Marzo 2024

E se 50 Sfumature fosse la versione moderna di Tess dei d’Urberville?

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Tredici anni fa – lo ribadisco per chi se ne fosse nel frattempo scordato – usciva il primo volume della trilogia che ha contribuito a portare in auge un certo genere letterario, amato quanto odiato, ma che inutile a dirlo ha avuto un successo planetario. Parlo ovviamente di 50 Sfumature che qui vorrei analizzare da un punto di vista un po’ alternativo.  Avrete notato, leggendolo, che vengono fatti molti riferimenti ad altre opere, specialmente a quelle di Thomas Hardy e nello specifico di Tess dei D’Urberville, ci sono interi passaggi nel primo volume soprattutto, in cui in qualche modo si è cercato di rendere omaggio a quest’opera: «Perché mi hai regalato proprio Tess dei d’Urberville?» chiedo.  Christian mi guarda per qualche istante. Sembra sorpreso dalla domanda.«Beh, avevi detto che ti piaceva Thomas Hardy.»«È l’unico motivo?»  Persino io sento la delusione nelle mie parole. Lui stringe le labbra.«Mi sembrava appropriato. Sarei capace di innalzarti a qualche ideale impossibilmente alto come Angel Clare o degradarti completamente come Alec d’Urberville» mormora, e i suoi occhi splendono, penetranti e pericolosi. (E.L. James – 50 sfumature di grigio)   Anastasia, nel libro, ribadisce più volte il fatto che Hardy sia il suo scrittore preferito.  Ma è davvero un caso che l’autrice abbia fatto questa scelta? Forse no o, almeno, non del tutto. Perché, in qualche modo, ci si è voluto far credere che i personaggi di Christian e Anastasia, fossero la versione moderna di quelli di Thomas Hardy, ma analizzando entrambe le letture, mi sento di affermare che non sia affatto così.  L’unica cosa che trovo in comune tra le opere – considerando le epoche diverse in cui sono state scritte – sta nell’ingenuità iniziale – forse un po’ troppo forzata nel caso di Anastasia – della protagonista femminile. Quello che, forse, lascia un po’ perplessi è il modo di trattare certe tematiche che, seppur tragicamente raccontate, risultano ben chiare nel classico del 1891 (piena epoca vittoriana), ma che sembrano non avere molto senso in 50 Sfumature – questo in un ottica di paragone tra le due opere in cui quest’ultima viene spesso spacciata per la versione moderna della stessa storia.   Hardy in “Tess dei d’Urberville” pone l’attenzione su tematiche molto delicate – la prima versione fu censurata proprio a causa di alcune di queste –  tra cui:    •            la difficile condizione delle classi umili delle campagne •            la difficoltà del vivere quotidiano •            il controllo dell’individuo, compresa la limitazione della libertà da parte dei familiari e della società •            il fato ostile •            l’inutilità delle religioni principali (Protestantesimo: Angel appartiene ad una famiglia di pastori evangelici) •            la natura crudele, co-protagonista nella vita degli uomini, coerentemente con la teoria evoluzionista di Darwin. •            La violenza sessuale e la Sindrome di Stoccolma.    È chiaro che un libro scritto nel 2011 tratti altri tipi di tematiche in quanto la società ha subito una serie di rivoluzioni in termini di condizioni di vita e nessuno discute su questo, ma, dal mio punto di vista, farne una versione come quella di 50 Sfumature, va un po’ oltre a quel concetto di modernità che magari ci si aspetta. Poteva e doveva essere fatto meglio per diventare davvero la nuova versione di questa storia o per renderne omaggio.    Ciò non toglie che la trilogia sia divenuta un successo e che se ne parli ancora dopo anni. È inutile negare che la saga ha riaperto in parte i battenti del genere erotico, tanto amato quanto bistrattato, anche se alla fin fine tanto erotico non è, ma la campagna che c’è stata fatta intorno lo ha inserito nella categoria.  Bisogna ammettere che l’effetto volta pagina c’è e che piaccia o meno come storia chi lo ha letto sa probabilmente di cosa sto parlando. Forse si poteva accorciare un po’ il tutto, ma se alla fine quello che conta sono il risultato finale e il fattore mediatico, direi che la James ci ha visto giusto.    Se non avete letto “Tess dei D’Urberville”, recuperatelo.     “Never in her life – she could swear it from the bottom of her soul – had she ever intended to do wrong; yet these hard judgments had come. Whatever her sins, they were not sins of intention, but of inadvertence, and why should she have been punished so persistently?”  Tess dei d’Urberville – Thomas Hardy                     Fai clic qui

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L’album delle parole

Di Francesca Redolfi Guarda su Amazon VAI AL LIBRO Cronache dal Punto Nemo Storie di vita da genitori, riflessioni e tentativi di approdo Il Punto Nemo si trova nell’oceano Pacifico ed è considerato il luogo più remoto della terra. È quello che siamo noi, quando come genitori a volte ci sentiamo un po’ persi. Ma è anche il tentativo costante di chi cerca sempre di ritrovare la rotta. Gli album delle parole Ci sono cose che fatichiamo a mettere in ordine. Libri, stanze, vecchi disegni, bollette, calzini. A volte la vita. A me succede anche con le fotografie.   Le scatto in maniera non razionale, non precisa, quasi illogica. Immortalo momenti inutili, talvolta dimentico quelli importanti, così se c’è da portare in classe un ricordo del compleanno per il compito sulle fonti storiche bisogna scartabellare ovunque e magari la foto non si trova lo stesso. Ogni tanto realizzo che la tecnologia non è una faccenda affidabile, allora presa da un istante di panico raccolgo scatti a caso sul telefono in cui il soggetto – bambina, adulto, cane che sia – sia uscito decente e le invio in fretta a stampare, con addosso il pensiero frenetico che se non lo farò svaniranno subito nell’etere e perderò per sempre tutte le immagini, la testimonianza di loro come erano, di quando sono cresciute. Perché poi è così che accade. I bambini crescono come le foreste, sembra non succeda mai, invece un giorno guardi dove prima c’era un piccolo germoglio e trovi una quercia. Quando è cresciuto?, ti domandi. Quando è successo? Ero distratta quando è accaduto. Ero girata di là, ma davvero, solo per un minuto, poi mi sono voltata e il bambino era sparito, e al suo posto è arrivato questo piccolo gigante. Piccolo perché lo è ancora, gigante perché lo vedi, è anche quello. Perseverando nell’incapacità a gestire le foto, non le inserisco in album divisi per età, ma le lascio nelle buste della stampa, infilate nel vano contenitore sotto il divano. Le mie figlie sanno che le foto sono lì, che quando vogliono trovare immagini di loro appena nate o dell’asilo o delle vacanze possono provare a frugare nello Zibaldone senza alcun ordine e senso logico, in cui si mischiano volti, momenti, attimi che non c’entrano l’uno con l’altro. Metafora della vita, perché poi le cose vissute non sono certo ben ordinate negli album. I ricordi non ti arrivano in un ordine preciso, loro nella tua testa sono come le foto nel vano contenitore, si pesca a caso, a volte basta un profumo, una sensazione, e d’un tratto ti ricordi di quella gita in campagna che credevi di aver scordato, e di quando all’asilo hanno festeggiato Carnevale con i vestiti tutti spaiati, o di quella cena con gli zii venuti da lontano. La memoria ha lo stesso mio modo scollegato di catalogare le foto, senza motivo né causalità, mescolando eventi, volti, anni, cose senza logica alcuna. Prende sentimenti contrastanti, li mischia come fossero colori, crea nuance improbabili.   Insieme alle foto in disordine, ho anche altro. Ho dei fogli, un po’ sparsi anche quelli, chiusi in un cassetto. Loro contengono un altro tipo di ricordo. Lì, i ricordi non sono immagini, sono parole. Potrei definirli “album delle parole”. Contengono frasi che le bambine hanno detto nel corso degli anni, espressioni buffe, altre più commoventi, altre ancora con termini inventati di sana pianta. Alcune sono le primissime parole pronunciate, i tentativi mal riusciti, quelli andati a buon fine. Le espressioni che pur sapendo sbagliate non abbiamo mai corretto per anni, perché ci piacevano così. Una sorta di diario molto grezzo che testimonia la loro crescita non solo nei capelli e le gambe più lunghe e le estati con il cambio armadio tutto da rifare, ma anche con le frasi. A dirci che si cresce anche con il linguaggio. Così ogni tanto, come quando vanno a rintracciare le fotografie, loro vanno a cercare le parole. Rileggono le frasi dette quando erano piccole. Ci ridono sopra, perché si ride sempre della propria ingenuità, e accade anche da grandi. «Ti ricordi quella volta che ho detto…». Oppure arrivano di corsa quando una delle due ha detto qualcosa di divertente: «Mamma, questa te la devi segnare». Me le devo segnare. C’è un album così grande nel cuore di una madre, che contiene ogni singola parola, espressione buffa, ogni dimostrazione d’affetto, ogni cosa che è stata. Ma le segniamo, perché sappiamo che un giorno non ce ne ricorderemo. Non di tutto. Che la forma del viso, quei capelli fini, la vocina sottile, sarà sostituita da un volto diverso, un’altra voce. Loro com’erano da bambine saranno solo un ricordo. Capiterà poi che quando vedremo dei video di qualche anno prima diremo: ma davvero? Davvero sono stati così piccoli? Ma più di tutto saranno loro a dimenticare.  Tempo fa guardando la TV ci è comparsa a caso una puntata di Peppa Pig, una di quelle che a forza di vederle, anni prima, sapevo ormai a memoria. «Vi ricordate, bimbe, del castello ventoso?». Non ricordavano. Parole e immagini viste e riviste in mille pomeriggi – sdraiate sul tappeto, mangiando biscotti, a casa con la febbre, sul divano, giocando – semplicemente erano state cancellate dalla loro memoria. Mentre io mi ricordavo ancora tutto, per loro quel pezzo, come tanti altri, era stato perso nell’oblio dell’infanzia. «Tu quanti ricordi hai dell’asilo?», mi ha chiesto un’amica qualche tempo fa. «Io solo uno o due». E così, come noi abbiamo dimenticato i nostri primi anni di vita, lo faranno anche loro. Lo stanno già facendo. Ogni giorno dimenticano, e sono sempre più lontani da ciò che erano. Sta a noi tenerne traccia. Per quel che possiamo, raccogliamo foto, videoriprese. E collezioniamo parole. Teniamo sempre con noi quel bambino, quella bambina che sono stati. Facciamo che una parte di loro resti lì, che quel pezzo magico, incredibile di vita che chiamiamo infanzia, quel momento che dura una manciata d’anni per poi piano affievolirsi e andarsene per sempre, ecco, noi facciamo di non dimenticarlo. Lo faranno loro,

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