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Il matrimonio e la nascita dei figli

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui LEGGI ANCHE Il matrimonio Il matrimonio reale si svolse il 29 luglio 1981 nella cattedrale di San Paolo a Londra. Alla cerimonia parteciparono oltre duemila invitati, e le nozze furono trasmesse in mondovisione. La luna di miele La luna di miele fu un incubo per Diana. Era ossessionata da Camilla, credeva che lui la chiamasse di continuo. Non si fidava di lui; qualcosa dentro di sé le diceva che lei sarebbe sempre stata l’altra, e forse era realmente così. Diana tentò di tutto per far funzionare le cose, credeva che la sua sola figura perfetta sarebbe stata sufficiente per tenere suo marito ancorato a sé. Non bastava. Non sarebbe mai bastato. Le prime apparizioni ufficiali Diana cercava di adeguarsi agli impegni del marito come meglio poteva; come primo viaggio da reale ci furono Australia e Nuova Zelanda. Diana aveva al seguito migliaia di giornalisti. Una visibilità che la stupiva e faceva infuriare Carlo, abituato a concentrare l’attenzione su di sé. La bulimia Diana riferì di aver avuto un tremendo attacco di bulimia la sera prima del suo matrimonio. I medici tentavano invano di curarla col Valium, ma lei voleva guarire senza l’aiuto dei farmaci. Si sentiva sbagliata, sotto pressione, credeva di non essere all’altezza per Carlo. La regina madre Elisabetta considerava la bulimia di Diana quale motivo principale dei suoi problemi coniugali, e si ostinava a non vedere quanto la nuora soffrisse per la distanza di Carlo. Va detto che la bulimia di Diana non era il problema, ma la conseguenza a un malessere più grande, legato all’estraneità e alla freddezza della vita di corte, il cerimoniale, le regole rigide, e poi il suo stesso marito, l’uomo con il quale aveva dato alla luce due figli, che pareva essere lontano anni luce da lei. E ancora, l’ossessione per Camilla e il continuo assedio della stampa. La bulimia era dunque solo la conseguenza a tutto questo. Una magrezza che era, a tutti gli effetti, un sordo grido d’aiuto. I tentativi di suicidio Gli attacchi di bulimia il giorno prima delle nozze erano solo l’inizio di qualcosa che l’avrebbe risucchiata. Nessuno sembrava accorgersi del suo reale malessere psichico; nessuno tranne sua sorella Jane. Gli stessi amici di Carlo tentavano da dissuaderla. Carlo e Camilla erano solo amici, e lei doveva smetterla con questi pensieri; questo continuavano a ripeterle. “Fantasie”, affermava la regina. Addirittura, altri membri della famiglia la definirono pazza. Diana sapeva perfettamente di non essere malata, né paranoica, solo che non veniva creduta da nessuno. Non aveva appoggio da suo marito, né dalla regina madre, si sentiva sopraffatta dall’assedio della stampa e dalla sua condizione. L’unica gioia di quel periodo era legata alla nascita dei suoi figli. William e Harry Il 5 novembre 1981, appena dopo tre mesi dal matrimonio, venne annunciata la gravidanza. Ciò nonostante, Diana sentiva di non avere nessun sostegno da parte di suo marito. Dopo il parto, Diana non faceva che piangere. Si sentiva sola e incompresa in un rapporto che la faceva sentire costantemente inadeguata. La nascita di Harry il 15 settembre 1984, segnò la fine definitiva del loro matrimonio. Diana mamma I critici parlano di Diana come una madre esemplare e affettuosa; raramente era solita prendere decisioni riguardanti i suoi figli interpellando il marito o la famiglia reale. Accompagnava i bambini a scuola e organizzava i suoi impegni sulla base dei bambini; insomma, faceva di tutto per essere un punto fermo per loro. Nonostante i rapporti incrinati con suo marito, Diana non cessò di essere una madre presente e devota. Scelse personalmente i nomi dei suoi figli, William e Harry, rifiutando categoricamente quelli di Arthur e Albert. Scopri di più: LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More società No, Elena nera non è un problema: quando a teatro gli uomini interpretavano le donne e nessuno gridava allo scandalo 01.08.26 firstletter BUON COMPLEANNO BEATRIX POTTER! 28.07.26 dark tourism Craco, il paese fantasma della Basilicata: storia, misteri e leggende del borgo abbandonato più inquietante d’Italia 27.07.26 storia Tra giungla e monsoni: viaggio nell’India coloniale che ha conquistato gli esploratori europei 27.07.26 Eventi Fabrizio Olivero vince il Festival Nazionale dello Scrittore 2026: a settembre in uscita con Land Editore Il caso del fante di picche 26.07.26 libri Un viaggio dentro ai trope di “OTTO VOLTE SÌ” 24.07.26 storia Tre castelli italiani avvolti dal mistero: tra storia documentata e leggende secolari 23.07.26 Eventi Annamaria Zizza presenta L’estate della dolciera: a dialogare con l’autrice sarà Ingrid Sciuto di Land Editore 22.07.26

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ADOTTANTI: GENITORI DI SERIE B?

L’adozione è una scelta, non un ripiego. Di questo sono fermamente convinta. E voi? Leggo a volte commenti anche sui social in merito ai “Genitori di Serie B” (per assurdo, viene etichettata in questo modo anche una mamma che ha partorito con parto cesareo anziché parto naturale 🙄). Spesso questa definizione di “Serie B” è collegata anche ai genitori adottivi, “colpevoli” di non essere biologicamente in relazione con i figli. Eppure, non sono genitori meno “veri”. I genitori adottivi si occupano dei loro figli tanto quanto i genitori biologici. Il legame di sangue non è una garanzia di legame, amore, cura. Inoltre, chi decide di adottare supera una lunga serie di controlli sociali e psicologici, accettando questa “invasione”. Ho chiesto un parere a Rupa Muolo, la cui storia ha ispirato “Pragasi” di Felice Muolo. «I genitori adottivi sono diversi dai genitori naturali? Perché? E secondo te sono “meno” genitori?». «Non ho mai considerato l’adozione come una scelta di ripiego. Naturalmente questo è l’opinione di me figlia. Io che, figlia, sono diventata all’età di 6 anni e mezzo, prima ero solo una bimba sola, senza radici, solo un nome, dato chissà da chi.Non mi considero una figlia speciale o diversa, se non solo nei tratti somatici, come non considero i miei genitori diversi da quelli cosiddetti naturali. Siamo diventati figlia/genitori in tempi diversi dalla normalità; ma l’attesa, il dubbio, la paura, lo sconforto, la rabbia, la gioia pura, le aspettative sono state esattamente come se fosse stata una “gravidanza”, persino più lunga dei nove mesi consueti.»

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L’incontro con Carlo

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui Diana conobbe Carlo all’età di sedici anni, durante una battuta di caccia. Lui aveva ventinove anni, e la sua famiglia pretendeva che lui si sposasse. La proposta di matrimonio Quando Carlo le fece la proposta di matrimonio, non le sembrava vero. Presa da mille emozioni, accettò di diventare sua moglie, ignara di quel che sarebbe accaduto di lì in poi. L’errore di Diana fu pensare che Carlo fosse realmente innamorato di lei. Lei stessa, negli anni successivi, parlerà piuttosto di una infatuazione di lui, un trasporto che nulla aveva a che vedere con l’amore. L’indifferenza di Carlo I giorni seguenti alla proposta di matrimonio si rivelarono un tormento per Diana. Si trovava in Australia per una vacanza di dieci giorni, ma si struggeva per l’indifferenza di Carlo. L’indifferenza di Carlo si unì ben presto all’insolenza della stampa. A Londra, Diana si trasferì a Buckingham Palace per studiare il protocollo reale, che stabiliva come dovesse parlare, salutare e comportarsi con la servitù. Sembrava tutto maledettamente così difficile. Camilla Camilla era un argomento di discussione frequente nella coppia. Spesso Diana origliava di nascosto le telefonate di suo marito e gli sentiva pronunciare frasi che le facevano intendere che Camilla fosse più di una semplice amica per lui. Ciò nonostante, non era in grado di reagire. Non solo telefonate dolci, ma anche doni. Uno fra questi: un braccialetto d’oro a catenella, sottile, con un disco di smalto blu su cui erano incise le loro lettere G e F intrecciate: Gladys e Fred, i loro soprannomi. Mancavano due settimane al matrimonio. Highgrove Highgrove rappresentava l’ennesima dimostrazione di quanto Carlo fosse preso da Camilla. L’uomo affermava infatti di voler restare nelle vicinanze del ducato, ma la verità era che desiderava stare vicino alla sua amante. Non si poteva più tornare indietro. Scopri di più: LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More società No, Elena nera non è un problema: quando a teatro gli uomini interpretavano le donne e nessuno gridava allo scandalo 01.08.26 firstletter BUON COMPLEANNO BEATRIX POTTER! 28.07.26 dark tourism Craco, il paese fantasma della Basilicata: storia, misteri e leggende del borgo abbandonato più inquietante d’Italia 27.07.26 storia Tra giungla e monsoni: viaggio nell’India coloniale che ha conquistato gli esploratori europei 27.07.26 Eventi Fabrizio Olivero vince il Festival Nazionale dello Scrittore 2026: a settembre in uscita con Land Editore Il caso del fante di picche 26.07.26 libri Un viaggio dentro ai trope di “OTTO VOLTE SÌ” 24.07.26 storia Tre castelli italiani avvolti dal mistero: tra storia documentata e leggende secolari 23.07.26 Eventi Annamaria Zizza presenta L’estate della dolciera: a dialogare con l’autrice sarà Ingrid Sciuto di Land Editore 22.07.26

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FIGLI DI DUE PAESI

Mi sono chiesta cosa si provi a sapere di essere adottati. Non solo per quanto riguarda il fatto di essere biologicamente figli di una coppia e essere “di cuore” figli di un’altra. Ma anche, per le adozioni internazionali, cosa significhi essere figli di due paesi, quello in cui sei nata e quello in cui cresci. Quanto rimane in un bambino della sua cultura di nascita? E quanto invece diventa importante o predominante la cultura di adozione? Funziona allo stesso modo per i bambini figli di genitori provenienti da due paesi diversi o no? Ho provato a cercare una risposta generale, tenendo ben presente che ogni esperienza personale è diversa. La doppia appartenenza culturale, l’essere “figli di due paesi”, è una sfida complessa. Conservare la memoria del paese di origine può essere una scelta o una necessità, anche in base all’età del minore quando viene adottato. Inserirsi nella cultura adottante è però necessario per l’integrazione sociale, per sviluppare un nuovo senso di appartenenza. Ma si sviluppano traumi? Forse. Conoscere entrambe le culture è necessario? Di nuovo, forse. Tutti i minori adottati sviluppano poi, anche solo una volta divenuti adulti, la volontà o la necessità di riavvicinarsi alla cultura di origine? No, non sempre. Ho chiesto il parere di Rupa Muolo, la donna che ha ispirato il libro per ragazzi “Pragasi”, di Felice Muolo. «Tu sei italiana. Ma ti senti ANCHE italiana? O ti senti ANCHE indiana? Perché? E crescendo come è stato il rapporto con il tuo paese di origine?» «Mi considero più figlia del mondo, come mi hanno sempre insegnato i miei genitori, figlia amata, dalle radici italiane, anzi pugliesi, ma anche l’indiana con il puntino, puntino inteso per il bindi, decorazione tipicamente asiatica.Sono un mix delle due identità, certamente la parte italiana è quella che mi ha resa figlia delle possibilità, quella indiana è scolpita sulla pelle, nel nome, il cui significato è il motore del mio vivere».

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ADOTTARE, COME SI FA?

Se si sceglie di adottare, a cosa si va incontro? In Italia, ad anni di burocrazia, accompagnamento e attesa! Facciamo una rapida ma non esaustiva panoramica. In Italia l’adozione è prima di tutto un percorso giuridico e sociale, intrapreso da una coppia etero sposata da almeno 3 anni o che abbia convissuto almeno 3 anni prima del matrimonio. Viene gestito dal Tribunale per i Minorenni e può essere nazionale (per minori dichiarati adottabili in Italia) o internazionale (per minori stranieri e residenti all’estero). I coniugi devono avere almeno 18 anni e non avere più di 45 anni di differenza con il minore adottando (la differenza viene calcolata dall’età del coniuge più giovane). Tutto inizia quando la coppia presenta la Dichiarazione di Disponibilità presso il Tribunale per i Minorenni. Il giudice incarica poi i Servizi Sociali per tutte le verifiche del caso (capacità genitoriali, stabilità affettiva e economica, motivazioni, ecc). Se la coppia viene considerata idonea, sulla base della relazione dei Servizi Sociali, il Tribunale emette una Dichiarazione di Idoneità. E qui inizia l’attesa, perché non funziona come nei film vintage, in cui la coppia si reca nell’Orfanotrofio e “sceglie” un bambino. Eh no(per fortuna, non siamo mica al supermercato!). Se idonea, la coppia viene chiamata in caso di abbinamento con un minore. Inizia poi io periodo di affidamento preadottivo (almeno un anno) prima che l’adozione diventi effettiva. Sul sito del Ministero della Giustizia (e spesso anche nei siti dei vari Tribunali) ci sono maggiori informazioni: https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/come_fare_per_diritti_relativi_a_cittadini_e_famiglia Abbiamo chiesto a Rupa Muolo, la trentaseienne la cui storia ha ispirato il libro per ragazzi “Pragasi”, di Felice Muolo (edito da First Letter editrice) di raccontarci cosa ricorda di quel primo periodo dell’adozione. «Quando sei stata adottata quanti anni avevi? Cosa ti avevano spiegato del processo di adozione? Quando hai saputo che saresti stata adottata e da chi?» «Adottata all’età di 6 anni e mezzo. Da prassi, l’Ente autorizzato, che accompagna e prepara le coppie che iniziano l’iter di Adozione Internazionale, preparano sia la coppia che il minore selezionato e abbinato alla famiglia dopo un percorso lungo, fatto di colloqui, burocrazia e tempi morti di attesa. Sia le famiglie che il minore vengono seguiti, informati passo passo del cammino del percorso adottivo. Al momento dell’abbinamento, sia la coppia che il minore prendono visione di foto l’uno dell’altra. Nel mio caso, io ero stata accompagnata da un nonno all’età di 4 anni presso un istituto, con la promessa di essere data in adozione. L’istituto era coordinato e gestito da Suore. Quindi tutte le informazioni preliminari mi sono state date dalla Suora Madre. Successivamente seguita dai referenti in loco dell’Ente in continua collabo Rupa ci ha inviato anche un suo pensiero, che vogliamo condividere con tutti voi: Tu sei adozione. Troppo banale amico. Io sono adozione e tormento. Perdono e rabbia. Nascita e rinascita. Libertà e appartenenza. Radici e rotte da inseguire. Sono amore e odio. Sono ragù e tandoori. Sono foglia secca e germoglio. Sono erbivora e mediterranea. Sono soldo di cacio e dahl indiano. Sono figlia di e dall’identità della fenice, nata per nascere, morire e risorgere. Sono chi non so di essere. Sono chi non avrei immaginato di essere. Sono chi ha scelto di essere questo niente che sono.

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