Aprile 2023

Tre errori frequenti commessi da autori emergenti

Scrivere è un po’ come andare in bicicletta: all’inizio si è goffi, si fa fatica a comprendere come stare in equilibrio… ma poi, pian piano, ci si prende la mano e tutto diventa più facile. Non meno faticoso, ovvio, soprattutto se si gareggia a livello professionistico.   Forse è un paragone azzardato ma, se durante i primi giri in bicicletta i genitori sono pronti a sostenerci e a impedirci di cadere, la stessa cosa vale quando si scrive un romanzo e l’editor ci dà una mano a raddrizzare il tiro, indicandoci la via corretta da prendere. Ecco perché è importante essere seguiti da uno specialista dell’editing, soprattutto durante la stesura dei primi romanzi, ma lo è anche quando si diventa più esperti e si impara a gestire la scrittura a 360  gradi. Ma quali sono gli errori più frequenti commessi dagli scrittori esordienti? Land editore è una casa editrice che pubblica ben volentieri autori alle prime armi, spesso aiutandoli a prendere confidenza con l’arte dello scrivere per gli altri. Ecco perché abbiamo deciso di parlarvi di Tre errori frequenti compiuti da scrittori esordienti (l’ultimo farà infuriare molti di voi) Privilegiare la ricerca stilistica alla cura dell’economia del romanzo. Spesso gli scrittori esordienti sono letteralmente ossessionati dalla ricerca di una propria originalità stilistica, e altrettanto spesso, pur di trovare il proprio ton of voice, si concentrano meno sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi e sull’intreccio. Tuttavia noi siamo convinti che, se agli errori e a uno stile un po’ immaturo ci sia sempre tempo per rimediare, un romanzo che ha personaggi poco profondi e un intreccio mal sviluppato ha poche chance di essere amato dai lettori. Il nostro consiglio, pertanto, è sì di continuare a cercare la propria voce, ma i personaggi e la trama devono sempre avere la precedenza, soprattutto se si scrivono romanzi di genere. L’ossessione per i sinonimi. A differenza degli scrittori più navigati, che conoscono bene le regole del gioco, gli autori esordienti sono ossessionati dall’idea di evitare ripetizioni all’interno delle frasi, ricercando sinonimi e parole molto spesso astruse, che invece di migliorare il libro ne inficiano la scorrevolezza. A volte diventa davvero arduo spiegare agli autori esordienti che è preferibile una ripetizione di troppo a un utilizzo spropositato di sinonimi e termini a dir poco bislacchi. Avere poca cura dei propri lettori. E’ praticamente impossibile, al giorno d’oggi, vedere un autore preoccuparsi di come il libro verrà accolto dai lettori… o meglio, la preoccupazione c’è, ma sovviene al momento sbagliato, ossia dopo l’uscita del romanzo. Tenere conto del gusto e dell’accoglienza dei lettori è qualcosa che va fatto sin dal primo editing, perché è questo il momento in cui si può intervenire per migliorare il libro fino a renderlo pronto per essere condiviso. Preoccuparsi di ciò che pensano i lettori del proprio romanzo è fondamentale, perché incentiva lo scrittore a fare ricerche, a leggere libri simili al proprio, a cercare informazioni sui gusti del target di riferimento. Troppo spesso lo scrittore esordiente è concentrato sul proprio processo creativo, e sembra quasi che il mondo esterno venga completamente tagliato fuori, come se non esistesse. Se si vuole raggiungere un pubblico di lettori che non consista esclusivamente in amici e parenti, immaginare un lettore ideale e studiarlo nel profondo è fondamentale, ed è una cosa che va fatta prima che il libro venga pubblicato, mai dopo. Possibilmente ascoltando i consigli dell’editor.  Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo con i tuoi amici e ricorda di mettere like alla nostra pagina Facebook e Instagram. Iscriviti * indicates required Email Address * Inserisci qui il tuo indirizzo email Il tuo nome e cognome * Inserisci il tuo nome e cognome qui

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Masterclass Vita d’Altri: episodio otto

In collaborazione con Eredità Racconto di Roberto Zito Questo racconto è stato ideato e scritto da uno degli allievi della scuola di Scrittura e Storytelling Viagrande Studios, in occasione della masterclass Vita d’altri. Editing a cura di: Manuela A.De Quarto L’ultimo scherzo me lo avevano fatto prima di morire. L’arbre magique che aveva l’odore dello spogliatoio maschile di una palestra. Mio padre lo aveva appeso sul cruscotto il giorno stesso in cui aveva comprato quell’auto e non l’aveva più tolto.  Aveva smesso da tempo di emanare il suo odore di palle sudate e detersivo, eppure quell’aroma mi si era infilato nel naso e non se n’era più andato. Era sopravvissuto solo quello. Il resto si era schiantato giù per una vallata ricoperta di nevischio. Della Fiat Uno dei miei genitori non era rimasto nulla, solo un ammasso di lamiere accartocciate. E quello stupido arbre magique. Ero rimasto orfano, e l’unica eredità che mi avevano lasciato era un deodorante per auto. A Harry Potter avevano lasciato un caveau pieno di soldi. A me, questo. Sarebbe più semplice se dicessi che in fondo con i miei non avevo un legame così stretto. Che erano due genitori insensibili, distanti, incapaci di qualsiasi slancio affettivo. E invece quei due erano un vero spasso. Mio padre poi, quello era un idiota patentato, pronto allo sfottò verso chiunque in ogni occasione, capace di dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato, campione olimpionico di regali brutti, dai profumi al sapore di merluzzo ai maglioni color senape andata a male. Sapeva sdrammatizzare quando sentiva che l’aria si faceva pesante, sapeva stemperare i conflitti e intromettersi in ogni discussione per buttarla in caciara. Magari, se la stava ridendo fino all’ultimo secondo di vita, prima di piombare su quel fottuto strapiombo in mezzo ai boschi dei Nebrodi. Stava rientrando da una cena con mamma, era il loro decimo anniversario di matrimonio. Io me lo ricordo il loro matrimonio, ero già in seconda elementare e saltai una noiosissima mattinata di dettati e addizioni per andare in una spiaggia e vedere i miei che si sposavano, vestiti come due hippie, a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen. Erano così, fuori dal mondo, fuori dal tempo. Forse, era tutta una ribellione verso i loro stessi genitori. Che pareva non vedessero l’ora di indossare l’abito più lugubre possibile per il funerale dei loro figli. Una volta sepolti, mi strinsero in un abbraccio arrugginito, gelido come una tenaglia, e mi scortarono fino alla mia nuova vita come un condannato del miglio verde. Orfano morto che cammina. La mia destinazione era la casa della mamma di mio padre, che pareva la magione della signora Rottenmeier. È incredibile come a volte le mura di un’abitazione prendano la conformazione dei suoi stessi abitanti. Quella casa aveva soffitti che si allungavano come il collo di mia nonna quando mi squadrava dalla testa ai piedi. La carta da parati si increspava come il suo labbro arricciato, mentre osservava i miei abiti spiegazzati, le sneakers con i lacci slacciati, la catena che penzolava tra le tasche bucate del mio unico paio di Denim. I mobili erano solcati da venature che pulsavano come le sue arterie, quando mi sentiva ciondolare con i piedi umidi sul pavimento in marmo caramellato. Nell’aria poi c’era lo stesso odore del suo fiato, un miscuglio di broccoli bolliti, incenso e patchouli. L’unico suono che era ammesso nella casa era il rumore della sua vecchia Singer, la macchina da cucire a pedali con cui si era pagata quella magione polverosa, mentre mio nonno gestiva i terreni di famiglia, prima che li cedesse per farci costruire una decina di Eurospin. Pareva ossessionata dall’idea di cucire qualsiasi cosa, dalle vecchie lenzuola alle tende del bagno, fino a cucirmi i jeans nella notte, mentre dormivo, incapace di accettare qualsiasi strappo nella sua esistenza rammendata. A me non restava che passare le giornate stringendo l’arbre magique che ormai si era impregnato dell’odore di quelle mura, bagnandolo col rimorso di non essere salito in macchina con loro. Per distrarmi, presi a leggere qualsiasi cosa trovassi in quella casa. E l’unica cosa che stava tra gli scaffali era l’enciclopedia del Fascismo. Erano dei tomi con la copertina color bordeaux e il font che pareva lo stesso dei cinegiornali Luce. Cominciai dalla A di Almirante e non mi fermai più, divorando ogni parola senza alcun interesse se non quello di fuggire da lì. Diamine, persino il regime fascista pareva un paradiso, in confronto a quella dittatura di merletti. Inizialmente lei non ci faceva caso, finché me ne stavo in silenzio a leggere dell’assassinio di Matteotti. Ma si incazzò di brutto quando notò che facevo le pieghette sulle pagine, per non perdere il filo. Non avevo nulla da usare come segnalibro, e nonostante i suoi rimproveri continuai a stropicciare quei fogli, che evidentemente erano l’unico lascito di mio nonno. Quando non ne poté più, mi intimò di smetterla. Io continuai a leggere, spiegazzare le pagine e inumidirle con le dita, come se fosse l’ultimo atto della nostra guerra. A quel punto lei pestò i piedi, sembrava pronta all’assalto. Invece si voltò verso il tavolo del salotto, afferrò un centrino, lo portò verso la macchina da cucire, cominciò a pestare i pedali con forza. Infine, mi diede in mano un segnalibro. Era fatto della stessa stoffa del centrino, ne conservava ancora i ricami con sopra i mandali circolari. Lo tenni in mano per un po’, incredulo. Era davvero capace di farci qualsiasi cosa, con quell’aggeggio. Non seppi fare altro che mormorare un timido «Grazie» e tornare al volume quinto dell’Enciclopedia, dalla P di “Patti Lateranensi” alla S di “Salò”. Quando terminai l’enciclopedia, passai a leggere le riviste che venivano spedite per posta alla nonna, rimasugli degli abbonamenti lasciati dal nonno e che lei non sapeva come disdire. Panorama, L’Espresso, Sorrisi e Canzoni, settimanali che sarebbero rimasti incellofanati se non li avessi presi e letti con voracità, imparando a memoria i testi delle prossime canzoni di Sanremo. Infine, passai ai testi sacri nascosti nei cassetti della

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Ricetta della crêpes al cioccolato (anzi, no!)

Fan del romantic suspence, tutto okay? Tenetevi forte, perché la notizia che stiamo per darvi potrebbe causarvi uno di quei brividi di cui siete tanto dipendenti: tra poco più di un mese e mezzo, vedremo in libreria il nuovo romanzo di Alessia Cannizzaro, Without you, un adrenalitico romanzo di spionaggio e… d’amore!  Ehi, quanta fretta! Sappiamo che siete qua per la ricetta della crepe… ma almeno aspettate di leggere la biografia di Alessia Cannizzaro, perché non è sempre vero che il cibo viene prima di tutto 😛 Alessia Cannizzaro, la biografia Alessia Cannizzaro, classe 1980, giornalista. Sono nata e vivo a Palermo, città che non cambierei per nulla al mondo, sebbene abbia detto di volermi trasferire in quasi tutte le città estere in cui sono stata. L’unica cosa che forse non ho mai voluto cambiare nella mia vita è la professione. Dopo aver fatto di tutto, dalla conduzione di tg alla direzione di una testata, oggi mi occupo prevalentemente di uffici stampa e comunicazione per aziende, enti, eventi, politici, vip e tanto (ma tanto) altro ancora. Lavoro anche come social media manager, correttrice di bozze e grafica, tanto per non farmi mancare nulla! E non è tutto. Sono anche moglie e mamma di una bambina di sette anni. Esatto, proprio i terribili sette! Se vi state chiedendo come riesca a fare tutto, mi spiace, ma non lo so nemmeno io.Com’è nata la passione per la scrittura? Credo sia nata con me, ma l’illuminazione vera, quella che ti colpisce tipo fulmine a ciel sereno, è arrivata poco prima dei dieci anni. A un certo punto, mentre ero a scuola, ho capito che volevo scrivere e raccontare storie. Così, per il mio decimo compleanno, al posto della casa di Barbie, ho chiesto una bellissima macchina da scrivere rossa, una Olivetti lettera 32, che ancora oggi conservo gelosamente e che, al di là di tutto, ho usato davvero per l’esame di abilitazione per diventare giornalista professionista. Da bambina, scrivevo servizi per finti tg che poi conducevo nel salotto di casa a un pubblico di pazienti genitori; poi ho iniziato a scrivere racconti che venivano puntualmente letti dal mio prof. di Italiano nell’ora di narrativa; il resto è storia! Da lì in poi non ho più smesso di scrivere, sia per lavoro che per passione.   La ricetta delle crepe alla nutella (da fare rigorosamente con il vostro partner) Ricetta Finito il film, ritorniamo in cucina a preparare le crêpes. Sciolgo una noce di burro nella padella antiaderente e Daniel versa un mestolo di impasto*. Una volta formata la rondella, la giro e poi la adagio su un piatto, e così riusciamo a fare dieci crêpes praticamente perfette. Prendo la nutella e inizio a farcirle, con le braccia di Daniel attorno alla pancia e il suo petto attaccato alla mia schiena. «Lo sai che è veramente difficile cucinare così?» «Ti ci dovrai abituare» ride. E vorrei tanto abituarmi a questa sensazione di normalità, ai piccoli gesti quotidiani, ai baci rubati, alle carezze distratte, ai colpi di strofinaccio, agli abbracci non richiesti, alle risate spontanee, agli sguardi che si incrociano per non staccarsi più… «Aspetta… hai un po’ di nutella qui.» Passa l’indice sul mio labbro e poi si lecca il dito. «Forse faccio prima così.» Si avvicina e le sue labbra sfiorano le mie, e la sua lingua ne percorre i confini mischiandosi al sapore dolce del cioccolato. Io già sento che mi sono abituata a tutto questo. Poso il tovagliolo che avevo in mano e passo le mie braccia attorno al suo collo. Non smettere di baciarmi, resta con me, resta qui. E cresce l’intensità del bacio alla stessa velocità con cui i miei battiti mi fanno capire che sono ancora viva. *Come fare l’impasto All’interno di una casseruola, mescolare le uova con la farina quanto basta fino a creare un impasto omogeneo, sufficientemente… melmoso? Non siamo cuochi professionisti, quindi questa è l’unica parola che ci è venuta in mente.  Poi aggiungere pian piano il latte freddo o appena scaldato finché l’impasto non diventa più liquido, ma non liquidissimo, liquido il giusto, mi raccomando! Aggiungere il pizzico di sale.  Nel frattempo, avrete fatto scaldare una noce di burro nella padella. Inserire un mestolo d’impasto o quanto basta per coprire l’intera superficie della padella, dopodiché aspettare che si solidifichi… e ora viene la parte più difficile, quella in cui non riusciamo mai anche noi, ossia girare la crepes al contrario per cuocere anche l’altro lato. Che dire, buona fortuna! Ingredienti Latte 200 ml Farina quanto basta Sale, un pizzico Cioccolato spalmabile Uova, due (per due persone) Vi serve un uomo o una donna o chiunque sia che si presti a darvi tanti baci mentre cucinate COMING SOON Il nostro magazine News 19.01.23 Nuova collaborazione Land Editore con Viagrande Studios Land editore è felice di annunciare che il legame tra Torino e la Sicilia sta diventando ancora più stretto, grazie alla partecipazione di Land Editore Read More Nuove uscite Ricetta della crêpes al cioccolato (anzi, no!) 05.04.23 Nuove uscite Lo young adult che non ti aspetti: presentazione di Elena Genero Santoro 02.04.23 racconti gratis Masterclass Vita d’Altri: episodio sette 02.04.23 spetteguless Perché Land Editore non ha una collana LGBTQIA+? 29.03.23 Iscriviti * indicates required Email Address * Inserisci qui il tuo indirizzo email Il tuo nome e cognome * Inserisci il tuo nome e cognome qui

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Lo young adult che non ti aspetti: presentazione di Elena Genero Santoro

Quando Land Editore dice Young Adult, i lettori rispondono, e anche stasera andrà così… soprattutto se, come in questo caso, dobbiamo presentarvi un’autrice del calibro di Elena Genero Santoro.  Blonde Angel, lo young adult che non ti aspetti Perché nel romance di Elena Genero Santoro protagonisti saranno Lea e Michele, diversissimi tra loro ma accomunati da una passione smodata per la musica… e per i baci mozzafiato che una sera si scambiano quasi per caso, per poi cadere nella trappola più vecchia di tutte: l’amore.  Un evento tragico li separerà, mettendo a repentaglio il loro rapporto e allontanando Lea dal ragazzo che ama. Un romanzo che ricorda da vicino Persuasione, il capolavoro di Jane Austen, perché non c’è nulla di peggio che lasciarsi persuadere dagli altri a rinunciare al vero amore.  E quando l’errore verrà scoperto e un tragico mistero svelato, forse sarà troppo tardi per rimediare ai propri sbagli.  Se ti abbiamo incuriosito, leggi la biografia di Elena Genero Santoro alla fine della pagina ti aspetta una citazione tratta dal romanzo Elena Genero Santoro è nata a Torino nel 1975, dove risiede con il marito e i figli. Lavora come ingegnere per l’industria automobilistica e si occupa di normative ambientali. L’ecologia, anche nel privato, le sta molto a cuore. Non ha mai tradito la sua doppia anima matematico-tecnologica e linguistico-umanistica e spera che sempre più ragazze intraprendano percorsi di studio STEM. Parla correntemente inglese, mastica il francese e si arrabatta con lo spagnolo, ma sogna di morire poliglotta. E’ cofondatrice del lit-blog “Gli Scrittori della Porta Accanto” dove scrive editoriali e recensioni di libri e film. È convinta che nella vita oltre al talento serva la tenacia. Il suo motto è quella frase dell’ape, che in teoria non potrebbe volare per motivi aerodinamici, ma ignara delle nozioni scientifiche non solo vola, ma fa anche il miele. Ci seguirai in questa nuova avventura? Blonde angel, cover provvisoria ora disponibile Clicca sull’immagine per ingrandire Dal libro Lea era garbo e volontà, timidezza e fermezza, dalla sera in cui lo aveva avvicinato dopo il concerto di Andrea Meneghelli. Ci voleva una donna così per lui. Una con le idee chiare, che puntava alla carriera, che lo pungolava e lo obbligava a essere migliore. Che sapeva cosa voleva o chi voleva, e se lo andava a prendere ovunque fosse. Non se la sarebbe lasciata scappare.  COMING SOON Il nostro magazine News 19.01.23 Nuova collaborazione Land Editore con Viagrande Studios Land editore è felice di annunciare che il legame tra Torino e la Sicilia sta diventando ancora più stretto, grazie alla partecipazione di Land Editore Read More Nuove uscite Lo young adult che non ti aspetti: presentazione di Elena Genero Santoro 02.04.23 racconti gratis Masterclass Vita d’Altri: episodio sette 02.04.23 spetteguless Perché Land Editore non ha una collana LGBTQIA+? 29.03.23 storia Il tradimento è diventato moralmente inaccettabile solo nel ‘900 28.03.23 Iscriviti * indicates required Email Address * Inserisci qui il tuo indirizzo email Il tuo nome e cognome * Inserisci il tuo nome e cognome qui

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Masterclass Vita d’Altri: episodio sette

In collaborazione con Katja, moya mat’-mia madre Racconto di Ingrid Sciuto Questo racconto è stato ideato e scritto da uno degli allievi della scuola di Scrittura e Storytelling Viagrande Studios, in occasione della masterclass Vita d’altri. Editing a cura di: Manuela A.De Quarto Ho deciso di scrivere per mia madre. Ho lasciato intatti gli sfondi e messo in evidenza i primi piani. Ho eliminato i collant, le bevande gassate, i segni d’aria.          Ha detto di voler tornare a casa seduta sulla sua poltrona verde, con la radio accesa e lo sguardo smarrito.  Prima le sono stati rubati i volti poi i nomi. L’Alzheimer è una macchina del tempo, mescola e rimonta le scene, ti blocca in un eterno presente, poi nel giro di un secondo ti scaraventa indietro a quando eri bambino.        Le ho scritto di suo padre, misconosciuto scrittore controrivoluzionario dedito all’alcol, tormentato da continui bruciori di stomaco, deportato in Siberia in una fumosa Russia comunista. Aveva scelto di schierarsi col male, con i giornali da strapazzo, i volantini ciclostilati, i comizi frequentati da quattro gatti, con i movimenti che non avrebbero avuto nessuna possibilità di farcela. Proprio nessuna. Nei suoi pochi anni di attività aveva collaborato con alcune riviste, scritto poesie, fatto il giornalista. In base ai rapporti stilati dalla polizia politica viene arrestato per aver diffuso materiale di propaganda antisovietica. Il processo gli darà dieci anni di lavori forzati.                Tvoy otets-tuo padre Il treno si ferma da qualche parte tra Mosca e Novosibirsk, la banchina è deserta ma ben illuminata. Il freddo è terribile, nessuna città, solo una fila di baracche. Il primo essere umano che il prigioniero incontra è Josif, un ufficiale slavo che gli urla in faccia con un alito di vodka; ha ventidue anni, è tra i migliori del suo corso e si trova molto lontano da casa. Invece di finire al fronte come la maggior parte della sua classe di leva, viene destinato di guardia a un Gulag nell’estremo nord del paese. Ma del resto, nella Russia del Terrore le possibilità di nascere e morire nello stesso luogo sono davvero molto basse.                  Portano il prigioniero in una catapecchia riscaldata da una stufa fumosa, lo spogliano nudo, lo tramortiscono e lo lasciano a tremare su un pavimento di assi di legno sconnesse. Ogni tanto la porta di quella topaia si apre e vengono a prenderlo a calci. Il campo di prigionia è un luogo sinistro, melmoso, quasi disabitato. Ci si addormenta in una cella dalle tavole marce e si sguazza nelle pozzanghere tra palizzate e filo spinato. I vestiti dei detenuti sono sporchi, strappati, troppo stretti e certamente troppo leggeri per la stagione.      Dopo qualche settimana il prigioniero viene internato in un ospedale psichiatrico a pochi chilometri dalla capitale. Grovigli di fili elettrici percorrono le pareti scrostate. I termosifoni sono spenti, collegati a lunghe tubature arrugginite. Corsia numero tre, nove letti. Il suo è il primo addossato alla parete, l’ultimo dal quale si hanno notizie.    Una volta mi capitò di vedere in un filmato di trenta secondi, il rientro in patria di alcuni sopravvissuti ai Gulag. Le persone che li circondano sono in maniche di camicia, loro invece hanno in testa cappelli di lana grossa e tremano avvolti nelle coperte. Intorno a loro si accalcano donne di tutte le età, ognuna di loro crede di riconoscere uno zio, un fratello, un marito. Nel 1937 furono circa un milione e 700 mila gli arrestati. Erano contadini, preti, portinai, insegnanti, macchinisti, sospettati di legami con i nemici del popolo russo.  Una penna con il tappo rosso ed una bottiglia di acqua di colonia 4711 dall’etichetta blu e oro. Tanto rimane di lui.  Josif Lealtà, prontezza e senso di responsabilità avevano garantito a Josif il grado di commissario per la sicurezza di stato della NKVD, la polizia segreta della grande armata russa. L’ingranaggio corrotto di un sistema paranoico. Non aveva più stivali lucidi e modi da provinciale, ma restava comunque un gendarme. Il suo lavoro consisteva nel sorvegliare, controllare e riferire al governo. Le persone che finivano nelle liste del NKVD venivano arrestate, torturate, distrutte fisicamente e psicologicamente. I processi che ne seguivano erano sommari con livelli probatori bassissimi; la testimonianza di un informatore anonimo era sufficiente per l’arresto. Josif abbassa l’aletta del parasole della Volga nera, si dà un’occhiata nello specchietto e lo rialza, mentre accosta silenziosamente davanti alla chiesa cristiana. Il livido intorno all’occhio sinistro inizia a venire fuori, la pelle è gonfia, il colore vira dal rosso scuro al blu. “Dovrei smetterla di partecipare a incontri di boxe clandestini” sorride beffardo. “Pagano bene, però”.  In fondo alla piazza, oltre il piccolo chiosco per i giornali, scorge la donna che sta aspettando. Katja Il vestito è quello verde delle grandi occasioni. Un po’ di crema sulle labbra screpolate per il freddo, due forcine nei capelli, i passi attenti a non scivolare sul ghiaccio. Continua a ripetersi di non pensare, mentre cammina in fretta, metà del viso scaldato da una sciarpa rossa. Attraversa quei luoghi che conosce a memoria, staccionate, case, garage, giardini, vetrine, dirigendosi verso la chiesa dove è stata battezzata da bambina. Minuscoli fiocchi di neve tra i capelli. Quello che non so-Chego ya ne znayu “Buongiorno mamma, come ti senti oggi” “Buongiorno a lei” “Sei riuscita a mangiare qualcosa? Hai visto che giornata meravigliosa?” “Questa non è casa mia” “Per il brodo devi usare il cucchiaio, aspetta ti aiuto io” “Il regime mi ha ucciso” “…” “…” “…” “Non lo riconobbi subito. Poi tutto è cambiato, io cambiai. Sapevo chi fosse e cosa faceva. Sapevo delle condanne a morte, gli abusi, le torture.        Ci vedevamo di nascosto perché lui era sposato. Inscenare il rapimento fu un’idea sua. Mi aveva preso una stanza nel quartiere di Arbat sulla riva del fiume Moskova. Profumo di aghi di pino. Adesso dormi.    Aveva un’intelligenza irrequieta e subdola, capace di sfruttare ogni situazione a suo vantaggio. Non so

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