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Sparisce la madre, resta il padre: perché nei cartoni animati moderni domina la figura paterna

Fonte immagine qui Nei cartoni animati contemporanei si ripete uno schema sempre più evidente: la madre scompare o viene messa ai margini, mentre resta il padre o una chiara figura paterna.Non è un dettaglio casuale, ma una scelta narrativa precisa, che attraversa cinema d’animazione, serie TV per bambini e prodotti family. Il messaggio implicito è chiaro: la storia può andare avanti senza la madre, ma difficilmente senza un padre. Questa scelta riflette le esigenze dell’industria, ma anche un immaginario culturale che considera la madre come sfondo silenzioso, non come personaggio. E quando una figura smette di essere raccontata, smette lentamente anche di essere vista. Ma perché ciò avviene e in quali cartoni è più evidente? Vediamolo in quest’articolo Il nuovo standard narrativo: padre presente, madre assente Se osserviamo con attenzione i cartoni animati moderni, emerge uno schema ricorrente e ormai consolidato: la figura paterna è quasi sempre presente e narrativamente centrale, mentre quella materna risulta assente o fortemente marginalizzata. Il padre assume ruoli diversi, ma sempre funzionali allo sviluppo della storia. Può essere protettivo fino all’eccesso, come il genitorezoo del controllo; oppure goffo ma affettuoso, capace di generare comicità e immediata empatia; in altri casi è autoritario, rigido, chiamato a “imparare” una lezione emotiva nel corso del racconto. Sempre più spesso, inoltre, è rappresentato come padre single o unico genitore visibile, caricato dell’intero peso affettivo e narrativo della famiglia. La madre, al contrario, occupa uno spazio narrativo fragile o inesistente. Spesso non c’è perché è morta prima dell’inizio della storia, eliminata fuori campo e senza un vero racconto del lutto. In altri casi esiste ma è invisibile, priva di caratterizzazione e di peso nelle decisioni. Talvolta viene semplicemente citata, come un’ombra o un dettaglio biografico, senza mai diventare un personaggio reale. Questo squilibrio non è neutro. La ripetizione costante di questo modello costruisce nel tempo un immaginario familiare asimmetrico, in cui la paternità è considerata narrabile, dinamica e trasformabile, mentre la maternità appare superflua, statica o sacrificabile.Non viene presentata come una scelta straordinaria o drammatica, ma come una condizione normale, quasi scontata, che non necessita di spiegazioni. Il risultato è una normalizzazione silenziosa: il bambino spettatore impara che le storie possono – e forse devono – funzionare senza la madre, mentre il padre resta il fulcro emotivo attraverso cui passa la crescita, il conflitto e l’avventura. Una convenzione narrativa che, a forza di essere ripetuta, smette di sembrare una scelta e diventa una regola invisibile.     – Hotel Transylvania: il padre come centro emotivo Un esempio chiarissimo è Hotel Transylvania.La storia ruota interamente attorno a Dracula come padre single, iperprotettivo e incapace di lasciare crescere la figlia Mavis. La madre è morta prima dell’inizio del racconto e di conseguenza non ha voce, non ha conflitto, non ha memoria attiva Il cuore emotivo della saga è tutto nel rapporto padre-figlia, nel suo controllo, nella sua paura, nel suo percorso di cambiamento. La maternità non è narrata. La paternità sì. Peppa Pig e i cartoni prescolari: il padre come figura stabile Anche nei cartoni per i più piccoli emerge lo stesso schema, seppur in forma più morbida.Prendendo come esempio il mondo di Peppa Pig,  Papà Pig è una presenza costante, riconoscibile, spesso comica ma centrale. La madre esiste, ma è meno caratterizzata, ha meno archi narrativi e raramente genera conflitto Il padre, invece, è quello che sbaglia, cade, impara, diverte. È narrativamente più “usabile”. Curioso come George è un altro esempio emblematico di questa tendenza. Nel cartone della scimmietta più famosa dell’animazione prescolare, l’unica figura adulta stabile è l’Uomo dal Cappello Giallo, una chiara figura paterna: presente, accudente, educativa, ma mai materna. La madre non esiste, non è citata, non è problematizzata. Il modello relazionale proposto è quello di una crescita mediata esclusivamente da un adulto maschile, normalizzata e priva di alternative.   Perché la madre viene eliminata? Nei cartoni animati moderni l’assenza della madre è una scelta ricorrente che risponde a logiche culturali e drammaturgiche precise: eliminare la madre significa modificare l’equilibrio emotivo della storia, rendendo possibile un tipo di racconto fondato sul rischio, sull’autonomia forzata e sulla crescita accelerata del protagonista. La madre come simbolo di stabilità narrativa Culturalmente, la madre è associata alla protezione, alla competenza emotiva e alla sicurezza. È la figura che riconosce il pericolo prima che diventi azione e che tende a contenerlo. In una narrazione d’avventura, questa funzione rallenta il ritmo e rende meno credibile l’esposizione al rischio. Una madre presente rende più difficile giustificare la fuga, la disobbedienza, l’allontanamento da casa. Per questo, dal punto di vista narrativo, diventa una figura ingombrante: è troppo efficace nel suo ruolo. Il padre come generatore di conflitto controllato Il padre, al contrario, è una figura che consente il conflitto senza destabilizzare l’intero sistema emotivo del racconto. Può sbagliare, essere distante o rigido, senza che questo venga percepito come una minaccia irreparabile. Il suo percorso di cambiamento è leggibile e compatibile con le strutture semplici dell’animazione per bambini. Attraverso il padre la storia può introdurre tensione, errore e trasformazione senza mettere in discussione l’ordine di fondo. È per questo che la figura paterna diventa il fulcro ideale di un arco narrativo rapido e funzionale. La riabilitazione culturale della paternità L’animazione contemporanea sembra anche rispondere a un’esigenza culturale più ampia: riscrivere la paternità come esperienza emotiva positiva. Dopo anni di rappresentazioni di padri assenti o autoritari, il padre viene mostrato come presente, affettivo, capace di cura. Tuttavia questo recupero avviene spesso per sottrazione. Per rendere il padre narrativamente centrale, la madre viene spostata sullo sfondo o eliminata del tutto, come se due figure genitoriali forti non potessero coesistere nello stesso spazio narrativo. Il messaggio implicito che arriva ai bambini Senza dichiararlo apertamente, questi cartoni comunicano che la crescita del protagonista passa principalmente attraverso il padre e che la madre non è essenziale al racconto. L’assenza materna viene normalizzata e mai vissuta come una perdita da elaborare. Il vuoto materno è invece una condizione di partenza neutra. L’avventura nasce in un mondo in cui l’accudimento materno è già stato rimosso, il che permette alla storia di concentrarsi

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Storia degli audiolibri: chi li ha inventati e perché oggi li ascoltiamo tutti

(sì, anche chi dice “io leggo solo carta”) Gli audiolibri fanno parte dell’esperienza culturale contemporanea. Si ascoltano in auto, durante una passeggiata, mentre si svolgono attività quotidiane. La loro diffusione è recente, ma la loro storia inizia molto prima dell’era digitale ed è legata all’evoluzione della tecnologia e all’idea di accesso alla cultura. Le origini degli audiolibri   Gli audiolibri nascono all’inizio del Novecento negli Stati Uniti come strumento di accessibilità. L’obiettivo era permettere alle persone non vedenti di accedere ai testi letterari attraverso la registrazione audio. Nel 1931 la Library of Congress avvia il programma Talking Books, che prevede la registrazione di opere letterarie su disco. I testi scelti appartengono principalmente ai classici della letteratura e vengono letti con dizione chiara e ritmo controllato, per favorire la comprensione. La diffusione domestica: cassette e mobilità Tra gli anni Sessanta e Settanta, grazie alla diffusione delle audiocassette, gli audiolibri entrano progressivamente nelle abitazioni e nelle automobili. Questo formato rende l’ascolto più pratico e portatile, favorendo l’uso durante i viaggi e gli spostamenti quotidiani. Negli anni Ottanta il mercato cresce in modo costante. Le produzioni aumentano e gli audiolibri diventano un prodotto commerciale riconoscibile, anche se con una qualità narrativa ancora essenziale. Gli anni Novanta: qualità audio e interpretazione Con l’introduzione dei CD negli anni Novanta, la qualità dell’audio migliora sensibilmente. Le registrazioni diventano più curate e iniziano a coinvolgere attori professionisti e voci note. La lettura assume una dimensione interpretativa, capace di valorizzare il testo attraverso ritmo, intonazione e atmosfera. L’audiolibro si consolida come formato narrativo autonomo, non più legato esclusivamente alla funzione di supporto. La rivoluzione digitale La diffusione di internet e dei dispositivi digitali segna una svolta decisiva. Piattaforme come Audible rendono disponibili cataloghi vastissimi, accessibili in qualsiasi momento. Il download e lo streaming semplificano la fruizione e ampliano il pubblico. Nascono produzioni originali, serie audio e nuove figure professionali legate alla narrazione vocale. L’audiolibro entra stabilmente nell’industria culturale contemporanea. I progetti no profit e il pubblico dominio Accanto alle piattaforme commerciali si sviluppano iniziative gratuite come LibriVox, che offre audiolibri di opere in pubblico dominio letti da volontari. Questi progetti contribuiscono alla diffusione del patrimonio letterario e rafforzano l’idea di una cultura accessibile. Gli audiolibri oggi Oggi gli audiolibri rispondono alle esigenze di un pubblico abituato a integrare la lettura nella vita quotidiana. Rappresentano una forma di fruizione culturale riconosciuta, affiancata alla lettura tradizionale e pienamente legittima. La narrazione orale, supportata dalla tecnologia, continua così una tradizione antica adattandola ai tempi contemporanei. Scopri Land Magazine admin Gennaio 29, 2026 Storia degli audiolibri: chi li ha inventati e perché oggi li ascoltiamo tutti (sì, anche chi dice “io leggo solo carta”) Read More admin Gennaio 29, 2026 Perché parlare di Nellie Bly oggi è fondamentale ce lo spiega Alessia Cannizzaro alla presentazione di AssoStampa di Palermo Alessia Cannizzaro, autrice del saggio Scritto con coraggio, ha presentato il suo lavoro presso Assostampa, sede di Palermo, riportando Read More admin Gennaio 29, 2026 10 motivi per odiare Jane Austen (ovvero: perché la adoriamo ma facciamo finta di detestarla) Ammettiamolo: dire che odi Jane Austen è un po’ come dire che odi il tiramisù. Non è vero, ma fa scena. 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Come utilizzare le vasche da bagno fuori dal contesto casalingo: la Bath Tub Race

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Libri di Oriana Turus Fai clic qui BATH TUB RACE Accade ogni anno nel Dorset, più precisamente a Poole. Il primo gennaio un nutrito gruppo di persone, vestite in maniera insolita e bizzarra e munita di vasca da bagno abbellita e addobbata per l’occasione, si ritrova al molo per la gara più pazza che ci sia.  Partenza fissata per le 11, obiettivo? Arrivare a destinazione e soprattutto vincere. Si rema, si ride e si cerca di schivare uova, farina e bombe d’acqua che il pubblico presente lancia ai concorrenti. Qualcuno finisce bene, altri un po’ meno, ma l’obiettivo è uno e uno solo: divertirsi per una buona causa. La gara infatti serve, oltre a far passare una giornata diversa a ci assiste, a raccogliere fondi da destinare in beneficenza. Un ottimo modo per iniziare il nuovo anno! Bisogna ammettere che, nonostante i tempi che corrono, manifestazioni come queste riempiono un po’ di quel vuoto creato intorno a noi, portano allegria e  un po’ di speranza, che in questo momento storico non guasta per nulla. Insomma questa gara ci invita rima di tutto a donare a chi he più bisogno, ma anche a non buttare via la vecchia vasca da bagno perché può sempre essere utile!       Scopri Land Magazine Oriana Turus Gennaio 9, 2026 SUPER QUARK LAND e i pappagalli insolenti A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More Silvia Dal Cin Gennaio 8, 2026 Buon compleanno Elvis! Oggi, 8 gennaio 2026, sarebbe il 91° compleanno di Elvis Presley, il leggendario “Re del Rock and Roll”! Nato a Tupelo, Mississippi, nel 1935, Elvis è stato un cantante e Read More Cristina Ferri Gennaio 8, 2026 Tre oggetti collegati a Madame Bovary Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui LEGGI ANCHE Quando Emma si sposa, si rende conto di quanto la vita matrimoniale sia misera… e noiosa. Sognare a Read More admin Gennaio 7, 2026 Dimmi che colore di smalto usi e ti dirò chi sei 💅 (profilazione psicologica non richiesta ma inevitabile) Lo smalto non è solo smalto.È una dichiarazione d’intenti, un messaggio cifrato al mondo, una bio di Instagram applicata sulle unghie. Puoi mentire su Read More Elisabetta Gennaio 6, 2026 Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 29) Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Elisabetta Venturi Scrittrice e insegnante Drabble mania Scrivere Read More Oriana Turus Gennaio 6, 2026 Come si influenza il mercato: il fenomeno Labubu A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More admin Gennaio 5, 2026 10 (anzi 14) cose che facevamo dai 16 anni in su senza avere la minima idea di quanto fossimo incoscienti Se l’adolescenza fosse un reality, oggi verrebbe chiuso dopo la prima puntata per violazione di tutte le norme di sicurezza conosciute dall’umanità.E invece no: noi l’abbiamo vissuta tutta, fino in Read More admin Gennaio 5, 2026 Il Grande Internamento secondo Foucault: che cos’è e perché segna una svolta nella storia della follia Con l’espressione Grande Internamento, lo storico e filosofo Michel Foucault indica uno dei passaggi più drammatici e meno visibili della storia europea: la reclusione sistematica di poveri, folli, devianti e Read More admin Gennaio 5, 2026 Virtù perduta e desiderio nascosto: la prostituzione nell’Inghilterra di Jane Austen Quando pensiamo all’Inghilterra dell’epoca Regency, l’immaginazione corre subito a sale da ballo illuminate, passeggiate eleganti e giovani donne educate alla virtù. È il mondo raffinato che emerge dai romanzi di Read More admin Gennaio 5, 2026 La natura secondo Beatrix Potter (spoiler: non è un prato Instagram, ma nemmeno un incubo darwiniano) Quando pensiamo alla natura raccontata da Beatrix Potter immaginiamo subito campagne inglesi perfette, animaletti ben vestiti e una quiete Read More

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68 anni fa vennero brevettati i LEGO

Sono passati 68 anni dal brevetto dei mattoncini LEGO, eppure sono ancora amatissimo, forse oggi più che mai. La storia dei LEGO Tutto iniziò nel 1932, quando Ole Kirk Christiansen, un falegname danese, fondò la sua azienda di giocattoli in legno. Nel 1947, Christiansen e suo figlio Godtfred iniziarono a produrre giocattoli in plastica, e nel 1949 crearono gli Automatic Binding Bricks, i primi mattoncini LEGO. Il brevetto ufficiale arrivò il 28 gennaio 1958, e da allora i LEGO sono diventati un simbolo di creatività e immaginazione. Cosa è rimasto uguale? Cosa è cambiato? Perché sono così famosi? E voi? Siete fan dei LEGO?

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Giappone360: una sincera lode ai vespasiani del sol levante

A CURA DI I LIBRI DI LORENZO FOSCHI Lathar Lathar – Zero C’è una cosa che il Giappone ti chiarisce immediatamente, spesso prima ancora di uscire dall’aeroporto: qui il bagno non è un dettaglio. Appena sceso dall’aereo, stanco, disorientato dal fuso orario e con ancora addosso l’odore del viaggio, la prima vera esperienza giapponese è quasi sempre una visita alla toilette dell’aeroporto. Ed è lì che capisci che stai entrando in un altro mondo. Non un mondo fatto solo di templi, neon e treni futuristici, ma di una civiltà che ha deciso di investire tempo, intelligenza e tecnologia anche nell’atto più universale e democratico che esista: andare in bagno. In Giappone il rapporto con i servizi igienici ha radici profonde. Già nelle abitazioni tradizionali esisteva una netta separazione tra il momento del bagno e quello dei bisogni fisiologici, con un’attenzione quasi rituale alla pulizia. Con il tempo, questa sensibilità si è fusa con l’ossessione nipponica per il miglioramento continuo, trasformando il wc in un oggetto di culto tecnologico. Il risultato sono i famosi washlet: tavolette riscaldate, getti d’acqua regolabili, pulsanti misteriosi che sembrano usciti dalla cabina di un’astronave e, immancabile, una colonna sonora artificiale pensata per tutelare la privacy sonora dell’utente. Perché sì, in Giappone anche i rumori hanno diritto alla loro dignità. Quello che colpisce non è solo la tecnologia, ma la diffusione. I bagni giapponesi non sono un lusso riservato a hotel a cinque stelle o a ristoranti esclusivi. Sono ovunque. Puliti, funzionanti, gratuiti e sorprendentemente accoglienti. Stazioni, centri commerciali, parchi, templi, vicoli apparentemente dimenticati da Dio: ovunque c’è un bagno che ti accoglie come se fossi a casa tua, o forse meglio. Per un europeo abituato a cercare disperatamente un bar pur di evitare certi servizi pubblici, è un piccolo shock culturale. Uno dei momenti in cui questa eccellenza raggiunge livelli quasi filosofici è sullo Shinkansen. Andare in bagno su un treno che viaggia a oltre trecento chilometri orari potrebbe sembrare un’esperienza da evitare, e invece diventa un piccolo piacere. Silenzioso, stabile, pulitissimo, con tutto al suo posto e nessuna sensazione di precarietà.  Naturalmente c’è anche il lato quasi comico. La prima volta davanti a una pulsantiera piena di ideogrammi e icone criptiche, si prova una leggera ansia esistenziale. Cosa succede se premo quello sbagliato? È un bidet o sto per attivare un razzo? Ma bastano pochi tentativi per capire che, in fondo, anche qui il Giappone ha pensato a tutto: icone intuitive, spiegazioni, getti gentili e mai invasivi. Una tecnologia avanzata, sì, ma sorprendentemente umana. Questa irriverente lode ai vespasiani del Sol Levante non è solo una battuta. I bagni giapponesi raccontano molto del Paese: l’attenzione al dettaglio, il rispetto per l’individuo, la volontà di rendere dignitoso anche ciò che altrove viene trascurato. In un mondo che spesso misura il progresso con grattacieli e skyline, il Giappone ti ricorda che la civiltà si vede anche da come tratti le cose più intime. E dopo aver provato certi bagni, tornare indietro diventa davvero difficile. ——————— Piacere, sono Lorenzo!Italianissimo, genovese, e da sempre appassionato del Giappone. Ho incontrato questa cultura per la prima volta attraverso il karate, grazie a una tradizione di famiglia di cui vi parlerò in futuro. Da bambino ho iniziato con anime e manga, e col tempo mi sono innamorato di un mondo che, però, ho capito presto di non dover idealizzare. Alla fine ho avuto la fortuna di andarci di persona e di stringere amicizie con diversi giapponesi con cui mantengo ancora oggi rapporti regolari. Nel frattempo studio con calma la lingua e sento sempre più il desiderio di raccontarvi, attraverso vari episodi, un Paese affascinante e complesso, pieno di sfaccettature e contraddizioni. È davvero il Paese perfetto?O piuttosto un luogo dove è facile vivere, ma difficile respirare?Forse la verità sta nel mezzo… ma in quale forma? Scopritelo insieme a me in questo viaggio!E, piccola curiosità: il protagonista del mio primo libro fantasy (Lathar) si chiama Hito (una parola giapponese…), mentre la protagonista del secondo (Lathar Zero) porta il nome Nagisa. Chissà cosa significherà?  

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