Giugno 2024

Tutto quello che c’è da sapere sul sistema scolastico inglese

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo. A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci segurai? Vi siete mai chiesti o informati davvero su com’è fatto e funziona il sistema scolastico in Inghilterra? Mi è capitato spesso di leggere estratti di libri ambientati oltremanica che contenevano piccoli errori e imprecisioni proprio riguardante la scuola e  ciò che vi gira attorno ed è un peccato perché si danno informazioni sbagliate e non è giusto nei confronti dei lettori inconsapevoli. Ho pensato quindi fosse giusto fare chiarezza sulla questione, spiegando e analizzando nello specifico come funziona il sistema scolastico inglese, quali sono le materie studiate, quali i ruoli che vi gravitano all’interno e anche quali sono gli errori più comuni che ho visto commettere. L’argomento è piuttosto lungo e necessita di parecchio spazio all’interno del magazine, motivo per cui usciranno diversi articoli sullo stesso.  Tenetevi pronti che le informazioni sono tante e spesso molto tecniche. Abbiate pazienza, prendete appunti se volete e seguitemi in questo breve viaggio. Innanzitutto mi pare doveroso partire con un’informazione, praticamente nota a tutti, che riguarda la divisione tra scuole pubbliche e private. Penso sia inutile spiegare la differenza sostanziale, ma vi basta sapere che nel secondo caso ci vogliono tanti tanti soldi (nello specifico sterline). Per il momento prenderò in considerazione solo il sistema scolastico pubblico. Di norma la scuola viene scelta in base all’area in cui si vive, in caso di mancanza di posti e in presenza di una lista d’attesa si opta per altre soluzioni – di solito comunque non troppo distanti dalla propria “catchment area”. I posti nelle scuole vengono gestiti dal City Council (il nostro comune per capirci), poi ogni scuola ha comunque una propria autonomia. I fondi pubblici sono quelli che sono e vengono comunque distribuiti anche alle scuole private, ma non entro nel discorso perché mi dilungherei troppo (e si creerebbe polemica). È prevista l’uniforme (con le dovute eccezioni di cui parlerò in seguito). Ma entriamo nel vivo: le scuole si suddividono in Stage:  (EYFS) – Early Years Foundation Stage KS1 – Key Stage 1 (Y1 e Y2)KS2 – Key Stage 2 (Y3, Y4, Y5, Y6)KS3 – Key Stage 3 (Y7, Y8, Y9 – Secondary School)KS4 – Key Stage 4 (Y10 e Y11 – Secondary School) KS5 – Key Stage 5 (Sixth form – post GCSE) Non si segue l’anno di nascita.  In generale le scuole sono divise in: – Nursery– Pre-school– Primary School– Secondary school– College/sixth form -La Nursery è direi l’equivalente dell’asilo nido. Bambini da 1 a 3 anni e si paga – Pre-school è la fase che precede l’inizio della scuola primaria. Di solito è composta da bambini nella fascia di età dai 3 ai 4 anni. È basata molto sul gioco anche se iniziano già a imparare lettere e numeri.– La Primary school è di fatto la scuola elementare, inizia a 5 anni e termina a 11, quindi dura 6 anni. Tra la pre-school e l’inizio dello Y1 (primo anno) c’è la Reception dove vengono di fatto “gettate” le basi per affrontare le fasi successive. Alcune strutture possono essere composte in maniera differente e avere:  – Infant school e Junior school Nella infant ci sono bambini dai 3 ai 7 anni (pre-school – reception – Y1 – Y2), nella Junior quelli dagli 8 agli 11 (Y3 – Y4 – Y5 – Y6).  Lascio al prossimo articolo  le specifiche sulla Secondary School e successive. Le cose da chiarire sono molteplici e meritano un approfondimento a parte. Spero che le informazioni date vi tornino utili.  FINE PRIMA PARTE Libri di Oriana Turus Fai clic qui

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La storia dell’acquario di Genova: dalla visione di Renzo Piano all’icona del turismo e della conservazione marina

L’Acquario di Genova, situato nel porto antico della città, è il più grande acquario d’Italia e uno dei maggiori in Europa. Inaugurato nel 1992 in occasione dell’Expo internazionale, è diventato un’attrazione di fama mondiale.

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Ricette libresche: la zuppa del padre di Dexter

Di Cristina Ferri Libri di Cristina Ferri Fai clic qui Ricette libresche: la zuppa del padre di Dexter Siamo in un punto particolare della storia: Emma non c’è più. Il padre di Dexter tenta di prendersi cura di suo figlio come meglio può. E quale miglior rimedio di una zuppa mangiata davanti al televisore per affrontare una giornata che vorresti solo dimenticare? La zuppa viene consumata da un vassoio speciale con il fondo imbottito che agevola il pasto davanti al piccolo schermo: una recente innovazione che Dexter trova piuttosto deprimente, forse perché è il tipo di oggetto che sua madre non avrebbe mai lasciato entrare in casa. La zuppa è incandescente come lava e quando se la porta alla bocca gli ustiona il labbro screpolato, in compenso le fette di pane sono imburrate alla bell’e meglio, spappolate e sbriciolate in una specie di polpetta allo stucco. Eppure è estremamente delizioso, il burro spesso che si scioglie nella zuppa densa, e lo mangiano davanti a EastEnders, altra recente fissazione del padre. – One Day Ma vediamo insieme come preparare la zuppa di verdure ispirata a quella del padre di Dexter: Ingredienti 2 carote 2 patate 1 cipolla 2 zucchine 2 pomodori 1 gambo di sedano 1 litro di brodo Sale e pepe q.b Olio d’oliva Preparazione Taglia le verdure a cubetti. Scalda un po’ di olio d’oliva in una pentola capiente a fuoco medio. Aggiungi la cipolla e il sedano e soffriggi per qualche minuto. Aggiungi le carote e le patate e fai cuocere per altri 5 minuti. Versa il brodo vegetale e porta ad ebollizione. Abbassa il fuoco e lascia cuocere 15-20 minuti, finché le verdure non sono morbide. Aggiungi le zucchine e i pomodori e lascia cuocere per altri 5-10 minuti. Aggiusta di sale e pepe se necessario. Servi ancora calda. LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More Cinema “The idea of you” – Le recensioni di Land Magazine 26.05.24 QUIZ Scopri Che Personaggio Sei dei Bridgerton: Il Quiz Che Non Sapevi di Voler Fare! 26.05.24 scrittura creativa Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 15) 26.05.24 firstletter Le formiche sono tutte femmine? 26.05.24 recensioni Il vaso di Pandoro di Selvaggia Lucarelli, la recensione 24.05.24 ricette Tartine con Formaggio di Capra e Miele 24.05.24 interviste Bere come un vero scrittore italiano – Alice Basso 21.05.24 Cinema Buffy l’ammazzavampiri: cosa resta della serie TV a vent’anni dall’uscita dell’ultimo episodio 21.05.24

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Come sopravvivere al mobbing al lavoro: 5 lezioni non richieste da “Dicono di lei”

Il mobbing al lavoro è un problema serio, che nessun romanzo potrà mai insegnarti ad affrontare, questo è certo. Se pensi di esserne vittima, ricorri ai centri specializzati attivi in tutta Italia o informati presso il tuo ospedale di riferimento: sono spesso attivi servizi gratuiti e in forma anonima che ti aiutano a comprendere meglio la tua situazione e trovare soluzioni. Tuttavia, è spesso facile pensare di essere perseguitati dal capo o dai colleghi pur non arrivando a situazioni critiche: questa vuole essere una guida per affrontare i problemi quotidiani e prevenire le incomprensioni che potrebbero degenerare. 1. Respira e rifletti Il capo ti chiede di lavorare di più, di evitare errori, di aumentare la produttività. Oggettivamente: ha ragione? Prova a fare una valutazione del tuo lavoro quotidiano: ti perdi spesso in chiacchiere? Quanto tempo passi davanti alla macchinetta del caffè? Hai consegnato tutto ciò che ti è stato richiesto, oppure sei in ritardo e senza una giustificazione? Non partire subito col vittimismo del mobbing al lavoro: se ricevi una critica, potrebbe essere anche giusta! 👠 Magari Frida avrà esagerato, ma in “Dicono di lei”, il nuovo romanzo di Arianna Ciancaleoni, neanche i dipendenti si comportano benissimo… 2. Prendi appunti Se pensi di essere vittima di mobbing al lavoro, inizia a prendere appunti su quello che succede, includendo dettagli, testimoni e una descrizione il più possibile oggettiva di ciò che sta succedendo. Può essere un fatto isolato e passeggero, ma se diventa continuativo, saprai da dove partire per denunciare i vari comportamenti scorretti. 3. Condividi l’esperienza Parla con qualcuno di ciò che ti succede: inizialmente fallo con la famiglia, un amico o il tuo partner, senza coinvolgere il resto dell’azienda. Una visione esterna potrà aiutarti a razionalizzare ciò che ti sta accadendo. I colleghi potrebbero essere le persone più sbagliate con cui, inizialmente, condividere le tue paure, per due motivi: potrebbero raccontarle ad altri o innescare un pericoloso telefono senza fili. 👠 In “Dicono di lei”, i colleghi non sono proprio raccomandabili! 4. Conosci i tuoi diritti Ogni posto di lavoro è regolato da un Contratto Nazionale Del Lavoro (CCNL), indicato nel tuo contratto singolo. Lì trovi tutte le regole da seguire e puoi capire se quanto ti viene richiesto esula dai limiti imposti per legge, per ogni argomento: dalle ferie ai permessi, dalle ore di straordinario ai comportamenti da tenere sul posto di lavoro. Leggere è sempre una buona idea. 5. Parla La cosa più semplice da fare, a volte la più difficile. Parla con le persone. Pensi di essere bullizzato da un collega? Invitalo fuori per un caffè ed esprimi le tue perplessità. La collega che sta per andare in pensione ti guarda sempre storto e ti risponde male? Tu regalale un sorriso e portale un caffè, spiazzandola. Il capo non ti rispetta? Chiedi un appuntamento e, cercando di mantenere la calma, spiega qual è il tuo disagio, mostrando di conoscere i tuoi diritti (perché sai a memoria il contratto, naturalmente). 👠 In “Dicono di lei”, per Sabrina è proprio una chiacchierata a salvare il posto di lavoro. Se tutto questo non funziona, se neppure le autorità riescono ad aiutarti, c’è anche una soluzione interessante da valutare. Ormai, il mito del posto fisso è crollato definitivamente: dai una svolta alla tua carriera. Abbandona un ambiente tossico in cerca di un posto migliore: come cantavano gli Afterhours, “non c’è niente che sia per sempre… perciò, se è da un po’ che stai così male il tuo diploma in fallimento è una laurea per reagire”. Può sembrare una resa ma, a volte, è l’unica strada percorribile. Buona fortuna!

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Vamp(yre) style: seduzione e potere oltre i secoli

di Maurizio Fierro “Je poserai sur lui [l’homme] ma frêle et forte main; Et mes ongles, pareils aux ongles des harpies, Sauront jusqu’à son coeur se frayer un chemin. Comme un tout jeune oiseau qui tremble et qui palpite, J’arracherai ce coeur tout rouge de son sein, Et, pour rassasier ma bête favorite, Je le lui jetterai par terre avec dédain!” Baudelaire, Les fleurs du mal Susie Cave, moglie dell’icona rock e principe delle tenebre Nick Cave, ne ha creato un brand di moda esclusivo, The Vampire Wife, per esaltare una femminilità misteriosa e sensuale. Per i 200 anni dalla nascita della maison di Louis Vitton, Nicolas Ghesquière, direttore creativo del womenswear di Lvmh, ha organizzato un gran ballo con protagoniste loro, seducenti vampiresse vestite di abiti con crinoline che avvicinano il ready to wear alla couture. «Mi piace la figura del vampiro che viaggia attraverso il tempo, adattandosi ai dress code dell’età in cui vive, mantenendo comunque un certo fascino del passato» dice Ghesquière, strizzando l’occhio alla moda gotica degli anni Novanta, a sua volta debitrice di certo gusto di epoca vittoriana, idealmente raffigurato dal look vampiresco di Madeleine Wallis per la House of  Paquin nel 1921, di cui Jeanne Paquin era la pionieristica stilista che contribuì a ristabilire il nero come elemento chic. Stiamo parlando dello stile vamp, o vampiresco. Ma quando nasce nel gergo comune il termine usato per indicare la femme fatale, dominatrice dell’uomo, bella e lussuriosa? La “vampira” dalla pelle diafana e gli occhi grandi, che succhia le energie vitali dell’uomo che si sottomette alla sua volontà ed al suo trascinante fascino, portandolo alla follia, alla perdizione e alla distruzione? E, in definitiva, l’idea che la donna troppo seducente resta sempre, immancabilmente mortifera fin dalla notte dei tempi? (Come Empusa, una delle cagne di Ecate nella mitologia greca, capace di assumere l’aspetto lascivo di una pericolosa seduttrice, succhiando agli uomini le forze vitali fino a portarli alla morte)  Se nel 1886 lo psichiata Richard von Krafft-Ebing nel suo “Psychopathia Sexualis” definisce alcuni casi di vampirismo sessualizzandone la figura, caratterizzata da fascino ipnotizzante e profonda lascivia, e l’anno dopo (quello di “Dracula” di Bram Stoker) l’artista londinese Philip Burne-Jones immortala su tela Il Vampiro, raffigurando una donna intenta a succhiare l’energia vitale di un uomo, dipinto che inspirò l’omonima poesia di Rudyard Kipling del 1897, è all’alba del Novecento che l’identità vamp levita dalle brume della scena vittoriana per entrare nell’iconografia condivisa; e lo fa  grazie e attraverso il clamoroso successo popolare del cinema.  E se la prima donna a trasferire su celluloide l’immagine della femmina crudele e distruttrice è Alice Hollister in “The Vampire” (1913), di Robert G. Vignola, è indiscutibilmente Theodosia Goodman a decretare ufficialmente la nascita della “Vamp”, interpretando il ruolo della  vampira nella pellicola “A fool there was” 1915 (in cui, per la prima volta nella storia del cinema, un’attrice bacia sulla bocca il suo compagno di scena, con una sensualità così feroce da evocare il bacio morso con cui i vampiri aspirano la forza vitale dalle loro vittime), e incarnando quel senso dark, oscuro per l’avventatezza e l’audacia, come la provocazione delle tenebre. Con i suoi capelli nero corvino, la pelle eburnea e il trucco molto carico e intenso, Theodosia Goodman affascina con una forza di attrazione che sembra mesmerizzare tutti gli uomini che vengono in contatto con lei, ammaliati dalla sua prorompente sensualità e spregiudicatezza. Una seduttrice esotica, che fa perdere il senno della ragione e che lascia credere di essere figlia di un artista francese e di una principessa mediorientale, di essere stata allattata con sangue di serpente e di essere cresciuta tra scheletri e ragnatele. Il suo pseudonimo è Theda Bara, anagramma di “arabh death“, che significa morte araba.  Siamo in un’èra cinematografica pleistocenica, ma dalle parti degli studios già nascono le prime rivalità e contrapposizioni. La risposta alla Goodman è Louise Glaum, la vamp Mademoiselle Poppea di “The Toast of  Death” (1915), e in seguito nei panni della femme fatale in numerose pellicole. E non possono mancare all’appello le vamp europee, come Musidora (alias Jeanne Roques, ex-soubrette alle Folies Bergères e musa dei surrealisti), protagonista nel 1915 del film “Les Vampires”, dall’atmosfera onirica e perturbante, o come Pola Negri, pseudonimo dell’attrice polacca Barbara Apolonia Chałupiec, la Carmen di “Sangue gitano” (1918), del regista tedesco Ernst Lubitsch.  È questo il momento in cui l’immagine della vamp si cristallizza nell’archivio visivo come noi lo conosciamo. Da allora, le vamp si riproducono per gemminazione, non solo nel mondo del cinema, ma anche della letteratura e, in seguito, della cultura pop.  la Fosca di Iginio Ugo Trachetti, alcune eroine che troviamo nei romanzi di Gabriele D’Annunzio, la Salomè di Oscar Wilde (magistralmente interpretata a teatro da Lydia Borrelli, poi protagonista nel 1917 di “Rapsodia satanica”, di Nino Oxilia), la Lulù di Wedekind fino ad arrivare alla Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch, sono solo alcune delle donne avvenenti, appariscenti ed eccentriche, dalla pelle diafana e gli occhi grandi, che compaiono su carta, ognuna forse con un debito da scontare con la contessa vampira Mircalla Karnstein, protagonista della novella “Carmilla” (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu, trasposta nel 1932 su grande schermo da Carl Theodor Dreyer nel suo “The Vampyr” (con un’altra famosa vamp, Rena Mandel, nei panni di Giséle), che, introducendo in contesti spesso profondamente onirici elementi di sessualità ed erotismo, definiscono l’immaginario vamp, femme fatale (da Greta Garbo a Marlene Dietrich, da Louise Brooks a Gloria Swanson e Marylin Monroe) che magari non dormono in una bara come è solita fare Sarah Bernhardt, ma che nel loro algido allure scolpisco un modello femminino che influenza la cultura popolare: dalle strisce dei fumetti di Charles Addams sul New Yorker negli anni Quaranta e Cinquanta fino in Carolyn Jones, la Morticia della serie televisiva della famiglia Addams, dalla Vampirella dell’omonimo fumetto al look gotico dell’incomparabile Maila Nurmi di ”Plan 9 from Outer Space” (1959), la Vampira dello stralunato film di Ed Wood, che si guadagna lo status di peggior film mai realizzato

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