Gennaio 2026

NARRATIVA IN GIOCO – Microfiction: il gioco delle Serie TV

Libri di Elisabetta Venturi VAI AL LIBRO VAI AL LIBRO Microfiction: il gioco di ruolo per creare la tua Serie TV È finita la tua serie preferita e sei in astinenza? Sicuramente ti mancano i personaggi e le atmosfere di quei luoghi in cui hai sognato, sperato e magari anche pianto un po’. Se ti dicessi che puoi far continuare quella magia? Che puoi creare la “tua” serie, con i “tuoi” personaggi, e viverla insieme ai tuoi amici? Cos’è Microfiction e come funziona Microfiction di Luca Bonisoli è il gioco di ruolo che trasforma te e i tuoi amici in una troupe televisiva. Non giochi un eroe fantasy o un detective, ma una web-serie completa, episodio dopo episodio. Funziona come un vero set: crei i personaggi, stabilisci il genere (thriller, commedia, fantascienza…) e vai in onda. Ogni sessione di gioco è un episodio, ogni episodio costruisce la stagione. E tu e i tuoi amici siete insieme attori, sceneggiatori e registi. Crea la tua Serie TV: da Stranger Things a Black Mirror Vuoi raccontare una storia da brividi stile Black Mirror? O tornare nel Sottosopra perché non riesci ad accettare che la serie Stranger Things sia finita? Oppure vuoi mettere in scena un dramma sentimentale che spacca il cuore? Microfiction ti dà le regole da seguire e il resto dipende dalla tua fantasia. Improvvisazione narrativa: come si gioca a Microfiction La genialità è che non devi preparare nulla prima: bastano carta, matita, gomma e 6 dadi a 6 facce. Si può giocare dal vivo (da 2 a 5 giocatori), ma anche in videoconferenza o tramite play by post (su forum o social). Improvvisi mentre giochi, seguendo le regole che catturano proprio quella sensazione da serie TV: i colpi di scena e i momenti che ti fanno dire “devo assolutamente vedere l’episodio dopo”. E quando quella serie finisce? Ne inizi un’altra. Con nuovi personaggi, nuove storie, nuove stagioni da vivere insieme. Perché le migliori serie non sono quelle che guardi sul divano. Sono quelle che crei tu.

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Stranger Things, la serie che è diventata un fenomeno culturale globale

Stranger Things non è solo una serie tv. È un racconto di formazione travestito da horror fantascientifico, una lettera d’amore agli anni Ottanta che usa la nostalgia non solo come colonna sonora, ma anche come linguaggio cinematografico. Ambientata a Hawkins, l’ultima creatura dei fratelli Duffer parte da una sparizione misteriosa per parlare di altro: amicizia, famiglia, paura, coraggio, diversità. E soprattutto del passaggio dall’infanzia all’età adulta, raccontato come un attraversamento, a volte doloroso ma sempre necessario, di mondi paralleli.   SPOILER ALERT: Proseguire nella lettura solo dopo aver concluso la visione della serie! Il Sottosopra non è mai stato solo un luogo: è la metafora delle nostre paure, quelle che ci portiamo dentro e che crescono con noi, dei traumi che ci inseguono, di ciò che preferiremmo non vedere. E come ogni paura, anche questa “cosa” va affrontata, ma non da soli. È questo il valore fondante della serie, il messaggio finale dei fratelli Duffer: nessun eroe vince da solo. Si vince insieme, restando fedeli ai propri ideali, anche quando costano sacrifici. Non è un caso che una delle immagini più potenti dell’epilogo sia quella dei ragazzi attorno a un tavolo da Dungeons & Dragons, intenti a giocare l’ultima partita. Non è solo la fine di un gioco, è un vero e proprio addio all’infanzia. La porta si chiude, come si chiude un’epoca fatta di spensieratezza, gioco, corse in bici e nottate con gli amici. Non è però una vera fine, quella porta è anche un passaggio di testimone alla nuova generazione che ora potrà vivere le proprie avventure. Ed è qui che Stranger Things tocca uno dei suoi nervi più scoperti: la paura di diventare grandi. Non tanto il timore del futuro in sé, quanto quello di perdere ciò che siamo stati. Crescere significa assumersi responsabilità, fare i conti con scelte definitive, accettare che il mondo non abbia più la protezione dell’immaginazione. Eppure, sotto quella paura, resta il desiderio ostinato di tenersi aggrappati a un frammento di quella vita precedente, a quel tempo in cui bastava un gruppo di amici per sentirsi invincibili. La scena di Steve, Nancy, Johnatan e Robin che si ritrovano sul tetto, diciotto mesi dopo, è costruita come una tregua emotiva. Parlano delle loro vite, di ciò che è cambiato, di ciò che non tornerà. Poi si fanno una promessa semplice, quasi ingenua: rivedersi una volta al mese. Una sorta di dichiarazione di resistenza, perché quel legame è l’unico argine contro un mondo che, improvvisamente, appare troppo vasto e troppo duro per essere affrontato da soli. Ma lo spettatore adulto sa già che quella promessa non verrà mantenuta. Non per mancanza di affetto, ma per la forza centrifuga della vita. Il lavoro, le distanze, le trasformazioni personali finiranno per allentare i fili. È quella consapevolezza silenziosa che rende la scena ancora più struggente. Perché in quei volti, in quelle parole dette sul tetto, riconosciamo le nostre amicizie adolescenziali, quelle che ci hanno formati più di ogni altra esperienza e che, proprio per questo, abbiamo dovuto lasciare andare. Stranger Things non idealizza quella perdita, ma la guarda in faccia, suggerisce che crescere non significa dimenticare, ma accettare che a volte è necessario saper dire addio a qualcosa.   I punti di forza di Stranger Things   Dopo cinque stagioni in cui Stranger Things ha raccontato l’adolescenza come un territorio ostile, segnato da bullismo, famiglie disfunzionali, istituzioni violente e minacce che arrivano da mondi altri, la serie compie una scelta precisa e tutt’altro che scontata: riportare Will Byers al centro del racconto. Il personaggio che per primo aveva incarnato la paura, il corpo violato, la vulnerabilità assoluta, smette di essere solo la vittima originaria e diventa finalmente uno degli assi portanti della narrazione. La sua evoluzione non passa soltanto attraverso la dimensione spettacolare dei poteri, ma attraverso un gesto narrativo molto più rischioso: l’assunzione pubblica della propria identità. Il coming out di Will è costruito con una lentezza quasi anacronistica per la serialità contemporanea, priva di scorciatoie emotive o frasi ad effetto. È un discorso che nasce dall’esitazione, dal silenzio, dalla paura di perdere l’amore prima ancora che dal desiderio di essere visti. Quando Will dice “Non mi piacciono le ragazze”, Stranger Things sospende l’azione e mette in pausa il genere stesso che l’ha resa celebre. Per un istante non esistono né mostri né portali, esiste solo quella verità finalmente pronunciata. È in quel momento che il personaggio trova la propria forma definitiva. Will può diventare davvero “Will the Wizard”, lo stregone, il saggio del gruppo, solo dopo aver smesso di dividersi tra ciò che è e ciò che teme di essere. La serie rende esplicito ciò che negli anni Ottanta restava confinato al sottotesto: gli outsider non sono più solo metafore di diversità, ma soggetti narrativi pienamente visibili. Il dialogo con Robin, figura specchio, sorella maggiore simbolica e memoria vivente di un futuro possibile, svolge una funzione chiave in questo processo, trasformando l’esperienza individuale in consapevolezza collettiva. In questo senso, Stranger Things compie un’operazione di riscrittura culturale. I modelli di riferimento, Stand by Me, It, I Goonies, solo per citarne alcuni, avevano costruito un immaginario potentissimo, ma avevano lasciato irrisolte molte zone d’ombra. I fratelli Duffer utilizzano quell’estetica per colmare i vuoti, per dare parola a ciò che allora non poteva essere detto. Lo stesso vale per Undici che deve prima ricucire la propria identità ferita dagli abusi per poter salvare il mondo. Max affronta il lutto come una discesa negli inferi interiori. Steve, ex bullo, smonta progressivamente i modelli di mascolinità tossica per diventare un punto di riferimento emotivo per l’intero gruppo (tutti abbiamo amato Steve in versione babysitter!). E soprattutto, il legame tra Will, Mike, Dustin e Lucas evolve da alleanza ludica a spazio di condivisione del dolore, del fallimento, della paura di crescere. In un gruppo capace di sopravvivere a demogorgoni, spie sovietiche e all’ostilità dello Stato, un coming out non è un evento eccezionale, ma un atto naturale. Il confronto finale con Vecna cristallizza questo percorso. L’antagonista, che si nutre delle

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Vita da expat: come sopravvivere 350 giorni all’anno senza il bidet

A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e altri invece più nostalgici. Ci seguirai? Libri di Oriana Turus Fai clic qui VITA DA EXPAT: COME SOPRAVVIVERE 350 GIORNI ALL’ANNO SENZA IL BIDET Parliamoci chiaro: il cibo non è al primo posto tra le cose che più mancano a un italiano che vive all’estero. Qualunque sia il motivo che fa allontanare una persona dal proprio paese natale, lo shock culturale maggiore si trova nel gabinetto. No, non quello dei ministri, intendo proprio il bagno, il luogo dove espletare i propri bisogni fisiologici. E fin qui tutto okay, l’importante è che ci sia il water, giusto? Ni. Un italiano all’estero soffre nel vedere cubicoli minuscoli dotati di lavandino, vasino e doccia – se si è sfortunati – vasca da bagno – se si è più fortunati o comunque dipende dai punti di vista. Ebbene sì, la mancanza del bidet è spesso insostenibile, ma non forte a tal punto da abbandonare il posto in cui si vive e lavora – a volte meglio, dispiace dirlo. Come si sopravvive e si sopperisce dunque a tale mancanza? Non parlo di vacanza in cui i giorni di assenza dal bidet sono contati, parlo proprio di vita quotidiana. Come ci adeguiamo noi expat? In realtà le alternative ci sono e se non sono le troviamo, ma non è che non ci laviamo eh… Ecco dunque un elenco di possibili soluzioni alternative adottate da ogni expat che si rispetti e che vive in un Paese in cui il bidet è sconosciuto o quasi: Se la casa è di proprietà, si fa installare, punto. Ammesso che ci sia qualcuno che sappia cos’è e lo sappia fare.Ah e, per la cronaca, serve spazio dove poterlo tenere, anche perché spesso i bagni sono davvero minuscoli (per esperienza personale vi garantisco che in Inghilterra è così a meno che tu non viva a Buckingham Palace). Bidet portatile. Non sempre facile da reperire, ma qualora si dovesse trovare (Amazon, negozi di campeggio o Salvavita Lidl), siamo salvi.  Soffione della doccia. Lo so, non è la stessa cosa e farsi la doccia ogni volta che si va in bagno è scomodo, ma sempre meglio di niente, giusto? Contorsionismi a bordo vasca. I più fortunati possono godere della vasca da bagno e credetemi che per certe cose è più comoda della doccia. Certo, ci vuole un po’ di tecnica e una buona tenuta addominale, ma per cinque minuti di sforzo muscolare non è mai morto nessuno. Bacinella. Non è il massimo, ma vale tanto quanto il bidet portatile. Le modalità di utilizzo sono pressoché identiche.  Questa è proprio l’ultima spiaggia e vale solo quando si è fuori casa e non ci sono altre soluzioni: salviette biodegradabili anche dette carta igienica saponata.  E come disse Elio in una sua canzone (che posto qui sotto per chi non la conoscesse) “implora la mutande devi farti una lavanda, un bidet”, ecco svelati i trucchi per sopravvivere senza il bidet nella vita quotidiana.  https://www.youtube.com/watch?v=hg1iS9D6MJ0&list=RDhg1iS9D6MJ0&start_radio=1 Scopri Land Magazine admin Gennaio 7, 2026 Dimmi che colore di smalto usi e ti dirò chi sei 💅 (profilazione psicologica non richiesta ma inevitabile) Lo smalto non è solo smalto.È una dichiarazione d’intenti, un messaggio cifrato al mondo, una bio di Instagram applicata sulle unghie. Puoi mentire su Read More Elisabetta Gennaio 6, 2026 Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 29) Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Elisabetta Venturi Scrittrice e insegnante Drabble mania Scrivere Read More Oriana Turus Gennaio 6, 2026 Come si influenza il mercato: il fenomeno Labubu A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More admin Gennaio 5, 2026 10 (anzi 14) cose che facevamo dai 16 anni in su senza avere la minima idea di quanto fossimo incoscienti Se l’adolescenza fosse un reality, oggi verrebbe chiuso dopo la prima puntata per violazione di tutte le norme di sicurezza conosciute dall’umanità.E invece no: noi l’abbiamo vissuta tutta, fino in Read More admin Gennaio 5, 2026 Il Grande Internamento secondo Foucault: che cos’è e perché segna una svolta nella storia della follia Con l’espressione Grande Internamento, lo storico e filosofo Michel Foucault indica uno dei passaggi più drammatici e meno visibili della storia europea: la reclusione sistematica di poveri, folli, devianti e Read More admin Gennaio 5, 2026 Virtù perduta e desiderio nascosto: la prostituzione nell’Inghilterra di Jane Austen Quando pensiamo all’Inghilterra dell’epoca Regency, l’immaginazione corre subito a sale da ballo illuminate, passeggiate eleganti e giovani donne educate alla virtù. È il mondo raffinato che emerge dai romanzi di Read More admin Gennaio 5, 2026 La natura secondo Beatrix Potter (spoiler: non è un prato Instagram, ma nemmeno un incubo darwiniano) Quando pensiamo alla natura raccontata da Beatrix Potter immaginiamo subito campagne inglesi perfette, animaletti ben vestiti e una quiete Read More admin Gennaio 5, 2026 Libri meno famosi (ma bellissimi) di Beatrix Potter (ovvero: non esiste solo Peter Coniglio, per fortuna) Nel grande immaginario collettivo, Beatrix Potter coincide con un solo, onnipresente roditore: Peter Rabbit. 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I romance di Delly: quando l’amore era eterno, casto e con almeno tre volumi

Prima di TikTok, prima dei romance spicy e molto prima delle “red flag”, c’era lui.Anzi: c’erano loro.Sotto lo pseudonimo di Delly si nasconde una coppia di scrittori francesi che ha fatto battere il cuore a generazioni di lettrici (e fatto sospirare parecchi confessori). Ma Delly non è solo un nome: è un simbolo del romance ottocentesco. Quello serio. Casto. Drammatico. Con sguardi intensi che valgono più di un bacio. Il romance dell’800: amore sì, ma con sofferenza 💔   I romanzieri romance dell’Ottocento avevano una regola non scritta:👉 se i protagonisti non soffrono abbastanza, l’amore non vale nulla. Niente relazioni semplici.Solo: amori impossibili segreti di famiglia differenze sociali malattie strategiche conventi, castelli e salotti pieni di tensione emotiva Il tutto condito da moralismo, fede e sacrificio. Perché l’amore vero, ovviamente, passa sempre dal dolore. Chi era davvero Delly? 📚 Dietro il nome Delly si celavano Marie e Frédéric Petitjean de La Rosière, fratello e sorella, autori di decine di romanzi sentimentali tra fine ’800 e inizio ’900. I loro libri erano: romantici fino allo sfinimento profondamente religiosi rigorosamente “puliti” Zero scandali.Zero passioni esplicite.Ma tonnellate di emozioni represse. Il loro successo? Enorme.Il loro pubblico? Principalmente donne.Il loro stile? “Ti farò piangere senza nemmeno farti toccare i protagonisti.” Delly vs altri romanzieri romance dell’800 ⚔️ Nel grande Olimpo del romance ottocentesco, Delly non era solo. Accanto a lui troviamo: autori che parlavano di amore come redenzione scrittrici che raccontavano il sentimento come unica via di salvezza femminile romanzi dove il lieto fine arrivava… solo dopo 400 pagine di tormento Delly però aveva un superpotere:trasformare la rinuncia in romanticismo puro.Altro che “seguire il cuore”: qui si seguiva il dovere. Perché Delly oggi ci fa sorridere (ma anche riflettere) 😌 Riletto oggi, Delly sembra quasi surreale: dialoghi ultra-formali donne angelicate uomini tormentati ma irreprensibili Eppure, dietro quella patina zuccherosa, c’è una verità scomoda:per molte lettrici dell’epoca, quei romanzi erano l’unico spazio emotivo consentito. Un luogo dove sognare, amare e scegliere… almeno con la fantasia. Delly, il romance prima del romance 💌 Delly e i grandi romanzieri romance dell’800 hanno costruito le fondamenta di tutto ciò che oggi chiamiamo “romanzo sentimentale”. Senza di loro: niente cuori spezzati niente slow burn niente “ti amo ma non posso” Insomma, meno drama.E il drama, si sa, è l’anima dell’amore. Scopri Land Magazine Elisabetta Gennaio 6, 2026 Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 29) Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Elisabetta Venturi Scrittrice e insegnante Drabble mania Scrivere Read More Oriana Turus Gennaio 6, 2026 Come si influenza il mercato: il fenomeno Labubu A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More admin Gennaio 5, 2026 10 (anzi 14) cose che facevamo dai 16 anni in su senza avere la minima idea di quanto fossimo incoscienti Se l’adolescenza fosse un reality, oggi verrebbe chiuso dopo la prima puntata per violazione di tutte le norme di sicurezza conosciute dall’umanità.E invece no: noi l’abbiamo vissuta tutta, fino in Read More admin Gennaio 5, 2026 Il Grande Internamento secondo Foucault: che cos’è e perché segna una svolta nella storia della follia Con l’espressione Grande Internamento, lo storico e filosofo Michel Foucault indica uno dei passaggi più drammatici e meno visibili della storia europea: la reclusione sistematica di poveri, folli, devianti e Read More admin Gennaio 5, 2026 Virtù perduta e desiderio nascosto: la prostituzione nell’Inghilterra di Jane Austen Quando pensiamo all’Inghilterra dell’epoca Regency, l’immaginazione corre subito a sale da ballo illuminate, passeggiate eleganti e giovani donne educate alla virtù. 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È quello che è successo a Campi Bisenzio, dove una semplice richiesta – una pizza al radicchio – Read More

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La malattia mentale nel medioevo: (quando la terapia era: “preghiamo e vediamo che succede”)

Oggi, se dici di sentire voci, qualcuno ti consiglia uno specialista.Nel Medioevo, invece, la risposta standard era più o meno:👉 “Interessante… probabilmente sei posseduto.” La malattia mentale nel Medioevo non era vista come un problema medico, ma come un mix letale di peccato, demoni, punizioni divine e sfortuna cosmica. E no, non c’era il bonus psicologo. La spiegazione ufficiale: colpa del demonio 😈 Se soffrivi di depressione, ansia, psicosi o crisi epilettiche, non eri “malato”.Eri: posseduto maledetto punito da Dio oppure troppo poco devoto (classico) La medicina medievale osservava, annuiva… e poi lasciava spazio alla religione.Diagnosi rapida, zero empatia, molta acqua santa. Le “cure” medievali (spoiler: non funzionavano) 🧠   Preparati, perché qui entriamo nella dark fantasy. Le terapie più comuni erano: esorcismi (se urli è il demonio che esce, fidati) preghiere ripetute fino allo sfinimento digiuni estremi (perché quando stai male, mangiare meno aiuta… ovviamente) isolamento sanguisughe e salassi (perché togliere sangue risolve tutto, no?) Il concetto di “ascolto” non era previsto.Quello di “trauma”, nemmeno inventato. I folli: temuti, derisi o rinchiusi 🏰 Chi soffriva di disturbi mentali spesso finiva ai margini della società.I più “fortunati” venivano tollerati come buffi personaggi di paese.Gli altri? rinchiusi in strutture primitive abbandonati usati come esempio di cosa succede se fai arrabbiare Dio Nasce così l’idea del folle pericoloso, da controllare più che curare.Un’eredità che, diciamolo, ci siamo portati dietro un po’ troppo a lungo. Quando la follia diventava “santa” ✨ Plot twist medievale:se sentivi voci ma dicevano cose religiose, allora potevi essere un prescelto. Visioni mistiche? Ispirazione divina.Estasi? Grazia celeste.Comportamenti strani? “Eh, è toccato da Dio.” La linea tra malattia mentale e santità era sottilissima.Dipendeva tutto da chi parlava… e da cosa diceva. Un Medioevo meno buio di quanto pensiamo? Verso la fine del periodo medievale, alcuni medici iniziarono timidamente a sospettare che forse, forse, la mente avesse bisogno di cure reali. Ma calma eh.Ci vorranno secoli prima di arrivare a una vera psichiatria moderna.Nel frattempo, il danno era fatto. Fortuna che oggi sappiamo di più (più o meno) La malattia mentale nel Medioevo era un enigma spiegato con la paura.Oggi abbiamo scienza, psicologia e terapie.Eppure, certi stigma resistono ancora. Segno che il Medioevo non è mai finito del tutto.Ha solo cambiato vestiti. Scopri Land Magazine Elisabetta Gennaio 6, 2026 Drabble mania: consigli di scrittura per aspiranti scrittori (puntata 29) Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Scrivere un romanzo: La parola FINE è solo l’inizio della fine Elisabetta Venturi Scrittrice e insegnante Drabble mania Scrivere Read More Oriana Turus Gennaio 6, 2026 Come si influenza il mercato: il fenomeno Labubu A CURA DI ENGLISH LIFE, YES OR NOT? è la rubrica che ti porta dritto dritto nelle tradizioni e nella vita quotidiana inglese, tra pro e contro, elementi irrinunciabili e Read More admin Gennaio 5, 2026 10 (anzi 14) cose che facevamo dai 16 anni in su senza avere la minima idea di quanto fossimo incoscienti Se l’adolescenza fosse un reality, oggi verrebbe chiuso dopo la prima puntata per violazione di tutte le norme di sicurezza conosciute dall’umanità.E invece no: noi l’abbiamo vissuta tutta, fino in Read More admin Gennaio 5, 2026 Il Grande Internamento secondo Foucault: che cos’è e perché segna una svolta nella storia della follia Con l’espressione Grande Internamento, lo storico e filosofo Michel Foucault indica uno dei passaggi più drammatici e meno visibili della storia europea: la reclusione sistematica di poveri, folli, devianti e Read More admin Gennaio 5, 2026 Virtù perduta e desiderio nascosto: la prostituzione nell’Inghilterra di Jane Austen Quando pensiamo all’Inghilterra dell’epoca Regency, l’immaginazione corre subito a sale da ballo illuminate, passeggiate eleganti e giovani donne educate alla virtù. 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