Dicembre 2023

Elena Cecchettin persona dell’anno secondo l’Espresso

Sono passate ormai settimane dal terribile omicidio di Giulia Cecchettin, un femminicidio che ha scosso le coscienze di tutti gli italiani e dato ai media l’occasione di tornare a parlare di femminismo, mascolinità tossica e dei diritti delle donne. È invece di questi giorni la notizia che sua sorella, Elena Cecchettin, è stata scelta dall’Espresso come Persona dell’anno per le parole con le quali ha affrontato a muso duro, determinata e agguerrita, il clamore mediatico derivante dalla tragedia legata alla sorella Giulia.   Le parole di L’Espresso per spiegare questa scelta lasciano molto su cui riflettere:   La sorella di Giulia è la figura che caratterizza il 2023 per il nostro settimanale. Perché ha trasformato il dolore privato in assunzione di responsabilità collettiva, costringendoci a dare un nome al male di cui soffriamo: il patriarcato. Ma dopo la diagnosi serve la cura.              

Elena Cecchettin persona dell’anno secondo l’Espresso Leggi tutto »

Quali erano i giochi da fare in casa a Natale ai tempi di Jane Austen?

La redazione Giocare a carte, indovinare il titolo di un libro o di un film, fare quiz e indovinelli, risolvere l’Enigmistica… Quanti di voi, soprattutto durante le vacanze, sono soliti trascorrere qualche ora in balìa di rebus e indovinelli? In Emma, la Austen ci presenta alcuni giochi che venivano fatti generalmente in casa dopo i pasti. Col termine dinner s’intende il pasto più importante della giornata, di solito consumato intorno alle quattro del pomeriggio, a cui seguiva il tè. «La signora Bates, vedova del precedente parroco di Highbury, era una signora assai anziana, a cui non restava altro quasi che il tè e il quadriglio…» Nel romanzo, la signorina Woodhouse, una giovane donna bella, ricca e intelligente, miope dinanzi i propri difetti, si diverte a organizzare matrimoni e a creare coppie, noncurante di creare scompiglio nella cerchia dei suoi amici. All’interno del testo, la Austen ci racconta di alcuni giochi che venivano svolti nella dimora della signorina Woodhouse. Ma quali erano questi giochi? whist: gioco di carte in voga tra il Settecento e l’Ottocento. Nonostante le regole siano semplici, il gioco richiede strategia e ragionamento. Scopo del gioco è accumulare più prese possibili; si ottengono punti effettuando almeno sette prese; backgammon: gioco da tavolo in cui ciascun giocatore muove secondo il lancio di due dati 15 pedine lungo 24 triangoli, divisi in quattro tavole. Scopo del gioco è riuscire a portare tutte le proprie pedine entro la parte opposta a quella di partenza; quadriglio: gioco di carte comune nel Settecento; simile al tressette, che si svolge fra quattro giocatori con formazioni non fissate in precedenza; sciarada: gioco di parole in cui si richiede di indovinare un termine mediante la composizione di due o tre termini diversi. Le sciarade sono note fin dall’antichità e la testimonianza più antica risale a Plutarco. In Inghilterra e in Francia ebbe grande successo come passatempo da salotto. «Ah, non è difficile capire da chi hai preso. La tua cara mamma era così brava in questo genere di cose. Avessi almeno la sua memoria!» Ma non era una pratica comune solo alle donne, questo tipo di intrattenimento interessava infatti anche gli uomini, come specifica la Austen: «Il signor Woodhouse era interessato a tale occupazione quasi quanto le ragazze, e cercava molto spesso di rammentare qualcosa di meritevole d’essere incluso.» Ma non solo Jane Austen, anche Charlotte Brontë all’interno di Jane Eyre ci parla di sciarada, che poteva avvenire anche mediante forma scenica: «Chiamarono i domestici per mettere da parte i tavoli, spostarono le luci e posizionarono le sedie in un semicerchio dall’altro lato dell’arcata. Mentre il signor Rochester e gli altri gentiluomini dirigevano gli spostamenti, le signore correvano su e giù per le scale chiamando le loro domestiche. La signora Fairfax fu interpellata per dare informazioni riguardo a ciò che la casa avesse da offrire quanto a scialli, vestiti e stoffe di ogni genere, e furono saccheggiati alcuni guardaroba del terzo piano. Il loro contenuto – sottovesti di broccato, corpetti di raso, abiti neri, nastri ecc – fu portato di sotto in grandi quantità dalle cameriere e, dopo un’accurata scelta, il tutto venne infine trasferito nel boudoir del salotto.»  E voi, vi divertirete a fare qualche gioco di società insieme ai vostri familiari questo Natale?

Quali erano i giochi da fare in casa a Natale ai tempi di Jane Austen? Leggi tutto »

Libere di scrivere dark romance: intervista a Priska Nicoly

A cura di I fatti Ad oggi non esiste alcuna correlazione riconosciuta tra problematiche psicologiche e generi letterari preferiti. Prima di condannare un genere, dal momento che la censura è una misura gravissima, è necessario portare dati scientifici che giustifichino quella condanna. Priska Nicoly Scrittrice Salve Priska, grazie di aver accettato di partecipare a questa intervista su un argomento che alcuni definiscono controverso. Iniziamo con qualche curiosità su di te: come hai iniziato il tuo percorso nel mondo della scrittura? Hai rituali particolari che ti aiutino durante la stesura? Grazie a voi! Per me è un piacere parlare di questo argomento. Come tante persone che da adulte finiscono per scrivere, ho iniziato da piccola. Ho scritto le mie prime storie a nove anni sui diari segreti, poi fanfiction da adolescente, e a quindici anni ho finito il mio primo romanzo. Ne ho scritti altri tre prima dei diciannove anni, e lavorando al mio quinto mi sono bloccata. Ho ricominciato solo dodici anni dopo, quando ho appreso una routine che mi ha permesso di scrivere circa sei libri all’anno da allora. Ora non potrei immaginare una vita senza scrittura. Il mio rituale è aggiornare un conteggio di cinquantamila parole che ha una scadenza mensile; in questo modo sfido me stessa a scrivere ogni singolo giorno. Mi fa piacere precisare che anche se ultimamente ho sperimentato tanti generi diversi, tutto ciò che ho scritto prima dei vent’anni è ascrivibile al genere del dark romance storico, da sempre quello a cui mi sono dedicata con maggiore spontaneità sin da giovanissima. Perché hai scelto di scrivere dark romance storici? Da piccola ero sempre dalla parte dei cattivi! In qualsiasi storia ho sempre trovato più affascinante il villain. Il buono è una semplice messa in pratica della morale che ci viene insegnata, ma il cattivo ci costringe a farci domande. Cosa è andato storto con questa persona? In quale momento della sua vita ha iniziato a credere di poter violare le regole, e quale vantaggio ne ha tratto? Trovo sia quasi impossibile trovarsi in scena un cattivo senza elaborare una qualche teoria che lo riguardi. Quando un personaggio ti costringe a pensare significa che quel personaggio è riuscito. Con il tempo ho iniziato ad apprezzare anche le motivazioni complesse dietro i personaggi buoni, per quanto mi piaccia sempre inserire luci e ombre, ma il fascino del cattivo mi è ancora irresistibile: è legato in maniera indissolubile a una speranza di cambiamento. Quando vediamo un cattivo ci interroghiamo sul suo passato ma facciamo anche ipotesi sul suo futuro. In un romance in genere ci aspettiamo una qualche redenzione che si sviluppi all’interno del rapporto con l’altro personaggio, o una corruzione che operi su entrambi. Il buono è solo un personaggio, ma il cattivo è una trama intera. Il dark romance prende quel cattivo che le storie della nostra infanzia hanno relegato a un ruolo secondario e lo rende protagonista. Il nome stesso del genere è una promessa: troverai oscurità in questa storia ma ci sarà anche amore, in una qualche forma più o meno tradizionale, più o meno perversa. Scelgo l’ambientazione storica per i miei dark romance perché il contrasto tra vizio e morale era molto più marcato nel passato: c’era una spinta più forte a essere brave persone per via del peso della religione, e allo stesso tempo la legge facilitava i soprusi dei più ricchi e dei più forti. Tante situazioni che ho immaginato in un’ambientazione storica sarebbero (per fortuna) poco realistiche ai giorni nostri. Il dark è visto con occhio tanto critico da chi non lo conosce, mentre è un genere molto amato e difeso da chi lo legge. Cosa ne pensi al riguardo? Penso che la lettura e la creatività siano due aree in cui la libertà dell’individuo debba essere difesa. Non esiste letteratura senza libertà. Se accettassimo la censura, quale autorità superiore dovrebbe decidere cosa si legge e cosa si scrive? Tanti dark romance, tra cui alcuni dei libri che ho scritto io stessa, sono difficili da definire come tali. A volte c’è la tendenza a dare una giustificazione morale ai propri gusti, invece di accettarli con serenità: se non mi piace qualcosa va già bene così, non è necessario elaborare complicate ragioni filosofiche per legittimare la mia preferenza, e delegittimare quella altrui. La sola eccezione a mio avviso esiste per quella fruizione che danneggi effettivamente l’individuo, lo renda pericoloso o depresso; l’ho detto da psicologa sul mio profilo Instagram ma lo ripeto qui: non è il caso dei dark romance. Ad oggi non esiste alcuna correlazione riconosciuta tra problematiche psicologiche e generi letterari preferiti. Prima di condannare un genere, dal momento che la censura è una misura gravissima, è necessario portare dati scientifici che giustifichino quella condanna. Non ci sono dati statistici di nessun tipo che sostengano l’ipotesi che il dark romance sia dannoso in alcun modo. I gusti sono sacrosanti, personali, e non devono essere motivati; la condanna a un genere è una limitazione della libertà personale quindi sì, per essere presa in considerazione deve portare prove concrete ed essere scrutinata da vicino. L’affermazione sui danni del dark romance è infondata e antiscientifica. L’intervista continua su Land Magazine cartaceo DicembrePresto disponibile

Libere di scrivere dark romance: intervista a Priska Nicoly Leggi tutto »

Le 10 frasi da non dire a un non genitore

A cura di Spesso e volentieri – se poi sei donna e sulla trentina anche un po’ più di spesso – ci si trova al cospetto della famosa frase “Tu non sei genitore, non puoi capire”. Queste semplici parole sono in grado di suscitare non solo grande irritazione, ma in casi particolari anche profonda angoscia. I motivi per i quali una coppia non procrea possono essere infiniti, e alcuni di questi anche molto dolorosi. Si può non essere genitori per scelta, ma anche per non scelta: entrambe dovrebbero essere rispettate, oltre che accolte. Sempre queste stesse sette parole, però, trovano modo di arrivare alle orecchie di tanti non genitori attraverso le più infinite declinazioni.   Vediamone insieme alcune. Cosa aspetti a fare un figlio? L’orologio biologico non ti aspetta mica eh… E l’orologio per contare fino a dieci prima di parlare? Non aspetta neppure quello. Non pensare solo alla carriera! Ma sai che gioia può darti un figlio? E se fosse altro a farmi sentire completa? Hai trent’anni. Se non lo fai ora, quando? Ah, beh, è risaputo che a trent’anni ci sia la scadenza come sui pancake. Lo sai, vero, che per correre dietro ai figli ci vuole energia. Più invecchi e più sarà difficile fare le nottate a cambiare i pannolini! Chissà, magari posso contattare la Duracell. Un figlio ti farà sentire completa. E un’osteopata intera.     Non pensare ai problemi, quelli ci sono sempre: prima fallo, poi vedrai che tutto si sistema. Beh, vero, è risaputo che i figli si crescono con le speranze e i sogni. Tu sei stanca? Pensa a me che ho anche un figlio. No comment. Una coppia non è una famiglia senza un figlio. Una persona dovrebbe essere pensante solo con il cervello. Eppure… Ma siete sicuri di averle tentate davvero tutte? Chiedilo al dottore. Rilassati, quando sarà il momento giusto, arriverà. Chissà se, prima di parlare, si confrontano prima con gli esperti della fertilità. Copyright © | Powered by

Le 10 frasi da non dire a un non genitore Leggi tutto »

Come capire se tuo figlio è plus dotato?

Sono Isabella Vinci e sono una psicologa perinatale e del neurosviluppo, oltre che una TNPEE (una sigla per indicare un lavoro dal nome impronunciabile). Mi occupo di bambini da più di vent’anni e di genitori da oltre un decennio, perché il mondo dell’infanzia è un universo in espansione, in cui è davvero molto facile perdersi. Motivo per cui nasce questa rubrica interattiva, in cui ho raccolto un po’ di domande da parte dei genitori. Come capisci e quando se tuo figlio o tua figlia è plus dotato o, al contrario, ha delle difficoltà di apprendimento o relazione? Nell’ambito del neurosviluppo parliamo spesso di traiettorie evolutive, non solo di tappe. Differenziano dal secondo concetto, perché non sono immobili, fisse o incastonate nella pietra. Chi lavora con i bambini, ma in generale con le persone, sa benissimo come ognuno ha un suo percorso di vita e di crescita, motivo per cui ci vuole un occhio davvero allenatissimo per capire alcune cose. La plus dotazione si riferisce alla capacità mentale diversa rispetto ai bambini della stessa età. Non significa necessariamente avere un novello Einstein in casa, perché l’intelligenza è un concetto complicatissimo che arruola diverse abilità e di difficile definizione, se non tramite test che hanno la pecca di essere solo finestre temporali, che mutano molto rapidamente, come le foto istantanee. Alcune di queste cose, però, possono dipendere anche dalle possibilità che fornisce l’ambiente, per esempio l’accesso agli albi illustrati o la possibilità di frequentare una scuola. Ci sono alcuni segnali che un genitore può notare nei propri figli, per esempio un uso del linguaggio molto più accurato, una capacità di risolvere problemi anche quotidiani molto rapida, nonché una velocità d’esecuzione e di risposta molto perspicace quando vengono posti dei ragionamenti. Altri elementi da tenere in considerazione sono gli apprendimenti scolastici, sebbene non siano indicativi. Per esempio, ci sono moltissimi bambini con un livello mentale altissimo, ma che hanno anche un disturbo dell’apprendimento (DSA). È difficile definire ciò che è “nella norma” da ciò che non lo è, a parer mio perché questa soglia in realtà non esiste. È un canone che nasce nel passato per esigenze governative, sarebbe bello se venisse abbandonato per una visione più inclusiva e veritiera della realtà, che è fatta di sfaccettature e colori diversi. Se nostr* figli* mostra una capacità d’apprendimento molto intuitiva e veloce, se è portat* a inventare soluzioni creative e innovative, se ingaggia lunghe conversazioni sulla natura e sulle persone perché vuole capirne il funzionamento, allora sì, potrebbe essere plus dotat*. Questo, come ho detto, non esclude affatto una difficoltà futura sia scolastica, ma soprattutto relazione. Qualora ci fossero dei dubbi in tal senso, sarebbe preferibile e opportuno contattare un professionista, per indagare meglio i processi cognitivi e relazionali del nostr* bambin*, per supportarlo o supportarla nel modo migliore.   E voi, cari genitori, avete delle domande? Non esitate a inviarcele! A presto. MONDO INFANZIA Ottobre 25, 2023Ottobre 25, 2023 I Migliori Film per Bambini da Guardare a Halloween Luglio 27, 2023Luglio 27, 2023 Esce oggi: Pio Piumotti, l’uccellino con un’ala sola Luglio 6, 2023Luglio 6, 2023 “Pio Piumotti vuole andare in vacanza”, il libro illustrato che spiega la disabilità ai bambini Maggio 7, 2023Giugno 28, 2023 Jane Austen fu la prima donna a fare satira politica? Aprile 22, 2023Giugno 28, 2023 Il primo progetto First Letter sta per vedere la luce: presentazione di Silvia Dal Cin e Matteo Della Libera

Come capire se tuo figlio è plus dotato? Leggi tutto »

Consenso ai cookie con Real Cookie Banner