Maggio 2024

Intervista a Ylenia, libraia di Libreria Difficile

A cura di Ho conosciuto Ylenia sui social, all’interno di un gruppo facebook per la precisione. Mi ha consigliato molti libri, azzeccandoci sempre. Allora l’ho voluta intervistare, per capire da dove nasce questo superpotere. Da dove nasce il nome della tua Libreria, DIFFICILE? E dove ti trova chi ti vuole cercare? Il nome non è casuale. Quando 15 e più anni fa provavo a tirar fuori questo desiderio, la risposta era “si ma è difficile”. E questo vale per tutto quello che voglio fare, c’è sempre un grado di difficoltà intenso. Che poi difficile non significa impossibile… Ylenia ha da poco traslocato e per un periodo ha fatto consulenze, libroterapie e pacchetti da casa – la trovate comunque sui social con il nome di Difficile Libreria. Cosa fai in libreria? In cosa consiste la Libroterapia? Cosa NON faccio (ndr. è un vulcano questa ragazza)! Si fa un po’ di tutto, nel senso che la Difficile è un po’ come lo studio di un sarto, con fettucce, scampoli, aghi e fili vari, quindi tutte le attività sono svolte per andare incontro alle esigenze dei lettori e non solo.  Perciò c’è il gruppo di lettura Parole di Lana, dove i lettori propongono il tema, io propongo dei testi e quello più votato diventa il libro del mese, che poi diventa un mese e mezzo, anche due mesi. Non diamo un tempo perchè la Difficile è qui per ri-educare alla lettura e mi rifiuto di dare scadenze come a scuola. Soprattutto la Difficile non è una libreria per soli lettori, perchè ogni storia viene proposta anche e soprattutto in chiave emotiva; parliamo dei temi che escono fuori dalla lettura e quindi se non si ha letto il libro, si può partecipare comunque.  Poi ci sono gli incontri – e non le presentazioni -, perchè a me di dare spazio solo a chi scrive non va. E allora affrontiamo i temi attraverso le storie scritte da altri, con chi le scrive ma anche con chi le legge e soprattutto con un terapeuta presente, perchè la figura di un professionista è doverosa. E poi ci sono i laboratori nelle scuole, poi c’è la libroterapia con gli albi illustrati per adulti e ora anche i percorsi di libroterapia. La libroterapia è uno strumento che prevede l’utilizzo di storie scritte da altri e che può aiutarti a trovare “le parole per dirlo”. A volte potremmo sentirci in un certo modo e non riuscire a dare una forma alla cosa; potremmo aver bisogno di “brindare” alla felicità provata in un periodo; potremmo semplicemente aver bisogno di una “spinta”. E allora le parole, le illustrazioni, il momento di raccoglimento creano un ponte. La libroterapia di cui mi occupo è quella umanistica, dove non mi è assolutamente concesso vedere la persona come paziente. Chi entra in libreria e chiede della libroterapia si siede, mi racconta perché é lì e non altrove. Suggerisco letture, capitoli – faccio letture pensate solo ed esclusivamente per quella persona. Con il gruppo, invece, affrontiamo i temi attraverso la lettura dell’albo illustrato, diamo spazio alle parole e ai gesti dei partecipanti, lavoriamo insieme per costruire nuove domande. Perchè la libroterapia fa esattamente questo, ti offre nuove finestre e se vuoi anche nuove domande, mai solo risposte. E’ un lavoro DIFFICILE, davvero, le dico, perché prevede che chi ti sta davanti e si racconta si affidi completamente a te, non per essere “guarito”, per essere ascoltato e capito. E’ una missione difficilissima quella che ti sei scelta ! Esattamente. Infatti questo è anche il motivo per cui la libreria non prevede che tu debba venire per forza a comprare libri. Sarebbe sicuramente cosa buona e giusta, quando mi tieni inchiodata magari per due ore e mezza. Ma c’è un’altra storia qui. Una persona che ha cominciato a frequentare la libreria e ogni volta che viene mi dice che legge tanto, ha tanti libri in casa, e io tutte le volte dico “magari devi fare pulizia”. Non compra mai libri, se non di un autore francese perchè gli avevo detto che lo avevo salvato come “aggiusta orologi” e gli avevo raccontato la storia che mi aveva fatto venire in mente e lui si era letto quel libro. Da lì in poi lui continua a venire, ora non viene più così spesso, ma veniva una volta a settimana e si piazzava lì un paio di ore e mi raccontava tante cose e a volte era anche faticoso, però un giorno mi confida “io non so perchè sono in vita, non so perchè non mi sono ammazzato” e io penso che può venire quando vuole, non ho più pensato alle ore. E’ questo il posto, c’è gente che mi chiama e mi dice ho bisogno di parlare, posso venire? E io dico vieni e ci prendiamo un tè o un caffè e parliamo. In libreria sono nati un sacco di progetti , compresa la libroterapia con i ragazzi delle elementari. Le persone non vivono la libreria come il supermarket dei libri. E’ un lavoro difficile e che non tutti sono in grado di fare. Non lo dico perchè sono io superfiga ma ti faccio un esempio. Tempo fa io ero incinta, era proprio evidente che io fossi gravida, vado in una libreria di catena (non lo dico perchè la libreria di catena non sia buona, ma perchè è l’alternativa, per esempio, alla Difficile) e  chiedo una storia, per sapere la gente che sta lì dentro cosa legge. Quello che mi avevano suggerito non lo avevano disponibile – e li capisco, te lo posso assicurare – e così mi viene proposta una storia che si chiama “La cronologia dell’acqua” dicendomi che è una storia bellissima di una ex nuotatrice. Lo prendo, era nella mia wishlist da lettrice e anche da libraia (perchè io prima di mettere i libri sugli scaffali li leggo tutti, perchè se l’idea è quella di rieducare alla lettura non ti posso proporre una schifezza). Sto all’ospedale, prendo il libro e questa storia si apre con “il

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Storia: dall’abito bianco alla ricetta della torta nuziale più antica della storia

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui Appassionati di storie romantiche e divoratori di commedie sentimentali, ricorderete di certo Il matrimonio del mio migliore amico, dove una meravigliosa Julia Roberts incarna i panni della giovane Julienne, la quale farà di tutto per riconquistare il cuore del proprio ex, prossimo al matrimonio, oppure Se scappi ti sposo, dove un determinato Richard Gere finirà con l’innamorarsi proprio della donna che ha sempre avuto paura di indossare l’abito bianco… Parlando di matrimoni non possiamo non nominare la Regina Vittoria d’Inghilterra. Sapevate che il suo abito da sposa è considerato ancora oggi il più amato? Il suo abito bianco in raso di seta con balze di pizzo apre infatti le porte al matrimonio moderno. Ma non solo l’abito nuziale, il matrimonio della Regina Vittoria apre il mondo anche alla prima torta decorata della storia. La torta nuziale realizzata per il matrimonio della Regina, un dolce che pesava quasi 140 chili, venne progettata da Mauditt, pasticciere della casa reale. CuriositàLa più antica torta nuziale è la Banbury Cake, un dolce inglese composto da pasta sfoglia, burro, noce moscata, acqua di rose e rum. La torta risale al 1655, quando in Inghilterra nacque l’usanza di servire due torte, una per l’uomo l’altra per la donna. La torta della sposa era composta da una soffice glassa bianca, simbolo di verginità e purezza, mentre quella dello sposo era più piccola, generalmente di un colore più scuro. Ricetta Banbury Cake Ingredienti 225 g di farina 75 g di burro 75g di zucchero semolato 1 uovo 50 g di mandorle tritate 50 g di uvetta 50 g di scorza d’arancia candita 1 cucchiaino di cannella in polvere ½ cucchiaino di noce moscata Per la glassa Zucchero a velo Succo di limone Procedimento Preriscalda il forno a 180 gradi e rivesti una teglia con carta da forno. In una ciotola setaccia la farina e aggiungi il burro freddo a pezzi. Lavora velocemente con le mani fino a ottenere un composto sabbioso. Aggiungi lo zucchero, l’uovo, le mandorle, l’uvetta, la scorza d’arancia candita, la cannella e la noce moscata. Mescola fino a formare un impasto omogeneo. Se risulta troppo secco aggiungere un po’ di latte. Stendi l’impasto su una superficie infarinata fino a ottenere un rettangolo di circa 20 x 30 cm. Arrotola l’impasto e trasferiscilo sulla teglia preparata. Cuoci in forno preriscaldato per circa 25-30 min o fin quando risulta dorato. Mentre è ancora caldo, spennella il dolce con succo di limone e cospargilo con dello zucchero a velo. Lascia raffreddare prima di servire. LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More VIP Intervista a Serena Riglietti, la sola e unica prima illustratrice italiana di Harry Potter 28.04.24 Nuove uscite Elisabetta Venturi ritorna con “La bambolina nel bosco” – Un tuffo oscuro nelle fiabe moderne 26.04.24 scrittura creativa Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 11) 26.04.24 Nuove uscite Manuela A. De Quarto sta per tornare con un secondo libro 25.04.24 recensioni 10 libri per bambini che non puoi non aver letto: Cipì di Mario Lodi 25.04.24 Viaggi Rue de Nicholas Flamel, la via più magica di Parigi 25.04.24 recensioni Recensione: “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino – il cuore dellasistenza e l’innocenza perduta 25.04.24 Uncategorized Marjiane Satrapi, simbolo del vero 25 Aprile 25.04.24

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scrivere a quattro mani

Scrivere a quattro mani: la nostra esperienza

Cosa spinge due autrici a scrivere a quattro mani? Ci siamo poste spesso questa domanda: il processo di scrittura è frutto di tanta concentrazione, talvolta di isolamento. Prima di arrivare da una lettrice e da un lettore, un libro percorre un viaggio solitario con il proprio autore, fatto di giorni (mesi e, a volte, anni) pieni di parole, di tempo scandito dai battuti su una tastiera e musica per trovare ispirazione. Non se ne parla quasi mai, ma prima che un libro venga lasciato libero di entrare nelle librerie altrui, l’autore vive momenti di solitudine. È sicuramente il bello della scrittura: farsi trascinare dalle parole e dai propri personaggi, vivere in simbiosi con loro e assorbire tutte le loro emozioni. Quando, quindi, si può rinunciare a questo rapporto esclusivo con la propria creatura? Cosa, tornando all’inizio di questo articolo, spinge due autrici a intraprendere un viaggio di scrittura a quattro mani? La complicità, l’amicizia, l’affinità, la stima, la comunanza di idee. Sono tanti i motivi che possono dar vita a un libro a quattro mani. Non sempre è facile, come non lo è scrivere un libro. Quando due menti creative decidono di unirsi, devono sempre tener presente che si lavora alla pari, che le idee di una non sono meglio di quelle dell’altra e viceversa. Bisogna stabilire tempi e modi che non rallentino troppo il lavoro altrui. Una volta dettate le regole, però, scrivere in coppia può rivelarsi un’avventura divertente ed emozionante. Per questo motivo, la sottoscritta Nelli B, insieme all’altra parte del duo, Arianna Ciancaleoni, vi racconteremo come mai ci siamo lanciate in questo viaggio, rispondendo a delle brevi domande sulla scrittura a quattro mani. Come è nata l’idea della scrittura a quattro mani? Nelli: Lo sapete, io e Ari abbiamo avuto un’affinità da subito, una specie di colpo di fulmine scoccato a suon di frasi e strofe vintage. In una chat con tante autrici, una citava una canzone e l’altra rispondeva. È nato tutto da lì, se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo. Un paio di anni fa. La scorsa estate, poi, ci siamo prese del tempo per riflettere e fare qualcosa insieme, a livello social; qualcosa che avesse in comune questa nostra passione per la musica vintage. Nascono così le Vintage Girls, fatte di canzoni linkate a qualsiasi ora del giorno, di crisi di stato quando una conosce una canzone e l’altra no. Con il passare del tempo, però, nelle chat e nei meet online (siamo professionali eh!) era sempre più frequente la frase: Vedrai il giorno che scriveremo il nostro libro, Questo ci starebbe benissimo nel nostro libro, Mi sta venendo voglia di mollare tutto e scrivere il nostro libro. E, poi, un giorno: ma se lo facessimo davvero? Arianna: E infatti un giorno abbiamo cominciato e, naturalmente, tutto è partito da una canzone. Canzone che non posso rivelare, che non conoscevo prima che me la facesse scoprire Nelli, ma che adesso è nel lettore CD della mia macchina (sì, sono vintage in tutto, ho ancora il lettore CD!). Da un’idea che ci è sembrata subito folle siamo partite in quarta e dopo aver creato le due protagoniste, abbiamo cominciato ad espanderci verso i personaggi secondari e da lì, a intrecciare la trama del nostro lavoro. Il tutto, ovviamente, si è arricchito di musica ed ecco qua, avevamo la base per cominciare a scrivere. Come è impostato il lavoro? Nelli: Una scaletta (Ari nell’organizzazione è mille volte più brava di me) e la regola di scrivere un capitolo a settimana. Appena una finisce, l’altra legge. Come una staffetta. Quando l’altra ha letto, generalmente partono audio su whatsapp per confrontarci, ridere, suggerirci e correggere il tiro se abbiamo scritto qualcosa che all’altra non torna. Arianna: Io organizzo e poi procrastino le scadenze, naturalmente. Sono quella che si blocca più spesso, con mille dubbi e ogni tanto, per non annoiarci, propongo deviazioni, approfondimenti e “se facessimo così?” e se invece qui facessimo succedere quest’altro? Ho sempre paura che Nelli prima o poi mi molli, ma finora non è successo! Come vi trovate a scrivere insieme? Nelli: Benissimo. Forse anche troppo bene. Questo libro è arrivato in un momento in cui la mia volontà di scrivere era così tanto sotto terra da poterla ritrovare in Cina. Arianna ha risvegliato in me quell’amore puro per le parole, finalizzato alla storia e niente di più. Ci divertiamo. A ogni capitolo ipotizziamo all’incirca altri dieci spin off e, ora, mi sento parte di un progetto che forse è un po’ folle ma che mi piace tantissimo. Arianna: Ci piace molto la parte di brainstorming, che arriva a qualsiasi ora del giorno via WhatsApp, ma onestamente quando so che Nelli ha scritto un altro pezzo e mi avvisa, mollo tutto e corro e leggere, perché sono curiosa di vedere com’è venuto. Anche se so quasi tutto quello che ci sarà scritto, è come se dovessi rifugiarmi a leggere un libro che ho dovuto abbandonare e non vedo l’ora di sapere come andrà avanti. A che punto siete? Potete farci qualche spoiler? Nelli: Direi che abbiamo appena superato la metà, compiendo il giro di boa che ci porterà verso l’epilogo. Uno spoiler? Io scrivo di Alice: 31 anni, bionda, insegnante di yoga. Arianna: Pensavamo d’aver quasi finito e invece siamo a metà (questo la dice lunga su come si è evoluta la scaletta!). Anch’io farò un unico spoiler sulla mia protagonista, che si chiama Selene, ha 33 anni e anche lei insegna… ma tutt’altro! Ah, ve l’abbiamo detto che è un romance? 🤭

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Serie TV – Nostalgia anni ’80 e ’90

Libri di Elisabetta Venturi VAI AL LIBRO Gli anni ‘80 e ‘90 sono stati la culla di veri e propri tormentoni indimenticabili. Ah, che bei tempi… E che privilegio averli vissuti!Cosa dite? Volete vederli anche voi? Non temete, sono qui per questo: la macchina del tempo è già calda per un nuovo magico viaggio nei ricordi. Quindi allacciate le cinture e reggetevi, che questa volta andiamo ancora più indietro.  Alla faccia del politically correct che sta permeando i tempi moderni in modo piuttosto insistente, già quarant’anni fa – uh mamma mia… che impressione! – avevamo non una, non due, ma bensì tre serie tv che ci catapultavano nelle vicende rocambolesche e spassose di una famiglia di colore.  Partiamo da quella forse più celebre: se vi dicessi Will Smith? Ma lasciamolo dire a lui di cosa si tratta: Ehi, questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata, capovolta sotto sopra sia finita. Seduto su due piedi qui con te ti parlerò di Willy, super fico di Bel Air: giocando a basket con gli amici sono cresciuto, me la sono spassata, wow! Che fissa ogni minuto! Le mie toste giornate filavano così, tra un mega-tiro a canestro e un film di Spike Lee. Poi la mia palla lanciata un po’ più in sù andò proprio sulla testa di quei vichinghi laggiù; il più durò si imballò, fece una trottola di me e la mamma preoccupata disse: «Vattene a Bel Air!». L’ho pregata, scongiurata, dallo zio vuole che vada, lei m’ha fatto le valigie e ha detto: «Va’ per la tua strada». Dopo avermi dato un bacio e un biglietto per partire con lo stereo nelle orecchie ho detto: «Qua è meglio sgommare!». Prima classe, ma è uno sballo! Spremute d’arancia in bicchieri di cristallo. Se questa è la vita che fanno a Bel Air, per me, mm-mh, poi tanto male non è! Ho chiamato un taxi giallo col mio fischio collaudato, come in Formula Uno mi sentivo gasato; una vita tutta nuova sta esplodendo per me, «Avanti a tutta forza, portami a Bel Air!». Oh, che sventola di casa, mi sento già stra-ricco, la vita di prima mi puzza di vecchio! Guardate adesso gente in pista chi c’è, il principe Willy, lo svitato di Bel Air eh! Ammettetelo: anche voi avete letto la sigla di Willy, il principe di Bel Air canticchiando, vero? Spostiamoci ora nella periferia di Chicago dalla famiglia Winslow e immergiamoci nelle dinamiche familiari di Otto sotto un tetto dove Carl, il capofamiglia, è un ufficiale di polizia. Ma sono certa che vi ricorderete soprattutto di Steve Urkel, il vicino di casa pasticcione innamorato di Laura, una delle figlie di Carl, e di una delle sue frasi iconiche: “Sono stato io a fare questo?”. I Robinson li ricordate? Devo ammettere che ai tempi ero davvero piccina, ma grazie alla macchina del tempo possiamo approdare insieme a New York a conoscere un’altra famiglia specializzata in situazioni comiche: un ginecologo, una moglie avvocato e ben cinque figli. I Robinson è stata una delle prime serie a rappresentare una famiglia afroamericana benestante, offrendo quindi una prospettiva diversa e positiva rispetto a quanto mostrato precedentemente.  Non avevamo solo famiglie afroamericane all’epoca: in realtà il periodo storico è costellato di storie familiari. C’è chi è stato capace di farci vivere il sogno americano degli anni ‘50 e ‘60: brillantina sui capelli, baci al drive-in, giacche di pelle e gomme da masticare. Quanti “giorni felici” abbiamo vissuto in compagnia dell’indimenticabile Fonzie, della famiglia Cunningham e degli amici di Richie Potsie e Ralph Malph – “gli anni di Happy Days e di Ralph Malph” canterà poi Max Pezzali alla fine degli anni ‘90).  Aprite il portaoggetti della macchina del tempo: c’è un fazzoletto nostalgia per voi.  Mentre ancora tiriamo su il naso e ci passiamo il pettine tra i capelli con un gesto alla fonzarelli, pensiamo alla capigliatura riccia e vaporosa di Francesca Cacace, quella che ricorderemo come La tata più strampalata di sempre.  Non tutte le famiglie erano però, ahimè, così spensierate e divertenti. Ce lo ricordano gli Ingalls che vivevano nel Midwest americano alla fine del XIX secolo e dovevano superare grandi sfide vivendo nelle grandi praterie: inverni rigidi, difficoltà economiche e difficili rapporti con i vicini. La casa nella prateria è una serie tv realistica e drammatica (trasmessa a cavallo degli anni ‘70 e ‘80), ma che ci ha anche riscaldato con lezioni di vita e momenti familiari unici e indimenticabili.  Sempre nel XIX secolo andiamo a Colorado Springs e tifiamo per Michaela, una Signora del West che si ritrova ad accudire tre figli non suoi mentre lotta contro il pregiudizio circa lo svolgimento del lavoro di medico da parte di una donna. Una visione autentica del periodo storico tra medicina, avventura, complicate relazioni umane e nativi Cheyenne.  La parola Signora vi ha sbloccato un ricordo, vero?  L’intramontabile Angela Lansbury interpretava Jessica Fletcher, La Signora in giallo più temuta di tutti i tempi: ovunque lei andasse, qualcuno moriva e lei si poteva così intromettere nelle indagini risolvendo il mistero… e scrivendo poi i suoi gialli.  Ehm, non so voi, ma metterei il turbo e schizzerei via di qui.  Ci ritroviamo nella corsia dell’ospedale e, ops, non che qui vada molto meglio: un medico, figlio di un poliziotto, si improvvisa Un detective in corsia e risolverà più casi lui che il figlio. Qualcuno ha sbagliato mestiere? Torniamo sulla macchina del tempo e… dove stai andando? Fermati!  Scusate, la macchina del tempo aveva voglia di compagnia e ci ha portato da Kitt, automobile indistruttibile automatizzata e dotata di intelligenza artificiale che le permette di parlare – sì, vi giuro che questa serie è stata prodotta negli anni ‘80! – che, insieme al suo affascinante-da-morire Michael, combatte le forze del male in giro per gli Stati Uniti. Azione, fantascienza e avventura hanno reso Supercar una delle serie più amate degli anni ‘80.  Ma non è l’unica vettura rimasta nei cuori: il Generale Lee, una Dodge Charger arancione, ha accompagnato le avventure di Bo e

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