Settembre 2024

Come parlare di traumi psicologici nel tuo romanzo senza finire a piangere in un angolo (o deprimere i tuoi lettori)

Scrivere di traumi psicologici è una di quelle cose che ci si immagina di fare con una penna stilografica e un bicchiere di whisky accanto, mentre si medita sulla complessità dell’esistenza umana. Ma nella realtà, ti ritrovi a sgranocchiare patatine davanti al laptop, fissando una pagina bianca come se stesse per offrirti tutte le risposte. Ecco il trucco: parlare di traumi psicologici non deve essere solo pioggia battente e violini in sottofondo. Si può (e si deve!) affrontare l’argomento con la giusta sensibilità, ma anche con un pizzico di ironia, perché – ammettiamolo – anche il dramma ha i suoi momenti comici. Siamo pur sempre esseri umani che inciampano, sbagliano e cercano di sopravvivere a tutto questo caos, giusto? Fai clic qui 1. Il trauma non è un mostro sotto il letto, ma quasi Descrivere il trauma psicologico nel tuo romanzo non significa dipingere il protagonista come un eterno martire con le occhiaie perenni. Certo, il trauma lascia cicatrici, ma c’è anche l’altro lato: l’adattamento, la resistenza e persino quel bizzarro senso dell’umorismo che emerge quando le cose non potrebbero andare peggio (spoiler: andranno peggio). Lascia che i tuoi personaggi siano umani, pieni di sfumature, con le loro giornate nere, ma anche con quelle in cui si fanno una risata nervosa davanti a un problema surreale. 2. Non trasformare il tuo protagonista in un meme di “sto male” Ok, il tuo personaggio ha vissuto un trauma. Ma questo non significa che debba passare tutto il libro a fissare il vuoto con aria angosciata, come se fosse appena uscito da una playlist di canzoni tristi su Spotify. Gli esseri umani non sono macchine rotte: reagiscono, affrontano (a volte in modo sbagliato), ma soprattutto vivono. Aggiungi complessità alle loro emozioni. Forse il tuo protagonista si nasconde dietro il sarcasmo, forse prova a compensare con il lavoro, o forse sta pianificando di scappare alle Hawaii e cambiare nome. Qualunque sia la sua strategia, rendilo interessante. Nessuno vuole leggere 300 pagine di un personaggio che si lamenta (tranne forse il suo terapeuta). 3. L’ironia è il tuo superpotere Hai presente quelle persone che, dopo aver passato una delle peggiori giornate della loro vita, riescono comunque a fare una battuta autoironica che ti fa crollare dalle risate? Bene, anche il tuo romanzo può farlo. L’ironia è il cugino sfrontato della tragedia, e funziona magnificamente nella narrazione. Il trauma psicologico non è sempre solenne. A volte è anche ridicolo. Come quella volta in cui il tuo protagonista ha cercato di calmarsi con yoga, ma è finito bloccato in una posizione assurda mentre il gatto lo guardava con disprezzo. O quando ha cercato di “superare” tutto leggendo un manuale di autoaiuto solo per addormentarsi alla terza pagina.   4. No alla Lista dei traumi (non esagerare) Evita il classico errore della “lista della spesa dei traumi”. Sì, i tuoi personaggi possono avere un passato complicato, ma non c’è bisogno di farli sembrare il prodotto di tutte le disgrazie del mondo, dall’infanzia difficile alla perdita del pesce rosso. Un trauma è già abbastanza. Non impilare tragedie su tragedie solo per tirare le corde emotive dei lettori. A meno che non stai scrivendo una telenovela, dove “più dramma” è il mantra. 5. L‘arte del flashback: usalo, ma con moderazione Ah, il flashback. Il miglior amico di ogni scrittore che vuole parlare di trauma. Ma attenzione: se ne usi troppi, il tuo romanzo rischia di trasformarsi in un puzzle temporale che neanche i lettori più fedeli riusciranno a ricomporre. Un buon flashback è come il pepe nel piatto: un pizzico è perfetto, troppo ti fa venire voglia di buttare tutto nel cestino. Usa i flashback per aggiungere profondità, non per fare riassunti infiniti della psiche tormentata del tuo personaggio.   6. L‘importanza del supporto (e dei personaggi secondari) Il tuo protagonista non può affrontare il trauma da solo, altrimenti rischia di sembrare un recluso emotivo. Inserisci dei personaggi secondari che offrano sostegno, consiglio o anche solo una pacca sulla spalla. Magari l’amico pasticcione che cerca di aiutare con i suoi consigli non richiesti, o la nonna che dispensa saggezza a colpi di biscotti. Non tutti devono essere terapeuti: a volte la soluzione sta in una risata o in una conversazione assurda sul significato della vita (e della pizza). 7. Ricorda: non sei Freud Parlare di traumi psicologici richiede una certa sensibilità, ma non sei tenuto a trasformarti in uno psicanalista di fama mondiale per farlo. Mantieni il realismo: non tutti affrontano i traumi con profondi soliloqui interiori o complessi sogni freudiani. A volte, il miglior modo per superare un trauma è affrontarlo a piccoli passi, con quella strana combinazione di risate, pianti, errori e biscotti al cioccolato. Vuoi un esempio di come gestire un “trauma letterario”? Leggi il nuovo romance di Isabella Vinci Fai clic qui

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Bere come un vero scrittore italiano per ragazzi – Beniamino Sidoti

Vi siete mai chiesti cosa bevono i veri scrittori e se hanno dei riti di scrittura? ilSaggiatore lo ha fatto con i grandi scrittori della storia del passato, noi lo facciamo con i grandi scrittori italiani della storia di oggi! Oggi vi parlo anche di un’altra mia grande passione: i giochi da tavolo. Lo conoscete tutti il Lucca Comics & Games, vero? (La risposta “no” non è contemplata). Beniamino Sidoti Scrittore, giornalista, autore di giochi da tavolo e consulente del Ministero della pubblica istruzione per l’utilizzo di giochi nella scuola, Beniamino è anche direttore artistico del Gradara Ludens e uno dei fondatori di Lucca Games, la parte ludica del Lucca Comics & Games, che riunisce ragazzi e adulti da tutto il mondo. «Il mondo dei festival e delle manifestazioni mi piace tantissimo: in mezzo a tanta comunicazione virtuale, i festival sono l’occasione per conoscere gli altri appassionati e per approfondire, divertirsi, sentirsi comunità – tutte cose che non sempre riescono altrettanto bene sui social!» dice, e io non posso che concordare con lui: in queste manifestazioni si respira proprio la magia della condivisione, tanto che è bello anche solo passeggiare tra le vie di Lucca incontrando supereroi, personaggi dei cartoni, delle serie tv e molto di più di quello che riuscireste anche solo a immaginare. Beniamino è un autore assolutamente poliedrico che si occupa anche di didattica ludica e animazione alla lettura. Non ho resistito e ho dovuto chiedere dettagli a riguardo, perché trovo tutto questo esageratamente interessante! «Mi occupo di didattica ludica anzitutto come formatore (i miei giochi non sono strettamente “educativi”, anche se molti vengono usati nelle scuole): spiego cioè come si possa imparare giocando. Imparare giocando è una cosa antichissima: in tutto il mondo, l’umanità da sempre usa i giochi per imparare – imparare a parlare, camminare, scrivere, far di conto… ma la didattica “scolastica” ha preso un’altra strada. Così, parlando di come si impara dentro un gioco, cerco di far riflettere sulle differenze tra i due modelli educativi e di suggerire che i giochi possano essere perfino migliori di altri strumenti per imparare cose fondamentali (anche i valori!) L’animazione alla lettura è, per me, un modo di leggere insieme a un gruppo, aiutando chi ascolta a immaginare, a entrare dentro il libro, a emozionarsi. È un grande gioco con l’obiettivo di esplorare la ricchezza della lettura: perché non sappiamo leggere dalla nascita, ma impariamo a farlo; e imparare a leggere significa imparare a immaginare, a emozionarsi, a entrare dentro un libro… e può essere bello e utile farlo insieme a qualcun altro, per imparare a farle meglio anche quando leggiamo da soli.» Veniamo ora alle pubblicazioni, che sono davvero tante e varie. Di prossima uscita, Beniamino vanta ben quattro titoli di taglio completamente diverso:→ Giochi, quiz e passatempi per inguaribili innamorati degli Anni Ottanta (Alphatest)→ Stracittà – un gioco di carte (Giunti)→ Homo agilis – un party game (Ludic)→ Italo e la partita di Fliffingball – Un libro per bambini (Albero delle matite)→ Giochi per scrivere meglio (Carocci) Tra i suoi libri è importante citarne un paio che trattano temi davvero importanti:→ Strategie per contrastare l’odio (Feltrinelli)→ Stati d’animo (Rrose Sèlavy) Forse vale la pena andare a dare una sbirciatina, non trovate? Dopo questa presentazione è scontato pensare che Beniamino abbia ricevuto anche dei premi. L’ultimo è proprio di quest’anno: il “GMG Award” a Urbino per l’attività nel mondo del gioco; ma non posso non citare il “Premio Speciale per la Carriera Ludica” ricevuto nel 2016 al Lucca Games. Però questa rubrica si chiama “Bere” e non “Giocare”, cosa che sono sicura farete appena letto questo articolo. Torniamo quindi a parlare con Beniamino scrittore.  Il rituale di scrittura «Per lavoro giro molto, e quindi non posso permettermi il lusso di avere un posto solo dove scrivere: ho un portatile e un paio di cuffiette, con cui ascoltare musica mentre lavoro (a volte anche per escludere il resto del mondo). Cerco musica senza parole, e spazio un po’ tra l’elettronica e generi un po’ più energici, come l’electro swing.» Cosa beve Beniamino Sidoti «Non ho rituali precisi, mi piace bere in compagnia, e quindi dipende dal momento. Un buon vino se siamo a tavola, oppure un gin tonic come cocktail o aperitivo. Se devo lavorare molto, o scrivere fino a tardi, diventa un premio per il lavoro svolto (o un obiettivo da meritarmi).» Mi piace questa cosa del premio… credo che prenderò ispirazione.Gli abbiamo poi chiesto la ricetta del gin tonic, ma lui ci ha parlato di cibo: «Non sono un gran preparatore di cocktail! Vado ad occhio, e seguo l’intuizione del momento, o la disponibilità degli ingredienti. Mi diverto di più a cucinare. Mi piace preparare piatti in cui si mescolino molte verdure, come un cous cous o una giardiniera: pulisco le verdure, pelo carote e patate, le taglio a tocchetti e le metto a soffriggere nell’ordine giusto, seguendo la cottura e correggendo il tutto. Mi piace in particolare il momento in cui sento i singoli odori, come la curcuma o il cumino, il finocchio selvatico o l’aglio che insaporisce l’olio; è molto piacevole il momento in cui si sfuma qualcosa: il riso per il risotto, o il pollo… nel tegame caldo lascio cadere vino bianco o birra, o rum o gin – e ognuno lascia un’aroma impercettibile, ma riempie il cuoco di odore e di domande misteriose come “Verrà buono?”, “Si sentirà?”» Ehm, ora ho voglia di farmi invitare a cena! Alla richiesta di qualche consiglio aggiuntivo per voi, lettori, ha detto qualcosa che, solo a leggerlo, mi ha dato un senso di pace e tranquillità: «Qualche anno fa si usava una definizione che amo molto: un vino o una bevanda “da meditazione“; mi piace che intorno a questo vizio terribile del bere si possano costruire più dimensioni del piacere. Allora del whisky (con acqua a parte) o un amaro diventano un modo per dedicarsi alla lettura, o all’ascolto, un momento in cui sfuggiamo al multitasking per assaporare qualcosa, per bene e fino in fondo.» Bene, abbiamo

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Ricette spaventose: il girello di Edward mani di forbice

Di Cristina Ferri Il girello di Edward mani di forbice Quando la rappresentante di cosmetici Peggy si presenta alla villa gotica per promuovere e vendere i suoi prodotti Avon, non si aspetta di vedere un ragazzo con le mani artificiali: Edward mani di forbice, questo il suo nome. Il ragazzo ha infatti le forbici al posto delle mani e il suo volto è ricoperto di cicatrici. Persuasa dall’idea di aiutarlo e di risolvere i suoi problemi estetici, Peggy decide di portarlo con sé a casa sua causando la curiosità dell’intera cittadina. La città degli anni Settanta, così colorata, dalle siepi perfettamente curate e dalla gente perbene, risulta in netto contrasto con questo ragazzo gotico pieno di cicatrici e con le mani a forma di forbici. A cena, Edward mostra difficoltà nel mangiare a causa delle sue mani. Nella scena iconica, il ragazzo mangia il girello di Peggy accompagnato da legumi e mais. Vediamo come preparare insieme il girello di Edward mani di forbice: Ingredienti: 1 kg di girello di vitello 2 spicchi d’aglio 2 rametti di rosmarino 2 rametti di timo 2 foglie di alloro 1 bicchiere di vino bianco secco 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva Sale q.b. Pepe nero q.b. Preparazione: Preparazione della carne: Togli il girello dal frigorifero almeno 30 minuti prima di cucinarlo per farlo arrivare a temperatura ambiente. Lega la carne con spago da cucina per mantenerla in forma durante la cottura. Tritare finemente il rosmarino, il timo, l’aglio e il pepe. Mescola il trito con un po’ di olio d’oliva e massaggia il girello con questo composto, assicurandoti che sia ben coperto su tutti i lati. Rosolatura: In una padella ampia riscalda 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva a fuoco medio-alto. Rosola il girello su tutti i lati per circa 2-3 minuti per lato, fino a che non avrà una bella crosticina dorata. Cottura in forno: Preriscalda il forno a 180°C. Trasferisci il girello rosolato in una teglia da forno. Aggiungi il vino bianco e le foglie di alloro. Copri la teglia con un foglio di alluminio e inforna. Cuoci per circa 50-60 minuti, o fino a quando la temperatura interna della carne raggiunge i 60-65°C per una cottura al sangue o i 70°C per una cottura media. Durante la cottura, irrora la carne con il sugo che si forma nella teglia per mantenerla umida. Riposo e servizio: Una volta cotto, togli il girello dal forno e lascialo riposare coperto per 10-15 minuti prima di affettarlo. Affetta il girello sottilmente e servilo con il suo sugo di cottura. Suggerimento: Puoi accompagnare il girello di vitello con patate arrosto, verdure grigliate o una fresca insalata o, come nel caso di Peggy nel film Edward mani di forbice, con legumi e mais. Libri di Cristina Ferri Fai clic qui LEGGI ANCHE società 08.01.23 Il ladro di libri inediti Filippo Bernardini arrestato a New York Lei, mia madre Rischia vent’anni di carcere il trentenne Filippo Bernardini, un italiano arrestato ieri a New York per il furto telematico di centinaia di Read More società La Caccia alle Streghe nell’Era Digitale: Cyberbullismo e Linciaggi Online 08.09.24 interviste Bere come un vero scrittore italiano per ragazzi – Stefano Bordiglioni 07.09.24 società Discriminazione di genere nei piccoli paesi del Libano: le donne private della libertà di acquisto 06.09.24 scrittura creativa Il Fascino dei Personaggi Spezzati nei Libri: Perché Amare i Protagonisti Imperfetti 06.09.24 firstletter L’importanza di abbracciare le differenze nei bambini: Un viaggio di crescita e amore 02.09.24 società Londra, 1 settembre: la stazione di King’s Cross senza Hogwarts Express – Qualcuno ha rubato la magia? 01.09.24 scrittura creativa Esercizio gratis di scrittura creativa: le descrizioni 31.08.24 scrittura creativa Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 21) 30.08.24

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Curiosità storiche: la vanvera

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Libri di Oriana Turus Fai clic qui Tempo di curiosità Parliamo di vanvera. No, non “a vanvera”. Proprio di vanvera, anche semplicemente detta, contenitore di flatulenze (per usare un termine più delicato). Ma, andiamo, più o meno, con ordine. Tutti noi conosciamo il detto “Parlare a vanvera” che viene utilizzato per far capire a qualcuno che sta dicendo – o facendo – cose senza senso o a caso. Secondo l’Accademia della Crusca, vanvera è di per sé un termine che non esiste come sostantivo, ma viene usato solo in quanto parte della locuzione “a vanvera”. Perciò si può legare di volta in volta ad altri verbi, in vari contesti. È usanza credere che “vanvera “sia una variante di “fanfera”, parola di origine onomatopeica che significa “cosa da nulla” (di fatto “fanf-fanf” riproduce il suono delle trombe, da cui il detto “dare fiato alle trombe” o, appunto “parlare in aria” il che ha lasciato adito a interpretazioni di altro tipo arrivando alla piritera (vanvera). Ma cos’era dunque questa famosa vanvera? Essa era un oggetto molto simile a un palloncino la cui funzione era quella di risolvere i disturbi gastrointestinali dal punto di vista… sociale. Molto in voga tra gli aristocratici del XVII secolo, specialmente tra le donne veneziane costrette a nascondere il bisogno di rilasciare aria per non turbare gli uomini. Queste erano solite indossare gonne molto ampie tali da poter “ospitare” l’oggetto pratico di cui sopra. Ideale per attenuare rumori ed evitare odori. Spesso al loro interno venivano perfino inserite spezie e profumi per non incorrere in maleodoranti inconvenienti. Com’era fatta? C’è da premettere che ne esistevano di più tipi e in diverse versioni e si dividevano fra quelle da passeggio e quelle da letto.  Le prime, spesso realizzate su misura, consistevano in una specie di coppa, collegata attraverso un tubicino e una parte inferiore legata con lo spago che serviva poi a liberare i gas intestinali. La versione da letto, utilizzata per lo più dalle donne durante le prime notti di nozze, prevedeva che questa specie di coppa, fosse collegata a un tubo molto lungo che terminava fuori dalla finestra. Vi è piaciuta questa curiosità storica? Ne vorreste leggere altre? Scopri Land Magazine Elisabetta Settembre 7, 2024 Bere come un vero scrittore italiano per ragazzi – Stefano Bordiglioni Vi siete mai chiesti cosa bevono i veri scrittori e se hanno dei riti di scrittura? ilSaggiatore lo ha fatto con i grandi scrittori della storia del passato, noi lo facciamo Read More admin Settembre 6, 2024 Discriminazione di genere nei piccoli paesi del Libano: le donne private della libertà di acquisto Il Libano, un paese noto per la sua diversità culturale e religiosa, nasconde al suo interno un lato oscuro che spesso passa inosservato: la discriminazione delle donne nei piccoli paesi Read More admin Settembre 6, 2024 Il Fascino dei Personaggi Spezzati nei Libri: Perché Amare i Protagonisti Imperfetti Ah, i personaggi spezzati nei libri. Quei protagonisti che sembrano avere più problemi di un puzzle da 1000 pezzi. Chi non li ama? 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La giraffa che non aveva il collo lungo: una storia di autostima per i più piccoli

Il mondo dei libri per bambini è ricco di storie che insegnano valori importanti, ma poche sono così dolci e toccanti come quella de “La giraffa che non aveva il collo lungo”. Questo libro racconta la storia di Fortunata, una piccola giraffa che, a differenza dei suoi simili, nasce con il collo corto. Un dettaglio che potrebbe sembrare un difetto agli occhi degli altri, ma che si rivela essere il suo punto di forza. Un messaggio di autostima Fortunata è una giraffa speciale, e la sua storia è un perfetto esempio di come la diversità possa essere una fonte di bellezza e unicità. Nel mondo delle giraffe, un collo lungo è considerato essenziale, ma Fortunata ci insegna che non dobbiamo lasciare che le aspettative degli altri definiscano il nostro valore. Attraverso le sue avventure, i bambini imparano l’importanza di accettarsi per come si è, scoprendo che ciò che ci rende diversi è spesso ciò che ci rende speciali. Il potere delle immagini Le illustrazioni del libro sono un vero e proprio incanto, capaci di trasmettere emozioni profonde con semplicità e dolcezza. Ogni pagina è una piccola opera d’arte che accompagna i piccoli lettori nel viaggio di Fortunata, aiutandoli a comprendere e interiorizzare il messaggio di autostima e accettazione di sé. E poi, diciamolo, chi non si affezionerebbe a una giraffina così tenera e coraggiosa? Una lezione per grandi e piccini “La giraffa che non aveva il collo lungo” non è solo un libro per bambini, ma una lettura che può toccare anche i cuori degli adulti. La storia di Fortunata è un promemoria per tutti noi: non importa cosa gli altri pensano che dovremmo essere, ciò che conta davvero è essere felici e fieri di ciò che siamo. E non c’è nulla di più rassicurante che vedere un bambino assorbire questo concetto attraverso una storia così dolce e ben scritta. Un finale pieno di speranza Senza svelare troppo, possiamo dire che il finale del libro è una celebrazione della diversità e dell’accettazione. Fortunata, con il suo collo corto, trova il suo posto nel mondo, dimostrando che non bisogna conformarsi agli standard per essere felici. È una conclusione che lascia i piccoli lettori con un sorriso e, chissà, forse anche con una nuova prospettiva su se stessi e sugli altri. Scopri Land Magazine admin Settembre 2, 2024 La giraffa che non aveva il collo lungo: una storia di autostima per i più piccoli Read More admin Settembre 2, 2024 L’importanza di abbracciare le differenze nei bambini: Un viaggio di crescita e amore Nel mondo di oggi, dove la diversità è all’ordine del giorno, è più importante che mai insegnare ai nostri bambini a celebrare le differenze. Ma diciamocelo, non è sempre facile. Read More admin Settembre 1, 2024 Londra, 1 settembre: la stazione di King’s Cross senza Hogwarts Express – Qualcuno ha rubato la magia? 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