Novembre 2025

AI GRANDI BISOGNA SEMPRE SPIEGARE TUTTO!

Un classico senza tempo, in versione fumetto! Quando ho aperto il pacchetto ricevuto da Tunué mi si sono illuminati gli occhi: eccoli lì, l’aviatore e il piccolo principe! È stato come ritrovare dei vecchi amici, in una nuova veste colorata e fresca. Ricordo che la prima volta, leggendo “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegare tutto ogni volta” rimasi colpita: davvero si poteva dire, anzi scrivere? Davvero noi bambini capivamo più degli adulti? Quanto mi entusiasmò quella frase! E quanti disegni di elefanti dentro a serpenti realizzai, andando poi a mostrarli ai diversi adulti della mia vita per vedere se avrebbero detto “è un cappello!”. Che bella sorpresa quindi trovare questa nuova versione del Piccolo Principe! Edizione curata e colorata, in pieno stile Tunué, perfetta per avvicinare i più piccoli ai classici della letteratura. La storia, riscritta da Andrea Laprovitera,è illustrata da Alessandro Germani. La magia, dolcezza e profondità del Piccolo Principe, della rosa, della pecora, del piccolo pianeta, ci aspettano ancora una volta fra le pagine del fumetto! Non lasciamocele scappare!

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Giappone360: approcciare il cibo

A CURA DI I LIBRI DI LORENZO FOSCHI Lathar Lathar – Zero Viaggiare in Giappone significa entrare in un universo gastronomico dove il cibo non è soltanto nutrimento, ma un’estensione della cultura, un rituale e spesso una forma di rispetto verso chi lo prepara e verso chi lo consuma. Durante il mio viaggio tra Tokyo, Kyoto, Osaka, Nara, Miyajima e perfino la mistica Kōya-san, ho avuto modo di vedere quanto mangiare in Giappone significhi imparare un modo di vivere, più che riempire la pancia. La prima cosa che ho notato, soprattutto nei ristoranti più tradizionali, è il silenzio. Non un silenzio imposto, ma un silenzio naturale, rispettoso, quasi meditativo. In certi posti si entra, si ordina tramite una macchinetta automatica all’ingresso, ci si siede e si aspetta. Nessuno parla ad alta voce, nessuno chiama il cameriere urlando, nessuno fa rumore se non quello sottile delle ciotole e delle bacchette. È una filosofia diversa, che invita a concentrarsi davvero sul sapore, sul profumo, sulla temperatura del cibo. L’ho sentito particolarmente nei famosissimi locali di ramen dove si mangia da soli in piccoli cubicoli di legno: un’esperienza quasi ascetica. Ti siedi, chiudi la tendina, ti arriva il ramen fumante e in quel momento esisti solo tu, il brodo e il profumo che ti sale dal piatto. È curioso, perché il ramen è anche uno dei pochi casi in cui fare rumore mentre si mangia è accettato: il “sorso” rumoroso nel momento in cui si tirano su i noodles è visto come un segno di apprezzamento. Il sushi, ovviamente, l’ho mangiato più volte. La cosa che mi ha colpito è che in Giappone non è poi così economico come molti credono. La qualità della materia prima è altissima, tutto è tagliato con precisione chirurgica e servito con un rispetto quasi sacrale. Una cosa che ho capito presto è che conviene puntare sul tonno: i tagli che ho provato erano incredibilmente freschi, più saporiti e più morbidi del salmone, che qui non ha la stessa centralità che gli diamo in Occidente. E alla fine, sì, spendi un po’ di più, ma la differenza la senti davvero. Un’altra sorpresa è stata la carne. La carne di Kobe, in particolare, è qualcosa che quasi ti costringe a rimanere in silenzio anche se vorresti commentare ogni morso. Ha una consistenza burrosa, un sapore profondo, e capisci immediatamente perché sia considerata una delle carni migliori al mondo. Ovviamente non è mancato lo street food. Gli yakitori li ho mangiati più volte, semplici e irresistibili, con quella glassa lucida che si caramella leggermente sulla brace. E poi i dolci: i dango, dolcetti locali di ogni tipo e una quantità imbarazzante di matcha latte. Il matcha latte è stata quasi una costante del viaggio: una bevanda fatta con matcha, il tè verde in polvere usato nella cerimonia del tè, unito al latte caldo o freddo e un tocco di dolcezza. Ha un gusto intenso, erbaceo, molto diverso dal tè verde europeo, ma incredibilmente confortante. Tra le esperienze più particolari ci sono state senza dubbio le ostriche di Miyajima, enormi e carnose, quasi simboliche dell’isola. Le ho mangiate tra i cervi e i torii, ed è stato uno di quei momenti in cui il cibo e il luogo si fondono in un’unica fotografia perfetta. Non posso non citare poi la cena buddhista a Kōya-san, completamente vegetariana. È stato uno dei pasti più sorprendenti del viaggio. Piccole porzioni studiate nei minimi dettagli, tofu preparato in modi che non avevo mai provato, alghe, zuppe leggere, radici, sesamo. Una cucina essenziale e silenziosa, che riflette perfettamente la spiritualità del luogo. E poi c’è Osaka, dove abbiamo cercato apposta un ristorante di okonomiyaki con recensioni basse, quasi una sfida alla logica del turista occidentale che vive di stelline e punteggi. E invece è stato fantastico. L’okonomiyaki era buonissimo, pieno, saporito, cucinato davanti a noi con una disinvoltura totale. A volte l’autenticità è nascosta proprio nei posti che non cercano di piacere, quelli che continuano a fare le cose “alla loro maniera” senza preoccuparsi di chi passa. Ripensando a tutto, mi rendo conto che in Giappone il cibo ti educa. Ti insegna a rallentare, a osservare, ad ascoltare. Ti fa capire che ogni ingrediente ha una storia, che ogni piatto è costruito con una precisione che spesso non vediamo altrove. Mangiare in Giappone significa imparare qualcosa, sempre: da un ramen sorseggiato in solitudine a un okonomiyaki cucinato in un localetto di Osaka, da un pezzo di tonno perfetto a un matcha latte bevuto camminando tra i templi. Se c’è un modo per capire davvero questo paese, credo sia proprio attraverso il cibo. E forse, a piccoli bocconi, il Giappone riesce pure a cambiarti un po’.

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Come nascono i personaggi di Agatha Christie: da Miss Marple a Hercule Poirot

Se pensi che Miss Marple e Hercule Poirot siano usciti da un laboratorio segreto per detective perfetti, ti sbagli di poco. In realtà, sono nati da un’altra formula chimica: quella del genio creativo di Agatha Christie, mescolata a un pizzico di ironia e a una dose letale di intuito. 1. Hercule Poirot: l’ossessione per l’ordine (e i baffi) Prima di tutto, il celebre detective belga. Non francese, attenzione — guai a confonderli, o il buon Hercule ti correggerebbe con sdegno aristocratico. Christie lo inventò durante la Prima guerra mondiale, ispirandosi ai rifugiati belgi che vedeva nel Devon. Da lì nacque un uomo piccolo, impeccabile, con baffi che sembrano un monumento nazionale e una mente più ordinata di un archivio svizzero.Poirot è la prova che la logica può essere sexy, se indossi un gilet ben stirato e risolvi un omicidio prima del dessert. 2. Miss Marple: la vecchietta che batte tutti   Dall’altra parte del tè (e dell’ironia), c’è Miss Jane Marple, una signora dell’alta borghesia inglese che vive in un villaggio dove, misteriosamente, muoiono più persone che in una serie Netflix.Agatha la creò ispirandosi alle osservatrici instancabili del suo paese: le vecchie zie, le signore del club del cucito, quelle che “non giudicano, ma notano tutto”. Miss Marple è la rivincita della curiosità domestica: un genio dell’indagine travestito da nonnina col cardigan. 3. Personaggi umani, troppo umani (anche i colpevoli) Christie non scriveva solo “chi ha ucciso chi”, ma perché. Nei suoi romanzi, assassini e vittime hanno motivazioni reali, spesso quasi comprensibili. Nessuno è buono al cento per cento, nessuno completamente malvagio. E in questo equilibrio morale sta la vera grandezza dei suoi personaggi. 4. Gli “attori non protagonisti” del mistero Agatha amava i comprimari: i colonnelli in pensione, le zie ficcanaso, i giovani innamorati con troppa fretta di ereditare. Ognuno con la sua voce, il suo tic, la sua ombra. Un microcosmo perfetto dove ogni dettaglio — una tazza spostata, un sorriso fuori luogo — diventa un indizio. 5. Il segreto di Christie? Osservare la realtà (e renderla più pericolosa) I personaggi della regina del giallo funzionano perché sono veri. Non nascono dalla fantasia pura, ma da un’osservazione feroce della società inglese. Christie prendeva la banalità quotidiana — tè, giardini, chiacchiere di paese — e ci infilava un cadavere nel mezzo.In fondo, come disse lei stessa: “Non esiste niente di più pericoloso della normalità.” 6. L’equilibrio perfetto tra cervello e ironia Miss Marple e Poirot non sono solo due detective diversi, sono due lati della stessa mente: la ragione logica e la saggezza intuitiva. Lui analizza, lei percepisce. Lui interroga, lei ascolta. E insieme incarnano il messaggio eterno di Christie: la verità si nasconde nei dettagli — e nelle chiacchiere del tè pomeridiano. Agatha Christie non creava solo personaggi, creava icone letterarie immortali. Forse perché, in fondo, ogni volta che leggiamo un suo libro, diventiamo anche noi un po’ detective.   Scopri Land Magazine admin Ottobre 19, 2025 Il regalo perfetto per chi ama leggere (e non vuole altri calzini) Ogni anno la stessa storia: la corsa ai regali, il panico da centro commerciale, la zia che dice “tanto io non voglio niente” e poi si offende se non trova Read More admin Ottobre 11, 2025 Altro che cioccolatini: il Land Advent Calendar 2025 è la dolcezza dei lettori Diciamolo: i calendari dell’avvento classici sono roba da dilettanti.Li apri, trovi un cioccolatino, lo mangi in tre secondi e rimani con un senso di vuoto spirituale (e calorico) difficile da Read More admin Ottobre 11, 2025 La nuova (e piccantissima) tendenza natalizia: i calendari dell’Avvento sexy per coppie Dimenticate le finestrelle con i cioccolatini e le renne sorridenti: il Natale 2025 sarà bollente come una sauna finlandese. 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Scrivere per diverse età

Non è un caso che molto spesso chi scrive per ragazzi non scriva per adulti, oppure che chi scrive per bambini a volte scriva anche per ragazzi. Perché? Essenzialmente perché scrivere per diverse fasce d’età impone scelte di stili diversi, linguaggio, formato, lunghezza… insomma si tratta proprio di scritture MOLTO diverse. Nell’articolo di oggi vorrei focalizzarmi sulle caratteristiche di un buon libro per RAGAZZI, ovvero quella fascia che va dai 9 ai 12 anni. Sebbene spesso si consideri “letteratura per ragazzi” tutto ciò che è dedicato ai non-adulti, questo termine generico contiene tanti e diversi sottogeneri. Se vogliamo fare una divisione “di massima” potremmo pensare a quattro gruppi: Già solo guardando questa divisione, possiamo facilmente comprendere come scrivere per un bambino di 2 anni, uno di 8, un ragazzino di 12 e un ragazzo di 16 sia ovviamente molto diverso. Concentriamoci per oggi nella fascia pre-teen, dei pre adolescenti, i ragazzini che finiscono la scuola elementare e frequentano le scuole medie. Leggendo le trame dei libri a loro dedicati, sfogliandone le pagine, analizzando le scritture degli autori più acclamati, troviamo dei punti in comune: Leggendo questo elenco allora è chiaro che un ritmo troppo lento, un personaggio troppo distante dal target, un linguaggio troppo infantile o troppo difficile, illustrazioni troppo invadenti, un finale banale o con la morale esplicita, una copertina poco accattivante… sono dei NO assicurati alla lettura da parte dei ragazzi. Facciamo allora un piccolo gioco. Vi metto qui un elenco di 5 titoli pubblicati da poco e la trama in breve. Sapete individuare l’unico scritto per ragazzi? Avete capito qual è il libro per ragazzi? PS. Presto vi parleremo di nuove uscite per ragazzi, nella nuova collana S.E.PT. edita da Fiest Letter editrice!

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Un baule pieno di vit(e)

“Il baule del capitano” è una storia d’amore.  Il capitano Spellhorst non va più per mare. Passa le sue giornate in due modi: se sono buone, passeggia; in caso contrario rimane a letto a fissare il soffitto. In uno di quei giorni buoni, camminando camminando arriva davanti ad un negozio di giocattoli e rimane folgorato da un burattino in particolare. Ma non può comprare solo quello, deve comprare tutto il set della storia. È così che cinque burattini entrano nella sua vita (e nel suo baule) e accompagnano il lettore alla scoperta della storia.  Una storia divisa in atti, come a teatro. Kate DiCamillo ci racconta, con l’aiuto delle suggestive illustrazioni in bianco e nero di Julie Morstad, l’animo del capitano. Grazie alla traduzione di Giacomo Rabbi, il libro è uscito da poco per Giunti.  Ricordandoci come fondamentalmente ognuno interpreti un personaggio, DiCamillo ci porta, con una scrittura dolce e poetica, in un viaggio – non viaggio.  L’acquisto dei burattini da parte del capitano è l’inizio ma anche il punto di svolta della storia.  Il libro è stampato con caratteri grandi, che sulle pagine hanno ampio respiro. La storia è semplice eppure contiene moltissime sfumature e momenti di vera poesia, per questo la ritengo adatta dagli 8 anni in su.  In ognuno dei burattini possiamo trovare caratteristiche specifiche, come la dolcezza o la superbia. Il libro per questo diventa utilizzabile anche con pre adolescenti e adolescenti, che possono identificarsi / schierarsi con il burattino che più somiglia a loro.  Assolutamente consigliato anche come regalo. 

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