Luglio 2026

UNA STORIA SULLA DIVERSITÀ

Ho ricevuto questo libro dal suo autore e l’ho letto molto volentieri: una lettura adatta anche ai ragazzi, ma indirizzata a mio parere soprattutto agli adulti. Edito da La Compagnia del Libro, scritto da Davide Sanna e illustrato da Ylenia Petrini, “La vita alta e profonda di Luchino De Filippis” racconta la storia di un bambino davvero particolare. Luchino (Luca) nasce di 38 chili e alto 1 metro e 40 cm. Dal parto alla prima infanzia, alla scuola, tutto è difficile per lui, che è così diverso. Fortunatamente trova l’amicizia di Bruno, un bambino della sua stessa età, ma con la caratteristica opposta: è molto piccolo e anche occhialuto. I compagni, maligni, li soprannominano Pertica e Mosca. La storia prosegue poi con il breve racconto della sua vita e delle sue difficoltà. Arrivato a due metri e settantasei, senza talenti particolari, come farà ad affrontare l’età adulta, dopo la difficile esperienza delle scuole? Come ben scrive l’autore: “il mondo non sembrava fatto per lui”. Ciò che colpisce, oltre all’originalità dei personaggi, sono alcuni passaggi, come questo: “Ma prendete la foglia di un ramo di un qualsiasi albero: non troverete in quello stesso albero, né in alcun albero al mondo della stessa specie, una foglia uguale. Non c’è niente da fare: la Natura è diversità. Per questa ragione, i pregiudizi non possono che essere sbagliati: quello che vale per una persona non può valere allo stesso modo per un’altra, ciascuno essendo diverso e fatto a modo suo, ed essendo ognuno complicato, non riconducibile a una formula o a un’etichetta. Li usa chi non ha voglia di pensare, probabilmente. Certo, sono comodi: semplificano la realtà, facendo diventare tutto bianco o tutto nero quello che invece è pieno di sfumature; e proprio per questo non rendono mai onore alla verità.” Un passaggio certamente difficile da comprendere per un bambino (anche se l’editore ha indicato 6+ come target) ma sicuramente molto chiaro per un ragazzo più grande o un adulto. La storia di fatto gira proprio intorno all’essere diversi, a sentirsi diversi, all’essere esclusi. Proprio perché si parla di queste tematiche, ma anche di trasformazione e crescita, di pregiudizi e di stereotipi, lo consiglio a partire dai 11/12 anni. I capitoli finali riservano delle sorprese e ci lasciano delle domande: chi è davvero “mostro”? Chi è davvero “diverso”? E chi siamo noi, comunque, per giudicare cos’è normale?

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Dalla Cina all’India: la guerra commerciale che ha dato origine al tè che beviamo oggi

Per quasi due secoli gli inglesi hanno bevuto una bevanda che non potevano produrre. Ogni tazza di tè servita nei salotti di Londra, nei club aristocratici o nelle case della classe operaia raccontava una storia che iniziava a migliaia di chilometri di distanza, nelle montagne e nelle piantagioni della Cina. Il tè era molto più di una semplice merce. Era un simbolo di prestigio, un’abitudine ormai irrinunciabile e, soprattutto, una straordinaria fonte di ricchezza. Il problema era che tutta questa ricchezza finiva nelle casse dell’Impero cinese. Fu proprio questo squilibrio economico a innescare una delle più grandi battaglie commerciali del XIX secolo, una competizione destinata a cambiare gli equilibri mondiali e a dare origine al tè che ancora oggi troviamo sugli scaffali dei supermercati. Quando il tè era un monopolio cinese Per secoli la Cina mantenne il controllo quasi assoluto sulla produzione del tè. Gli europei conoscevano la bevanda fin dal Seicento, ma nessuno sapeva con precisione come coltivarla né come trasformare le foglie nelle diverse varietà commerciali. La lavorazione richiedeva conoscenze tramandate da generazioni. Bastava modificare il tempo di ossidazione, l’essiccazione o la tostatura per ottenere tè completamente diversi. Questi segreti erano custoditi con estrema attenzione e difficilmente venivano condivisi con gli stranieri. La situazione garantiva alla Cina una posizione di assoluto vantaggio. Le navi europee arrivavano cariche di argento e ripartivano con stive colme di tè, seta e porcellane. L’Europa desiderava quei prodotti più di quanto la Cina fosse interessata alle merci occidentali. Il problema britannico: una bilancia commerciale in rosso Nella seconda metà del Settecento il consumo di tè in Gran Bretagna esplose. Quella che inizialmente era una bevanda costosa divenne progressivamente accessibile anche alla popolazione meno abbiente. Le importazioni aumentarono anno dopo anno, ma il commercio continuava a essere fortemente sbilanciato. L’Impero britannico acquistava enormi quantità di tè pagando quasi esclusivamente in argento. Era una situazione economicamente insostenibile. Per i dirigenti della Compagnia delle Indie Orientali il problema era chiaro: bisognava trovare un modo per riequilibrare i rapporti commerciali oppure produrre il tè altrove. La seconda opzione sembrava quasi impossibile. L’oppio e l’inizio di un conflitto destinato a cambiare il mondo Gli inglesi tentarono una strada tanto redditizia quanto controversa. Attraverso le coltivazioni presenti in India iniziarono a esportare grandi quantità di oppio verso la Cina. L’obiettivo era semplice: vendere oppio ai mercati cinesi per recuperare l’argento necessario ad acquistare il tè. Il risultato fu devastante. Il consumo della droga aumentò rapidamente e il governo imperiale cercò di bloccarne l’importazione. La risposta britannica fu militare. Tra il 1839 e il 1842 scoppiò la Prima guerra dell’oppio, seguita alcuni anni dopo da un secondo conflitto. Le sconfitte costrinsero la Cina ad aprire nuovi porti al commercio internazionale e a concedere importanti vantaggi economici alle potenze europee. Queste guerre vengono spesso ricordate per le loro conseguenze politiche. In realtà ebbero anche un enorme impatto sulla storia del tè. L’India diventò il piano B dell’Impero britannico Mentre i rapporti con la Cina si deterioravano, Londra comprese quanto fosse rischioso dipendere da un unico fornitore. L’India offriva una soluzione ideale. Il territorio era già sotto il controllo britannico, disponeva di vaste aree coltivabili e poteva garantire una produzione interamente gestita dall’Impero. Restava un solo problema: trovare una varietà di tè adatta alla coltivazione. La risposta arrivò dall’Assam. La scoperta della pianta selvatica osservata da Robert Bruce aprì prospettive completamente nuove. Per la prima volta gli inglesi avevano la possibilità di produrre tè senza acquistarlo dalla Cina. Non bastava trovare la pianta: bisognava imparare a produrre il tè Le prime coltivazioni non furono semplici. I funzionari britannici compresero rapidamente che possedere una pianta non significava conoscere l’arte di trasformarla in una bevanda di qualità. Per questo motivo cercarono di acquisire il sapere cinese con ogni mezzo possibile. Furono inviati botanici, agronomi ed esploratori. Alcuni visitarono le regioni montuose della Cina per osservare da vicino le tecniche di coltivazione, altri cercarono di acquistare semi e strumenti, mentre diversi esperti cinesi furono convinti a lavorare nelle nuove piantagioni indiane. La vera ricchezza, infatti, non erano soltanto le foglie. Erano le competenze necessarie per trasformarle nel prodotto che il mercato europeo desiderava. Il grande furto dei segreti del tè Uno degli episodi più affascinanti di questa storia riguarda il botanico scozzese Robert Fortune. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, travestito da mercante cinese, riuscì a entrare in aree normalmente vietate agli stranieri. Durante il viaggio raccolse migliaia di piante, semi e preziose informazioni sulle tecniche di lavorazione. Molti storici considerano la sua missione uno dei più grandi casi di spionaggio industriale dell’età moderna. Grazie a quel patrimonio di conoscenze, le piantagioni indiane iniziarono a produrre tè sempre più competitivo. La nascita del tè moderno Nel giro di pochi decenni il panorama commerciale cambiò radicalmente. L’India aumentò rapidamente la produzione, seguita poco dopo da Ceylon, l’attuale Sri Lanka. Le nuove piantagioni riuscivano a soddisfare una parte crescente della domanda europea, riducendo la dipendenza dalla Cina. Fu anche in questo periodo che nacquero molte delle miscele oggi considerate classiche. Il tè dell’Assam, corposo e ricco di note maltate, divenne la base ideale per le colazioni britanniche. Altre varietà provenienti dal Darjeeling e da Ceylon ampliarono ulteriormente l’offerta. Quello che oggi chiamiamo “English Breakfast Tea” è il risultato diretto di questa trasformazione economica e politica. Una tazza che racconta un secolo di rivalità Quando oggi acquistiamo una confezione di tè difficilmente pensiamo ai commerci internazionali, alle guerre, allo spionaggio industriale e alle strategie coloniali che ne hanno permesso la diffusione. Eppure il tè che beviamo ogni giorno nasce proprio da quella lunga competizione tra Cina e Impero britannico. Non fu soltanto una storia agricola. Fu una sfida tra imperi, un confronto tra economie e una corsa al controllo di una delle merci più preziose dell’Ottocento. Nel prossimo appuntamento entreremo nel cuore dell’Assam del 1821, quando avventurieri, commercianti e giovani britannici lasciavano l’Europa per raggiungere una terra che prometteva ricchezze immense, ma nascondeva anche pericoli difficili da immaginare. Scopri Land Magazine admin Giugno 29, 2026 Quando il tè cambiò

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Perchè preadolescenti e adolescenti cercano il “brivido”?

Perché il cervello degli adolescenti e preadolescenti è letteralmente progettato per cercare il brivido? Il cervello preme tutto sull’acceleratore, perché non ha ancora capito come usare i freni! Tra i 12 e i 25 anni vince ancora il sistema della ricompensa e della dopamina. La corteccia prefrontale, quella che dice “ehi, è pericoloso, frena”, matura più tardi, verso i 25 anni (si spera! In alcuni non matura mai!). In questa fase è anche normale testare i limiti per diventare adulti. Da un punto di vista evolutivo ha senso. Per staccarsi dai genitori e capire “chi sono”, devono provare cose al limite: sport estremi, sfide online, storie horror. Il pericolo fittizio di un film o videogioco è una palestra sicura per allenare paura/coraggio senza rischi reali. E poi c’è (l’odiato) Status sociale. Nel gruppo dei pari, chi rischia guadagna rispetto: l’adrenalina e il “ci sono riuscito” valgono come medaglia sociale. E Sì, frequentare sconosciuti è proprio uno di quei “pericoli” che attira tantissimo. Nel libro “Il ragazzo del crepuscolo”, uscito il 30 giugno per la Collana S.E.P.T. di First Letter, Martina Lago ci racconta proprio di una frequentazione di questo tipo: un perfetto sconosciuto, che si può incontrare solo al crepuscolo e in un luogo isolato, è una buona scelta? Un volto nuovo, una storia che non conosci, zero regole già stabilite. Le persone conosciute sono “già viste”, gli sconosciuti sono un boost di dopamina gratis. Subentra poi il “Decido io chi frequentare, non mamma/papà”. O le mie amiche, come nel caso di Ludovica. Parlare con sconosciuti online o dal vivo è il modo più diretto per dire “sono grande, faccio le mie scelte”. Anche se la scelta è rischiosa, per i preadolescenti è prova di autonomia. E poi… posso crearmi una nuova identità. Con gli amici di sempre sei “il timido”, “il secchione”, “il figlio di…”. Con uno sconosciuto puoi reinventarti da zero. Nessuno sa il tuo passato, quindi puoi provare versioni diverse di te stesso senza giudizio. E anche questo succede in “Il ragazzo del crepuscolo”. Infine… è una questione di brivido. È la stessa attrazione dei film horror: non sai come andrà a finire. Quell’incertezza attiva il sistema della ricompensa. “E se fosse la persona più figa del mondo? E se fosse un’avventura epica?”. Il cervello gonfia le possibilità positive e minimizza i rischi. Il problema è che proprio quando il “freno” non è ancora maturo, il rischio reale c’è: manipolazione, truffe, situazioni pericolose. Il pericolo sembra fittizio, ma le conseguenze possono essere reali. Occhio!

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Alice in Wonderland e Beatrix Potter, un legame inaspettato.

Se leggendo questo titolo vi state chiedendo che cosa abbiano in comune “Alice nel paese delle meraviglie” e Beatrix Potter, eccovi accontentati. No, il legame non sono i conigli. O per lo meno, non solo! Il 4 luglio 1862 Lewis Carroll parlò per la prima volta di Alice. Era in barca sul Tamigi con le sorelle Liddell (tra le quali Alice, la bambina che ispirò la storia). A luglio del 1865 venne stampata la prima edizione di “Alice in Wonderland” (Alice nel paese delle meraviglie), subito ritirata perché l’illustratore non era soddisfatto della qualità di stampa. La prima edizione effettiva è del 1866. Bene, e l’altra parte di questo legame? Helen Beatrix Potter è stata un’illustratrice, una scrittrice, una naturalista, un’imprenditrice e molto altro. Il suo amore per la vita e per la natura era e rimane palpabile tra le pagine dei suoi lavori. Nata il 28 luglio 1866 a South Kensington, Londra, sotto il segno del Leone, morì il 22 dicembre 1943 a Near Sawrey, sempre nel Regno Unito. Ma allora qual è il legame tra l’opera di Carroll e Beatrix Potter, oltre all’anno “di nascita”? Dal saggio “Searching for Beatrix Potter” edito da First Letter editrice: “l’amore di Beatrix per il disegno e la pittura, specialmente ad acquerello, sembra sia nato già nell’infanzia. A circa sei o sette anni la bambina ricevette in regalo dal professor Wilson, un amico del padre, una copia di “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” con le illustrazioni di Tenniel, che la affascinarono. *** Piccola divagazione: Sir John Tenniel (1820 – 1914) era un pittore e illustratore britannico, ricordato soprattutto per le sue illustrazioni dei romanzi di Lewis Carroll. Il suo stile era umoristico e la qualità artistica delle sue opere molto elevata. L’eleganza della composizione, l’accuratezza e la precisione nel disegno e nel tratto hanno sicuramente ispirato la Beatrix bambina. Quindi ecco spiegato il legame! Se volete scoprire altro su Beatrix Potter, trovate molte informazioni e curiosità su di lei nel saggio sopra menzionato.

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Sony dice addio ai giochi fisici: cosa cambia davvero per chi acquista in digitale?

Per oltre trent’anni inserire un disco nella console ha rappresentato uno dei gesti più iconici del mondo dei videogiochi. Ora quella tradizione si avvia verso la conclusione. Sony ha annunciato che dal gennaio 2028 tutti i nuovi giochi PlayStation saranno distribuiti esclusivamente in formato digitale, segnando la fine della produzione dei dischi fisici per le nuove uscite. La notizia ha immediatamente acceso un dibattito che va ben oltre la nostalgia. La vera domanda è una sola: quando compriamo un gioco digitale, ne siamo davvero proprietari? Sony punta tutto sul digitale La decisione dell’azienda giapponese non arriva all’improvviso. Da anni il mercato si sta spostando verso gli acquisti online e oggi circa l’80% delle vendite dei giochi PlayStation avviene già in formato digitale. Per Sony, quindi, la scelta rappresenta un adeguamento alle abitudini dei consumatori e un modo per concentrare risorse sui servizi online. Dal 2028 i nuovi titoli saranno acquistabili soltanto tramite il PlayStation Store o attraverso codici digitali venduti dai rivenditori autorizzati. I giochi già pubblicati o già programmati in versione fisica continueranno invece a essere disponibili anche su disco. Il vero problema: acquistare non significa possedere La questione che preoccupa molti giocatori riguarda soprattutto il concetto di proprietà. Quando acquistiamo un disco, possediamo un oggetto fisico che possiamo conservare, prestare, rivendere o collezionare. Con una copia digitale, invece, acquistiamo generalmente una licenza d’uso, legata al nostro account e subordinata alle condizioni imposte dalla piattaforma. Nella maggior parte dei casi i giochi rimangono disponibili per anni, ma il controllo finale resta nelle mani del distributore. È proprio questa differenza che alimenta il dibattito sulla conservazione del patrimonio videoludico. La chiusura degli store di PS3 e PS Vita alimenta le preoccupazioni   Contemporaneamente all’annuncio sulla fine dei dischi, Sony ha confermato anche la progressiva chiusura del PlayStation Store per PS3 e PS Vita. Dal luglio 2027 non sarà più possibile acquistare nuovi contenuti su queste piattaforme. Gli utenti potranno continuare a scaricare i giochi già acquistati “per il prossimo futuro”, ma non saranno più effettuabili nuovi acquisti. Sony motiva la decisione con l’impossibilità di mantenere aggiornati sistemi di pagamento ormai obsoleti. Per molti appassionati questo rappresenta un esempio concreto della fragilità del digitale: quando uno store chiude, l’accesso ai cataloghi viene inevitabilmente limitato. Un futuro senza mercato dell’usato La scomparsa dei dischi comporta anche conseguenze economiche. I videogiochi fisici possono essere rivenduti, acquistati usati o prestati tra amici. Con il digitale tutto questo viene meno. L’intero mercato dell’usato, che per anni ha rappresentato un elemento fondamentale dell’ecosistema videoludico, rischia di ridursi drasticamente. Anche i collezionisti vedono svanire un aspetto importante della loro passione: scatole, libretti illustrativi ed edizioni speciali diventano sempre più rare. È davvero la fine del possesso? Probabilmente il cambiamento era inevitabile. Il digitale offre comodità, download immediati, aggiornamenti automatici e una distribuzione più economica per gli editori. Allo stesso tempo, però, impone una riflessione sempre più attuale: nel mondo digitale stiamo acquistando prodotti o semplicemente il diritto temporaneo di utilizzarli? Il caso PlayStation dimostra che il concetto stesso di proprietà sta cambiando. Non riguarda soltanto i videogiochi, ma anche film, musica, ebook e molti altri contenuti digitali. La fine dei dischi PlayStation rappresenta quindi qualcosa di più della conclusione di un formato fisico. È il simbolo di un’epoca in cui possedere un oggetto lascia progressivamente spazio all’accesso tramite piattaforme, account e licenze. Per alcuni sarà un’evoluzione naturale. Per altri, la perdita definitiva di un modo diverso di vivere la propria passione.   Scopri Land Magazine admin Luglio 3, 2026 Sony dice addio ai giochi fisici: cosa cambia davvero per chi acquista in digitale? Read More Alessia Cannizzaro Luglio 2, 2026 L’Hard Rock Cafe sbarca nel Sud Italia: anche Palermo ha il suo tempio del rock Musica, memorabilia, cucina internazionale e anima siciliana. In via Maqueda apre il quinto Hard Rock Cafe d’Italia e il primo dell’intero Mezzogiorno. L’inaugurazione trasformata in una festa itinerante tra le Read More admin Giugno 29, 2026 Quando il tè cambiò il mondo: la vera storia dietro le piantagioni dell’Assam Per milioni di persone, preparare una tazza di tè è un gesto quotidiano. 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E se potessi scegliere tu come va a finire?”L’anno del mio primo bacio” è il primo romance a bivi in cui sei tu a decidere!Ad Read More admin Giugno 23, 2026 10 modi in cui tua suocera può rovinare il giorno del tuo matrimonio (se la lasci fare) C’è una figura che nei film romantici compare sempre più spesso del prete, del fotografo e persino dello sposo: la suocera. Quella che “lo fa per aiutare”, “ha più esperienza” Read More admin Giugno 15, 2026 Beatrix Potter, la donna che comprava fattorie per salvare il paesaggio: una pioniera della conservazione ambientale Quando si pronuncia il nome di Beatrix Potter, il pensiero corre immediatamente ai suoi celebri racconti illustrati per l’infanzia e al coniglietto Peter Rabbit che da oltre un secolo continua Read More admin Giugno 15, 2026 Un amore sbagliato così giusto: Cristiana Rosada presenta il suo romanzo a Vittorio Veneto il 27 giugno VITTORIO VENETO (TV) – Un pomeriggio dedicato alle emozioni, alla narrativa contemporanea e alla magia delle storie che parlano direttamente al cuore dei lettori. Sabato

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