A CURA DI
ENGLISH LIFE, YES OR NOT?
è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai?
Libri di Oriana Turus
Perché il motto “United by music” non vale più.
Da qualche anno a questa parte, la storia è sempre la stessa.
Un’eterna lotta tra il voler guardare l’Eurovision perché è il festival del trash e il non volerlo guardare per quegli odiosi e odiati meccanismi che escludono nazioni ma lasciano partecipare altre e poi si nascondono dietro il motto “United by music”.
Okay, tanto vale ammetterlo, anche questa volta noi della redazione ci siamo lasciate prendere dalla curiosità e pure dalla voglia di vedere un po’ di immagini proiettate di Vienna, città che merita sempre di essere nominata.
Abbiamo seguito – chi più chi meno – tutte e tre le serate ed è per questo che, nonostante nessuna di noi sia una critica né esperta musicale, ci permettiamo di spendere due parole sull’evento.
Non era tra i più attesi, questo va detto. Con cinque nazioni in meno e un’atmosfera generale per nulla allegra, le
premesse non erano delle migliori. E il sentore che, anche questa volta, dietro a tutto ci sia più un gioco politico che una valorizzazione alla musica, si percepiva dal minuto uno.
Già dalla prima serata, infatti, si è notato un calo nelle performance, i presentatori hanno fanno di tutto per tenere alti gli standard e gli animi, il pubblico presente sembrava tutto sommato apprezzare, ma in sottofondo c’era quella costante sensazione che ci fosse qualcosa che non funzionava.
E sapete cos’era?
La divisione netta tra chi sta da una parte e chi dall’altra.
E per quanto si possa tentare di far passare il messaggio di “United by music”, non ci si riesce.
Perché non è più così.
È tutto studiato, tutto piatto, tutto fondamentalmente sbagliato.
E si capisce.
Siamo tutti divisi e non c’è musica o canzone che tenga.
In un momento così delicato e difficile come quello che stiamo vivendo a livello globale, il punto fondamentale dell’Eurovision, che dovrebbe essere la musica, viene meno.
Ed è inutile che ci si appigli ai gusti personali, perché quelli valgono fino a un certo punto.
Il livello era basso, qualcuno ha osato ma non è stato premiato, altri che si avrebbero meritato molto di più, si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Speriamo almeno che si rifacciano fuori da questo contest ormai senza controllo.
Ma, parlando di canzoni, che sono poi la parte principale e fondamentale in tutto questo, va detto che alcune performance sono state notevoli.
Quella della cantante australiana, per esempio. Possiamo discutere sulla canzone, che può piacere oppure no, ma la voce e la tecnica della cantante erano impressionanti e, se davvero ci si fosse basati su questo, avrebbe dovuto vincere lei.
Chapeau.
L’Italia si piazza al quinto posto e noi non sappiamo nemmeno se essere fiere o no di quella posizione dato che già la canzone non è che fosse la nostra preferita, ma per amore della patria diciamo che va bene così.
Esibizione che dal voler essere forse patriottica, è risultata trash e stereotipata al massimo e lui, comprensibilmente commosso ed emozionato (perché arrivare all’Eurovision è comunque tanta roba), non è stato abbastanza incisivo. Peccato.
Non che credevamo potesse vincere (okay, forse un po’ sì), però in fondo Sal ci sta pure un po’ simpatico, per cui teniamo alto il nome dell’Italia accussì.
Dopo Sam Rider lo United Kingdom finalmente manda non solo una canzone decente, ma pure un performer di tutto rispetto (abbastanza folle da piacerci un sacco) e riesce comunque ad arrivare all’ultimo posto. E dico che non è giusto. E so che – una di noi – è un po’ di parte perché l’Inghilterra è la sua seconda casa, però non se lo meritava proprio.
Povero Sam Battle (sì, un altro Sam) in arte Look Mum No Computer.
Solo il nome scelto è tutto un programma!
Ma diciamo che la classifica è stata tutta un po’ strana, oseremmo dire che i voti siano arrivati a casaccio, ovviamente non possiamo saperlo con certezza, però la sensazione resta.
In tutto questo la Grecia si presenta con un brano accattivante cantato da un personaggio che è un mix tra Dargen D’amico e Käärijä ed è subito Carnevale di Rio a Vienna, l’austriaco osa con un brano dance che è uguale a Satisfaction di Benny Benassi, ma non importa. Il pubblico si esalta lo stesso.
La Moldavia e la Lituania presentano brani europei, su quello che davvero significa unione tra popoli e, niente, non è abbastanza.
Israele, tra i fischi, si piazza al secondo posto dopo il voto popolare.
La canzone era certamente meglio di altre, ma sarà bastato quello a farla volare tanto in alto?
Il dubbio, purtroppo, resta.
E abbiamo tutti un po’ il dente avvelenato.
Alla fine la Bulgaria riesce a scamparla, giuria e popolo sono più o meno concordi e vince con una canzone che, secondo noi, è già un tormentone estivo da ascoltare e ballare nei peggiori bar della riviera romagnola.
In sostanza questo Eurovision è stato poco europeo, poco United, poco trash, poco seguito e molto molto criticato.
Cosa salviamo?
Il medley di canzoni degli Eurovision passati. “Nel blu dipinto di blu” è risultata la canzone più conosciuta e cantata di tutte le edizioni. E sentire il pubblico intonare in coro “Volare oh oh…” è stato emozionante, forse l’unico momento in cui davvero ci si è sentiti uniti tramite la musica.
Peccato che, almeno per ora, non basta una canzone a placare gli animi.
Speriamo, comunque, in una competizione futura migliore.
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