Agosto 2026

L’audiolibro e il ritorno all’antica oralità: quando la letteratura ritrova la voce

Audiolibri Per molto tempo abbiamo considerato l’audiolibro una semplice alternativa al volume cartaceo, una soluzione pratica pensata per chi non ha tempo di leggere, per chi viaggia spesso o per chi desidera ascoltare una storia mentre svolge altre attività. Questa interpretazione, tuttavia, rischia di ridurre un fenomeno culturale complesso a una questione di comodità, dimenticando che la letteratura non è nata sulla pagina e che, molto prima di diventare un oggetto composto da carta, inchiostro e caratteri tipografici, è stata soprattutto una voce capace di attraversare il tempo. L’audiolibro, dunque, non rappresenta necessariamente il futuro che sostituisce il libro tradizionale, né una scorciatoia destinata a lettori distratti. Può essere considerato, al contrario, il ritorno tecnologicamente evoluto a una delle forme più antiche attraverso cui gli esseri umani hanno raccontato, conservato e trasmesso le proprie storie. Dietro le cuffie, gli smartphone e le piattaforme digitali si nasconde qualcosa di molto più remoto: il bisogno di ascoltare qualcuno che racconta. Prima della scrittura, la letteratura era voce   La storia della letteratura occidentale comincia ben prima della diffusione dei libri e persino prima che la scrittura diventasse uno strumento accessibile e stabile. Le grandi narrazioni del mondo antico furono affidate per secoli alla memoria di cantori, sacerdoti, poeti e narratori itineranti, che custodivano le vicende delle comunità trasformandole in racconti ritmati, formule ricorrenti, genealogie e immagini facilmente riconoscibili. I poemi attribuiti a Omero, l’Iliade e l’Odissea, appartengono a una tradizione profondamente orale. Prima di essere fissate nella forma che oggi conosciamo, le imprese di Achille, Ettore e Ulisse furono probabilmente raccontate, cantate e rielaborate nel corso del tempo. La ripetizione di alcuni epiteti, la presenza di strutture ricorrenti e il ritmo dei versi non erano semplicemente artifici estetici: aiutavano chi narrava a ricordare e permettevano agli ascoltatori di riconoscere personaggi, situazioni e passaggi fondamentali. Anche in altre civiltà il racconto orale ha svolto una funzione essenziale. Miti, leggende, testi religiosi, storie familiari e cronache collettive sono sopravvissuti grazie a generazioni di persone capaci di ascoltare e ripetere. La voce umana era, in un certo senso, la prima biblioteca: fragile perché affidata alla memoria, ma straordinariamente viva perché ogni narrazione poteva adattarsi alla comunità e al momento in cui veniva pronunciata. Ascoltare una storia, nel mondo antico, non significava semplicemente ricevere un contenuto. Significava partecipare a un’esperienza condivisa, nella quale la presenza del narratore, il ritmo delle sue parole, le pause e le reazioni del pubblico contribuivano a dare forma al racconto. La letteratura non era ancora un incontro silenzioso e privato tra lettore e pagina, ma un evento collettivo, quasi rituale. Dalla lettura ad alta voce al silenzio della pagina Anche dopo la diffusione della scrittura, il rapporto tra letteratura e voce non scomparve. Per molti secoli leggere significò soprattutto leggere ad alta voce, sia perché la capacità di interpretare autonomamente un testo non era diffusa, sia perché i libri erano oggetti costosi, rari e spesso destinati a una fruizione comunitaria. Nei monasteri, nelle corti, nelle piazze e nelle abitazioni, una sola persona poteva leggere mentre molte altre ascoltavano. Nel Medioevo, i poemi cavallereschi, le vite dei santi, i racconti popolari e le cronache circolavano attraverso recitazioni pubbliche e narrazioni orali. Giullari e cantastorie non si limitavano a ripetere meccanicamente un testo, ma lo interpretavano attraverso la voce, il gesto e la relazione con gli ascoltatori. Persino quando la parola era già stata scritta, continuava ad avere bisogno di un corpo che la rendesse presente. La lettura silenziosa e individuale, oggi considerata quasi naturale, è il risultato di un lungo processo storico e culturale. L’invenzione della stampa, la progressiva alfabetizzazione, la produzione industriale dei libri e l’aumento del numero dei lettori trasformarono la letteratura in un’esperienza sempre più privata. Il libro entrò nelle case, divenne accessibile a fasce più ampie della popolazione e costruì un rapporto intimo tra il testo e chi lo leggeva. Questo cambiamento non eliminò l’oralità, ma la spostò ai margini. La lettura ad alta voce sopravvisse nell’infanzia, nella scuola, nel teatro, nella radio e in alcuni contesti familiari, mentre il lettore adulto veniva progressivamente identificato con una figura solitaria, seduta in silenzio davanti alla pagina. È proprio questa immagine, radicata nella cultura moderna, ad aver alimentato il sospetto con cui ancora oggi qualcuno guarda all’audiolibro. Ascoltare un audiolibro significa davvero leggere? La domanda viene posta spesso e rivela una concezione piuttosto rigida della lettura: se gli occhi non scorrono sulle parole stampate, si può davvero affermare di avere letto un libro? La risposta dipende da ciò che intendiamo per lettura. Se la definiamo esclusivamente come decodifica visiva di segni scritti, allora ascoltare e leggere rimangono esperienze differenti. Se invece consideriamo la lettura come l’incontro con un’opera, con la sua struttura narrativa, i suoi personaggi, il suo linguaggio e le idee che contiene, la distinzione diventa meno netta. Un audiolibro non riproduce esattamente l’esperienza del testo cartaceo, ma questo non significa che la impoverisca. La trasforma, così come una rappresentazione teatrale modifica il nostro rapporto con un’opera drammatica o una lettura pubblica attribuisce nuove sfumature a una poesia. Il lettore che ascolta non è necessariamente passivo: deve seguire il filo del discorso, ricostruire gli ambienti, distinguere i personaggi, interpretare le emozioni e immaginare ciò che non vede. Naturalmente, l’ascolto presenta caratteristiche proprie. Tornare su un passaggio può risultare meno immediato rispetto a sfogliare una pagina; sottolineare una frase o osservare la costruzione di un periodo richiede strumenti diversi; la voce narrante, inoltre, propone inevitabilmente un’interpretazione. Tuttavia, proprio questa mediazione può diventare uno dei maggiori punti di forza dell’audiolibro, perché restituisce al testo la sua dimensione sonora e permette di percepire elementi che, durante una lettura rapida e silenziosa, potrebbero passare inosservati. La questione, quindi, non dovrebbe essere stabilire quale modalità sia più autentica, ma comprendere che libro cartaceo e audiolibro attivano forme differenti di attenzione. Non esiste alcuna necessità di trasformarle in avversarie: si può amare il profumo della carta e, nello stesso tempo, riconoscere il valore di una storia ascoltata durante un viaggio; si può sottolineare un

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L’infanzia di Diana

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui Quarta di cinque figli del visconte e della viscontessa Althorp, Diana nacque il 1° luglio 1961 a Sandringham, nel Norfolk. I suoi genitori speravano nella nascita di un figlio maschio che potesse portare avanti il nome degli Spencer, all’epoca considerata una delle famiglie più antiche e importanti. Per questo, inizialmente la bambina non ricevette neanche un nome. Il non sentirsi accettata, il peso di un cognome importante e il divorzio dei suoi genitori caratterizzarono fortemente la sua infanzia. Una bambina diversa Il divorzio dei suoi genitori la poneva infatti in una situazione di profondo disagio, e non solo perché la portava a fare da spola da una casa all’altra; la piccola Diana si sentiva diversa dalle altre coetanee in quanto sapeva di aver perduto la sua spensieratezza. I continui battibecchi tra i suoi genitori la devastavano. Nonostante la sofferenza, però, Diana era una ragazza con molteplici interessi, che andavano dalla lettura agli animali. Ballava il tip tap, giocava a tennis e amava il piano. E ancora, praticava hockey ed era capitano della squadra di netball. Il rapporto con la matrigna Il rapporto con la matrigna era difficile. Diana odiava la matrigna Raine per svariati motivi: per essere stata sgarbata con sua madre; per aver sposato con astuzia suo padre, distruggendo la sua famiglia; la odiava perché spendeva i soldi del padre, e infine, la odiava perché pensava di potersi sostituire a sua madre. Quest’odio si intensificò quando, in seguito a una grave emorragia cerebrale del padre di Diana, Raine le impedì di vederlo. Ciò nonostante, dopo il divorzio, Raine diventò sua alleata. I primi lavori Una ragazza semplice, alla mano. Dai corsi di cucina alle pulizie, dal lavoro come bambinaia all’asilo, Diana si dava da fare facendo doppi lavori, e si diceva felice di questo. Scopri di più:

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LE ATTIVITÀ ESTIVE

L’estate sta finendo. Si tirano le somme delle attività che sono andate per la maggiore e ci chiediamo: esiste ancora l’usanza del campeggio parrocchiale in montagna o della colonia al mare?Le due esperienze hanno vissuto parabole molto diverse: il campeggio parrocchiale (o campo scuola) gode ancora ma salute, mentre la colonia al mare intesa in senso tradizionale è quasi del tutto scomparsa, trasformata in moderni “summer camp”.I campeggi e i campi scuola organizzati da parrocchie, oratori e gruppi scout sono estremamente diffusi e frequentati in tutta Italia. Anzi, molte diocesi registrano ogni anno un vero e proprio boom di richieste.Si svolgono prevalentemente in estate, durano da una a due settimane e la meta prediletta è la montagna (sebbene non manchino soluzioni al mare o in collina). Hanno costi accessibili per le famiglie, si basano sul lavoro di educatori e cuochi volontari e offrono un forte valore formativo incentrato sull’autonomia, sulla spiritualità e sulla vita di comunit. Ma oggi per le parrocchie è molto più complesso organizzarli rispetto al passato. Questo a causa di normative di sicurezza e igieniche molto rigide, della riduzione del numero di sacerdoti e della complessità nel trovare volontari disponibili a gestire la logistica tutto l’anno.La colonia al mare tradizionale invece si è evoluta. La classica “colonia estiva” del dopoguerra — quella con enormi camerate, i bambini che si spostavano rigorosamente in fila e le rigide routine orarie gestite da enti pubblici o grandi aziende — non esiste quasi più. Moltissimi degli storici edifici e complessi edilizi sulle coste romagnole, toscane o liguri sono oggi abbandonati o riconvertiti. La richiesta di mandare i figli al mare da soli esiste ancora, ma la formula è cambiata radicalmente. Oggi si parla di campi estivi tematici privati o associativi (es. Campi Avventura, campus sportivi, Campi Estivi WWF Travel o centri per l’apprendimento delle lingue).Abbiamo chiesto a Emma Battistella ti raccontarci brevemente la sua esperienza al campo e ci ha stupito, rivelandoci di aver utilizzato non solo riferimenti pop (un cartone animato) ma anche libri per ragazzi al camposcuola. Il campo scuola della sua parrocchia, dedicato ai ragazzi delle medie, aveva come tema Inside Out 2 e tutte quelle nuove emozioni che i ragazzini si trovano ad affrontare. Ogni animatore aveva un’emozione assegnata, nel caso di Emma era “l’invidia”. Oltre ad aver cercato riferimenti nella vita quotidiana, per aiutare i ragazzi a riflettere ha usato i volumi della Collana S.e.p.t. di First Letter, che sono proprio dedicati ai preadolescenti.

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Cosa c’è nella valigia di un piccolo editore? Sette oggetti indispensabili per sopravvivere a un festival romance

La valigia di un piccolo editore diretto a un festival letterario è un oggetto misterioso, governato da leggi fisiche ancora sconosciute. All’apparenza contiene libri, materiale promozionale e qualche effetto personale. In realtà, una volta aperta, rivela una quantità di oggetti sufficiente ad allestire uno stand, aprire una cartoleria, affrontare un’emergenza sanitaria e trasferirsi definitivamente nel luogo dell’evento. Mentre ci prepariamo a raggiungere il Dark Romance Festival, abbiamo deciso di mostrarvi che cosa portiamo davvero con noi. Anticipazione: l’organizzazione occupa poco spazio. L’ansia preventiva, invece, viaggia in cabina. Gadget a volontà, perché i libri da soli ci sembravano troppo leggeri La prima categoria comprende gadget, gadget e ancora gadget. Fermaporta letterari, penne-pettine a tema Jane Austen e matite in quantità sufficiente per rifornire una classe fino alla maturità. Il fermaporta dichiara: «Non entrare, sto leggendo». Una frase che nella vita quotidiana rappresenta un desiderio, durante un festival diventa quasi una minaccia. Le penne-pettine, invece, risolvono due problemi fondamentali: permettono di firmare un libro e di ricomporsi dopo aver attraversato mezza Italia con temperature poco compatibili con la dignità umana. Le matite completano il reparto “potremmo aprire una cartoleria abusiva da un momento all’altro”. Non sappiamo ancora quante ne serviranno, perciò ne porteremo troppe. È il metodo scientifico adottato dalla piccola editoria. Caramelle per le autrici e conforto emotivo per l’editore Con il caldo di fine agosto, chiunque può avere un calo di zuccheri. Le autrici, in particolare, devono affrontare presentazioni, incontri con le lettrici, fotografie, dediche e domande alle quali rispondere fingendo di ricordare perfettamente anche il nome del personaggio comparso una sola volta a pagina 217. Le caramelle sono dunque una misura di sicurezza. Servono a sostenere il morale, mantenere buoni rapporti diplomatici e impedire che qualcuno, dopo ore trascorse allo stand, inizi a nutrirsi direttamente dei segnalibri. L’editore, naturalmente, sostiene di averle comprate per gli altri. Questa versione verrà mantenuta fino al ritrovamento delle prime cartine vuote nella sua borsa. Una tovaglia impossibile da ignorare Ogni stand editoriale ha bisogno di una tovaglia. La nostra, tuttavia, non sembra intenzionata a limitarsi a coprire un tavolo: vuole farsi notare, essere fotografata e probabilmente ottenere un proprio spazio nel programma del festival. Nera, rosa e dotata della scritta «Fermati. Abbiamo una buona storia per te», rappresenta perfettamente la filosofia di Land Editore. È insieme un invito, una promessa e un ordine impartito con molta educazione. Il rischio di perdersi tra gli stand del festival esiste. Quello di passare davanti al nostro senza accorgersene, decisamente meno. Amuchina, antipiretici e la consapevolezza che lo stress esiste Nella valigia trovano posto anche Amuchina e antipiretici, perché un piccolo editore sviluppa presto una caratteristica particolare: prepara ogni evento come se dovesse partire contemporaneamente per un festival, una spedizione polare e un ricovero imprevisto. L’Amuchina serve sempre. Gli antipiretici pure, perché la febbre da stress ha un tempismo teatrale e tende a comparire quando lo stand è appena stato montato, la fila si allunga e qualcuno domanda se sia possibile pagare con una modalità inventata sul momento. Prevenire è meglio che spiegare al pubblico perché l’editore sta sorridendo con lo sguardo febbrile di un personaggio dark romance prossimo al crollo. Caricabatterie per ogni tecnologia, tranne quella necessaria Un festival letterario contemporaneo richiede telefoni carichi, dispositivi per i pagamenti, video, fotografie, storie Instagram, messaggi urgenti e almeno quarantasette conversazioni aperte contemporaneamente. Per questo partiamo con diversi caricabatterie, cavi e adattatori. Abbiamo tutto. USB, USB-C, prese tradizionali, soluzioni tecnologiche probabilmente compatibili anche con un satellite. La tradizione vuole, però, che al momento opportuno manchi proprio il cavo necessario. Sarà rimasto a casa, appoggiato accanto alla presa, dove lo avevamo sistemato per essere certi di ricordarlo. Una maglietta di ricambio sacrificata ai libri In valigia entra anche una sola maglietta di ricambio, piegata con cura e poi infilata in uno spazio di tre centimetri tra due pile di romanzi, un espositore e una confezione di gadget. La piccola editoria impone priorità precise: prima i libri, poi altri libri, quindi il materiale promozionale e, se rimane posto, gli esseri umani che dovranno gestire lo stand. La maglietta accetta il proprio destino con dignità. Arriverà stropicciata, schiacciata e forse segnata dall’angolo di una copertina rigida. Sarà comunque considerata perfettamente indossabile, perché dopo il montaggio dello stand le nostre aspettative estetiche si saranno già ridotte in modo significativo. Scarpe eleganti con una durata ufficiale di ventitré minuti Naturalmente porteremo anche un paio di scarpe eleganti. Perché nelle fotografie bisogna apparire professionali, curate e perfettamente a proprio agio, anche quando si è dormito poco e si è appena trascinata una valigia piena di libri attraverso mezza struttura fieristica. Le scarpe verranno indossate con entusiasmo. Dopo circa ventitré minuti saranno sostituite con qualcosa di più comodo, mentre i piedi presenteranno una formale richiesta di separazione dal resto del corpo. Quel breve intervallo sarà comunque sufficiente per scattare le foto ufficiali. Il trucco consiste nel sorridere prima che compaiano le vesciche. Pronti per il Dark Romance Festival, più o meno Ecco, dunque, che cosa contiene la valigia di un piccolo editore: oggetti utili, oggetti improbabili, scorte eccessive, una sola maglietta e una fiducia decisamente ottimistica nella resistenza delle scarpe eleganti. Manca soltanto la parte più importante: i libri. Quelli, naturalmente, non sono in valigia. Occupano tutte le altre valigie, gli scatoloni e ogni centimetro libero del mezzo di trasporto. Il 29 agosto Land Editore sarà al Dark Romance Festival di Montesilvano, con romanzi, autrici, gadget e una tovaglia impossibile da ignorare. Se ci vedrete ancora in piedi, venite a salutarci. Se saremo seduti, venite lo stesso: significherà soltanto che sono trascorsi più di ventitré minuti.   Scopri Land Magazine admin Agosto 27, 2026 Cosa c’è nella valigia di un piccolo editore? Sette oggetti indispensabili per sopravvivere a un festival romance Read More Silvia Dal Cin Agosto 23, 2026 CHE FIGO THE ROCK CON I CAPELLI Siamo andati al cinema a vedere il live action di Oceania. Piccola premessa: amiamo quel cartone animato e ne conosciamo tutte le canzoni. Le aspettative erano alte. Che ne

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CHE FIGO THE ROCK CON I CAPELLI

Siamo andati al cinema a vedere il live action di Oceania. Piccola premessa: amiamo quel cartone animato e ne conosciamo tutte le canzoni. Le aspettative erano alte. Che ne pensiamo? NON CI HA DELUSO! La versione live action è piuttosto fedele all’originale e ha mantenuto quello spirito avventuroso ma giocoso, quindi rimane molto godibile anche per i bambini più piccoli. Catherina Laga’aia ci ha convinti, è una perfetta Vaiana: giovane, forte, sorriso furbo, occhi vivaci, rispecchia alla perfezione la protagonista del cartone animato. Innegabile la sua chimica con Dwayne “The Rock” Johnson, che l’ha affiancata interpretato Maui, al quale aveva già dato la voce nella versione cartoon. Ecco, vogliamo parlare di The Rock? Parliamone! Si è messo in gioco, chiaramente molto affezionato alla storia originale, recitando, cantando, ballando e sì, talvolta rendendosi ridicolo come il personaggio originale di Maui. Ma, soprattutto, ha indossato una parrucca di splendidi capelli lunghi e boccolosi! Il tutto risultando sempre figo. Com’è possibile? Ah, piccola informazione di servizio: Dwayne ha 54 anni… e anche se è noto che abbia indossato una tuta muscolare protesica (per facilitare applicazione e mobilità dei tatuaggi), ha comunque una forma fisica invidiabile. Approposito di fisico, abbiamo apprezzato moltissimo che nel film ci sia una rappresentazione di tipologie diverse di corpi e età. Grande spazio è stato dato alla cultura polinesiana, aumentando scene di gruppo, balli e canti. Straordinaria la resa visiva dell’oceano, di Tefiti e TeKa. Da brividi la scena di Vaiana con lo spirito della nonna, di impatto sia visivamente che vocalmente. Il nostro preferito rimane comunque HeiHei, il galletto che riesce sempre a rubare la scena!

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