricoltura, distanza, comunità, resistenza, partenza e ritorno.

Dal Kansas allo small town romance

Il passaggio dal Kansas di Dorothy al romance contemporaneo è molto meno strano di quanto possa sembrare, soprattutto se osserviamo una delle strutture narrative più amate dello small town romance.

Lei vive in città e, a un certo punto, qualcosa interrompe la sua vita: perde il lavoro, termina una relazione, eredita una casa, deve occuparsi di un parente, torna per Natale oppure riceve in eredità la vecchia attività della nonna. Qualunque sia il motivo, il risultato è quasi sempre lo stesso, perché la protagonista torna nel luogo dal quale era partita e ritrova una comunità che sembra essersi ricordata di lei molto meglio di quanto lei si sia ricordata della comunità.

A quel punto incontra qualcuno, che potrebbe essere il ragazzo conosciuto al liceo, il vicino di casa, un allevatore, l’uomo burbero che gestisce l’attività accanto alla sua oppure l’ex che, dopo quindici anni, è ancora inspiegabilmente single e altrettanto inspiegabilmente attraente.

Sotto la storia romantica, tuttavia, si muove quasi sempre un conflitto molto più antico: restare o partire?

Ed è proprio qui che l’immaginario delle pianure americane torna prepotentemente in scena, perché da oltre un secolo racconta questa tensione attraverso personaggi divisi fra il desiderio di cercare altrove la propria realizzazione e il legame con il luogo dal quale provengono.

La provincia può diventare soffocante e, allo stesso tempo, offrire una rete di relazioni impossibile da ricreare altrove; la città promette possibilità e anonimato, mentre il paese conserva memoria delle persone che lo abitano; la fattoria richiede sacrifici enormi e porta con sé un’eredità familiare che può rendere quasi impossibile considerarla semplicemente un bene da vendere.

Dentro questa tensione si trova una parte importante del fascino dello small town romance contemporaneo.

Dorothy aveva già capito il finale dello small town romance

Ed è forse questo il collegamento più divertente di tutta la storia.

Dorothy attraversa un mondo infinitamente più spettacolare del Kansas, vede cose impossibili, conosce personaggi straordinari, incontra streghe e creature parlanti, percorre la strada di mattoni gialli e arriva nella Città di Smeraldo; dopo avere visto un universo molto più grande di quello nel quale è cresciuta, continua però a desiderare una cosa semplicissima: tornare a casa.

Il Kansas acquista così un valore che supera completamente la sua bellezza o la sua spettacolarità, perché rappresenta l’appartenenza e quel particolare legame emotivo con il luogo dal quale proveniamo che l’avventura, per quanto straordinaria, non riesce a sostituire.

Ed eccolo, il cuore di una quantità sorprendente di narrativa romantica americana.

Il personaggio parte convinto che la provincia rappresenti qualcosa da superare, attraversa esperienze che lo trasformano e, quando torna, scopre che ciò che aveva interpretato soltanto come un limite conteneva anche memoria, relazioni e appartenenza. È una costruzione narrativa che ritroviamo continuamente nell’homecoming romance, nel second chance, nello small town, nel farm romance, nel ranch romance e nel childhood friends to lovers.

Persino moltissimi Christmas romance funzionano secondo lo stesso principio: qualcuno proveniente da una vita urbana frenetica viene temporaneamente intrappolato in un luogo nel quale le persone conoscono il nome del panettiere e, dopo circa duecentocinquanta pagine, scopre che preparare biscotti insieme a un uomo in camicia di flanella era esattamente ciò che mancava alla propria esistenza.

Dorothy, probabilmente, avrebbe capito benissimo.

Il Kansas come luogo della partenza e del ritorno

È forse questa contraddizione a spiegare perché il Kansas continui a funzionare così bene nell’immaginario americano: rappresenta contemporaneamente il luogo dal quale partire per vivere un’avventura e quello verso il quale desiderare di tornare quando l’avventura è finita, diventando periferia geografica e centro emotivo, spazio dell’isolamento e della comunità, territorio della durezza quotidiana e oggetto di nostalgia.

Prima di Oz c’erano le praterie, le migrazioni, le fattorie, le ferrovie e comunità che cercavano di costruire una vita in un territorio enorme; poi arrivarono Baum, Dorothy e un ciclone, trasformando quel paesaggio in un simbolo riconoscibile in tutto il mondo. Più di un secolo dopo continuiamo a raccontare, sotto forme diverse, una storia sorprendentemente simile, nella quale qualcuno parte, scopre il mondo, cambia e infine guarda indietro chiedendosi se ciò che stava cercando non fosse rimasto per tutto quel tempo dall’altra parte della strada, accanto a una fattoria, in una cittadina dove tutti sanno tutto di tutti.

Possibilmente indossando una camicia di flanella, perché i secoli cambiano, i generi letterari si trasformano e le protagoniste conquistano vite che Dorothy non avrebbe neppure potuto immaginare; eppure l’idea che esista un luogo capace di chiamarci di nuovo a sé continua a esercitare sulla narrativa americana un fascino difficilissimo da spezzare.

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